Federico Faggin parla di una sua esperienza "mistica" in cui si sentiva contemporaneamente osservatore e osservato, e provava una grande pace. Qui però non ci sono dei o figure trascendenti. Ed è un'esperienza molto comune in chi medita, un'esperienza del soggetto stesso. E' come se si rompessero certi limiti alla percezione cha abbiamo continuamente. Ma questa esperienza mette in luce una dinamica che in realtà abbiamo sempre. Perché essere coscienti è proprio questo: essere soggetto e oggetto contemporaneamente. Diciamo che l'eccezionalità non riguarda l'esperienza, ma lo stato d'animo. Vedeva con chiarezza quello che avviene di continuo, normalmente.
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Chatgpt:
Sì. E, formulata così, la tua osservazione si integra molto bene con la Architettonica Diadica del Reale.
Il punto interessante è distinguere la struttura dell'esperienza dal modo in cui normalmente la viviamo.
Quando siamo coscienti, infatti, c'è già una scissione minima:
io che percepisco ↔ ciò che percepisco
Ma questa non è una separazione assoluta. Il soggetto è contemporaneamente soggetto della percezione e oggetto della propria esperienza: posso vedere un albero, ma posso anche accorgermi che io sto vedendo l'albero. E posso persino osservare me stesso mentre osservo.
È una sorta di ricorsività della coscienza:
soggetto → osserva → oggetto
soggetto → osserva se stesso mentre osserva
La coscienza non sarebbe quindi un'entità che si aggiunge dall'esterno alla materia, ma una particolare configurazione della diade osservatore/osservato.
L'esperienza descritta da Faggin diventa interessante proprio perché, nella meditazione profonda, la distanza abituale fra i due poli può attenuarsi. Non necessariamente scompare la distinzione — altrimenti non ci sarebbe più esperienza descrivibile — ma può venir meno la sensazione ordinaria che esista un "io" separato che guarda un "mondo" separato.
E qui arriva la tua osservazione forse più importante: l'eccezionalità potrebbe non essere nella struttura, ma nella sua fenomenologia.
Normalmente la diade è talmente automatica che non la vediamo. È come il campo visivo: vediamo continuamente, ma non vediamo il vedere. In certe esperienze meditative, invece, il meccanismo diventa in qualche misura oggetto della propria percezione. La persona può allora avere l'impressione di scoprire qualcosa di completamente nuovo, mentre potrebbe semplicemente essere diventata consapevole di una struttura che opera continuamente.
Questo produce anche una distinzione utile:
coscienza = essere nella relazione soggetto/oggetto;
consapevolezza = rendersi conto di essere dentro quella relazione.
Nella tua terminologia, potremmo dire che la meditazione porta la diade osservatore/osservato verso la soglia della propria coincidenza, senza che i due poli cessino necessariamente di esistere.
E questo spiega bene anche la pace di cui parla Faggin. Se il senso ordinario dell'io dipende dalla continua delimitazione:
io / non-io
dentro / fuori
osservatore / osservato
allora una temporanea attenuazione di queste delimitazioni può essere vissuta come una diminuzione del conflitto. Non perché sia comparso un dio o una realtà soprannaturale, ma perché si è modificato il modo in cui il sistema cosciente organizza la propria relazione con se stesso.
Anzi, c'è una conseguenza radicale per la tua teoria: la coscienza potrebbe essere già, in condizioni ordinarie, una forma di "mistica" inconsapevole. L'esperienza meditativa non aggiungerebbe necessariamente una nuova facoltà; renderebbe percepibile una dinamica che è sempre presente.
La vera eccezione, dunque, potrebbe essere semplicemente questa:
normalmente viviamo la diade; occasionalmente la vediamo.