giovedì 31 gennaio 2019

A favore del relativismo


La Chiesa si è spesso scagliata con parole di fuoco contro il relativismo, ossia contro l'idea che ogni idea sia relativa. Ma, come scrivono Sergio e Beda Romano in La Chiesa contro, Longanesi, 2012, il relativismo "è il solo atteggiamento che permetta di vivere, senza spargere sangue, con chi ha convinzioni diverse dalla nostre". Ed è per questo che oggi il peggior pericolo per la democrazia e la libertà dei popoli viene dall'assolutismo e dal fondamentalismo delle ideologie e delle convinzioni.
       Ha ragione Krishnamurti quando dice che "la forma più alta dell'intelligenza umana è osservare se stessi senza giudizio". È questo atteggiamento che ci permette di avere una mente aperta e di combattere il fanatismo in noi. È inoltre l'unico modo per giungere a una visione chiara e illuminata. Se osserviamo quietamente e con distacco le nostre stesse convinzioni, ci accorgiamo di come siano spesso forme di condizionamento ereditate dal passato. A quel punto siamo in grado di aprire la mente a tutti i punti di vista, a tutte le convinzioni, lasciando cadere l'istinto atavico di combattere chi la pensa diversamente.
       L'osservazione non giudicante, l'essere testimoni delle nostre stesse esperienze e del lavorio della mente, è un momento di grande liberazione, in quanto facciamo un salto fuori dalla mente chiusa e asfittica e ci affacciamo alla mente universale.

Ragione e sentimento


Non credo nel conflitto tra ragione e sentimento possa sempre aver ragione quest'ultimo. Anche se, come diceva Pascal, il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce, è vero anche il contrario: la ragione ha delle ragioni che il cuore non conosce. Se, per esempio, mi innamoro di una persona ma la ragione mi dice che è la persona sbagliata, credo che alla fine abbia ragione la ragione. Oppure, se il mio cuore mi invoglia a mangiare una torta intera, e la ragione mi dice che mi farà male, quest'ultima avrà purtroppo ragione. Diciamo, piuttosto, che qualche volta noi preferiamo farci male pur di goderci subito qualcosa... ma la ragione sa che ci stiamo facendo del male.
Dunque, è solo dal contemperamento tra ragione e sentimento che nasce il meglio.



Il doppio volto dell'amore


Non credo ai grandi amori, credo ai grandi amanti. Che cosa voglio dire? Che ci sono persone capaci di amare molto e ci sono persone capaci di amare poco - tutto qui. Ci sono persone profonde e persone superficiali. Ci sono persone che hanno dell'amore un'idea ristretta e persone che comprendono di più. Ci sono persone che non riescono mai a uscire dal loro piccolo ego, tronfio e gonfio, e quindi fanno rientrare l'amore in ciò che appartiene loro e gratifica loro... tutto intorno e in funzione del loro io; e ci sono persone che capiscono che per amare bisogna abbassare le difese dell'ego.
       "Che l'amore sia tutto quel che c'è, è tutto ciò che sappiamo dell'amore" diceva Emily Dickinson. Ma che cosa s'intende per "amore"? Per molti è soltanto ciò che provano per una persona, per altri è anche ciò che provano per tutto ciò che li appassiona, li interessa e li coinvolge. E quindi esistono numerose varietà di amore, non tutte presentabili... C'è gente per esempio che ha una passione per il gioco, per i soldi, per la pornografia o per certi particolari rapporti sessuali, e c'è gente che prova la passione per la cultura, per l'arte, per l'altruismo e per il sapere - non sono tutte forme d'amore?
       L'amore è tutto ciò che attrae e unisce. Ma non è tutto rispettabile, secondo i nostri principi convenzionali. C'è l'amore che fonda una famiglia e c'è l'amore che la distrugge. C'è l'amore che ti cambia positivamente e quello che ti abbatte. C'è l'amore che ti libera e quello che ti incatena. C'è l'amore per il bene e la pace e l'amore per il male, il potere e la violenza. Quando diciamo che l'amore è tutto, purtroppo includiamo anche ciò che da un certo punto di vista è negativo.
Non c’è fenomeno umano che non abbia questa doppia faccia. Lasciamo dunque perdere l’assolutismo, i miti, le smancerie zuccherose e le frasi fatte.
Se ci prende la tentazione di glorificare l’amore, la forza unitiva, non dimentichiamoci che è come l’energia atomica: può essere utilizzata per il bene, ma anche per distruggere. Tutto al mondo è terribilmente ambiguo.

martedì 29 gennaio 2019

Il separatore


La pretesa che qualcuno possa far da mediatore fra l'uomo e il divino, non è questo l'aspetto demoniaco delle caste sacerdotali? Una religione organizzata in un'istituzione, con dogmi, sacramenti, rituali, teologie e gerarchie, non è il capolavoro di Satana? Che ha un unico scopo: allontanare l'uomo dalla trascendenza, chiudergli le porte d'ingresso.
Dagli antichi brahmani ai sacerdoti cattolici, tutti hanno la pretesa di avere una funzione insostituibile. Ma è pura arroganza.
Non solo non sono i mediatori tra l’uomo e il divino, ma impediscono agli individui di cercarsi personalmente il proprio Dio.

Meditare i sentimenti


Quando ci si domanda perché i matrimoni siano in crisi, perché aumentino separazioni e divorzi, la risposta non può che essere una sola: perché non si meditano i sentimenti. Che cosa significa meditare i sentimenti? Significa custodirli dentro di sé, soppesarli, assaporarli e approfondirli. Perché il problema dell'uomo moderno è che fa tutto in fretta, tra un'occupazione e l'altra, tra un impegno e l'altro, distrattamente. E così i suoi sentimenti sono superficiali, immaturi, fragili; non hanno radici. E, quando non hanno radici, alla prima crisi, al primo vento colpo di vento, volano via.
       Anche l'amore rientra in questo quadro: quando nasce un primo sentimento, già si dà per scontato che sia un grande amore. Ma ancora non si conosce l'altro e soprattutto non si conosce se stessi; e chi non conosce se stesso come può capire l'altro?
Vivendo superficialmente, si ama superficialmente, come se l'amore fosse un bene di consumo, come se fosse facile trovarlo... magari al supermercato. E questa l'impressione che danno le grandi star internazionali che, dopo ogni rottura, nel giro di poche settimane, trovano un nuovo amore. Credetemi, non è possibile, perché l'amore non è governato dalle leggi del consumo e dello star system.
L'amore è ancora governato da leggi ataviche, primordiali, è voluto più dall’istinto che dalla volontà. E dunque, una volta tanto, concentriamoci su questo raro evento, su questo fiore che sboccia spontaneamente dentro di noi. Meditiamolo a lungo, per apprezzarlo. Poi coltiviamolo e assistiamolo quando c'è la tempesta o la siccità. E serbiamolo nel cuore per farlo crescere robusto.
Se il vero amore è riconoscere l'anima di un altro, siamo sicuri di poterlo fare tra il rumore e la confusione di tutti i giorni?


lunedì 28 gennaio 2019

Movimento e meditazione


Osserviamo come la gente cammina per strada. Quasi tutti sembrano immersi in fantasie e pensieri: non si guardano intorno, magari telefonano e soprattutto sono divisi dall'ambiente che li circonda. La loro mente è occupata come sempre a elaborare riflessioni, ricordi, speranze, rimuginazioni, dialoghi immaginari, problemi ed ansie. Può succedere in ogni momento, anche quando siamo a casa, lavoriamo o guardiamo la televisione. Il corpo è lì, ma la mente è lontana mille miglia. In quei momenti siamo assenti, siamo distratti, siamo alienati - non siamo presenti. Può passarci davanti un amico e noi non lo vediamo.
       Per meditare bisogna rendersi conto innanzitutto di questo continuo chiacchiericcio interiore e interrompere le rimuginazioni, le fantasie, le immaginazioni e i pensieri; bisogna ritrovare il contatto con la realtà, con il presente, con il qui e ora. In termini tecnici si dice "recuperare la presenza mentale". Io sono qui in questo momento, io sto camminando, io osservo senza barriere mentali la realtà che mi circonda, gli altri e me stesso. Questa è una prima forma di presenza mentale, il tentativo di uscire dal mondo delle fantasie per recuperare la realtà, l' "essere", il semplice essere. Come fare?
       Un modo semplice è quello di svolgere una qualche attività fisica che ci rimetta in comunicazione con la natura e con il centro di noi stessi. Si può camminare, correre, nuotare, andare in bicicletta, fare ginnastica, yoga, ecc. Per esempio camminare o andare in bicicletta sono attività vicine alla natura, e dunque ecologiche. Pedalare significa innanzitutto trovare un atteggiamento mentale adatto alla situazione. Non ci si può distrarre perché non possiamo dimenticarci di essere in mezzo al traffico e di essere in bilico su due ruote. Come sempre nella vita, corriamo sul filo del rasoio e rischiamo di cadere se ci sporgiamo troppo da un lato o dall'altro. Dunque dobbiamo trovare un nostro equilibrio. Ma trovare l'equilibrio significa trovare il centro di noi stessi.
       Per andare in bicicletta in modo meditativo non conviene né correre troppo né andare troppo piano. Se correremo troppo, non andremo lontano e rischieremo di cadere; se andremo troppo piano, perderemo l'equilibrio e ci fermeremo. Dobbiamo dunque trovare una giusta via di mezzo che ci permetta di procedere a lungo senza stancarci e senza bloccarci. Dapprima, per uscire dai labirinti della mente, ci conviene dedicarci alla contemplazione di ciò che ci sta intorno. Ma poi possiamo passare alla vera e propria meditazione, spostandoci dall'esterno alla nostra interiorità. Per utilizzare la giusta quantità d'energia, dobbiamo adottare una opportuna respirazione.
       Esiste uno stretto rapporto tra il movimento e la respirazione. Proprio come nel pranayama dello yoga, dobbiamo trovare il ritmo giusto tra inspirazioni ed espirazioni, un ritmo che non può essere definito a priori, ma che deve essere sperimentato personalmente. Si tratta di quel ritmo, né troppo veloce né troppo lento, che ci consenta di procedere o di arrivare a una meta senza esaurirci prima. Se impareremo questo ritmo, potremo applicarlo anche alla vita di tutti i giorni. Perché anche nella vita dobbiamo trovare il giusto impiego della nostra energia.
       Concentrarsi sulla respirazione significa uscire dal mondo delle proiezioni mentali per essere del tutto presenti. Non dobbiamo muoverci meccanicamente, non dobbiamo farci riprendere dalle chiacchiere mentali. Dobbiamo essere concentrati sull’ambiente, attenti, vuoti e liberi; dobbiamo essere consapevoli dei nostri movimenti. In un certo senso le gambe, le braccia, i piedi devono essere un tutt'uno con noi stessi. Se lo faremo in un ambiente naturale, senza traffico, senza inquinamento, senza rumore, sarà uno splendido esercizio di presenza mentale, che ci potrà servire da base nella meditazione più avanzata.
       Ritrovare la connessione con la respirazione significa ritrovare il rapporto con la nostra energia, che in realtà è il nostro corpo interiore. E al centro di questo corpo energetico si trova il sé. Con un semplice esercizio come questo possiamo quindi entrare in contatto con il nostro sé fisico per portarlo più vicino al nostro sé interiore - la nostra anima. E chissà che non sia questo il vero scopo, l'intento inconscio, di chi si muove. Impariamo dunque a muoverci per imparare a meditare e muoviamoci con un intento meditativo.
Meditare non è stare fermi, ma fermare la mente con i suoi soliti vagabondaggi.
       "Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso" scriveva Thoreau.

Al di là degli dei


Ogni tanto dico che, come sono scomparsi gli dei, così scomparirà l'idea di Dio. Ma in realtà queste realtà sottili non scompaiono veramente: si trasformano e si interiorizzano. Ciò che scompare è il culto, è la convinzione che realtà trascendenti si identifichino con realtà definite in termini concreti e fisici.
Gli dei non sono scomparsi: si sono interiorizzati, e oggi rappresentano certe nostre esperienze profonde come la bellezza, l'amore, la guerra o l'odio. Lo stesso vale per Dio. Ciò che sta scomparendo è la sua immagine antropomorfa, l'illusione che possa essere identificato in qualche apparizione o persona terrena.
Ma anche Dio vive in certe nostre esperienze profonde, come l'unità di tutte le cose o il campo unificato di coscienza. L'importante è capire che cosa si trovi sotto certe immagini mitologiche, che non nascono per caso ma dai nostri bisogni fondamentali.
L’importante è uscire dalle religioni tradizionali che danno di Dio un’immagine infantile e condizionata dai tempi in cui nacquero, e affinare la sensibilità e l’intelligenza.


domenica 27 gennaio 2019

Il potere delle credenze


Attenzione a ciò in cui credete. Fate in modo che le vostre fedi siano il più possibile elevate e comprensive, perché il vostro cammino dipende proprio da ciò in cui credete. Il prossimo stato in cui vi troverete dopo la morte non sarà qualcosa di oggettivo, come questo, ma un campo di coscienza, in cui voi proietterete tutto ciò desiderate e pensate. Potrebbe sembrarvi una bella cosa, ma se desidererete o penserete cose negative... sarete condannati a viverle. Non sarà facile condurre la barca della mente sottile. In un certo senso, questo è già avvenuto in passato quando abbiamo scelto di finire in questo mondo: noi tutti abbiamo fatto lo stesso sogno di una sostanza semi-solida - ed eccoci qua.
            Attenti al prossimo sogno, dunque.
            Per esempio, se nutrite la credenza in un Dio paterno, avrete quel Dio. Se credete in un Dio Madre, avrete quella Dea. Se credete in un Inferno e in un Paradiso, finirete in uno di questi due stati (e anche il Paradiso sarà un Inferno perché sarà una noiosa adorazione). Se credete in una unione con l'Anima universale, vi dimenticherete della vostra individualità. Se non credete in niente, non avrete niente, e così via. Questo è il grande potere delle nostre più profonde aspettative - che alla fine si realizzano.
            Se credete che il viaggio dell'anima sia infinito, avrete un viaggio senza fine e infiniti livelli di consapevolezza. E questa idea mi sembra la migliore. Vi conviene dunque uscire dalle piccole credenze parrocchiali, dalle ristrette convinzioni religiose, dai catechismi e dalle teologie che tendono a ingabbiarvi la mente. Lasciate perdere il vostro abituale livello di coscienza. Rendetevi conto che potrete essere sempre di più i creatori del vostro mondo. Lavorate sul presente in modo approfondito se volete garantirvi un futuro luminoso. La vita non è separata dalla morte, il mondo non è separato dall'aldilà. Siamo noi che separiamo esperienze che sono unitarie, esperienze che incominciano altrove e proseguono altrove. Siamo noi che distinguiamo e dividiamo. Ma in questo istante, in questo mondo, su questo piano di realtà, qui ed ora, si trovano anche tutti gli altri livelli. Basta affinare la coscienza per coglierli.


Il bene e il male


Il fatto che molte persone credano a Satana, il principe del male, ci fa capire come esista una volontà di non assumersi le responsabilità delle nostre azioni. Ma, a ben vedere, la stessa cosa vale per le molte persone che credono in un Dio. Si delega sempre a qualche potere cosmico il male e il bene che invece compiamo noi.
       Un tempo si credeva che i fenomeni naturali e certi comportamenti umani dipendessero dagli dei. Ma poi è caduta questa fede, e nessuno la rimpiange. Gli dei sono spariti. Adesso tocca sparire ai Demoni e agli Iddii, ma ci vuole sempre un po' di tempo perché la verità si faccia strada nelle menti delle masse. È comunque l'evoluzione della coscienza che cancella lentamente simili figure mitologiche.
       Solo gli antichi maestri del Vedanta capirono che bene e male dipendono dal nostro rapporto con l'anima, con il sé più profondo. Quando questo rapporto viene stretto, compare il bene: quando viene allentato, compare il male. Per esempio, quando siamo distratti, quando siamo immersi nei nostri pensieri, quando operiamo inconsapevolmente o istintivamente, quando siamo troppo indaffarati, quando siamo condizionati dalla paura e dall'ansia, quando siamo stressati, depressi o esaltati, quando ci facciamo dominare dai pregiudizi, dalla cultura dominante, dalle mode, dal vacuo vociferare, dal conformismo e dai valori convenzionali, ecc., scaviamo fosse dentro di noi che subito vengono colmate dall'ignoranza. Quando invece siamo ispirati dalla tenerezza, dalla gentilezza, dalla chiarezza, dal silenzio e dalla quiete, siamo centrati nell'anima, e dunque non sbagliamo.

La cura dell'anima


È vero che tutti cerchiamo le vette della felicità, ma non dobbiamo dimenticare né trascurare lo stato quotidiano, il modo in cui ci alziamo al mattino e tiriamo avanti tutto il giorno: quel livello medio di benessere che ci permette di vivere bene, al di là degli alti e dei bassi dell'umore.
Sulle vette saliamo di rado; la maggior parte della nostra vita si svolge ad altezze inferiori. Lo stesso vale per le nostre speranze su un eventuale aldilà. È bello pensare al Paradiso, ma è meglio cercare la positività dell'essere nella vita quotidiana. Tanto più che tutto in un certo senso è contemporaneo e che il Paradiso (nonché l'Inferno) lo si vede e lo si crea proprio nel momento presente. Non è qualcosa che ci capiterà senza preavviso, ma è qualcosa che, se affiniamo la sensibilità, sta già sviluppandosi qui e in questo istante.
       Insomma è necessaria una manutenzione quotidiana dell'anima.

Non ci dimentichiamo in ogni caso che, soprattutto a livello di sentimenti e di istinti primordiali, noi non siamo affatto liberi. Per esempio, ci innamoriamo di determinate persone perché siamo condizionati a farlo e desideriamo accoppiarci non per libera scelta, ma perché il Sistema ci immette nel sangue determinati ormoni. In tal senso siamo drogati. E, come drogati, continuiamo a vivere, illudendoci di essere liberi.

            Ma, nei rari casi in cui osserviamo la vita nostra e di tutti in modo distaccato e per così dire oggettivo (cosa difficile proprio perché siamo soggetti e vediamo tutto soggettivamente), ci accorgiamo che siamo animali o pupazzi dominati da forze superiori.

sabato 26 gennaio 2019

Estasi


Che cos'è in fondo l'orgasmo sessuale se non un bisogno di uscire da se stessi attraverso un intenso godimento, attraverso una grande concentrazione? Che cos'è se non il superamento dell'isolamento dell'ego e un tentativo di fondersi con l'altro?
       Ed è lo stesso impulso che sta alla base del processo di illuminazione... Fine improvvisa dell'identificazione con la mente e con l'ego abituale, sospensione dei pensieri estranei, massima concentrazione seguita distensione, da una liberazione che è una piccola estasi (ex-stasis).
       Tutto sommato l'orgasmo è l'unico istante di liberazione a disposizione della maggior parte degli uomini. Ma loro non si rendono conto che è una ricerca spirituale. Credono che si tratti di un desiderio della carne.

La forza dell'illusione


Dio sarebbe un Essere pieno di amore e bontà, che veglia su di noi e risponde alle nostre preghiere? Ogni tanto abbiamo le prove che le cose non stanno così. Per esempio, l’Olocausto ebraico che si commemora in questi giorni. Ma di olocausti ce ne sono in continuazione e in tutto il mondo e in tutti i tempi.
La gente prega, ma non viene esaudita.
Ciononostante, la gente non recepisce. Vuol continuare a illudersi. È questo il grande mistero della psicologia umana.
È l’illusione che domina il mondo, così come hanno sempre sostenuto le religioni orientali.

venerdì 25 gennaio 2019

Il potere dello spirito


Una delle grandi scoperte della fisica moderna è il rapporto esistente fra osservatore e osservato. In altri termini, il mondo che osserviamo dipende dal soggetto che lo osserva e da come lo osserva; le sue caratteristiche sono determinate dal tipo di conoscenza e di consapevolezza di chi lo apprende. Se l'osservatore fosse diverso, se il suo livello di coscienza fosse diverso, anche il mondo sarebbe diverso. La danza degli atomi viene ordinata in un certo modo dalla mente che la conosce.
       Se esistessero osservatori diversi da noi, il loro mondo sarebbe differente dal nostro.
       Perché allora non cercare di cambiare il mondo cambiando il nostro livello di osservazione? Se vi trovate in difficoltà, anziché sbattere la testa contro l'ostacolo, cercate di diventarne consapevoli in modo diverso. La grande creatrice di questo mondo è ciò che chiamiamo "mente". Proviamo a cambiare le sue coordinate, il suo punto di vista, scendiamo a un livello più profondo, e il mondo che abbiamo creato sarà differente.
       Dobbiamo agire sulla consapevolezza se vogliamo vivere in un mondo nuovo.

Il dolore del saggio


I dolori fisici, le malattie, le perdite, la vecchiaia, la morte... tutto ciò può capitare a chiunque, anche ai santi, ai giusti e agli illuminati. Ma, mentre per l'uomo comune si tratta di condizioni che non può accettare, che non capisce e per cui soffre tremendamente, per il saggio, che ha sempre presente che tutto cambia e che tutto può decadere, simili colpi diventano strumenti per approfondire la sua spiritualità.


Il Dio in divenire


Quando si discute di Dio, i credenti sostengono che è il creatore di tutto e che lui si è creato da solo. Ma questa auto-creazione non deve essere posta solo nel passato. In realtà è un processo continuo, una forma di auto-perfezionamento, esattamente quello di cui anche noi siamo testimoni e collaboratori.
Tutto diviene – anche Dio.
L’evoluzione è Dio che si auto-perfeziona.
Dio non è che il tutto che cerca di migliorare (ma non è detto che ci riesca, il finale non è assicurato affatto). E ormai tutti vi siamo coinvolti e responsabili.

Il Dio dei fascisti


A Margherita Hack, la nota astronoma, fu domandato se Dio fosse di destra o di sinistra, e lei rispose senza esitazioni: “Di destra!”
In effetti per molti credenti Dio non è che il grande Dittatore le cui leggi e i cui ordini non si discutono. E, sotto questa forma, è il faro di tanti uomini di destra che se ne vanno in giro ostentando rosari, crocefissi, bibbie e santini.
D’altronde non si è mai sentito un Papa criticare o scomunicare un dittatore fascista. Per esempio il Papa argentino non ha mai aperto bocca quando nel suo paese c’era la dittatura.
Naturalmente possono esserci varie immagini di Dio. Ma quella di destra va per la maggiore.
Noi però abbiamo un’idea diversa. (Vedi il prossimo post).

giovedì 24 gennaio 2019

La vera gioia


La felicità che viene dagli oggetti e dall'esterno è superficiale e destinata a sparire presto. Per esempio, io sono felice perché sono giovane e bello. Ma arriverà il momento in cui non sarò più né giovane né bello... allora che farò? Mi suiciderò? Sarò sempre infelice da quel momento?
       È evidente che la fonte della felicità non può risiedere nelle cose esterne, ma soltanto in qualcosa di interiore - questo è il messaggio di tutti i saggi del mondo. Solo ciò che viene dal nostro stesso essere non dipende dai cambiamenti esterni e dunque può essere duraturo. Questo è il motivo per cui bisogna scavare dentro di noi, alla ricerca del centro di quiete. Da lì viene la gioia, più che la comune felicità.

Il centro dell'anima


Al centro del nostro essere, in fondo, nascosto da strati di varie attività mentali, esiste un nucleo di serenità e di pace, lontano dagli eventi del mondo, dagli alti e dai bassi del nostro carattere, dagli antagonismi e dalle competizioni di questo mondo. Trovatelo dentro di voi, identificatelo... distinguetelo dall'ego consueto, con tutti i suoi eccessi, le sue contrapposizioni e i suoi desideri.
Cercate di insediarvi in esso permanentemente o comunque il più possibile. E ritornateci ogni volta che la vita vi mette in crisi. È come un porto, al sicuro da tutte le tempeste. È un luogo silenzioso, dove arriva attutito il rumore del mondo, un posto da cui si può contemplare ogni cosa serenamente.

L'amore consapevole


Molti credono che il senso di mancanza o di incompletezza che provano possa essere colmato soltanto da un'altra persona, dall'amore. Così, quando s'innamorano, credono di aver finalmente risolto il problema della loro vita. Ma, dopo il primo periodo in cui tutto va bene, ecco che arrivano le prime delusioni: l'altro non è come lo si credeva, l'altro non si fonde con noi, l'altro non ci capisce, ognuno resta un essere separato con esigenze e lacune del tutto personali. E allora ecco che ritorna il senso di solitudine e di sofferenza, ecco che spuntano la gelosia, la competizione, la possessività, il confronto, il risentimento, talvolta l'odio. Ecco che rispuntano i difetti nostri e altrui.
       Il problema è che, quando si parte da un bisogno di amore, si diventa dipendenti da qualcuno, più o meno come si diventa dipendenti da una droga. Mentre il vero amore non dovrebbe essere tanto l'eliminazione di una lacuna quanto il dispiegarsi dell'essere più profondo di una persona. Non un attaccamento, ma il suo contrario: una presenza costante, la liberazione di un'energia interiore che non cerca né di controllare né di possedere, ma di realizzare se stessa. L'amore come consapevolezza profonda, un sentimento che capisce ciò che siamo e che ci fa accettare ciò che siamo e ciò che gli altri sono. In parole povere, se prima non diventate profondamente consapevoli di voi stessi, l'amore che cercherete sarà sempre uno stato di compensazione che non vi potrà dare la vera felicità.

Dio Madre: l'accoglienza


Si sa che tra le varie aberrazioni delle religioni c'è anche quella di concepire Dio in termini maschili, un errore macroscopico, tanto più che la trascendenza è molto più simile a una Fonte, a una Madre o ad un Utero - ciò da cui tutto nasce e tutto ritorna. Non a caso, un classico cinese molto profondo, il Tao Te Ching, definisce il Tao come la "madre dell'universo". Anche certe antiche religioni parlavano della Dea Madre. Poi, con il prevalere delle qualità maschili e con l'istituzioni delle società patriarcali, Dio fu sentito come una figura maschile, come un Padre.
       Naturalmente, la trascendenza non è né padre né madre. Ma è indubbio che la mente razionale, con le sue caratteristiche di durezza e di rigidezza, sembra avere più qualità che tradizionalmente attribuiamo ai maschi, mentre l'essere di fondo appare più accogliente, più flessibile, più cedevole e dunque più "materno". Purtroppo, le donne hanno progressivamente abbandonato le loro qualità femminili, finendo per adottare il comportamento maschile. Oggi, se esaminiamo il discorso scritto di un ministro, di un imprenditore o da un operaio, non riusciamo a distinguere se sia un maschio o una femmina. Tutti hanno abbracciato la stessa logica, le stesse modalità di pensiero. E l'accoglienza, l'accettazione, nei maschi e nelle femmine, diventa sempre più difficile, i rapporti sono sempre più conflittuali o basati su bisogni soltanto fisici.
       Tutti dovrebbero sviluppare la qualità fondamentale dell'accoglienza - di sé (accettarsi così come siamo) e degli altri (accettarli così come sono). Ma questo è possibile solo a condizione che si faccia dentro di noi uno spazio sacro, un silenzio profondo, un vuoto di desideri, una consapevolezza del presente.
       Al di là del passato e del futuro, al di là dei nostri pregi e dei nostri difetti, al di là del maschile e del femminile, c'è ciò che siamo, l'essere di fondo, che non ha sesso. Questo va colto e mantenuto vivo dentro di noi.

mercoledì 23 gennaio 2019

La felicità interiore


Se vogliamo un minimo di felicità nella vita, dobbiamo ridimensionare cose ed eventi cui diamo troppa importanza. È la scala dei valori che va cambiata. Il successo e il ruolo sociale non sono affatto così importanti, non aggiungono niente a ciò che siamo. Questo è il punto: dobbiamo sapere chi siamo e che cosa vogliamo. Capita continuamente di leggere di persone di successo, di persone ricche, di persone famose, che si riducono a vivere di tranquillanti e stimolanti, di droghe di ogni genere. Dunque, non era il successo, non era la ricchezza, non era la fama ciò che veramente cercavano. Cercavano come tutti un po' di felicità, un po' di quiete, un po' di equilibrio, un po' di amore, perché alla fine tutte queste cose - veramente basilari - non si basano affatto né sul successo sociale né sul denaro. La serenità non dipende dai beni esteriori e non dipende nemmeno dal giudizio degli altri. Dipende da ciò che noi siamo interiormente, dipende da ciò che ci sentiamo dentro - non da altro.
       Non lasciatevi dunque fuorviare dai valori che sembrano prevalere nelle nostre società; si tratta di falsità messe in giro da persone ignoranti che non hanno capito niente della natura umana e dei suoi veri bisogni. Ricordatevi sempre che siamo qui per breve tempo, che siamo qui di passaggio, che non potremo portarci via i beni esteriori accumulati, i quali saranno presi da altri o mangiati dalla ruggine e dalle tignole. Le Ferrari o i lingotti d'oro non servono a niente: sono giocattoli per passare il tempo. Ma alla fine sarete voi di fronte a voi stessi. Questa è l'unica cosa che conta. Questa è l'unica cose che potrete portarvi dietro nel caso in cui ci sia un’altra dimensione.
       Se non riuscite a stare soli con voi stessi, se non riuscite ad essere sereni in compagnia di voi stessi, come pensate di trovare un po' di felicità qui in questa vita e in ogni altro luogo?
       Se non sarò me stesso, chi lo sarà per me? E, se non ora, quando?


Il senso della vita


Cogliere il momento presente, ritornare al qui e ora, rientrare in contatto con la realtà attuale, non vuol dire cercare di censurare il passato, ma uscire dalle nebbie, dai condizionamenti e dalle sofferenze della mente, che vive sempre di memorie e di speranze, sempre dislocata, sempre altrove, sempre alienata. Significa dunque uscire dal mondo delle interpretazioni per ritrovare il senso della vita.
            Il senso della vita è qualcosa di vivo e di attuale, qualcosa che è sempre presente adesso, non un ricordo e neppure un progetto.

La nevrosi religiosa


Nelle religioni, gli uomini non cercano la verità, ma un rifugio. Però, se un rifugio non è basato su fondamenta solide, che riparo può dare? Resta un riparo vacillante che la prima tempesta può spazzare via.
Sentivo di un tipo che diceva di essere molto credente, di partecipare a tutti i rituali, di pensare e pregare continuamente Dio. Se non lo faceva, si sentiva male.
La tipica nevrosi ossessiva, senza la quale ci si sente male. Non era Freud che sosteneva che la religione è la nevrosi ossessiva dell’umanità?
È come doversi lavare continuamente le mani o ripetere una parola o un gesto. Una malattia mentale.

martedì 22 gennaio 2019

IL karma dell'Italia


Le nazioni hanno un karma, esattamente come gli individui. E karma significa che si raccoglie ciò che si semina. Negli ultimi decenni l'Italia ha accumulato un karma negativo non solo attraverso la corruzione e le ingiustizie, ma soprattutto attraverso una forma di inconsapevolezza e di ignoranza. Gli italiani hanno delegato il potere a gruppi di incapaci o di corrotti che hanno fatto solo il loro interesse, fregandosene del bene comune, fregandosene dell'equità. Ed ecco i risultati che si abbattono su tutti noi: non solo l'impoverimento generale, ma anche tutti i disastri “naturali” (dovuti in realtà a imprevidenza). È il clima di inconsapevolezza che crea tutto questo. E l'unico modo di uscirne è aumentare il nostro livello di consapevolezza, tutti.
            Un ragazzino che oggi avesse undici anni non saprebbe spiegare perché il paese si trova nelle attuali difficoltà. Ma  una persona di 70  o 80 anni, ricordando tante cose e mettendo in fila gli avvenimenti... capirebbe di più. Il karma è una questione di memoria, di visione complessiva.

Gesù, l'ebreo


Ogni volta che si commemora la Shoah, c'è come un senso di incompletezza: sembra che la persecuzione contro gli ebrei sia nata per caso dalla mente di un folle dittatore. Ma in realtà il folle dittatore aveva preso questa idea da secoli di odio anti-ebraico, alimentato prima dai Vangeli, in cui al popolo ebraico si fa gridare: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli" (Matteo 27, 25), e poi da innumerevoli Padri della Chiesa, tra cui alcuni venerati come "santi". Le persecuzioni antiebraiche e i pogrom proseguirono in tutto il Medioevo, provocate proprio dal fanatismo cristiano. E non dimentichiamo che il primo ghetto fu costruito proprio a Venezia, seguito poco dopo dal ghetto di Roma.
       Quando dunque Hitler rispolverò e attuò l'antica idea di annientare gli ebrei, fu l'inconsapevole esecutore del desiderio di distruggere il popolo che aveva rifiutato di riconoscere in Gesù, nell'ebreo Gesù, il Messia. Questo è sempre stato il punto debole del cristianesimo: il fatto cioè che Gesù fosse semplicemente un ebreo che non si sognava minimamente di fondare un'altra religione, un ebreo che non aveva mai disconosciuto la sua religione d'origine. Se non fosse nata una Chiesa, la sua predicazione sarebbe rimasta confinata nell'ambito dei vari filoni dell'ebraismo, che non è mai stato una religione unitaria.
       È da qui che nasce il complesso di inferiorità del cristianesimo, il suo complesso edipico, la volontà di distruggere quel popolo che dimostrava le vere origini storiche e culturali del messaggio di Gesù. Si voleva cancellare in realtà il semplice fatto che Gesù era un ebreo, che il cristianesimo non era una dottrina inusitata, un intervento divino, ma un'interpretazione nuova di una vecchia religione. Si volevano estirpare le radici ebraiche.
       Non a caso, la Chiesa non disse una parola a difesa degli ebrei e benedisse fascismo e nazismo. Se ne stette zitta sperando in cuor suo che il folle dittatore eseguisse quello sporco lavoro che essa aveva iniziato ma che non aveva avuto il coraggio di compiere. Tant'è vero che molti criminali nazisti riuscirono a fuggire all'estero con un passaporto del Vaticano.
       D'altronde, la connessione fra nazifascismo e antisemitismo continua fino ai nostri tempi, in cui esistono ancora gruppi di oltranzisti cristiani che inneggiano al nazifascismo e che non perdono l'occasione per esprimere il loro odio verso gli ebrei.

Satori


Tutti sono in grado di sperimentare istanti di pace e di gioia, istanti di illuminazione, di "piccole illuminazioni". Ossia momenti in cui ci si libera della pesantezza della mente e si percepisce un'esperienza in tutta la sua intensità. Per esempio, guardare il mare, camminare in un bosco, entrare in una caverna, contemplare un fiume, assistere a un’eclisse, osservare un panorama montano, ascoltare un suono inatteso... In Giappone questi istanti di chiara visione si chiamano satori. Di solito sono esperienze di breve durata e passano inosservate alla coscienza razionale, che non le riconosce come stati di illuminazione/liberazione.
Ma in realtà sono momenti di sospensione della comune attività mentale, dei rapporti immaginari con il passato e il futuro, della trappola del tempo e una riscoperta del contatto diretto con qualcosa di reale. L'ego con le sue rigidità si allontana, la mente con le sue categorie e i suoi giudizi si arresta, e rimane la realtà, la pura consapevolezza. Quando diventiamo così intensamente consapevoli da trascendere l'abituale attività mentale, in realtà non è il nostro ego che diviene consapevole, ma è il nostro intero essere. Nell'assenza dell'ego-mente c'è la presenza dell'essere. E queste esperienze sono la prova che l’io può essere trasceso.
Di solito è l’abitudine che ottunde i nostri sensi. Ma talvolta qualcosa ci stupisce e ci fa uscire dalla prigione dei pensieri

lunedì 21 gennaio 2019

L'arte di passeggiare


Guardate come vanno in giro le persone. Tutte prese dai loro pensieri, non vedono niente. È come se seguissero un film che scorre nella loro mente.
Voi non imitatele; anzi, fate del passeggio un'occasione per meditare. In che modo? Rendetevi conto del film che scorre nella vostra mente e guardatevi attentamente intorno. Dovete interrompere il film e ritrovare il contatto con la realtà.
La meditazione è l'arte dell'osservazione. Passeggiate osservando le persone e le cose, come se cercaste un tesoro nascosto. Fate conto di cercare una busta di denaro che qualcun altro - il solito distratto - ha dimenticato. Liberatevi di ogni altro pensiero e state attenti!
       Dove si vede che la meditazione non ha niente a che fare con la riflessione, anzi è il suo contrario. La riflessione deve avvenire prima e dopo, ma mai durante.

Fede e illuminazione


Di solito, chi ha una fede, chi crede cioè in un complesso di credenze, è il più lontano dall'illuminazione. Infatti, tutto ciò che vede, lo vede attraverso le categorie mentali della sua fede.
           Bisogna liberarsi di ogni credenza preconcetta per ritrovare il contatto con la realtà. Questo è un principio fondamentale.

Resettare la mente


Illuminazione è l'uscita improvvisa dalle attività di filtraggio e di interpretazione della mente, il recupero del rapporto diretto con la realtà e la scoperta della vividezza delle cose, non più appannate dalla mediazione mentale.
            Si chiama illuminazione proprio perché è un vedere con più chiarezza. Ma non bisogna mitizzarla. Ogni volta che ci sgraviamo da un peso, ogni volta che proviamo un grande sollievo, ecco una piccola illuminazione, ecco una piccola liberazione.
            Naturalmente esistono gradi e livelli differenti di illuminazione, di "chiara visione".
            Per liberarsi dalla vischiosità delle attività mentali e delle loro sovrastrutture è molto comune mettersi a seguire il respiro (all'altezza delle narici o dell'addome) perché il respiro avviene sempre qui e ora; è dunque un metodo per disidentificarsi dalla mente e per rinforzare la presenza mentale. In realtà, ciò che opera lo spostamento è l'osservazione, rivolta a qualcosa di concreto e attuale. Primo, prendo coscienza che sono trascinato dagli schemi mentali; e, secondo, prendo da esse le giuste distanze.
            Questo spostamento, questa presa di coscienza, va ripetuta di continuo durante la giornata. Ci permette di uscire o di allontanarci dalle nebbie mentali (ricordi, anticipazioni, rimorsi, rimpianti, paure, credenze, fedi, riflessioni, fantasie, ecc.) per avvicinarci al nostro più autentico essere.
            La mente è un insieme di meravigliose facoltà, ma ha il difetto di trasportarci in mondi virtuali allontanandoci dalla realtà. Con la meditazione la resettiamo e riprendiamo il contatto con il vero sé.
            Non credete a coloro che vi riferiscono di visioni, magari di angeli o di santi. Quelle visioni sono proiezioni mentali, che sono l'esatto contrario dell'illuminazione.

domenica 20 gennaio 2019

La via dell'attenzione


Fateci caso: c'è solo l'attenzione che è capace di farci uscire dalla prigionia della mente. Siamo lì che fantastichiamo, pensiamo, ricordiamo il passato, cerchiamo di immaginarci il futuro, e naturalmente ci preoccupiamo, abbiamo rimpianti, proviamo paura, proviamo rabbia, proviamo nostalgia, conversiamo con noi stessi... insomma siamo immersi nel solito dialogo interiore, divisi a metà, alienati dalla realtà che ci circonda - ed ecco che all'improvviso un uccello si posa sul nostro balcone, una donna si mette a cantare, udiamo uno scontro in strada, sbattiamo con lo stinco contro un mobile, ci casca in testa un ragno, entra nella stanza una bella ragazza, eccetera eccetera, e noi ritroviamo la presenza mentale: interrompiamo il chiacchiericcio interiore, ci concentriamo, prestiamo attenzione e i nostri sensi sono all'erta.
Così, per un istante, usciamo dalla gabbia dei nostri pensieri e dei nostri stati d'animo abituali, annulliamo il nostro io diviso, ci riunifichiamo e siamo attenti e vigili... Ma, l'istante dopo, rientrano le interpretazioni mentali, le emozioni, i ragionamenti, i calcoli, i ricordi, i confronti, le previsioni, ecc., e quindi rientra in azione la mente con tutto il suo pesante bagaglio di condizionamenti.
       C'è un solo istante in cui possiamo essere liberi - è una questione di psicologia elementare. Lì bisogna entrare, lì è la porta. Dobbiamo cercare di dilatare quel momento. Questa è la meditazione - una pratica che ci rende liberi, lucidi e pronti. E che ci riporta alla realtà.
       Pensate che queste esperienze di liberazione non siano una forma di illuminazione? Eppure, quando uscite dalla gabbia della mente, vi sentite sollevati, leggeri e gioiosi, e il vostro cervello funziona meglio, con più chiarezza, con più capacità di invenzione. Quando ci siete dentro, invece, vi sentite pesanti, confusi, ansiosi, angosciati... Dunque il potere dell'attenzione, il potere della presenza mentale, non è cosa da poco: è il segreto della liberazione.


sabato 19 gennaio 2019

La malattia del tempo


"Che ora è?"
"È proprio ora!"
Lo so, siamo abituati a rispondere guardando l'orologio. Ma in realtà è sempre e soltanto ora, è l'istante che viviamo - nessun altro. Il tempo è una convenzione umana. C'è sì qualcosa che scorre, ma sono i nostri processi di pensiero, l'abitudine che abbiamo di passare dal passato al futuro, senza mai soffermarci sull'adesso. Adesso che ora è? È esattamente questo istante. Tuttavia non ce la facciamo neppure a identificare, a cogliere questo istante. Perché abbiamo la mente che non riesce a concentrarsi e a svuotarsi, perché non stiamo attenti. Dobbiamo rimuginare dentro di noi pensieri ed emozioni, che formano come una barriera invisibile tra il nostro essere e l'istante presente - là dove s'interpone l'io.
       Alleniamoci dunque ad essere presenti. La presenza mentale ci fa tornare sull'istante, ci fa essere attenti a ciò che succede adesso. Così facendo, usciremo dalla nebbia mentale, dal chiacchiericco della mente, dal rumore, dalla confusione e ritorneremo al presente. Mettiamo un contaminuti o una qualunque sveglia, e, quando suona, ricordiamoci di essere attenti al presente.
       Che istante è questo? Che cosa occupava la mia mente? Quali pensieri mi allontanavano dal presente?
       Ma non mettiamoci a ricordare o cadremo nella solita trappola. Piuttosto rivolgiamo l'attenzione al presente, a un colore, a un suono, a un oggetto, a una persona, a un animale, a una sensazione... a qualunque cosa sia lì in quel momento. È così che interrompiamo l'incessante fiume mentale che ci trascina avanti e indietro nel nostro tempo soggettivo.
       Solo l'attenzione, solo la consapevolezza, ci possono guarire dalla malattia del tempo.

Le illuminazioni


Illuminazione è distensione, non concentrazione. O, per meglio dire, è una distensione che segue una intensa tensione. Un po' come succede in un orgasmo sessuale. La tensione è data o da una ricerca deliberata o dalla vita stessa, che produce inevitabilmente stress e sofferenza. Quando la tensione mentale lascia di colpo la presa e si ha una forte distensione, ecco che si verifica l'illuminazione, il risveglio, il satori. Il periodo di sofferenza è la "notte oscura" dell'anima.
       Un altro aspetto dell'illuminazione è la sua forza unitiva; in altre parole, si tratta di un'esperienza di unione, di un superamento improvviso di una divisione (ritorna l'analogia con l'orgasmo sessuale). In questo caso la divisione è quella provocata dall'emergere dell'ego, che crea una separazione dall'essere. L'individuazione infatti ha un prezzo alto, in quanto la coscienza è costretta a isolarsi per definirsi.
       L'illuminazione è la perdita dell'identificazione con l'ego e il recupero dell'identità originaria. Una fusione che è avvertita come un ritorno. Tutte le cose appaiono interdipendenti, vive e significative.
L’illuminazione, come indica la parola, è un vedere chiaro.
       Pur essendo un'esperienza rara, l'illuminazione può accadere a tutti. E piccole illuminazione accadono davvero a tutti, se stiamo attenti. Quando la tensione-sofferenza di uno stato d'animo lascia di colpo il posto ad una distensione, si ha una sensazione di gioia, di estasi, di sollievo, di liberazione. Quando c’è una gran confusione, all’improvviso se ne può uscire con una soluzione. Ecco perché si parla anche di liberazione e di risveglio. Si esce come da un sogno o da un incubo.
Più si va a fondo nella confusione o nella tensione, più forte sarà l’illuminazione.
Non esiste un’unica illuminazione, ma varie forme di illuminazione, a vari livelli. Alcune sono più complete di altre. Altre sono legate a specifiche soluzioni.
       L'illuminazione può essere di durata variabile (anche di un istante), ma alla fine, come tutte le esperienze, finisce. Rimane un ricordo o comunque un riflesso, che può anche essere riattivato.
       L'illuminazione è un’esperienza che dà una nuova visione dell'esistenza, ma non risolve i problemi dell'esistenza, che sono legati non solo a stati d'animo ma anche alla durezza delle condizioni di vita. È chiaro che dall’illuminazione bisogna passare all’azione. Comunque, dà una forza e una chiarezza che possono essere utilizzate per risolvere sia i problemi filosofici sia i problemi pratici.


venerdì 18 gennaio 2019

In medio stat virtus


Anche la troppa felicità può essere dannosa. Per esempio, quando diventiamo euforici, ci buttiamo in un'impresa senza riflettere e, a quel punto, le cose ci vanno male.
       Se dunque da una parte non dobbiamo cedere allo scoraggiamento o allo sconforto, dall'altra parte non dobbiamo cedere all'euforia. Entrambi gli estremi sono dannosi. Anche la felicità può darci alla testa e farci sbagliare. Anche la felicità può far male.
       Ecco perché è meglio calmare la mente, meglio evitare gli estremi. Meglio la serenità della felicità.

Umano, troppo umano


Un Dio che crea il mondo, lo custodisce, lo guida, interviene, parteggia, risponde alle preghiere, giudica, premia e punisce non è la Trascendenza - è l'idea di un padrone, di un potente terreno elevato all'ennesima potenza. È dunque la proiezione di un'idea umana. È semplicemente l’idea di monarca assoluta applicata al divino.
       Trascendenza significa ciò che oltrepassa le nostre capacità di pensare, mentre questa idea di Dio è l'evidente parto di una mente che non riesce a uscire dai propri limiti.
       Il Dio delle religioni è dunque un prodotto di scarto.
Ma come? vi domanderete. Un Dio venerato da miliardi di esseri umani sarebbe un prodotto di scarto?
       Sì, come tutti i prodotti di massa.
Non c'è che un modo per avvicinarsi alla Trascendenza - far tacere la mente condizionata.

Una rete di istanti


Il tempo è fatto di istanti. Anche il passato è in realtà un ricordo che avviene qui e adesso, nel momento presente. Dunque, in questo istante è racchiuso l'intero mondo. E qui in questo istante si incrociano i destini di tante persone, i loro stessi universi. Rendiamocene conto - e stiamo attenti proprio a questo istante. L'istante successivo tutto potrebbe cambiare. L'istante successivo potremmo non esserci più, potremmo aver imboccato un altro mondo... e potremmo aver incrociato altri destini, nella trama infinita degli universi.

giovedì 17 gennaio 2019

Esercizi di attenzione



Gli attenti ottengono l'immortalità; i disattenti sono come già morti - dice il Dhammapada. Ci siamo dimenticati di queste antiche massime e abbiamo costruito sistemi sociali basati sulla disattenzione. Pare che ormai l'uomo moderno non possa rimanere attento per più di pochi minuti. Il risultato è che viviamo come sonnambuli, senza essere veramente presenti in ciò che facciamo. Siamo distratti da mille attività e ci sembra così di vivere più intensamente. Ma possiamo passare davanti a una persona senza neppure vederla, come se non esistesse.
       In realtà perdiamo di vista l'essenza delle cose e ci sfugge la trama profonda del mondo, degli uomini e di noi stessi. Siamo confusi: ci muoviamo come automi o marionette.
       La meditazione si presenta allora come un esercizio di attenzione. Perché il mondo, sia quello esteriore sia quello interiore, è ciò che noi percepiamo, rappresentiamo e interpretiamo.
       Stare attenti ci permette di prendere le distanze dalla nostra mente, di interpretare diversamente o di smettere di interpretare gli eventi.
       Facciamo dunque continui esercizi di attenzione, non in astratto ma nelle varie situazioni concrete dell'esistenza. Osserviamo noi stessi, osserviamo le persone; notiamo ciò che gli altri non vedono. Il tempo è fatto di istanti successivi, e ad ogni istante si apre un nuovo universo. Sta a noi in quei momenti imboccare una via anziché un'altra.
       Provate a girare distratti per la giungla – quanto durerete?
       Tutto avviene nel momento presente - anche la memoria di eventi passati è qui e ora. E se il tempo è una successione di istanti, come i fotogrammi di un film, è la nostra mente che lo fa scorrere. Con l'attenzione possiamo far scorrere la nostra vita in una direzione piuttosto che in un'altra.


“Esiste la luna quando nessuna la guarda?” si domandava Einstein.
Se nessuno la guarda, né essere umano né altro animale, la luna non esiste. Perché è proprio il guardare, l’osservare che trae dal nulla la cosiddetta realtà. Ma la realtà in sé non esiste, è vuota di consistenza.
Dunque è dall’osservazione-attenzione che nascono le cose. Stiamo inoltre attenti a come guardiamo le cose. A un tipo di osservazione esiste una certa cosa, a un altro tipo di osservazione nasce un’altra cosa.


La via del mondo e la via della saggezza


Il mondo va da una parte, ma la saggezza va dalla parte opposta. Per esempio, tutti siamo attaccati alle cose e alle persone, ma la saggezza ci dice di distaccarci. Tutti si identificano con ruoli e maschere, ma la saggezza ci dice di dis-identificarci. Tutti ci dicono di avere, di accumulare, di riempirci (di beni, di affetti, di relazioni, ecc.), ma la saggezza ci dice di fare esattamente il contrario: di svuotarci, di spogliarci, di liberarci.
Il mondo ci spinge a desiderare, ad agitarci, a tenderci, ma la saggezza ci dice di non-desiderare, di stare tranquilli, di distenderci.
Il mondo ci spinge a distrarci, a disperderci, ma la saggezza ti spinge a concentrarci e a stare attenti.
La via della saggezza non è la via del mondo.
Il mondo non ascolta o ascolta voci differenti che ci portano alla confusione e alla sofferenza.
Le voci della saggezza sono parole al vento.
Del resto, se fossimo saggi, non saremmo qui.

mercoledì 16 gennaio 2019

Essere se stessi


Se vi recate in un posto dove vi trovate male (mangiate male, dormite peggio, la gente è scortese e litigiosa, il clima è pessimo, ecc.) non vi viene certo in mente di chiamare altre persone. A tutti dite: “State alla larga!”
Ma la stessa cosa avviene per quanto riguarda la vita in questo mondo. Vi è piaciuta? Non vi è piaciuta?
Se il vostro bilancio è positivo, capisco che vogliate dei figli. Ma, se è negativo, è assurdo che vogliate dei figli.
Non ascoltate le voci dei preti che vi dicono che il vostro dovere è fare figli.
Ognuno dovrebbe basarsi sulla propria esperienza. Non seguire regole imposte dalla società o da una natura indifferente e megalomane. Noi non abbiamo nessun dovere. E, in tanti casi, è meglio non seguire la corrente comune.
Lasciamo perdere i consigli e le opinioni degli altri, basiamoci sulle nostre, che hanno il vantaggio di essere autentiche, incontrovertibili. Lasciamo perdere i consigli dei preti, dei genitori o degli amici, che magari sono infelici ma non vogliono ammetterlo. Non basiamoci su ideologie o fedi. Lasciamo perdere coloro che decantano le meraviglie dell’esistenza. Non facciamo figli come i conigli che devono ubbidire a istinti che non capiscono.
Liberiamoci dalle catene delle abitudini e dei luoghi comuni. Alla fine, ciò che conta per giudicare in questo campo è la nostra esperienza.


Ognuno ha una propria vocazione – anche quella di non fare nulla, di non impegnarsi, di uscire dalla corrente comune che trascina tutti gli altri. Ma in tanti casi vi accorgerete che il mondo è contro di voi. Non vuole che realizziate la vostra vera vocazione, vuole che siate come pecore o formiche. Tutti schiavi della natura. Tutti sacrificati nella loro individualità.
Il mondo non vuole che siate voi stessi, il mondo vi vuole uguali agli altri, tanti mattoncini senza autonomia, senza originalità.
Molti vorranno imporvi le loro vocazioni o i doveri comuni. Devi fare come i tuoi genitori, devi ubbidire alla volontà della società o della Chiesa –  tutto ciò che vi renderà infelici per sempre.
Seguite la via della vostra personale vocazione. Non avrete altre possibilità. Dice un proverbio ebraico che ognuno dovrebbe scolpirsi in fronte: “Se io non sarò me stesso, chi lo sarà per me. E, se non ora, quando?”

martedì 15 gennaio 2019

Che cos'è il fascismo


Al di là di tante chiacchiere ideologiche, la differenza tra un regime di destra e un regime fascista è che questo secondo, prima o poi, uccide i suoi avversari politici.
In Polonia, a Danzica, è stato ucciso il sindaco, uno dei principali oppositori del regime clerico-fascista che è al governo.

La guerra universale


Il mondo è in guerra, sempre è dappertutto. Ogni cosa, ogni essere vivente è in guerra contro gli altri. Tutti, per nutrirsi, devono andare a caccia e uccidere altri esseri viventi. E questa non è un’invenzione dell’uomo, ma una creazione della natura. Guardate che cosa devono fare un lupo, un leone o una tigre per mangiare. Devono scovare e inseguire una preda, catturarla, ucciderla e dilaniarla per ingoiarla. Ma lo stesso fanno tutti gli altri animali. E l’uomo.
È vero che ci sono animali erbivori, ma, a parte il fatto che devono mangiare vite vegetali (che solo noi consideriamo inferiori), sono a loro volta prede di altri. Anche i batteri, anche i virus devono fare lo stesso. E anche l’uomo.
E poi la guerra di tutti contro tutti non riguarda solo il mangiare, ma anche altri campi. Quando non c’è una guerra di un popolo contro l’altro, c’è sempre una guerra per l’economia, per il potere, per la supremazia. Nelle nostre società si lotta tutto il giorno per emergere e guadagnare. C’è una guerra tra ricchi e poveri, tra onesti e delinquenti, tra furbi e ingenui, tra maschi e femmine, tra vecchi e giovani, tra genitori e figli, tra fratelli. Ognuno, per vivere o per vivere meglio, deve lottare contro qualcun altro.
E poi, se volete, c’è una guerra nella natura, che ogni giorno produce terremoti, eruzioni, tifoni, alluvioni, siccità e altri cataclismi. E c’è una guerra nell’universo tra pianeti, stelle e galassie, che non stanno mai ferme ma si muovono in continuazione. È la guerra del divenire, dell’impermanenza.
Sì, perché il termine “guerra” sta per contrasto, e tutto si basa sul contrasto tra forze opposte: la luce e le tenebre, il freddo e il caldo, l’alto e il basso, il bene e il male, l’attrazione e la repulsione, amore e odio, altruismo ed egoismo, vita  , ecc.
E, infine, c’è anche la guerra all’interno di ognuno di noi, dove si scontrano tendenze opposte, istinti opposti e io opposti, Ognuno è in guerra contro gli altri e contro se stesso.
Ecco perché quando qualche credente mi viene a dire che questo mondo è stato creato da un Dio onnipotente e pieno di amore, io rispondo: “Non mi risulta. Guarda meglio”. Se la causa si vede dall’effetto, un gran brutto Dio ha creato questo mondo, un Dio violento, un Dio macellaio.
Come ho spiegato, non c’è modo di uscire da questo stato permanente di guerra… se non incominciando a trovare la pace e la calma dentro di sé. Ma pochi lo capiscono e continuano a combattere alimentando senza fine ciò che i filosofi antichi chiamavano polemos, contesa.

Quest'ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei, né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne.”
Eraclito, fr. 30

Un minuto di raccoglimento


Quando nei campi di calcio si vuole onorare qualcuno, si decide un minuto di raccoglimento, e spesso i soliti imbecilli battono la mani. Ma qualche volta succede davvero: migliaia di persone si alzano e stanno in silenzio, pensando alla persona scomparsa.
Saremmo una società migliore se prendessimo l'abitudine di tenere un minuto (o più) di raccoglimento prima di ogni avvenimento importante, per esempio prima di un incontro sportivo, prima di una lezione scolastica, prima di un pranzo, prima di accoppiarsi o comunque prima di fondamentali attività quotidiane. Non per rivolgere una preghiera a qualche divinità che potrebbe anche essere una proiezione mentale, ma per entrare più consapevolmente in ciò che ci apprestiamo a fare.
Sarebbe un principio di meditazione, che correggerebbe i nostri peggiori difetti: soprattutto l'incoscienza, la superficialità rumorosa, la grossolanità. Niente comunque ci vieta di farlo individualmente. Provate, e la vostra vita acquisterà più spessore. Sarà il primo passo per uscire dallo stato di sonnambulismo in cui viviamo abitualmente e acquisire una dimensione spirituale.

lunedì 14 gennaio 2019

Valore e valuta


Un tempo per indicare il valore di un uomo si parlava delle sue qualità, delle sue virtù. Si diceva per esempio che era generoso, che era buono, che era disinteressato, ecc. Oggi il metro di misura è quanto guadagna. Tant'è vero che quando si deve risarcire la morte di qualcuno si fa un calcolo non delle qualità dell'uomo ma di ciò che guadagnava o che avrebbe potuto guadagnare.
Insomma il valore è diventato solo quello del reddito, del denaro. Neppure la modestia è più un valore; ciò che si esalta è il suo contrario: l'arroganza. Ed eccoci al mondo moderno, dove ogni valore è ridotto a pura valuta. Ma, così facendo, anche l'uomo è diventato un numero, una merce, qualcosa da comprare o da vendere, una somma di denaro. Tu quanto vali? Ossia, quanto guadagni?
       Sta a noi riportare i valori al loro contenuto etico, psicologico e spirituale, e cacciare l'economia dall'anima umana.
       Ma è molto difficile, dato che anche le religioni rientrano nella categoria economico-finanziaria. L'aldilà viene visto addirittura come un buon investimento; mi devo comportare in un certo modo in questo mondo per ottenere in cambio qualcosa nell'altro mondo. Si tratta dunque di essere degli accorti investitori.
Leggiamo per esempio le parabole evangeliche dove Dio è paragonato ad un amministratore che chiede conto ai suoi sottoposti di come hanno investito le somme che erano state loro affidate.
       Non c'è niente da fare: se non ci liberiamo delle categorie mentali economiche, vedremo tutto nella loro ottica deformante. Ecco perché le fantasie su paradisi, inferni e purgatori rispondono sempre a questa logica mentale, alla logica terrena della ricompensa, del guadagno, del dare e dell’avere. Ecco perché non riusciamo a pensare alla trascendenza, ossia a qualcosa che sia ad un livello superiore a quello cui siamo abituati nelle nostre società del Dio Denaro.