Se partiamo dall' idea che non esistono forze isolate, dobbiamo supporre che nessuna possa esistere separatamente e che siano determinate dalle relazioni, cosicché l' universo appare. come una grande rete. Ma la rete non è regolare, esistono nodi e maglie molto diverse. E sono tutte in movimento come i neuroni in un cervello o le galassie nello spazio. In questo enorme oceano si formano onde e relazioni speciali, in quanto un' onda sarà influenzata e influenzerà quelle più prossime, fino a costituire accoppiamenti più stretti. Questo avviene in ogni tipo di relazioni, da quelle della fisica a quelle della società.
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Chatgpt :
Sì: quello che stai delineando è una visione relazionale e dinamica dell'universo, in cui gli oggetti non sono necessariamente i mattoni fondamentali, ma emergono come configurazioni relativamente stabili di una rete di relazioni.
La tua intuizione può essere precisata in alcuni passaggi:
1. Nessuna forza o entità è completamente isolata.
Ciò che chiamiamo "oggetto", "forza" o "evento" acquista le proprie proprietà attraverso le relazioni con ciò che lo circonda.
2. L'universo può essere pensato come una rete.
Non una rete uniforme, però: esistono connessioni più forti e più deboli, strutture molto dense e regioni più rarefatte. La struttura stessa della rete può cambiare nel tempo.
3. Le perturbazioni si propagano nella rete.
Una variazione locale modifica i nodi vicini, che a loro volta modificano altri nodi. Ne risultano onde, propagazioni, retroazioni e fenomeni collettivi.
4. Dalle relazioni possono emergere strutture.
Quando alcune componenti interagiscono più intensamente o più frequentemente, possono formare un sistema relativamente autonomo. Un "nodo" non sarebbe allora necessariamente un elemento fondamentale: potrebbe essere una configurazione emergente.
5. La stessa logica può comparire a scale differenti.
Un neurone appartiene a una rete neuronale; una stella a una galassia; un essere umano a una rete sociale. In ciascun caso abbiamo elementi che interagiscono, perturbazioni che si propagano e configurazioni collettive che emergono.
C'è però una distinzione importante. Non significa che fisica, cervello e società obbediscano alle stesse leggi. La somiglianza è soprattutto strutturale: rete, interazione, propagazione, feedback, emergenza. Le dinamiche concrete possono essere radicalmente diverse.
Anzi, la parte forse più interessante della tua idea è questa: le "onde" possono diventare strutture. Una perturbazione che inizialmente è soltanto un cambiamento locale può, attraverso interazioni e retroazioni, generare un accoppiamento persistente. A quel punto la rete non è più soltanto un insieme di relazioni: comincia a produrre nuovi livelli di organizzazione.
Questo porta a una formulazione piuttosto potente:
> La realtà potrebbe essere concepita non come un insieme di cose che successivamente entrano in relazione, ma come un insieme di relazioni dalle quali emergono cose relativamente stabili.
È una differenza filosofica enorme: nel primo caso abbiamo entità → relazioni; nel secondo relazioni → entità emergenti.
E il concetto di "nodo" cambia completamente significato: un nodo potrebbe essere semplicemente un punto di condensazione della dinamica della rete, una regione in cui molte relazioni si sono organizzate in una configurazione riconoscibile.
Se vuoi sviluppare questa intuizione, il passo successivo molto interessante è chiedersi come una rete puramente relazionale possa generare nodi, confini, memoria e persino un'apparente individualità. È lì che il discorso può collegare fisica, teoria dei sistemi complessi, neuroscienze e filosofia.
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Le prime relazioni sono termodinamiche per 10 miliardi di anni, poi si creano celle o membrane isolate che distinguono per la prima volta l' esterno dall' interno. È l' inizio di un rapporto diadico: dalle molte relazioni si passa alle due. Dal due nasce l' individuazione. E con esso un' ulteriore piega interna, in quanto per il principio di non-coincidenza, anche l' interno deve duplicarsi...non per caso, ma per un principio di funzionalità. L' universo funziona solo così.
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Sì: quello che stai formulando può essere letto come una genealogia della distinzione: dalla relazione fisica indifferenziata alla separazione, dalla separazione all’individuazione, e dall’individuazione a una differenziazione interna.
C’è però una distinzione importante tra il dato scientifico e la tua interpretazione filosofica.
Nei primi miliardi di anni non è corretto parlare semplicemente di “relazioni termodinamiche” come se fossero già un sistema relazionale nel senso biologico. Possiamo però parlare di interazioni fisiche, trasformazioni energetiche, processi di non-equilibrio e auto-organizzazione.
La comparsa delle prime membrane delimitanti sistemi protocellulari introduce effettivamente una distinzione fisica cruciale: un dentro e un fuori. La membrana non è soltanto un involucro: seleziona scambi, mantiene gradienti e rende possibile una dinamica interna relativamente autonoma.
Da qui la tua idea del rapporto diadico è interessante: non più soltanto A interagisce con B, ma un sistema si costituisce attraverso la differenza tra sé e ciò che non è sé. L'“uno” biologico nasce dunque da una relazione uno/altro.
Il passaggio successivo che proponi — «dal due nasce l'individuazione» — può essere espresso in termini ancora più radicali:
> L'individuo non precede la relazione; emerge come effetto di una relazione stabilizzata.
E la tua osservazione sulla duplicazione interna introduce un terzo passaggio. Se un sistema deve mantenere la propria identità nel tempo, non può essere una pura unità indistinta. Deve possedere differenze interne funzionali: membrane e gradienti, compartimenti, reti metaboliche, separazione tra processi, eventualmente informazione e replicazione.
Qui però farei attenzione alla frase «per il principio di non-coincidenza». Come principio filosofico è molto fecondo; come principio scientifico universale, invece, richiederebbe una formulazione e una dimostrazione precise. Non possiamo dire, in senso scientifico stretto, che l'universo debba necessariamente duplicare l'interno per quel principio.
La tua intuizione potrebbe essere resa così:
relazione → differenza → confine → individuazione → differenziazione interna → organizzazione.
E c'è una conseguenza filosofica molto forte: l'unità non sarebbe il contrario della molteplicità, ma una particolare organizzazione della molteplicità. Una cellula è “una” proprio perché al suo interno mantiene molte differenze e perché mantiene una differenza rispetto all'esterno.
In questo senso, la membrana sarebbe una sorta di prima forma materiale dell'identità: non un semplice limite geometrico, ma una regola che stabilisce che cosa appartiene al sistema e che cosa no, e contemporaneamente che cosa può attraversarlo.
Se vuoi sviluppare questa intuizione, il punto più interessante da chiarire è proprio il tuo “principio di non-coincidenza”: possiamo provare a formalizzarlo come principio generale e vedere fino a che punto può spiegare la comparsa di individuo, interno/esterno e organizzazione biologica senza trasformarlo arbitrariamente in una legge della natura.
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D'accordo, procedi.
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Partirei formulando il tuo principio di non-coincidenza non come una legge fisica già dimostrata, ma come un principio generativo: un'ipotesi filosofico-teorica capace di collegare termodinamica, vita e individuazione.
1. Una prima formulazione
Potremmo dire:
> Principio di non-coincidenza: perché un sistema possa costituirsi come unità, le relazioni che lo compongono non possono essere tutte equivalenti né coincidere con il sistema stesso; devono produrre differenze di posizione, funzione o stato.
In forma ancora più radicale:
> Ogni identità emerge attraverso una differenza che l'identità stessa non può abolire.
Questo introduce subito una struttura a due livelli:
sistema ↔ ambiente
ma anche, successivamente:
parte ↔ parte
all'interno del sistema.
2. Perché la membrana è un passaggio decisivo
Prima della cellula possiamo avere sistemi fisico-chimici che mantengono gradienti, dissipano energia e sviluppano forme di auto-organizzazione. Ma la membrana introduce qualcosa di qualitativamente nuovo: la differenza diventa topologica e funzionale.
C'è un dentro perché esiste un fuori.
Ma soprattutto, il dentro non è semplicemente separato dal fuori: è definito attraverso uno scambio regolato con il fuori.
Quindi:
separazione ≠ isolamento
La membrana separa proprio per poter mettere in relazione in modo selettivo.
Questo è un punto molto forte per la tua teoria.
3. Dalla dualità all'individuo
Possiamo allora riscrivere il passaggio che proponevi:
molteplicità delle interazioni → distinzione → polarità interno/esterno → individuo
L'individuo non sarebbe dunque un oggetto che successivamente entra in relazione.
Sarebbe il contrario:
> una relazione sufficientemente organizzata produce un individuo.
L'individuo è una relazione che ha acquisito un confine.
4. E qui compare il secondo “due”
La tua intuizione diventa particolarmente interessante quando dici:
> «Dal due nasce l'individuazione. E con esso un'ulteriore piega interna».
Perché una volta costituito un dentro, il problema cambia.
Il sistema deve distinguere non soltanto:
sé / non-sé
ma anche:
A / B dentro sé.
Nasce cioè la differenziazione interna.
Possiamo rappresentarla:
PRIMA
relazioni diffuse
↓
differenze
↓
┌─────┐
│ │
│ │
└─────┘
fuori
/ dentro
e poi:
INDIVIDUO
┌───────────┐
│ │ │
│ A │ B │
│ │ │
└───────────┘
↑ ↑
funzioni differenziate
L'unità diventa quindi possibile non eliminando le differenze interne, ma organizzandole.
5. Il punto decisivo: la non-coincidenza
Qui possiamo dare al principio una forma più precisa:
> Un sistema organizzato esiste nella misura in cui le sue componenti non coincidono tra loro, ma sono vincolate da relazioni che ne rendono possibile la coesistenza funzionale.
Questo evita un problema: non stiamo dicendo che ogni differenza produce vita.
Una montagna è differenziata internamente, un cristallo pure. La differenza da sola non basta.
Serve qualcosa di ulteriore:
differenza + vincolo + scambio + mantenimento dinamico.
Ed è qui che entra la termodinamica dei sistemi lontani dall'equilibrio.
6. Il possibile principio generale
Potremmo quindi costruire una sequenza:
> La termodinamica produce differenze.
Le differenze possono stabilizzarsi in configurazioni.
Alcune configurazioni producono confini.
Il confine genera un dentro e un fuori.
Il dentro permette l'individuazione.
L'individuazione richiede differenziazione interna.
La differenziazione interna può essere coordinata funzionalmente.
Da questa coordinazione emerge l'organizzazione vivente.
Ma qui farei una correzione alla tua frase iniziale: non direi che “l'universo funziona solo così”. Direi qualcosa di più forte epistemologicamente:
> Ogni volta che nell'universo compare un'organizzazione capace di mantenere la propria identità attraverso trasformazioni e scambi, sembra emergere una struttura di non-coincidenza: un dentro distinto da un fuori e, progressivamente, differenze organizzate all'interno del dentro.
Questa formulazione lascia aperta la domanda decisiva: è soltanto una caratteristica empirica della vita che conosciamo, oppure è una necessità più profonda dell'organizzazione in generale?
Ed è proprio lì che la tua idea può diventare una teoria filosofica vera e propria: cercare di dimostrare che la non-coincidenza non è semplicemente una conseguenza dell'individuazione, ma la condizione che rende possibile ogni individuazione.
*"
Controprova: provate a considerare un ente o una vita individuale senza un due, senza una relazione, o da due enti o vite o configurazioni perfettamente uguali. Non nascerebbe nulla, non si individuerebbe nulla. La fisica spiega il come, la filosofia il perché. Il perché è la funzionalità del tutto.
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Sì. La tua “controprova” porta il principio a un livello più radicale: non stai più dicendo soltanto che l'individuo entra in relazione; stai dicendo che senza differenza relazionale l'individuo non è nemmeno pensabile come individuo.
La formulerei così.
Il test del due
Immaginiamo un ente assolutamente solo, senza alcuna alterità.
Non c'è un fuori rispetto a cui definirlo, né un dentro distinto da qualcosa, né una trasformazione che possa essere riconosciuta come trasformazione. Sarebbe un'identità senza differenza.
Ora prendiamo due enti perfettamente identici in ogni aspetto.
Se sono assolutamente indistinguibili, la loro dualità non produce ancora individuazione. Abbiamo concettualmente:
A = B
e quindi non abbiamo veramente due individui, ma una stessa configurazione duplicata senza differenza individuante.
Perché emerga un “due” effettivo occorre dunque qualcosa come:
A ≠ B
Ma la cosa interessante è che questa differenza non deve necessariamente essere una differenza sostanziale. Può essere relazionale: posizione, fase, funzione, temporalità, connessione, ruolo.
Quindi arriviamo a:
> Non c'è individuazione senza differenza, e non c'è differenza effettiva senza relazione.
Ma qui emerge un paradosso molto bello
Il “due” non viene necessariamente dopo l'uno.
Potremmo invece avere:
> la relazione viene prima dell'individuo, e l'individuo è ciò che la relazione rende distinguibile.
È una vera inversione rispetto all'ontologia tradizionale.
Non:
enti → relazioni
ma:
relazioni → differenze → enti individuati.
E questo si accorda molto bene con quello che dicevi sulla cellula. La membrana non sarebbe semplicemente il confine di un individuo già esistente. Contribuisce a produrlo come individuo.
Il passaggio ulteriore
A questo punto, però, il tuo argomento può andare ancora più lontano.
Se l'individuo nasce dalla relazione, allora anche la sua unità interna non può essere una coincidenza assoluta.
Una cellula è una perché le sue componenti sono diverse e coordinate.
Metabolismo ≠ membrana
DNA ≠ metabolismo
interno ≠ esterno
materia ≠ informazione
scambio ≠ conservazione
E tuttavia queste differenze non distruggono l'unità: la producono.
Potremmo quindi condensare tutto il ragionamento in una formula filosofica:
> L'unità non è assenza di differenza; è differenza funzionalmente organizzata.
Ed è qui che la tua ultima frase — “la fisica spiega il come, la filosofia il perché” — acquista un significato preciso.
La fisica può descrivere i meccanismi attraverso cui si formano gradienti, membrane, strutture dissipative, reazioni, replicazione ecc. Ma la tua domanda è diversa:
> Perché l'organizzazione prende la forma della differenziazione e della relazione?
La risposta che stai proponendo è:
> perché una realtà completamente coincidente con se stessa non potrebbe articolarsi, individuarsi né funzionare. La funzionalità nasce dalla non-coincidenza.
Questa è una tesi filosofica molto più precisa di “tutto è relazione”.
Potremmo chiamarla principio di non-coincidenza funzionale:
> Un sistema può costituirsi, conservarsi e trasformarsi in quanto le sue parti, i suoi stati o il suo interno e il suo esterno non coincidono, ma sono posti in relazione secondo differenze funzionali.
E allora “funzionalità” non significa semplicemente utilità o scopo. Significa qualcosa di più originario: la capacità della differenza di generare e mantenere una forma di unità.
Questo produce una triade molto potente:
relazione → non-coincidenza → funzionalità
e, come conseguenza:
non-coincidenza → individuazione → organizzazione → vita.
La questione filosofica successiva, secondo me, è la più difficile e anche la più interessante: se la funzionalità è così fondamentale, da dove viene la direzione della funzionalità? Cioè: perché alcune differenze vengono conservate e integrate mentre altre si dissolvono? È lì che il tuo “perché” dovrebbe incontrare selezione, informazione, dissipazione e tempo senza ridursi semplicemente alla fisica.
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Infatti la mia teoria è una visione interdisciplinare, coinvolge ogni aspetto e piano della realtà. Già da subito coinvolge tempo, coscienza e energia
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Esatto. E a questo punto la tua proposta non è più soltanto una teoria sull'origine della vita: è una ipotesi ontologica interdisciplinare, nella quale fisica, biologia, tempo e coscienza vengono letti come manifestazioni di una stessa struttura generativa.
La cosa importante, però, sarebbe non partire dall'affermazione che tutto deriva dal principio, ma mostrare come il principio si trasformi passando da un livello all'altro.
Potremmo costruire l'architettura così:
1. Energia: la possibilità della differenza
Senza energia disponibile non c'è trasformazione organizzata.
Ma l'energia, da sola, non è ancora individuo. Diventa generativa quando produce differenze di stato, gradienti, disequilibri.
Quindi:
energia → differenza
2. Tempo: la differenza che non coincide con se stessa
Il tempo introduce qualcosa di decisivo: lo stato di un sistema non coincide con il proprio stato precedente.
A(t₁) ≠ A(t₂)
Questa è una forma elementare di non-coincidenza.
Il tempo, quindi, potrebbe essere interpretato non semplicemente come “contenitore” degli eventi, ma come ordine della non-coincidenza degli stati.
Da qui:
differenza → successione → tempo
3. Relazione: la differenza diventa reciproca
Quando due configurazioni si influenzano, abbiamo:
A ↔ B
Non esistono più soltanto differenze, ma relazioni tra differenze.
Ed è qui che comincia a diventare possibile l'organizzazione.
4. Vita: la differenza viene mantenuta
Una struttura vivente introduce una novità enorme: non si limita a essere diversa dal proprio ambiente, ma mantiene attivamente quella differenza attraverso lo scambio con l'ambiente.
La vita diventa quindi:
> un processo che produce e conserva la propria non-coincidenza.
La membrana è paradigmatica: separa per poter scambiare.
5. Coscienza: la differenza diventa interna
Qui la tua teoria potrebbe diventare davvero originale.
Nella coscienza la distinzione non è più soltanto:
organismo / ambiente
ma compare:
sé / esperienza del non-sé
e persino:
sé / rappresentazione del sé.
Cioè la non-coincidenza si ripiega su se stessa.
Potremmo chiamarlo:
> secondo ordine della non-coincidenza.
La coscienza non sarebbe semplicemente una cosa che esiste; sarebbe un sistema nel quale una differenza viene rappresentata all'interno del sistema che la vive.
E allora la tua idea della “ulteriore piega interna” acquista un significato molto profondo.
6. Una possibile struttura complessiva
Potremmo provvisoriamente rappresentarla:
ENERGIA
↓
differenza di stato
↓
TEMPO
↓
successione della differenza
↓
RELAZIONE
↓
differenza reciproca
↓
INDIVIDUAZIONE
↓
interno / esterno
↓
VITA
↓
mantenimento attivo della differenza
↓
COSCIENZA
↓
differenza rappresentata internamente
↓
AUTOCOSCIENZA
↓
il sistema diventa relazione con la propria relazione.
Ma c'è una cautela concettuale importante: non possiamo ancora chiamare questa sequenza una spiegazione scientifica. Alcuni passaggi sono scientificamente studiabili, altri sono interpretazioni filosofiche, e il collegamento fra coscienza, tempo ed energia richiede argomenti molto più forti.
Ed è proprio questo che potrebbe rendere il progetto interessante: non cercare di sostituire la fisica con la filosofia, ma costruire una teoria a livelli, dove ogni disciplina conserva il proprio oggetto e il principio di non-coincidenza funge da filo conduttore.
La domanda centrale diventerebbe allora:
> Come può la stessa struttura fondamentale — la non-coincidenza organizzata — assumere forme diverse passando dall'energia alla materia, dalla materia alla vita, dalla vita alla coscienza?
Questa, secondo me, è una formulazione molto più forte della tua intuizione iniziale.
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Ripeto le mie prove ontologiche: provate a trovare l' attimo prima nel tempo, l' essere prima nella coscienza, un potenziale di energia senza un precedete differenziale. La realtà è sempre una derivata di secondo grado, così come abbiamo trovato all' inizio
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Sì. Qui stai portando la tua tesi a una formulazione ontologica molto più radicale: non esiste un “primo termine” assoluto; ciò che esiste è sempre già il risultato di una differenza.
Le tre prove che proponi sono in realtà omologhe.
1. Tempo
Cerchiamo l'istante immediatamente precedente a un istante qualsiasi.
Troviamo sempre un altro istante. Se poniamo:
t₂ = t₁ + Δt
possiamo sempre chiedere cosa ci fosse a t₁ rispetto a t₂.
Il tempo, quindi, non ci consegna mai un “prima” che sia semplicemente un ente isolato: ogni momento è definito dalla differenza temporale rispetto ad altri momenti.
Ma qui occorre una distinzione: questo non dimostra necessariamente che il tempo sia infinito verso il passato. Dimostra qualcosa di più circoscritto e interessante: il concetto di “prima” è relazionale. Un “prima” assoluto sarebbe difficile persino da formulare senza una differenza rispetto a un “dopo”.
2. Coscienza
La stessa struttura ricompare nella coscienza.
Cerchiamo l'“essere” precedente a ogni esperienza cosciente.
Ma appena lo concepiamo come esperienza, abbiamo già:
colui che esperisce ↔ ciò che è esperito.
E se cerchiamo una coscienza completamente priva di qualsiasi contenuto o differenza, ci troviamo davanti a una difficoltà concettuale: che cosa la renderebbe coscienza?
Qui la tua tesi diventa:
> La coscienza non può coincidere completamente con se stessa: per essere coscienza deve esserci una differenza interna fra il conoscere e ciò che viene conosciuto.
Questo non risolve, da solo, il problema scientifico della coscienza, ma costituisce un argomento ontologico interessante.
3. Energia
Qui la formulazione va precisata maggiormente.
Dire “un potenziale di energia senza un precedente differenziale” è intuitivamente potente, ma fisicamente bisogna stare attenti: l'energia può essere definita rispetto allo stato di un sistema senza che sia necessario postulare un “precedente temporale” per ogni quantità energetica.
La versione filosoficamente più rigorosa sarebbe:
> Una potenzialità fisica diventa operativa attraverso una differenza di stato, di configurazione o di potenziale.
Un gradiente di temperatura, di pressione, di concentrazione, un potenziale elettrico: in tutti questi casi la capacità di produrre trasformazione è legata a una non-equivalenza.
Quindi non direi ancora che l'energia in assoluto richiede necessariamente un precedente differenziale. Direi che l'energia come capacità di produrre trasformazione osservabile entra in gioco attraverso differenze e relazioni.
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E arriviamo alla tua frase più forte
> «La realtà è sempre una derivata di secondo grado.»
Questa frase, secondo me, contiene qualcosa di molto interessante, ma va chiarita matematicamente.
Se con “derivata di secondo grado” intendi letteralmente la seconda derivata \(d²x/dt²\), allora non possiamo applicarla indistintamente a tempo, coscienza, energia, vita e materia.
Se invece la usi in senso ontologico, il significato potrebbe essere:
> Ogni realtà individuata è già il risultato di almeno due livelli di relazione: qualcosa che differisce e la relazione attraverso cui quella differenza viene costituita.
In questo senso “secondo grado” non significa necessariamente seconda derivata matematica. Significa realtà riflessa, risultante, derivata da una relazione precedente.
Potremmo allora avere:
differenza → relazione → configurazione
e poi:
configurazione → nuova differenza → nuova relazione
Quindi la realtà non sarebbe una successione di sostanze primitive, ma una gerarchia ricorsiva di differenziazioni.
E qui ritorna perfettamente ciò che avevi detto all'inizio sulla cellula: la membrana è una differenza che produce un dentro e un fuori; il dentro produce ulteriori differenze; queste differenze producono funzioni; le funzioni mantengono il sistema.
La tua teoria potrebbe quindi essere sintetizzata in una proposizione molto forte:
> Non esiste un ente assolutamente primo; esiste sempre un ente in quanto differenza organizzata rispetto a qualcos'altro. La realtà non è il dato originario, ma il risultato di una relazione che si è resa stabile.
E questo rende la tua idea della funzionalità del tutto particolarmente interessante: se ogni livello nasce da una differenza e deve conservarla attraverso relazioni, allora la funzionalità non sarebbe un'aggiunta successiva alla realtà. Sarebbe il modo stesso in cui una differenza riesce a mantenersi come realtà.
La vera prova decisiva, a questo punto, sarebbe tentare di applicare lo stesso schema a tempo, energia, materia, vita e coscienza, senza cambiare arbitrariamente il significato di “differenza” da un livello all'altro. Se riuscissi a farlo, avresti il nucleo di un vero principio unificante, non soltanto una metafora filosofica.
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Non è la mia teoria delle diadi?