venerdì 30 ottobre 2020

Il sogno del vivere e del morire

 


Qualche volta abbiamo la netta impressione che il tempo sia un contenitore nel quale siamo inseriti e che ci trascina con sé. In realtà gli eventi che ricordiamo sono solo una pellicola mentale che si svolge e proietta certe immagini. Ma non si tratta di un film proiettato da chissà chi, magari da qualche divinità. Siamo noi che ci facciamo questo film e che crediamo di aver “vissuto” quegli eventi in passato.

Il nostro corpo, la nostra identità fanno parte di un sogno girato dalla nostra coscienza. E questo ci dà l’impressione dello scorrere del tempo. Ma è la pellicola che scorre nella nostra mente.

Un giorno lo spettacolo di luci e di ombre si ferma e finisce il sogno di chi credeva di nascere e di morire, di andare e di venire.

Noi siamo terrorizzati da questa prospettiva della fine del tempo. Ma è la coscienza, che dopo averci creato il mondo, si ferma. Allora, se abbiamo meditato in modo giusto, c’è la liberazione - la liberazione dal sogno di essere nato, di aver vissuto e di essere morto, la liberazione di essere stato un individuo.

Questo era il film-sogno. Svegliandoci, se avremo meditato in modo giusto, ci rendiamo conto che non eravamo un piccolo io con una coscienza limitata, ma che siamo il tutto.

Tutt’altra prospettiva da quella delle religioni affamate di vita individuale che, non avendo capito nulla, ci promettono un’altra vita dopo la morte. Come dire: un sogno dopo l’altro, un’illusione dopo l’altra.

 

lunedì 26 ottobre 2020

La via del saggio

 

Imparare ad essere distaccati, a prendere le distanze non solo da un mondo pieno di illusioni, di follie e di impulsi distruttivi, ma sopratutto da sé - dal proprio corpo, dal proprio carattere e dal proprio senso di essere. Vedersi come ci vedrebbe un altro. Guardare le vicende che ci capitano come una tragicommedia inconsistente, ma capace di farci soffrire.

Ripeterci ogni mattina e ogni sera che non siamo ciò che vediamo, ma colui che è testimone di tutto questo, anche di sé.

Questo sarebbe l’ideale del saggio.

Certo è una lotta continua contro un mondo che ci reclama prepotentemente, che vuole coinvolgerci, che pretende le nostre energie, il nostro impegno e la nostra attenzione. Ma qual è l’alternativa?

La vita è breve e non vale la pena sprecarla inseguendo sogni e miraggi. Stare attaccati alla realtà, che non è questa prodotta dalla nostra mente, ma quella che osserva le nostre contorsioni.

 

domenica 25 ottobre 2020

Viveka

 

Viveka è un termine sanscrito che significa discernimento ed è considerato una funzione basilare per accedere alla verità-realtà. Che cosa bisogna discernere? In sostanza il vero dal falso, il reale dall’irreale, il perdurante dal transitorio.

Noi viviamo nella dimensione dell’effimero, dell’illusorio e del temporale. Ma chi ne è consapevole, chi esercita viveka, insomma il testimone, non ne può far parte. Il fatto è che tutto ciò che conosciamo nel nostro mondo è una costruzione legata alla mente e al tempo.

La nostra vera identità non può dunque essere quella che ci appare come un oggetto di conoscenza, ma è colui o ciò che conosce. Non il conosciuto, ma il conoscente. Il testimone, che è al di là dell’inizio e della fine. Un minuscolo puntino di coscienza che la la capacità di osservare il mondo senza farne parte.

Viveka è perciò capacità di distacco.

Non si tratta comunque di avere una fede. Si tratta di sperimentarlo, di esserlo, qui e ora. Senza questa esperienza, non possiamo essere sicuri di niente.

Ricordiamoci non appena possibile nelle nostre giornate infernali che non siamo né il corpo né la mente. E neppure la coscienza abituale. Siamo la coscienza di tutto questo.

 

sabato 24 ottobre 2020

La forza della vita

 

Se vi domandate come mai il coronavirus sia così aggressivo nei nostri confronti e se non sia un mostro, tranquillizzatevi: fa esattamente quel che fa qualunque essere vivente - noi compresi: si riproduce e vuole vivere. Non fa nient’altro che questo. È la forza della vita, di qualunque vita.

Ma perché uccide così tanti esseri viventi? Perché tutti gli esseri viventi lo fanno - e lo fanno a scapito degli altri esseri viventi, vegetali o animali. Questa è la violenza della natura. E se qualcuno ha creato un simile meccanismo infernale, il responsabile è lui.

Noi facciamo la stessa cosa nei confronti degli altri esseri viventi, uccidendoli per nutrirci e per moltiplicarci. E non abbiamo un limite; non a caso stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo.

Si tratta della forza che è stata impressa all’universo (nato non a caso da un’esplosione terrifica) e a tutti i suoi componenti. Una forza feroce che non guarda in faccia nessuno. L’altra faccia del “crescete e moltiplicatevi” è “uccidete, uccidete, uccidete” non importa chi. L’importante è riprodursi.

In questa guerra continua, c’è chi perde e c’è chi vince. Ma non vi illudete - alla fine saremo uccisi tutti.

 

giovedì 22 ottobre 2020

Verso l'invisibile

 

Per noi, è reale ed esistente solo ciò che ha una forma e quindi è visibile. Eppure la materia è costituita da atomi e da elettroni che non sono visibili ad occhio nudo ma che danno forma a tutto ciò che è visibile. Pensiamo che in un centimetro potrebbe stare un miliardo di atomi.

Questo significa che è l’invisibile a dare forma a tutto ciò che è visibile. D’altra parte la mente e la coscienza non hanno alcuna forma, sono invisibili, eppure modellano e rendono comprensibile tutto ciò che esiste.

Se vogliamo andare al fondo delle cose dobbiamo comprendere questa logica e dobbiamo imparare a pensare la nostra natura ultima o prima come senza forma. Dimentichiamoci per un po’ del nostro corpo e restiamo con la coscienza senza forma che è alla base di tutto il mondo visibile. Questo è il metodo della meditazione.

Noi crediamo che le cose senza forma non possano esistere. Invece è il contrario. Sono le cose che riteniamo esistenti che hanno una consistenza effimera, fantasmatica e transitoria; sono consistenti come un sogno. Nascono e muoiono.

Ciò che invece sta alla loro base, il senza forma, la “sostanza” di tutto, non nasce e non muore, non ha inizio e non ha fine; è sempre lì.

Ecco perché in meditazione cerchiamo di svuotare la mente da percezioni, sensazioni, immagini e pensieri. Vogliamo reintegrarci nell’origine senza forma, che ha una notevole caratteristica - è senza tempo.

 

martedì 20 ottobre 2020

Il gioco dei contrari

 

Se tutti siamo alla ricerca della felicità, se si moltiplicano i libri, gli articoli, gli studi e i convegni su questo argomento, vuol dire tutti sentiamo il morso dell’infelicità. Questa è una constatazione esperienziale e logica.

Ora, è inutile andare alla ricerca dei motivi dell’infelicità, dell’insoddisfazione o della sensazione di mancanza. È evidente che dal momento che nasce il senso di essere, nasce un mondo ambivalente e altalenante - ciò che noi chiamiamo dualismo. Nasce la coppia felicità-infelicità, come migliaia di altre altre coppie contrapposte: piacere-dolore, bene-male, vita-morte, ecc.

Questa è la struttura dell’essere e noi non possiamo cambiarla. Non possiamo sceglierci quello che ci piace ed evitare quello che non ci piace. Possiamo tutt’al più contenere i danni, ma anche questo entro certi limiti. Non possiamo certo fermare l’invecchiamento, le malattie, i fallimenti, i lutti, le perdite, gli errori, i tradimenti e la morte.

Tutto va e viene. Quando sentiamo l’esperienza dell’infelicità, cerchiamo l’esperienza della felicità. Ma poi questa non dura a lungo e ci accorgiamo che spesso non dipende dalla nostra buona volontà né dai nostri sforzi.

Le situazioni mutano, che lo vogliamo o no, e noi non possiamo fermare il tempo quando le cose ci vanno bene. Prima o poi cambieranno e noi ci troveremo di nuovo a desiderare la felicità perduta.

Se davvero vogliamo uscire da questa situazione dialettica di incertezza, dobbiamo cercare una soluzione radicale: dobbiamo uscire dalle coppie di opposti e familiarizzarci con il testimone di tutto questo, che osserva senza farsi coinvolgere. Chi osserva questo scenario, sa che si tratta di un gioco inconsistente e ripetitivo.

Ma colui che testimonia è imperturbabile, è al di là, e non ha bisogno di cercare nessuna felicità.

 

lunedì 19 ottobre 2020

L'illusione della coscienza

 

Se non avessimo la coscienza, non sapremmo neppure di esistere. Dunque, questa è la funzione più importante degli esseri umani, sulla quale dobbiamo meditare. Ma, se meditiamo, se scaviamo oltre l’apparenza, scopriamo che tutto ciò che crea la coscienza è un’inconsistente illusione che dura ben poco.

La coscienza crea come un enorme castello di carte, che con un soffio può essere spazzato via in ogni momento.

Ecco perché il processo di illuminazione consiste, alla fine, in una liberazione dalla coscienza. Liberandoci dall’illusione, ritorniamo alla realtà che c’era prima e che ci sarà sempre.

 

venerdì 16 ottobre 2020

Il testimone di tutto

 

Evidentemente siamo molto affezionati al nostro corpo. Se dovessimo dire chi siamo, risponderemmo senza esitazioni che siamo la persona che ha quel corpo. La nostra individualità dipende da quel corpo e dal cervello che gli è collegato.

Ma qui sorge un problema. Mentre è facile individuare il nostro corpo, è più difficile identificare la nostra mente, la nostra psiche, che è quanto mai variabile e dai confini imprecisi.

A dir la verirà, anche il corpo si modifica di continuo. Se guardiamo una foto di quando ervamo bambini, riusciamo a stento a riconoscere che siamo gli stessi di allora - molto è cambiato, sia a livello del corpo sia a livello della psiche. Dunque la nostra identità è incerta. Non solo: è destinata a scomparire.

Dobbiamo perciò ammettere che, se ci esaminiamo bene, sappiamo solo superficialmente e all’ingrosso chi siamo. Siamo quelli lì... e un giorno non troppo lontano moriremo e svaniremo.

Ma qui ci viene in aiuto un’osservazione: colui che dice tutto questo non si identifica né con il corpo né con la mente. È piuttosto una specie di testimone che osserva distaccato entrambi.

L’incertezza esistenziale e l’angoscia ci vengono proprio da questo testimone. Che però, inaspettatamente, è anche un’àncora di salvezza.

Se ci identifichiamo con questo testimone più che con il corpo-mente, abbiamo la possibilità di distaccarci e di posizionarci in un altrove diverso da quello fisico e da quello psichico. C’è in noi una presenza che è altra rispetto al corpo e alla mente. Proprio l’incertezza e l’angoscia ce lo confermano. Noi siamo quel corpo-mente, ma siamo anche altro.

La cultura della meditazione ci dice che dobbiamo addestrarci a identificarci più con questo testimone che con il resto della nostra individualità, sempre compromessa, confusa e dai confini incerti.

Questo testimone che per il momento è individuale, è in realtà la coscienza unica che ha dato vita al mondo, ma che non si identifica con esso. C’era prima e ci sarà dopo.

 

 

 

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Chi siamo

 

Nessuno conosce a fondo se stesso, anche perché ciò che conosciamo è solo un’apparenza inconsistente e cangiante, e tutti apprendiamo a conoscerci lentamente, con il tempo. Anzi, il processo di conoscenza dura tutta la vita, fino agli ultimi giorni.

Se siete giovani, potete immaginare come vi sentirete e chi sarete quando sarete vecchi?

Quando nasciamo, non sappiamo chi siamo e siamo a stento distinti dalla madre. Poi, a poco a poco impariamo a conoscerci e la nostra immagine si sviluppa giorno dopo giorno. All’inizio ci viene imposta dai genitori e dalle persone che ci allevano. In tal senso, è più un condizionamento, per liberarci dal quale dovremo lottare tutta la vita.

Poiché le nostre esperienze si moltiplicano e si diversificano e noi cambiamo continuamente, anche l’immagine che abbiamo di noi stessi cambia.

Conoscere se stessi è sia un processo di scoperta sia un processo di creazione. Se avessimo più vite, alla fine non ci ricorderemmo come eravamo all’inizio.

In ogni caso non possiamo avere una conoscenza “oggettiva” perché noi siamo coloro che conoscono, i soggetti. Non possiamo quindi essere sicuri di ciò che conosciamo. In sostanza, non possiamo sapere “chi” conosce.

Il conoscente, colui che conosce, non è certamente l’immagine che abbiamo di noi stessi. Il conoscente non può essere conosciuto dalla mente umana, con tutte le sue categorie e le sue contrapposizioni. Esso è al di là delle divisioni. Possiamo solo dire ciò che non è, non ciò che è. Ma “quello” noi siamo alla fine, qualcosa di inafferrabile dai sensi e dai concetti.

Questa impossibilità, questa barriera, ci dice che il conoscente ultimo o primo è un testimone al di là della mente, della coscienza e dell’io empirico. Con lui usciamo dalla realtà fisica ed entriamo nella realtà metafisica. Ma questo imponderabile soggetto è esattamente ciò che siamo.

 

lunedì 12 ottobre 2020

Realtà e irrealtà

 

Noi siamo convinti che la realtà sia il nostro corpo, la nostra mente, la nostra individualità e naturalmente le cose che ci circondano. Tutto ciò che ricade sotto i nostri sensi è reale.

Ma esiste un altro criterio per capire che cosa sia veramente reale. Le cose effimere, che vanno e che vengono, che non hanno stabilità e che prima compaiono e poi scompaiono per sempre non possono che essere irreali, illusorie, evanescenti come sogni.

Le cose reali, veramente reali, non possono essere effimere. E l’esistenza umana è breve, transitoria. È paradossale allora che il mondo sia considerato qualcosa di reale. La realtà non può avere un’esistenza temporanea, soggetta al tempo.

La realtà dovrebbe essere ciò che sta al di fuori e prima del tempo, che non è qualcosa di oggettivo, ma qualcosa legato alla nostra mente; non è qualcosa che possa avere un inizio e una fine, ma qualcosa che esiste sempre.

Ci troviamo dunque all’interno di un sogno, di una proiezione illusoria. Ma noi aspiriamo ad altro. Non neghiamo di aspirare all’eternità. Questo è il nostro più grande desiderio.

È con tale convinzione che dobbiamo rivedere il nostro concetto di morte. Non come la fine di tutto o la rinascita in qualche altro mondo. Ma come l’ingresso nella realtà.

 

sabato 10 ottobre 2020

Il potere del sonno

 

Qualcuno si vanta di dormire poco. Ma non è un vantaggio. In realtà, tutti si stancano e hanno bisogno di dormire. È una questione fisiologica, psicologica e spirituale.

Stare svegli e svolgere tutte le attività dello stato di veglia, compreso l’essere coscienti, è un grosso sforzo. Vivere stanca. E l’unico modo per riposarsi e riprendersi è il sonno, uno stato in cui non a caso ci si dimentica di tutto e non si è più coscienti nemmeno di se stessi.

Questo dimostra che dimenticarsi di sé e del mondo è l’unica vera ricarica.

Esistono due tipi di risveglio: risvegliarsi dai sogni della notte e risvegliarsi dai sogni dell’esistenza quotidiana. E, quando ci si risveglia, ci si sente riposati e nuovi.

Ed ecco il perché del sonno notturno e di quell’altro sonno che chiamiamo morte.

Anche la morte ve vista come una ricarica dalle fatiche della vita.

 

venerdì 9 ottobre 2020

Il peccato originale

 

C’è sempre qualcosa di negativo nei miti sulla creazione, c’è sempre qualcosa che va storto, c’è sempre una “caduta”, un peccato originale.  È come se gli uomini si rendessero conto inconsciamente che la venuta al mondo non è tutta rose e fiori, che c’è un prezzo salato da pagare.

Il fatto è che la venuta dell’essere spacca l’unità originale, dove non c’erano problemi, e pone in essere anche il non-essere. Insomma la venuta dell’essere è di per sé un disastro nella struttura originaria.

Perché al mondo ci sono tante malattie? Perché ci dev’essere sempre il gioco vita-morte, bene-male, inizio-fine, crescita-decrescita, ecc.

Prima evidentemente non c’erano né essere né non essere, né vita né morte, né inizio né fine, ecc. È la creazione che mette al mondo la divisione, la spaccatura, insomma il dualismo, inerente del resto a ogni processo di evoluzione.

All’origine c’era l’insieme, poi è venuta la divisione, la lotta, il contrasto, la guerra per la sopravvivenza, lo sfacelo.

Perché ci sia vita, ci devono essere guerra e morte – è la logica del male. Tutti devono scontrarsi e uccidere gli altri per vivere. È evidente: ecco perché in ogni mito, c’è una caduta.

Dentro di noi, in fondo, ce ne rendiamo conto. C’è una parte di noi che si ricorda con nostalgia dell’origine in cui non c’erano né affanni né problemi. È il testimone che, nonostante ogni allettamento, se ne sta distaccato. È in attesa del ritorno nella tranquillità.

mercoledì 7 ottobre 2020

La pubblicità della vita

 

Quando si espone una visione del mondo che getta ombre sul valore della vita, è quasi istintivo rifiutarla: sembra contro natura. E lo è. La vita difende se stessa, vuole se stessa e non ammette che qualcuno la metta in dubbio. Anzi, diffonde negli esseri viventi amore per se stessa.

Non c’è religione che non sia favorevole alla vita, considerandola il bene primario e promettendone addirittura un’altra dopo la morte. E non c’è organismo vivente che non voglia riprodursi. È un vero e proprio istinto, inscritto in ogni cellula.

Ma arriva il guastafeste: la consapevolezza che mette in crisi questo quadro idilliaco e il vantaggio di venire al mondo.

La vita ama la vita, dona un notevole piacere nelle faccende della fecondazione e della riproduzione e sostiene la convinzione che vivere sia piacevole, quasi un pranzo di nozze del tutto gratis. Ma non è vero. Già nella Bibbia troviamo la maledizione del presunto creatore: “Uomo, tu lavorerai con il sudore della fronte; donna, tu partorirai con dolore”. Ed arriva anche la constatazione buddhista che l’esistenza sia comunque uno stato di insoddisfazione e di sofferenza.

Sotto ogni pubblicità c’è sempre un inganno: ciò che compri deve essere pagato a un prezzo più o meno caro e ciò che ottieni non è mai corrispondente alle promesse.

Con ciò dobbiamo dire di no alla vita? No, ma guardarla con distacco, capire il trucco, i limiti e i difetti e, soprattutto, non riprodurci a casaccio. Chi mette al mondo la vita mette al mondo la morte.

martedì 6 ottobre 2020

L'incendio cosmico

 

All’inizio c’è uno stato senza tempo e senza spazio, senza ego e senza coscienza, senza inizio e senza fine – diciamo eterno, ma non immutabile. Tant’è vero che all’improvviso c’è stata un’esplosione che è diventata il mondo che conosciamo, con il tempo, lo spazio, la vita, la coscienza, l’individualità, l’inizio e la fine.

Insomma, dall’eterno è nato il provvisorio e il precario, con i piaceri e le sofferenze, con le nascite e con le morti. Con quale vantaggio?

Ora, di questa esplosione possiamo dire che sia voluta o che sia un incidente casuale, come succede a chi maneggia fuochi artificiali o altri materiali esplosivi.

A questo punto, il nostro dovere o il nostro destino sarebbe quello di spegnere l’incendio, non di continuare a spargere fiamme.

domenica 4 ottobre 2020

Chi domina il tempo?

 

Se v’illudete di dominare gli avvenimenti, scordatevelo. Sono gli avvenimenti che dominano voi. E, a loro volta, essi sono dominati da un divenire impersonale e imperscrutabile, messo in azione dalla coscienza.

La mente produce continuamente pensieri, e non può fermarsi. Proprio come il respiro, non può arrestarsi. Il massimo che potete fare è starvene tranquilli, osservarli e rallentarli, calmando voi stessi o dormendo. Ma non di più.

Naturalmente cercate di ottenere le cose che vi piacciono, ma non potete eliminare quelle che non vi piacciono. In entrambi i casi non dominate nulla. Voi che cosa scegliete? I genitori, la vita, l’ambiente, il Dna, il tempo..? Ciò che credete di scegliere è ciò che è stato scelto per voi. E dunque siete delle pedine di un gioco le cui regole non sono state scelte da voi.

Se per caso date all’autore di questo gioco il nome di Dio, allora siete dominati da lui e voi non contate comunque nulla.

Su che cosa avete un vero controllo? Potete controllare il tempo, le malattie, l’invecchiamento, la morte?

Se capite tutto ciò, potete diventare dei testimoni che osservano tutto, senza aderire a nulla. Gli altri, dominati da un’ignoranza universale, sono poveri giocattoli destinati ad essere resettati.

Tre metafore

 

Noi crediamo di essere degli individui, come dei puntini, circondati da altri individui e da un mondo esterno. E questo è l’errore primario. In realtà siamo il tutto che si è identificato con un puntino e… con la sofferenza che ne deriva..

Questa convinzione dipende dalla coscienza che un giorno sparirà. Prima non c’era e poi sparirà, e con essa tutto il palcoscenico che ha creato: con gli individui, con lo spazio, con il tempo, con la terra e con il cielo.

Dopo questo breve intervallo, rimarrà ciò che siamo sempre stati e che sempre saremo.

La nuvola scorre via e ritorna il sole con la sua potente luce.

Oppure, il film si ferma, tutte le immagini proiettate spariscono di colpo e si riaccende la luce in sala, mostrando la realtà che in effetti non se n’era mai andata.

Oppure, noi ci svegliamo e in un attimo il sogno sparisce e ritorniamo a ciò che già eravamo.

Voi direte: ma sparirà anche la coscienza di essere un io!

Appunto, era un epifenomeno transitorio e non essenziale.

sabato 3 ottobre 2020

Oltre il tempo

 

Se crediamo che il nostro stato di veglia corrisponda al nostro massimo livello di consapevolezza, ci sbagliamo: siamo anche noi in preda all’illusione. Certo non è il confuso stato di sonno con sogni, ma non è neppure uno stato di grande chiarezza. Ci troviamo comunque in un altro tipo di sogno.

Ciò che crediamo essere la realtà è solo un grande teatro, una rappresentazione, una proiezione immaginaria. Quindi, all’interno di questo sogno, anche la nostra lucidità è limitata.

Del resto, non possiamo essere troppo a lungo e troppo intensamente consapevoli, svegli, vigili. Ben presto ci stanchiamo e il nostro cervello deve riposare o attraverso diversivi o attraverso il sonno. Il nostro stesso senso di essere è limitato.

Crediamo di essere completamente presenti alla nostra esperienza di essere. Ma anche questa è un’illusione. La nostra identità non è all’interno del film proiettato dalla mente – quello è un personaggio che è destinato a dissolversi insieme alla coscienza.

Noi siamo lo spettatore, il testimone di questo gioco cosmico - al di fuori.

venerdì 2 ottobre 2020

Il paradosso di Dio

 

Se Dio è onnipotente e capace di creare tutto, può creare qualcosa su cui non ha potere?

Se rispondete di sì, vuol dire che non ha potere su una cosa e quindi non è onnipotente.

Se rispondete di no, vuol dire che non può tutto e dunque non è onnipotente.

Potrebbe sì ritirarsi volontariamente da una cosa. Ma allora in quella cosa non ci sarebbe.

Che sia successo così nel nostro mondo? Sarebbe la morte volontaria di Dio, la scomparsa di Dio.

In questo caso, potreste dire che Dio non esiste per sua libera scelta.

Attimi di realizzazione

 

Ciò che dice: “Il tutto è nulla”, “il tutto è illusione”, “il tutto è apparenza” o “il tutto è temporaneo” non può essere a sua volta un nulla o un’illusione.

Ecco perché la vera meditazione e la vera realtà consistono nel proprio essere consapevoli del proprio essere coscienti. In quel momento, per un attimo, salta fuori la realtà, senza la divisione soggetto-oggetto. È un attimo, perché di più non riusciamo a sostenerla.

Il processo di mitizzazione

 

Gli esseri umani non sono in grado di guardare direttamente in faccia la realtà. No, devono mitizzarla. Il processo di mitizzazione consiste nel separare il bene dal male e nell’abbellire il tutto. Così succede per personaggi come Gesù, per il quale si è convinti che abbia predicato soltanto cose buone. Ma da Gesù, o per lo meno dal “Gesù dei Vangeli”, vengono fuori anche aspetti negativi, come l’autoritarismo, le ambizioni personali e l’antigiudaismo.

Se questo succede per personaggi storici o semi-storici, figuriamoci per Dio, che diventa semplicemente il mito del bene disgiunto dal male. Come se i due poli potessero essere separati. Eppure è evidente che anche da Dio viene il male.

Yin e yang vanno sempre insieme e nessuno dei due può essere separato dall’altro. Guardare in faccia la realtà significa contemplare contemporaneamente i due aspetti contrari.

 

giovedì 1 ottobre 2020

Religioni autoritarie

 

Al cimitero Flaminio di Roma spuntano croci di bambini mai nati con sopra il nome delle madri che non hanno mai dato il loro consenso a questa macabra sepoltura. Chi sono i responsabili? Ovviamente gruppi di cattolici oltranzisti che, in barba a ogni legge sulla privacy, vogliono colpevolizzare le donne che hanno abortito e condizionare quelle che vorrebbero farlo.

Un simile comportamento è tipico delle religioni assolutiste e autoritarie, per le quali esiste solo la loro verità e tutte le altre hanno torto e devono adeguarsi. Per loro, le opinioni e le fedi altrui non hanno alcun valore. Disprezzano chi non la pensa come loro. Non c’è nessuna libertà di scelta, non c’è rispetto per chi la pensa diversamente.

Si capisce perché queste religioni siano sempre alleate con tutti i regimi autoritari di questo mondo che vogliono imporre regole uguali per tutti e non ammettono la possibilità di dissenso.

Chi dice che si tratta di gruppi di fanatici e che Gesù era santo e buono e non sarebbe stato d’accordo con questo comportamento offensivo e aggressivo, si rilegga la parabola del convito nel Vangelo di Luca in cui (14, 23) un padrone vuole invitare alla sua cena un po’ di persone, ma nessuno accetta. Non sappiamo perché la gente non amasse quel padrone, ma da quel segue abbiamo un sospetto.

Infatti, arrabbiato, il padrone dice al suo servo: “Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare (compelle intrare, in latino), perché la mia casa si riempia”.

Chi crede che nei Vangeli ci siano solo valori positivi di amore e compassione, se li rilegga bene. Ne esce una cultura autoritaria di vecchio stampo che non riconosce dissensi e vuole costringere tutti a ubbidire.

 

lunedì 28 settembre 2020

Piccoli risvegli

 

Quando sogniamo, il mondo è costruito dalle immagini proiettate dalla nostra mente, che noi crediamo reali. Solo qualche volta ci viene l’idea che stiamo sognando e allora ci svegliamo.

Ma anche lo stato di veglia è identico. È la nostra mente che proietta immagini e convinzioni, che noi crediamo reali.

Anche qui, però, qualche volta ci viene l’idea che tutto ciò che vediamo e percepiamo non sia che un sogno e compiamo un balzo di consapevolezza.

In quel momento abbiamo come un piccolo risveglio.

Il problema è che l’esperienza è troppo breve e che veniamo subito ripresi dalle illusioni del sogni dello stato di veglia.

L’unica illuminazione sarebbe dimorare il più a lungo possibile in questo stato di risveglio.

La coscienza creatrice

 

Noi siamo convinti che esista una realtà oggettiva, al di fuori di noi, una realtà che percepiamo attraverso i sensi e la mente. Ma ci sono casi in questa idea viene smentita. Quando per esempio ci chiediamo se il bicchiere sia realmente mezzo pieno o mezzo vuoto, ci accorgiamo che non esiste un’esperienza oggettiva e che tutto dipende dalle nostre valutazioni. Così scopriamo che non esiste un dato oggettivo prima che qualcuno osservi il bicchiere. Il bicchiere in sé può essere entrambe le cose o nessuna delle due. Solo chi lo osserva determina la realtà del bicchiere a metà.

I paradossi della logica (e ce ne sono tanti) ci indicano che la nostra razionalità dualista non coglie affatto la realtà, ma ne dà un’interpretazione, sempre limitata. È la nostra mente che dice che il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma il bicchiere in sé?

Il bicchiere in sé non esiste. Tutto è proiezione e interpretazione della coscienza creatrice. È lei che presiede il Big Bang e il mondo che ne è nato. Ed è esattamente la stessa che è attiva in ognuno di noi.

 

domenica 27 settembre 2020

L'indottrinamento religioso

 

Finché le religioni non saranno che parole, comandamenti, prescrizioni, concetti, rituali, simboli, chiese e organizzazioni umane per ottenere il consenso popolare, saranno esteriorità senza fondamento e senza spirito.

Lo vediamo bene in Italia dove si fanno battaglie per mettere i crocifissi nelle aule scolastiche e nei tribunali e per diffondere l’indottrinamento religioso fin dagli asili nido. Chi ti ha creato? Dio. E chi ha voluto la Chiesa? Sempre Dio. E Dio com’è? Bontà e amore… Dunque… Qui lo Stato non è laico ed esiste uno scandaloso connubio tra politica, religione e mondo degli affari. Qui la religione non è liberazione ma condizionamento.

Quando ascoltiamo di un insegnante sospeso per un mese dalla Cassazione perché occultava un crocifisso durante la sua lezione, ci domandiamo se siamo ancora nel Medioevo.

Ebbene, sia chiaro che l’unica divinità è la nostra coscienza, perché senza di essa non esisterebbero né il mondo né Dio. Di conseguenza l’unica vera pratica religiosa è liberarsi degli schemi ideologici e degli interessi terreni personali e dimorare nella propria coscienza. Solo così scopriamo che ciò che ci dicono non è vero e che le risposte stereotipate delle religioni sono false.

Tutto il resto sono miserie umane e ambizioni egoiche per contare qualcosa nel mondo grossolano in cui viviamo e che contribuiamo a corrompere. Crocifissi o non crocifissi.

Pensiamo che Trump nomina alla Corte suprema un giudice donna "cattolica di ferro" perché sa che un cattolico è un conservatore. Come mai la religione si è ridotta a questa funzione reazionaria? Dio non era il creatore?

sabato 26 settembre 2020

Come cani ammaestrati

 

La coscienza è sì la creatrice di questo mondo, dato che permette la visione e la comprensione secondo determinate categorie, ma è la creatrice di un mondo duale. E, finché c’è dualismo, c’è divisione, contrasto, lotta e dunque sofferenza. Quando invece ci ritiriamo dalla coscienza del mondo e applichiamo la coscienza a se stessa, otteniamo uno stato di consapevolezza pura che è privo di sofferenza.

Ora, fin da adesso potremmo fare questa esperienza, seppure in modo discontinuo e confuso. Ma, dato il nostro sistema di vita con i suoi molteplici impegni e con le sue distrazioni, è difficile per noi fare una meditazione prolungata e profonda.

Inoltre, ben poco dipende dalla nostra volontà: non siamo certo nati per una nostra decisione. E così moriremo, volenti o nolenti. La morte è già inscritta nel nostro DNA.

La vecchiaia dovrebbe essere il periodo della vita in cui dovremmo tirare le fila delle nostre esperienze e praticare di più la consapevolezza della vita e della morte. Ma una dissennata filosofia ci spinge ad apparire e a comportarci da giovani, come se il tempo non ci avesse completamente segnati e cambiati.

Così se ne va un’occasione preziosa e gli uomini vivono come cani ammaestrati, che fanno ciò che viene imposto loro dai tanti padroncini del mondo.

Meditazione è anche ribellione al modo di vivere che va per la maggiore, è essere anticonformisti nel senso migliore del termine.

giovedì 24 settembre 2020

I salvatori del mondo

Molti si sono illusi e si illudono di salvare il mondo inventandosi ogni genere di formula, di regola, di espediente e di messaggio. Ma il mondo va avanti come è sempre andato, con il suo carico di sciagure, sofferenze, gioie, nascite e morti. Gli uomini continuano a competere e uccidersi come all’alba della creazione.

Abbiamo inventato la scienza, la tecnica, le religioni, l’arte, le nazioni, gli ordinamenti sociali, il diritto, la filosofia, i viaggi spaziali, ecc. Ma, per salvare il mondo, bisogna innanzitutto stare fermi e immobili, senza sforzarsi, senza fare nulla, in silenzio, nel proprio stato naturale, attenti solo a quello straordinario fenomeno che è la coscienza.

La coscienza è l’unica strada e l’unico mezzo: tutto il resto segue. Senza coscienza non ci sarebbe il mondo, non ci saremmo noi e non ci sarebbe Dio. È attraverso di essa che il tutto ha preso coscienza di sé, dopo essere stato per miliardi di anni del tutto inconsapevole. Non è il potere creatore del cosmo?

Più che essere dei pensatori, degli scienziati o dei sacerdoti, dobbiamo essere dei testimoni della nostra stessa coscienza. Anche gli animali sanno di esistere e hanno il senso dell’io, ma non possono meditare perché non possono essere testimoni della loro coscienza.

La coscienza, pur essendo alla base del nostro vedere, è invisibile. Non può essere vista come un oggetto qualsiasi. Può solo essere percepita come un sentimento o un’emozione.

Se dunque volete aiutare il mondo, non fate nulla di speciale, ma mettetevi a essere consapevoli della vostra stessa coscienza. A quel punto, scoprirete che anche la coscienza è destinata a sparire. E quindi alla sua base, alla base del tutto, si deve trovare qualcosa che è al di là dell’essere e del non essere, dell’essere coscienti e del non essere coscienti, del nascere e del morire.

Che cos’è?

Se potessimo definirla, non sarebbe Quello che è. 

martedì 22 settembre 2020

La competizione universale

 

Leggevo su un giornale un articolo in cui si diceva che “la nostra esistenza è basata su una filosofia terribile: quella della competizione”. Infatti dappertutto si invitano i giovani a essere i più bravi, i più performanti, i più vincenti, i più ricchi, i primi della classe, ecc. E si concludeva: “Che il Padreterno ci dia una mano” a cambiare le cose.

Ma non è possibile. Purtroppo questa filosofia non è un’invenzione dell’uomo, ma proprio di… Dio. Tant’è vero che esiste in tutta la natura. La lotta per la sopravvivenza, per cui è sempre il più forte che vince, non è un fatto sociale, ma un dato naturale. Ed è inscritta negli istinti più profondi degli esseri viventi.

Tutti, per mangiare o per accoppiarsi, devono competere, in una guerra continua degli uni contro gli altri.

Non serve dunque a niente invocare Dio perché la cambi. Solo chi è consapevole di questo infernale meccanismo e riesce a non essere competitivo nella vita di tutti giorni, può fare qualcosa. Ma deve andare per così dire contro natura.

lunedì 21 settembre 2020

La malattia di essere

 

La coscienza non è nient’altro che il senso di essere. Ma questo senso di essere, che si forma a poco a poco e si consolida gradualmente cambiando di continuo, è anche la scoperta di essere soli, isolati, condizionati da tempo, spazio e mille altre cose e destinati alla morte - dunque un senso di sofferenza che a tratti diventa intollerabile.

Ed è talmente penoso che molti ricorrono ad ogni genere di droga, naturale o artificiale, per non pensarci.

Il fatto è che la nostra vera natura è al di là di essere e non essere, di tempo e di spazio, di inizio e di fine, eccetera eccetera… e resta la nostalgia di un paradiso perduto.

Quanta ignoranza al mondo! Quando nasce un figlio, quando costringiamo l’incondizionato a coagularsi in un pezzo di materia, festeggiamo. Invece è un funerale.

È vero che o momenti di felicità si alternano a quelli di infelicità. Si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Tutti hanno ragione, dipende dai punti di vista. Però anche dall’esperienza: non tutte le esperienze sono uguali. C’è chi è più fortunato e chi meno. Ma, come osservava il Buddha, nessuno può sfuggire a malattia, vecchiaia e morte.

venerdì 18 settembre 2020

Tutto è uno

 

La nostra convinzione è che senza tempo e senza spazio, senza inizio e senza fine e senza tutte le coppie antinomiche del mondo, non ci sia più nulla. Ma è un errore della nostra mente duale che ha bisogno per “capire” di isolare, dividere, spezzettare e contrapporre. Il che è assurdo dato che “capire” (da cum-capere) significa comprendere, collegare (yoga) e unificare. Le cose sono tutte unite e all’origine sono un tutt’uno. La stessa scienza ci dice che questo immane universo ha avuto origine dall’inflazione improvvisa di un punto infinitesimale.

Dunque, certe antiche intuizioni avevano visto giusto.

Tutto è uno - e ogni cosa è tutto. E' questo che in meditazione dobbiamo recuperare: l'unità del tutto.

giovedì 17 settembre 2020

Il paradosso della conoscenza

 

Il paradosso è che ciò che crediamo di sapere di noi stessi non è vero, perché la nostra conoscenza abituale – quella fatta di concetti, parole, definizioni, contrapposizioni, immagini e percezioni - non può cogliere ciò che siamo veramente, in prima o in ultima istanza. Mentre infatti la nostra conoscenza è duale (cioè conosce ciò che è diverso da sé), il Sé, l’atman, non è duale (ossia è prima del sapere nostrano).

A noi sembra di essere un certo corpo-mente, e lo siamo in questo mondo. Ma il Sé è anteriore a questa conoscenza: è ciò che conosce e non ciò che è conosciuto. È il testimone.

Nel mondo del Sé non c’è né inizio né fine, né tempo né spazio. Mentre per il nostro ego attuale, la fine del corpo-mente è terrorizzante e fa sperare in qualche Dio che ci salvi, per il Sé la morte è una grande gioia. È la fine delle illusioni.

C’è dunque una bella differenza tra chi muore con la convinzione di essere un ego dotato di corpo-mente e chi è convinto di essere già al di là. Ciò che muore è un’apparenza, un rivestimento, un’illusione.

La conclusione è che non possiamo conoscere con i nostri concetti ciò che siamo veramente, ma solo esserlo.

Da qui la necessità dell’immedesimazione meditativa e l’inutilità delle preghiere e delle altra pratiche religiose che sono solo prodotti della mente.

mercoledì 16 settembre 2020

Essere meno umani

 

Siamo così pieni di noi stessi che per noi “essere umani” significa essere buoni, comprensivi e generosi. Ci sembra di aver raggiunto la perfezione. Ma non è così: di strada verso la perfezione ce n’è ancora tanta. E non coincide con l’essere più umani.

Sarebbe ora di superare i limiti della nostra umanità, che resta ancora nel campo dell’animalità, e di non essere semplicemente umani. Non disumani, ma oltre-umani.

La vera religione non è adorare questa o quella divinità, ma è la meditazione, e la meditazione consiste nel prestare attenzione al nostro essere coscienti. Sì, perché di solito siamo abituati a prestare attenzione a qualunque cosa esterna, tranne che alla nostra stessa coscienza. Anche nelle religioni tradizionali.

L’uomo non si limita ad abitare il mondo, ma lo sfrutta e lo consuma. I grandi esploratori del passato avevano sì sete di conoscenza, ma erano sempre guidati da un desiderio di arricchimento e di sfruttamento delle terre e degli abitanti scoperti. E lo stesso avviene oggi nelle esplorazioni scientifiche e in quelle spaziali. Vorremmo magari conquistare qualche altro pianeta per fargli fare la fine di questo.

Tutto brucia in noi, fisicamente e mentalmente.

Tutto in noi è superficiale e rivolto all’esterno. Ma il testimone ultimo sta altrove, nel profondo e nell’interno. Anzi, è dappertutto.

Il nostro massimo desiderio sarebbe sopravvivere come individui in qualche paradiso. Ma queste sono fantasie dettate dal nostro egocentrico spirito utilitaristico.

La meta è un’altra: fondersi con il tutto, non con un pezzetto qualsiasi di un universo che, oltretutto, è una nostra proiezione.

 

lunedì 14 settembre 2020

Venire al mondo

 

Venire al mondo non è un atto compiuto dal soggetto che nasce – è un atto subìto. Noi non nasciamo, ma veniamo fatti nascere. Sono i nostri genitori che ci mettono al mondo. Noi non abbiamo scelta. Quindi, anche il senso dell’essere, l’io e la coscienza non vengono scelti da noi, ma ci vengono imposti. È vero che è un dono, ma non è detto che sia gradito, tanto più che talvolta colui che nasce ha grosse menomazioni che rendono la sua vita un inferno.

Tutto questo per dire che far nascere è una grossa responsabilità, senza contare che ciò che si mette al mondo è destinato a durare poco e a morire.

Le persone più evolute queste cose le sentono più o meno consapevolmente – e infatti fanno sempre meno figli. Ma la maggior parte risponde a semplici istinti, come tutti gli animali. Anche qui la scelta è fortemente condizionata da pesanti droghe (ormonali) che sono finalizzate alla riproduzione. Non a caso il piacere più potente è quello sessuale.

Perciò la libertà di scelta viene coartata, anche nei genitori.

Il quadro è quello di un sistema che non ci vuole far pensar tanto e che vuole imporci le sue scelte. "Dovete riprodurvi… vi do anche uno zuccherino, insomma ubbidite!"

Ma la natura agisce per il bene di se stessa, non per quello degli individui. Anzi, gli individui vengono sacrificati: pensiamo per esempio alle fatiche e ai pericoli delle gravidanze, e pensiamo all’impegno e agli sforzi che richiedono i figli. Se fare figli non fosse così piacevole, la vita si sarebbe estinta da un pezzo.

Alla natura, in realtà, non importa se siamo felici o meno, se ci realizziamo o meno. E, non appena smettiamo di essere fertili, possiamo anche essere eliminati.

Queste constatazioni ci devono mettere sull’avviso: nel fare figli sono attive potenti forze che non vogliono lasciarci libertà. E noi invece cerchiamo la liberazione da tutti i condizionamenti, piacevoli o spiacevoli che siano.

Per noi, venire al mondo ha un altro significato: diventare consapevoli delle potenze cui siamo soggetti e cercare di non dipendere più da interessi altrui. La prima volta, ci fanno venire al mondo; la seconda dipende da noi.


sabato 12 settembre 2020

Il Dio alienato

 

Molta gente crede che si debba adorare e propiziare Dio con preghiere, rituali, letture, riflessioni, donazioni, pellegrinaggi, sacrifici e quant’altro. Ma, se riuscite a stare seduti percependo la vostra stessa coscienza e rimanendo in silenzio, senza chiedere nulla, senza desiderare nulla, quella è la più grande preghiera. In tal modo, uscite dalla modalità “umana” del trattare, del rapportarsi, del comunicare, dello scambiare e del commerciare per entrare in una sorta di immedesimazione in cui il soggetto e l’oggetto raggiungono il massimo ravvicinamento - scoprendo alla fine che coincidono. “Tu stesso sei Quello” dicono le Upanisad.

giovedì 10 settembre 2020

Le tensioni della mente

 

La mente non è mai a riposo, tanto che è stata paragonata a una scimmia che non sta mai ferma. La sua attività è talmente febbrile che, per darle un po’ di sollievo, è necessario il sonno notturno. Ma anche qui può continuare a sognare, e solo nel sonno profondo senza sogni, senza pensieri, senza desideri, senza bisogni, senza immagini, senza angosce, senza stress, senza piaceri e senza paure, smette veramente di lavorare.

Di giorno, per darle in pasto qualcosa che non la faccia impazzire, sono stati inventati passatempi, giochi, divertimenti, futilità e attività che la tengano impegnata.

La meditazione vorrebbe essere d’aiuto per darle un po’ di sollievo, tanto che Patanjali, nei suoi Yogasutra, definisce la meditazione (dhyana) la sospensione delle attività mentali.

Ma, quando cerchiamo di fermare le varie attività mentali, ci accorgiamo di quanto sia difficile. Più che esserne noi i padroni, ne siamo gli schiavi, i funzionari.

D’altra parte, la mente non si limita a produrre pensieri, immagini e desideri, ma è anche la vera creatrice di questo mondo. La mente proietta le varie forme che vediamo - e anche il tempo. La mente è il divenire.

Tutto il nostro mondo è proiettato come in un film dalla mente. E, finché siamo legati ad essa, per noi non c’è scampo dalle tensioni della vita.

Dunque, se vogliamo la pace, se vogliamo uscire dalla bolgia infernale che ci siamo creati, dobbiamo cercare ciò che sta al di là e prima della mente, ciò che sta al di là e prima del tempo. Guardiamo al sonno, alla meditazione e all’intensificazione della consapevolezza profonda come esempi e mezzi.

Non troveremo forse la verità, ma ci libereremo almeno per un po’ dalle falsità, dalla apparenze e dalle rappresentazioni.

Il funerale di Dio

 

In fondo, è evidente che questo mondo, con tutti i suoi difetti, la sua violenza e la sua grossolanità, non può essere stato creato da una Mente perfetta e spirituale – pensiamo per esempio ai semplicistici meccanismi di riproduzione, che agiscono al momento opportuno come droghe e che sono validi sia per gli animali sia per gli esseri umani. Ricorrere a questi mezzucci per costringere gli esseri viventi a riprodursi rivela un disegno primitivo e truffaldino, un piano per costringere addirittura con lo stordimento e l’inganno.

È la vita che progetta strumenti del genere, una vita che non guarda in faccia nessuno ed è fine a stessa.

Stando così le cose, non credere a un Creatore è un mezzo per salvare Dio, ma un Dio che è molto diverso dalle nostre fantasie mitico-religiose – qualcosa di non pensabile e non rappresentabile, qualcosa che mette fuori gioco tutte le religioni.

Un tempo si credeva agli dei, e oggi non ci si crede più. Ma il nostro Dio, con tutte le persone divine di contorno, non è tanto diverso dagli antichi dei: è solo una loro derivazione. Un prodotto umano, troppo umano per essere credibile. E farà la stessa fine degli antichi dei pagani. Morirà alla coscienza umana.

La mente può capire che cosa non è vero. Ma non può dire che cosa sia vero. Si pone di fronte al proprio limite e dice: “Al di là, oltre questo confine c’è una realtà che non mi è possibile capire…”.

 

lunedì 7 settembre 2020

L'essenza della meditazione

 

In sostanza, la meditazione consiste nell’applicare la consapevolezza alla coscienza stessa. Noi crediamo che la consapevolezza sia uguale in tutti e in ogni momento, ma non è così. Esistono vari livelli nelle diverse persone e anche in una stessa persona da un momento all’altro. Meditare è purificare, allargare, intensificare e sviluppare la propria consapevolezza.

Nell’essere umano, coscienza e consapevolezza si sviluppano a poco a poco. Il bambino ne ha molto poca. All’inizio non sa neppure di essere un individuo separato.

Nel successivo processo di sviluppo, la coscienza e la consapevolezza vengono influenzate pesantemente dai genitori e dagli altri educatori. In realtà il processo di crescita è innanzitutto un processo di condizionamento. Sta poi al singolo farsi una propria educazione, una propria personalità e un proprio senso dell’essere. Da una parte deve liberarsi dalle credenze acquisite e dall’altra parte farsi idee proprie, basate sull’esperienza.

Ma la meditazione è un processo sottile cui si arriva con difficoltà. È il proprio senso di essere che deve essere messo nel mirino. Da dove salta fuori e come è connotato?

In altre parole, bisogna capire come nasce la coscienza e sviluppare la posizione del testimone. L’universo è partecipativo e la realtà richiede sempre un osservatore che lo faccia precipitare. Dunque sono la coscienza e la consapevolezza che ci fanno vivere nel mondo in cui ci troviamo ed essere quel che siamo. E, se questo è vero, attraverso la coscienza e la consapevolezza possiamo cambiare il nostro stesso statuto e il panorama che ci circonda.

Oggi, questo viene fatto a livello inconscio e faticosamente. Ma, con la meditazione, potrebbe essere sviluppato intenzionalmente su linee a noi più favorevoli.

sabato 5 settembre 2020

La legge del padre

 

Gesù avrà anche predicato l’amore e la pace, ma è stato vittima di un’illusione. Che il creato potesse essere redento e pacificato.

Quello che non aveva capito (e che per noi è chiaro) è che il “padre suo” non aveva intenzione di cambiare la sua legge. E infatti lo ha fatto crocifiggere in un’apoteosi di sofferenza e di violenza.

Gesù era un po’ come uno che predicasse la pace mentre i suoi facevano la guerra. Un utopista, uno che si era sbagliato, uno che non aveva visto chiaro.

Avrà anche fatto vedere i ciechi, ma lui stesso non aveva visto che la legge del padre era ed è implacabile. Nessuno è riuscito a cambiarla. Ed oggi è come ai tempi antichi.

Il suo sacrificio, dunque, è stato inutile. I grandi passano ma il mondo è sempre lo stesso.

Del resto, anche se avesse vinto lui, nulla sarebbe cambiato. Lui sarebbe diventato una specie di papa, un capo politico-religioso, e i suoi seguaci avrebbero costruito qualche Chiesa, imprigionando la verità.

La legge del padre non cambia, è come un macigno che pesa su tutto e su tutti, e non c’è nessun sacrificio che serva a redimerla.

Bisogna innanzitutto capirla e capire quale sia la realtà da cui proveniamo una realtà in cui la legge del padre non conta più niente.

Viveka

 

Viveka in sanscrito significa discernimento tra vero e falso, chiara comprensione. Ed è una facoltà molto utile perché a volte le cose le sappiamo solo confusamente o non ci pensiamo affatto.

Per esempio, noi sappiamo di essere e di essere coscienti. Ma più in là non andiamo. Siamo circondati da troppi misteri. Sappiamo soltanto che il senso di essere e la coscienza sono legati al corpo e alla mente, e sono destinati a sparire.

Ma non sappiamo da dove vengono. Prima che nascessimo e ci formassimo non c’erano, poi compaiono e infine scompaiono. C’è qualcosa che ci sfugge, che non è affatto chiaro. Ed è qui che dobbiamo usare viveka.

Per farlo, dobbiamo osservare meglio il fenomeno della coscienza, che è alla base del senso di essere. Se questi compare e scompare, come per un gioco di prestigio, vuol dire che viene da una condizione preesistente che non ha affatto bisogno di una tale consapevolezza.

C’è qualcosa prima che può “essere” senza il senso dell’io. Per noi è impossibile definirla perché i nostri concetti sono duali ed hanno bisogno di un soggetto. Ma colui o ciò che ne è consapevole è a sua volta un pezzo di quel quid indefinibile.

Ecco perché la meditazione deve essere una reintegrazione di ciò che c’era prima di tutto, prima della coscienza stessa.

giovedì 3 settembre 2020

Il terrore di perderci

 

La nostra massima paura è perdere ciò che ci contraddistingue: il nostro io, la nostra individualità, la nostra identità. Per noi questa è la morte. Anche se rimanessimo in vita, ma perdessimo la coscienza, sarebbe comunque la morte.

       Siamo così attaccati alla nostra identità che il successo delle religioni dipende dal fatto che ci promettono la sopravvivenza individuale dopo la morte.

       Però dall’Oriente ci viene un’altra idea: che la fine dell’individualità non sia la fine di tutto, ma l’acquisizione di una libertà priva di vincoli. In tal senso si parla di liberazione.

       La nostra coscienza, liberata da speranze, desideri e paure, cioè dal senso dell’io, si allarga all’infinito e contiene il mondo intero.

Contrariamente all’etimologia comune (individuus = non diviso), l’individuo è diviso sia dagli altri sia al proprio interno - è il regno della dualità, tanto che il contrario dell’individualità è la non-dualità. In ognuno di noi alberga non un’identità fissa e unica, ma una molteplicità cangiante. L’io è sempre diviso ed è un campo di impulsi contrari.

Il problema è che ciò che noi conosciamo non è ciò che conosce: abbiamo sempre un’idea sbagliata della nostra identità. Colui che conosce non è l’io che crediamo di conoscere, ma il testimone a priori. Quella è la nostra vera identità, qualcosa che non sta affatto entro i limiti del conosciuto. Ed è con lei che dovremmo familiarizzarci.

 

martedì 1 settembre 2020

Il padrone e lo schiavo

 

Tutto questo inginocchiarsi, tutto questo inchinarsi, tutto questo prostrarsi, tutto questo umiliarsi… non c’è niente da fare – per i credenti Dio è il Potente per eccellenza che può schiacciarti o favorirti, che può chiederti tutto (anche uccidere tuo figlio), che può importi ogni sacrificio, anche quello della vita… quando e se lo vuole Lui.

In tal modo, non usciamo mai dal teatrino sadomasochista tra il potente e l’impotente, tra il grande e il piccolo, tra il padrone e lo schiavo – un teatrino tipicamente umano, prodotto dai soliti schemi mentali.

E se fossimo noi stessi quel Dio che si è alienato? E se fossimo proprio noi grandi, potenti e divini?

Voi direte che non lo siamo perché siamo piccoli e incapaci. Ma se fossimo piccoli e incapaci proprio perché così vuole la nostra coscienza alienata, che è la vera creatrice di questo mondo?

Le forme dell'amore

 

Il nostro mondo prende forma da un equivoco. Si scambia l’amore di Sé con l’amore del sé. Il secondo è egocentrismo, il primo è il nostro stesso essere consapevoli.

L’amore del Sé ci allarga e ci apre, l’amore di sé ci limita e ci chiude.

Questo è il messaggio di tanti grandi personaggi, fra cui Gesù. Ma i cristiani lo hanno inteso come amore del prossimo. E così lo hanno di nuovo esteriorizzato.

In realtà, ogni forma di amore parte dall’amore del Sé, che può essere percepito solo interiormente, trovandolo nella coscienza. Solo in un secondo momento, lo si trova all’esterno… Ma, senza l’amore del Sé, non ci sarebbe nessun altro tipo di amore.

Il Dio sugli altari

 

I religiosi delle varie tradizioni ci invitano all’adorazione di un Dio che rimane comunque qualcosa di esterno, il “totalmente altro”. Non capiscono che il mondo è una creazione-proiezione della nostra coscienza.

Il vero creatore è la coscienza, ed è questa che dovrebbe essere venerata. Ma certamente non può essere né vista né essere messa sugli altari o nelle chiese sotto forma di statua o dipinto. Va percepita dentro di noi attraverso ciò che chiamiamo meditazione. Che non è dunque un’adorazione, ma una reintegrazione.

Quando non ricorriamo a nessun concetto, a nessun desiderio, restiamo calmi e percepiamo soltanto il nostro essere coscienti, quella è meditazione.

Ma, siccome il mondo va alla rovescia, paradossalmente proprio il culto delle divinità esteriori ci allontana dal divino.

lunedì 31 agosto 2020

Oltre il senso dell'io

 

Noi crediamo che il massimo della vita sia arrivare a dire: “Io sono!” Nella Bibbia, per esempio, interrogato da Mosè, Dio risponde: “Io sono colui che è”.

E invece l’Origine (Dio) è proprio ciò in cui non c’è il senso dell’io, è l’oceano del tutto, senza la misera individualità cui siamo abituati e legati.

L’Origine è ciò che si allarga all’infinito, non ciò che si restringe.

Anche la nostra coscienza dovrebbe imparare ad espandersi per mezzo della meditazione oltre i limiti dell’io, per assumere una dimensione cosmica.

domenica 30 agosto 2020

Il re è nudo

Anche se sembra impossibile, è evidente che il mondo si è formato da solo, dato che è pieno di difetti e di cose improvvisate, sbagliate, rudimentali o non concluse. L’evoluzione si arrangia da sola, a forza di prove, di tentativi e di fallimenti. Pensiamo alla malattie genetiche, agli aborti naturali, alle morti dei neonati, alla lotta per la sopravvivenza che mette gli uni contro gli altri, alla brutalità della riproduzione e del parto, alle degenerazioni della vecchiaia, ai terremoti, alla deriva dei continenti, alle eruzioni vulcaniche, alle epidemie, ecc. Possono essere l’opera di una Mente perfetta?

Le cose e gli enti appaiono spontaneamente e poi si aggiustano, falliscono o scompaiono. Ma gli uomini credono a Creatori ultraterreni tutti compassione, amore e bontà. Soprattutto hanno un atteggiamento di sottomissione. Sono come i prigionieri della caverna platonica che vedono solo ombre e non osano ribellarsi. O sono come quei dipendenti di strutture gerarchiche che adorano il Capo, lo mitizzano e si sottomettono incondizionatamente alla sua autorità.

Poiché le religioni dell’adorazione e della sottomissione a un Dio sono le più diffuse nel mondo, questo tipo di atteggiamento si riflette nelle società umane. San Paolo, per esempio, un ebreo convertitosi al cristianesimo, riteneva che le autorità terrene derivassero da Dio e che quindi si dovesse loro la più totale ubbidienza.

Se il mondo è pieno di dittatori e di capi che fanno quel che vogliono con violenza e sicumera, lo dobbiamo proprio a questa mentalità di origine religiosa.

Dobbiamo dirlo chiaramente: tutti vanno criticati, e la creazione per prima.

La vera religione è un’altra cosa. È immergersi nella propria coscienza per rendersi conto di come sia essa e non un Dio metafisico a modellare la nostra mentalità e quindi il nostro comportamento. È chiaro che non c’è niente di perfetto.

  

mercoledì 26 agosto 2020

L'infinito

 

Forse non riflettiamo abbastanza sulla parola “infinito”. In realtà non c’è niente nella nostra realtà che possa essere definito “infinito”. Tutto ciò che vediamo è limitato, tutto ha una fine. Lo stesso universo, che è enorme, non è infinito. Tutto ciò che vediamo è finito e avrà una fine.

In un attimo (o in qualche anno o in qualche millennio) si passa da uno stato di presenza ad uno stato di assenza, e viceversa. Le cose compaiono e poi scompaiono. Così come in un attimo si passa dallo stato di veglia allo stato di sonno o dalla vita alla morte e viceversa. Questa inconsistenza e impermanenza è lo statuto del nostro mondo. Essere inseriti in uno spazio e in un tempo significa essere destinati a cambiare continuamente e infine a sparire.

Il monte Everest un tempo era il fondo del mare, poi è stato spinto in alto e infine diventerà una pianura e scomparirà. Lo stesso avviene per tutte le cose: emergono per un certo tempo, fanno il loro percorso e poi scompaiono.

Ma da dove vengono e dove vanno?

Lasciando stare le mitologie e le religioni, con i loro fantastici Iddii (che nessuno vede), sappiamo che le cose emergono da un fondo indistinto e poi vi ritornano. Non c’è nessuno che le crei – emergono spontaneamente.

Per quel che ne sappiamo, tutto è evanescente, tranne questo fondo, questa specie di deposito, che è la base di ogni cosa.

Per noi che viviamo al massimo cento anni, ha poco senso attaccarci al corpo e al nostro ego cosciente. Sappiamo come finiranno.

Potremmo definire questo fondo un nulla… ma anche un tutto. Ed è l’unico infinito. È al di là del tempo e dello spazio, ed è percepibile solo se abbandoniamo in meditazione la nostra volontà di essere, la nostra sete di vita, i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre conoscenze e i nostri attaccamenti. Questo è il nulla/tutto che ci attende. E non è poco… è il vero stato infinito.

lunedì 24 agosto 2020

Oltre l'inizio e la fine

 

Se non ci fosse lo spazio, tutto sarebbe Uno e non ci sarebbe lo spezzettamento della materia che chiamiamo mondo. Se non ci fosse il tempo, tutto avverrebbe nello stesso istante e non ci sarebbero né il passato né il futuro né alcuna delle preoccupazioni e delle paure che ci sono abituali. Se non ci fosse la coscienza, non ci sarebbero né lo spazio né il tempo né il corpo né il mondo, e non ne sentiremmo la mancanza. Quando siamo addormentati nel sonno profondo, desideriamo forse qualcosa? Ma basta un sogno o lo stato di veglia ed eccoci sprofondati nelle mille ansie e sofferenze dell’esistenza.

Con la comparsa della coscienza e dello spazio-tempo, noi ci identifichiamo con un corpo, e da quel momento nasce la paura di morire e l’illusione che qualcuno o qualcosa ci liberi dalla morte.

Se Dio è colui che crea tutto, allora è a nostra coscienza. Ma la coscienza muore con la morte del corpo. E tuttavia c’è qualcosa che è cosciente della coscienza – il testimone, l’atman, che sta al di là della vita e della morte.

Il testimone è il non-nato, e il non-nato è ovviamente anche il non-morto. Aggrappiamoci dunque non al corpo e nemmeno alla coscienza, ma al testimone che è senza inizio e senza fine.

domenica 23 agosto 2020

Il testimone senza tempo

 

Quando sei disperato, anche se non te ne accorgi, c’è una parte di te che ne è testimone (altrimenti come faresti a saperlo?) e che in realtà è come un punto distaccato, non toccato da ciò che osserva.

Anche quando sei felice o in qualunque altro stato emotivo c’è un punto di osservazione che non ne viene travolto, ma osserva impassibile e imperturbabile – come se fosse una telecamera che vede e registra tutto.

Ora, la tua natura ultima è più vicina a quella del testimone che a quella emotiva. È un grande occhio che prende nota di tutto senza farsene coinvolgere.

Meditare è familiarizzarsi con una visione di questo tipo piuttosto che identificarsi con l’altalena caotica degli stati d’animo. Finché non mediti sei come un sughero sballottato dalle onde. Poi, con l’età e con la pratica, scopri che è più saggio assumere la posizione del testimone (atman) che sta al di sopra degli stati duali, dei desideri sempre insoddisfatti e delle illusioni e dei sogni della mente.

Non sei il corpo, non sei la mente – sei il testimone, che ha già un piede nella trascendenza.

venerdì 21 agosto 2020

Il risveglio finale

 

Quando nel sonno abbiamo un incubo spaventoso, tutto ci sembra vero; ma, quando ci svegliamo, ci accorgiamo che era soltanto un sogno. Lo stesso vale per le gioie oniriche; sul momento tutto ci sembra reale, ma, quando ci svegliamo, ci rendiamo conto che si trattava di un sogno.

Da che cosa lo scopriamo? Dal fatto che ci svegliamo.

Ci vuol poco a capire che anche la vita di tutti i giorni, in cui sperimentiamo felicità e tormenti, non è che un sogno. Da che cosa lo capiamo? Dal fatto che ci svegliamo. E il risveglio è la morte.

Tutto ciò che finisce (dopo essere iniziato) non è che un sogno.

Tuttavia il risveglio finale non porterà a una vera liberazione (ma ad un altro sogno) se, durante la vita, non avremo meditato, se cioè non ci saremo convinti direttamente che viviamo in un sogno e che siamo sogni.

Nel risveglio finale, con la morte del corpo, scompaiono l’io e la coscienza. Ma un conto è guardare la morte con il terrore di perdere il corpo, l’io e la coscienza, e un altro conto è guardarla come una liberazione da tutti questi limiti e il recupero della propria natura ultima che sta prima di tutti questi sogni.

Ciò che sogna è la nostra mente, che proietta l’immagine dell’universo con tutte le immagini che contiene. La morte spazza via ogni cosa e la meditazione ci fa familiarizzare in vita con la meravigliosa esperienza di questo immenso vuoto che rimane alla fine.

Sparisce ciò che non aveva vere basi, un reale statuto ontologico, ciò che non era che un sogno, ma rimane la realtà.