giovedì 24 novembre 2022

Il bagaglio del passato

 

Il senatore di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, cita la Bibbia in cui si dice che l’omosessualità è un “abominio”. Ma nella Bibbia e negli altri testi sacri delle religioni del mondo ci sono cumuli di sciocchezze. La Bibbia, pochi versetti dopo, dice anche che gli adulteri devono essere messi a morte, e nessuno cita questa affermazione. Oppure il presunto Dio della Bibbia comanda anche di sterminare tutti i nemici, uomini e donne, e perfino i bambini fracassando loro la testa contro una pietra e infine anche gli animali.

Non si possono prendere a prestito le citazioni di libri scritti migliaia di anni fa, che riflettono usi e costumi barbarici, per riferirli alla realtà attuale. Così fanno i fondamentalisti di tutte le religioni.

Non dobbiamo basare le enunciazioni di verità su libri, su ideologie, su dogmi, su maestri, su saggi, su modelli, su utopie, su autorità, su culture, su dottrine o quant’altro. Tutto questo è condizionamento. E, per trovare la verità, noi dovremmo liberarci del condizionamento.

La verità-realtà dovrebbe essere il frutto di una percezione diretta, quando la mente non è annebbiata da pregiudizi.

Ciò che è indefinibile, il senza-nome, richiede che la mente sia immobile e silenziosa. Senza il bagaglio di concetti, idee, fedi e principi del passato.

mercoledì 23 novembre 2022

Fermare la mente

 

Il problema è che noi vorremmo comprendere con la mente razionale e con l’esperienza quotidiana ciò che non segue né le leggi della nostra razionalità né i principi dell’esperienza. Non per nulla, con la morte, muore anche la mente conosciuta. L’illimitato, l’infinito, l’eterno non può essere definito o circoscritto dalla mente abituale. E questo è già un dato di fatto.

Il nostro mondo è compreso dalla mente ordinante e calcolante che ha una certa razionalità ed è immersa nel tempo. Ma la verità ultima non è più comprensibile da questi strumenti. È al di fuori: per questo la definiamo trascendente.

Se vogliamo sapere che cosa succederà dopo la morte, dobbiamo far morire la mente. Altrimenti sarà tutto una proiezione, un’interpretazione della mente stessa, dunque non la verità ultima.

La mente dovrebbe essere quieta e silenziosa, non più dominata dal desiderio sensuale e conoscitivo, nonché dal senso dell’io e del mio. Ma la mente, anche quando vuole conoscere la verità ultima, traduce tutto nel suo linguaggio, non sta mai ferma.

Perciò, quel che conosciamo è sempre una categoria della mente: dei, Iddii, paradisi/inferni, aldilà, reincarnazione, nulla, tutto, finito/infinito, principio/fine, io/altri, perfino il concetto di verità… tutte idee che ci lasciano dubbiosi e insoddisfatti, consapevoli che quella non è la verità ultima.

Ogni volta che ce ne rendiamo conto, siamo già un poco più vicini alla verità-realtà.

Dunque, una teologia negativa per ora: sappiamo ciò che non è, non ciò che è. Almeno finché non cessi l’attività della mente, del suo continuo desiderio, dell’io.

La conoscenza-liberazione arriverà, e allora sapremo. Ma non ci sarà più la mente abituale.

domenica 20 novembre 2022

L'ultima proprietà

 


“Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”: questa frase di Epicuro ci vorrebbe invitare a non aver paura della morte e a “rendere gioiosa la mortalità”. Ma, ahimè, non ci riesce. Perché ciò che rende gioiosa la mortalità non è solo l’assenza della paura della morte, ma l’assenza di tante sofferenze e della nostra stessa limitatezza o incapacità. La morte, il pensiero della morte, è solo la ciliegina sulla torta del nostro malessere, il simbolo di tutto ciò che finisce – e finisce male.

Perché una cosa è certa. Tutto finisce – e finisce male… con la vecchiaia, con la malattia o con un incidente qualsiasi.

L’argomento classico per tentare di rassicurarci consiste nel pensare: “Se c’è una qualche forma di vita dopo la morte, saremo contenti di proseguire la nostra avventura, qui o altrove. Se non c’è niente, e tutto finirà, non ne avremo alcun danno, perché finirà ogni forma di sofferenza.” Ma se questo ci rasserena un po’, riguarda solo la nostra morte, non la morte di qualcuno che ci è caro. Qui non c’è consolazione, se non credere che un giorno ci rivedremo tutti… chissà dove.

Ma si tratta appunto di una fede, non di qualcosa di certo. E noi vorremmo sapere con certezza.

Perché ci dev’essere tanto mistero?

Se morire è cambiare di abito, come dicono alcuni, perché questa verità dev’essere incerta?

Dire che possiamo comunque sparire nel nulla non è forse sostenibile. Perché nulla nasce dal nulla e nulla può ritornare nel nulla. Insomma un nulla totale non può nemmeno esistere, perché possiamo vedere che nulla si distrugge completamente e che tutto si trasforma. Ma in che cosa si trasforma?

Forse c’è una reincarnazione, una rinascita, su questa Terra o in chissà quale altro luogo. E qui di nuovo c’è il mistero e tante opinioni.

Insomma continuiamo ad avere paura, perché temiamo di precipitare nel vuoto, nel nulla.

L’unica certezza è che perderemo quasi tutto. Gli oggetti che possediamo, le persone che conosciamo, il corpo fisico e la mente comune.

Ci basterebbe dunque di non perdere almeno la nostra identità.

venerdì 18 novembre 2022

I limiti della mente

 

I credenti sono tutti d’accordo: Dio esiste ed è solo amore e bontà.

Ma, stando così, le cose, non si capisce da dove verrebbe fuori un mondo che è conflitto.

Si dice che, per dare la libertà agli uomini, bisognava per forza lasciarli sbagliare e quindi scegliere tra bene e male. Un modo, però, per dire che il male ha la stessa fonte del bene. E perciò è proprio Dio che lo avrebbe creato.

Il motore del divenire è proprio il contrasto tra due forze, e, se c’è un Dio che lo ha creato, lui è il responsabile. Non se ne esce. Concepito Dio e il bene, non può che esserci anche il Dio del male. Non il Demonio, ma solo l’altra faccia di Dio.

Dunque, non un peccato originale dell’uomo, ma un difetto di fabbrica – dell’eventuale creatore. Un insanabile conflitto.

In conclusione, comunque la mettiate, Dio non potrebbe essere solo amore e bontà. Dovrebbe essere anche il contrario. Testimoniato dal fatto che avrebbe creato anche l’inferno, la punizione e la violenza.

D’altronde, nei miti stessi degli angeli decaduti o della cacciata dal paradiso terrestre, si ritrova questo male costituzionale, l’impossibilità che tutto sia bene e amore.

Anzi, l’amore non potrebbe nemmeno esistere senza il suo contrario: non ci sarebbe neanche il concetto.

Senza ciò che per noi è male, il mondo non potrebbe esserci. Proprio come il polo positivo dell’elettricità non potrebbe esistere senza il polo negativo.

Lo stesso per l’attrazione e la repulsione, l’avvicinamento e l’allontanamento, la forza centripeta e la forza centrifuga…

Noi vogliamo salvare la totale bontà di Dio, ma, ragionando, ritorniamo alla verità che il male è altrettanto originario, divino.

Non c’è niente da fare: la nostra povera mente non può uscire dalla rete di dualismi, contrapposizioni, dialettiche, schemi, categorie e convinzioni che si è creata e in base a cui funziona. Ecco perché, quando parla dei massimi problemi – Dio, anima, morte, aldilà… -, non fa che proiettare i suoi limiti. E quindi non può conoscere niente di veramente nuovo. Per esempio, quando parla di Dio proietta le proprie idee di Padre, Padrone, Signore, ecc. e quando parla di aldilà concepisce un aldiquà solo un poco modificato.

Non ce la fa a uscire da ciò che ha già sperimentato e conosciuto. Spera sempre in una sorta di continuità.

Non capisce la morte perché non riesce a morire essa stessa. Ma la morte è proprio questo.

lunedì 14 novembre 2022

La gioia della morte

 

Ho visto un film dove si faceva passare la guarigione di un bambino annegato in un miracolo e se ne faceva propaganda religiosa : basta aver fede e pregare perché la vita risorga. Per questa mentalità infantile, Dio sarebbe un potente Padre amorevole che, sollecitato dalla fede di molti, farebbe miracoli e farebbe guarire un bambino già morto. Niente di meno. Peccato che subito dopo il telegiornale desse notizie di attentati e guerre in cui i bambini e gli adulti morivano in gran quantità, senza nessun miracolo.

Dunque Dio, per la mentalità religiosa, è un Essere che salva un bambino, ma ne lascia morire migliaia di altri. Per tutti gli altri non ci sono miracoli, ci sono non-miracoli.

Lo stesso può dirsi per Gesù o per altri uomini santi. Salvano qualcuno. Ma lasciano morire tutti gli altri.

Suprema ingiustizia o suprema trascuratezza? Lazzaro sarà anche risorto. Ma poi sarà dovuto ri-morire.

Ora, secondo voi, ci sono più miracoli o non-miracoli?

La mente umana è fatta così. Molto semplice. Non si avvede della sua stessa ingenuità e sogna sempre Dei, miracoli, Padri e Madri divine, Spiriti Santi e spera nelle preghiere e nelle invocazioni. Recentemente hanno scoperto in Toscana, in una fonte “sacra” 24 statuette votive. Lì si pregava e ci si immergeva nelle acque miracolose, come oggi si fa a Lourdes o un tempo si faceva nei santuari greci o orientali.

Cambiano i tempi, ma si fanno sempre le stesse cose… le stesse illusioni. Siamo così disperati che dobbiamo invocare divinità cui diamo nomi differenti nel corso dei secoli o millenni.

La mente umana vorrebbe sperimentare il trascendente, l’inconoscibile, ma segue sempre certe linee. Si basa sul passato, su ciò che ha accumulato. E quindi non può conoscere il nuovo. Non può conoscere l’incondizionato. Ne ha anche paura.

In tal senso il pensiero è il problema. Non possiamo pensare l’impensabile.

Quindi rimaniamo nei limiti del vecchio e delle sue categorie. Anche nel caso della religione.

Invece l’unica religione dovrebbe essere aprirsi all’incondizionato, al trascendente. Non immaginarci un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, un personaggetto da commedia, che interviene per aiutare qualcuno e basta.

Dio è la forza del mondo ed è dappertutto. È la vita, ma anche la morte.

In un poema sumero, anteriore alle visioni antropomorfe della Bibbia, Gilgamesh, un eroico re, accusa chiaramente gli dei, che hanno per se stessi l’immortalità, ma che hanno riservato la morte agli esseri umani.

Ma la morte serve proprio a questo, a creare il nuovo, a chiudere con il passato, ad avere una nuova mente e una nuova vita.

La morte è una liberazione, la vera liberazione. E può essere una gioia.

 Perciò, tutti coloro che operano per conservare a tutti i costi la vita, questa vita, non sanno quel che fanno.

venerdì 11 novembre 2022

Il Sé più vasto

 

È noto che, quando cerchiamo di sapere chi siamo, abbiamo solo brandelli di verità e che ci manca il quadro complessivo. Il problema è che, quando cerchiamo di cogliere la nostra intera soggettività, non possiamo farlo, perché trasformiamo la nostra conoscenza in qualcosa di oggettivo, qualcosa che viene allontanato da noi… e che non è più “noi”, ma un concetto, un’interpretazione del nostro vero noi.

Però qualcosa possiamo intuire, perché il vero noi, l’io più vasto, è sempre attivo, è sempre presente. Non possiamo coglierlo, non possiamo conoscerlo se non dividendoci in due (soggetto e oggetto), e quindi trasformando il soggetto in un oggetto (di conoscenza) e mancandolo clamorosamente.

Perché il soggetto deve sempre rimanere tale, è ciò che ci sfugge.

Quando cerchiamo di farne un oggetto di conoscenza-esperienza, si allontana di nuovo. Adesso è ciò che conosce, ma non ciò che è conosciuto.

Per uscire da questo infinito inseguimento, non resta che fermarci e assumere un atteggiamento contemplativo. Cioè un atteggiamento in cui mettiamo tra parentesi la mente calcolante, la mente pragmatica, e lasciamo spazio alla mente meditativa.

Così possono sorgere grandi o piccole illuminazioni.

Il bene nel male

 

“Ogni ferita ha la sua saggezza” ho letto in uno testo di Debbie Ford, curatrice di seminari sulla trasformazione interiore. Ed è vero… nel senso che ogni sofferenza – se non ci distrugge  - ci insegna qualcosa.

Almeno, consoliamoci così.

Ma l’importante è essere in grado di imparare. E non sempre succede. Non sempre siamo in grado di osservare la situazione con distacco e di vedere, nel male, qualcosa di positivo, se non altro il fatto di non esserci fatti travolgere dal dolore, di essere sopravvissuti, di aver trovato una forza che non credevamo di avere.

Questo è già qualcosa.

Forse nella vita non c’è evoluzione che non sia dolorosa, forse nella vita le cose non capitano per caso, forse c’è un piano anche per noi. Forse abbiamo ottenuto una saggezza e una forza che ci erano necessari.

Non c’è crescita senza dolore. E certamente capiremo di più.