giovedì 31 agosto 2023

Il senso di essere

 

Ciò da cui ha avuto inizio il tutto noi lo chiamiamo Dio, intendendo quasi che sia una persona, una volontà. Ma non è detto che lo sia. Potrebbe essere un’energia, senza nome, senza volto, forse senza intenzionalità. E, per dirla tutta, potrebbe non avere nessun inizio e nessuna fine: una forza che non ha niente a che fare con la persona, o un insieme di forze.

Siamo noi che la personifichiamo e le diamo un nome. Ma, essendo eterna o meglio al di fuori del tempo, non ha né un prima né un dopo.

Siamo noi che abbiamo creato i libri sacri, i miti degli dei e le teologie. Ma è più probabile che l’Origine non sia per niente un’origine, bensì una forza che si sviluppa e si muove in continuazione, che è sempre esistita. Uno stato più che un’origine.

Ma noi vogliamo che sia una Persona poiché per noi la persona è il culmine del creato e ci permetterebbe di comunicare. Però le nostre comunicazioni con Dio sono opinabili e abbastanza puerili. E allora ecco i profeti, i salvatori, gli dei, i libri sacri e il Dio che parla, il Verbo.

Resta il fatto che tutti costoro sono spariti e non hanno cambiato il mondo in niente. Ha fatto più qualche scienziato inventando un vaccino che i presunti miracoli divini. Perfino quando muoiono migliaia di persone o il mondo è sull’orlo della distruzione, non si vede nessun intervento miracolistico. Ce la dobbiamo sempre sfangare da soli.

Comunque sia, questa forza che ha dato origine a tutto è ora in tutte le cose, ma si comporta sempre in maniera a-razionale o folle per la nostra ragione. Mi dite che senso hanno questi miliardi di pianeti, di stelle, di galassie e di buchi neri senza un microbo di vita? Servono a qualcosa o sono necessari per tenere insieme la baracca?

Se la Terra esplodesse cambierebbe qualcosa nell’universo?  E se esplodesse l’universo? Interesserebbe a qualcuno? Dio si metterebbe a piangere o magari farebbe finalmente qualcosa?

Perciò, prima di sostituire il pronome “ciò” con “colui”, pensiamoci bene. Non è detto che la persona, la forma persona, la coscienza e l’io siano il vertice della creazione. Potrebbero addirittura essere una degenerazione, perché basati su una spaccatura del tutto unitario.

La nostra vita comincia e prosegue con il senso di essere; che si forma nei primi mesi di vita. Senza questo senso di essere non ci sarebbe nulla di cosciente, nessun essere vivente, vegetale e anomale. Ma il senso di essere dura il tempo di una vita e poi scompare. Dunque, non è vero che l’essere sia la realtà ultima o prima. La realtà ultima o prima è quella che c’è prima o dopo.

Se anche il senso di essere deve scomparire, insieme al corpo, all’io e alla coscienza, vuol dire che non è reale.

Ciò che è reale dura per sempre o è al di fuori del tempo. È eterno.

E, se qualcuno lo capisce, è eterno anche lui, qualsiasi cosa sia.

Su questo bisogna meditare.

mercoledì 30 agosto 2023

Meditare oltre l'umano

 

Poiché il pensiero occidentale ha abbandonato la metafisica (il tentativo di “pensare ciò che non è umano”) e si è rivolto solo al pensiero logico, scientifico, religioso o sociale, l’unica metafisica ancora valida è quella orientale. Nella nostra incommensurabile presunzione, crediamo che l’umanità e il suo pensiero cosciente sia il vertice dell’evoluzione. E così ci sfugge il semplice fatto che l’umanità e il mondo stesso sono “realtà” del tutto fugaci, provvisorie, che possono apparire o scomparire senza turbare minimamente l’essenza dell’essere stesso.

Come è palese nel mito ebraico, cristiano o musulmano, dell’uomo abbiamo fatto un Dio. Ma l’uomo resta uno sputo che non sa né da dove viene né dove va. Un po’ poco per il re del creato.

Per capire queste cose, la realtà, bisogna adottare un atteggiamento metafisico che è dato dal raccoglimento e dalla meditazione, tenendo presente che l’inesprimibile è infinitamente più grande dell’esprimibile razionale. Non bisogna cioè cercare di capire (da cappio, restringere), ma di allargare la mente.

La conoscenza metafisica si pone su un piano oltre-umano, lo stesso dell’essere inconcepibile, che non può essere tradotto nei nostri miseri concetti sempre duali.

Il problema fondamentale è quello dell’individualità, dell’essersi cioè ridotti ad un io cosciente separato da tutto, allontanato dall’assoluto.

Solo al momento della morte, ci accorgiamo che questo io svanisce, come un sogno o un’illusione.

Non possiamo esprimere la verità-realtà. Perché la verità  oltre i concetti. Provate ad ascoltare una musica sublime e vi accorgerete che nessun concetto può esprimerla. Il senso è ben al di là della nostra piccola razionalità. E ci dà un senso-significato delle cose che è già “aldilà”.

martedì 29 agosto 2023

Convertire gli stati d'animo negativi

 

Non c’è niente da fare. Anche il più inguaribile degli ottimisti sogna un altro mondo. Ma quale? Una copia di questo, con amici, parenti, amanti e magari con beni al sole?

Ma la sofferenza..? Non soffriremo più o soffriremo anche di più? Perché un corpo energetico o spirituale o sottile, non è detto che sia meno sensibile. Anzi dovrebbe esserlo di più, perché senza un corpo fisico. Per esempio, un’emozione di rabbia o di invidia sarebbe ancora più forte e lo travolgerebbe.

Non a caso, anche nei miti degli angeli ci sono i ribelli e quindi gli scontenti. Attenti dunque a quel che sognate. Potrebbe realizzarsi, non però come meta ultima.

Tutti veniamo presi, in certi momenti, dallo sconforto, dalla depressione, dall’angoscia e dall’ansia, senza contare gli infiniti desideri, le ambizioni, le insoddisfazioni, la rabbia, l’invidia e così via, che ci fanno star male. Siamo sempre campi di battaglia fra opposti sentimenti.

Ebbene uno degli scopi della meditazione è trasformare gli stati d’animo negativi in stati d’animo positivi, gioiosi Come?

Diventando consapevoli del nostro impulso energetico (ora negativo), isolarlo e convertirlo, perché l’energia di per sé è sempre positiva, in quanto forza. Solo la mancanza di forza è negativa.

Basta questo pensiero a iniziare la conversione..

Gli impulsi negativi, tra cui la paura, la sofferenza e l’angoscia, sono comunque impulsi energetici, sono veicoli di forza – che può essere identificata e convertita in eventi gioiosi.

Ma bisogna conoscere intimamente noi stessi, essere capaci di discriminare fra i vari stati d’animo.

Se conosciamo il centro o il fondo del nostro essere, conosciamo praticamente tutto ciò che vale la pena conoscere.

Il Sé che sperimentiamo in meditazione non è l’io che conosciamo tutti giorni. Tu sei sempre presente, ma l’ego scompare o viene messo da parte. Tu sei il Testimone che sperimenta il proprio essere con gioia. E puoi farlo in ogni momento, senza dover aspettare la morte.

Conoscere se stessi in maniera dinamica

lunedì 28 agosto 2023

Religioni infantili

 

L’origine di tutto, ciò da cui è derivato il mondo, è uno Stato al di là della vita e della morte, dell’essere e del non-essere, della coscienza e della non-coscienza: quindi è la totalità, non un Essere speciale. Noi, però, abbiamo una mente dualistica e non riusciamo a cogliere la totalità; perciò abbiamo religioni infantili, adatte a uomini con una mente limitata, popolate di dei e di Iddii, che sono solo nostre rappresentazioni. In tal senso non conosciamo nulla e tutto quel che conosciamo è ignoranza o parzialità o falsità.

Dove sono finiti i salvatori del mondo, i grandi mistici, i fondatori di religioni? Non esistono più come individui, ma si sono fusi con la totalità. Anche se siete il più grande uomo del mondo, quando andate a dormire, vi dimenticate di chi siete, vi dimenticate della vostra identità, vi dimenticate dell’io e di Dio, vi dimenticate del peccato e della virtù, vi dimenticate di quel che avete goduto o sofferto. Potete essere i più ricchi o potenti, potete aver avuto mille donne o mille uomini, ma vi dimenticate di tutto.

Voi cercate di accumulare beni, pensieri e sensazioni, ma non potete trattenerli. Essi spariscono come sparite voi. Quando vivete il senso della vostra individualità, siete tormentati da un sacco di desideri, perché avete un sacco di mancanze. Ma quando siete fusi con la totalità, non avrete più bisogno di nulla e sarete in pace.

Questa è la vera religione: non credere in qualche Dio o in qualche paradiso-inferno, ma eliminare il senso di separazione. Noi, invece, crediamo che perfino Dio abbia un io, sia il supremo Io. Niente di più sbagliato.

La separazione è dolore, la fusione è gioia. Per questo vi piace tanto l’amore.

Nell’altro si cerca noi stessi – l’amore per il sé.

La separazione ci crea una coscienza e un io, ma la morte ci riporta alla fusione.

L'altro è un mezzo per ritrovare noi stessi, già in vita.

domenica 27 agosto 2023

Dio e l'anima

 

Cercate Dio?  Cercate l’anima?... E chi non li vorrebbe trovare o almeno aver la prova che non esistono?

E questa è una situazione assurda. Dio dovrebbe essere colui che ci ha creati. Noi però vediamo tante cose, uno smisurato universo, ma non l’autore di tutto. Dov’è finito? Eppure ci vorrebbe poco per farsi vedere: una gran luce, un grande rombo, un vecchio con la barba, una figura vestita di bianco, un senso di amore infinito… Ma niente di tutto questo ci appare. Il che è veramente strano: vediamo l’opera, ma non l’autore.

È come se Dio si fosse ritirato, dissolto o nascosto. Ma perché? Per lasciarci liberi di credergli o non credergli, come affermano certi teologi? Ma perché sottoporci a questa incertezza? Immaginate un padre terreno che facesse la stessa cosa. Direste che è un deficiente, un pazzo.

Per l’anima, poi, la situazione è ancora più paradossale. Dovrebbe essere il nostro nucleo più profondo e più vero, dovrebbe esserci vicinissimo, dovrebbe essere la nostra quintessenza… ma non si vede e non si trova. Come mai?

Allora mi è venuto in mente che forse Dio non vuole o non essere riconosciuto e che anche l’anima non vuole o non può essere riconosciuta. E che questo non-riconoscimento fa parte di una condizione particolare.

Ciò che ci ha creato ha messo le palpebre agli occhi. Perché? Perché non possiamo vedere la luce senza l’oscurità. Non possiamo avere una diastole senza una sistole, non possiamo avere lo stato di veglia senza il sonno, non possiamo vivere senza morire, non possiamo conoscere senza non-conoscere. E che cos’è il non-conoscere se non il Vuoto e il Nulla?

Non può essere conosciuto ciò che è Vuoto o Nulla, ma resta fondamentale per ogni cosa, per il Tutto.

Voi siete proprio ciò che non conoscete. E ciò che conoscete è falso o insufficiente.

sabato 26 agosto 2023

Il concetto di razza

 

Quello che i fascisti non capiscono è che la nazionalità non è data dalla razza, ma dalla cultura. Chi parla italiano, chi ha studiato in Italia, chi aderisce alla cultura italiana – è italiano, anche se è africano, cinese, orientale o sudamericano!

Il generale Vannacci dice sulla Egonu: “Quando vedo una persona con la pelle scura non la identifico come italiana.”

Anche i negri americani sono di origine africana, ma, avendo sposato la cultura statunitense, oggi sono americani. E anche i cinesi e i sudamericani.

Fra l’altro, tutti, milioni di anni fa, eravamo di pelle scura.

Allargate la mente, non rimanete ancorati al concetto di razza (non esiste una razza italiana), e apritevi al mondo!

Il Vuoto

 

La scienza ci assicura che il Nulla esiste nello spazio ed esiste nella fisica. Esiste nello spazio perché l’universo è una rete di filamenti in cui ci sono enormi vuoti nei quali non si trova nulla. E questi costituiscono ben l’80% dell’universo osservabile ed hanno un diametro compreso tra 30 e 300 milioni di anni-luce.

Il vuoto esiste anche nella fisica ed è definito come uno spazio con minore energia possibile. Ed è il nostro.

Viviamo letteralmente di vuoto. Siamo vuoto riempito di nulla o di semplici apparenze.

Dunque il Nulla esiste e traspare dappertutto.

Figuriamoci se non traspare anche in noi – tra due pensieri, tra due respiri o tra due sensazioni.

Ed è il Nulla basilare, quello da cui siamo stati originati.

Dal vuoti e nel vuoto siamo stati originati e siamo pieni di … vuoto! E ritorneremo nel vuoto, per essere riformattati.

L’antico Tao lo aveva già capito: dal non essere nasce l’essere, e l’essere vive per un po’ e poi ritorna nel Nulla, la sua origine.

Altro che i nostri dei! Che sono anch’essi fatti di vuoto.

Se volete trovare l’origine, non pregate ma fate il vuoto, cioè ricuperate il vuoto dentro di voi.

venerdì 25 agosto 2023

Mostri

 

Quando Prigozhin si era ribellato a Putin e aveva marciato contro Mosca, ci eravamo meravigliati che fosse rimasto vivo. Ora che il suo aereo è stato abbattuto, tutto rientra nella normalità.

La prepotenza è stata normalizzata!

Quanti nemici avrà ammazzato Putin? Giornalisti, avversari politici, ex uomini potenti che non lo approvavano, spie, critici, oltre alle migliaia di uomini, donne e bambini che fa uccidere ogni giorno in Ucraina. E dire che c’è gente che vorrebbe trattare con lui e magari stringergli la mano insanguinata!

Putin è la prova che il male esiste, che gli uomini possono trasformarsi in mostri e che nessun Dio scende dal cielo per aiutare le vittime. Anche lui, si nasconde fra le nuvole, pieno di vergogna per aver creato simili orrori.

Fantasmi

 

Vorremmo metterci in contatto con gli spiriti dei defunti utilizzando le tavole oujia, i tavolini, i pendolini, i sogni, i tarocchi, l’I Ching e altri mille inutili utensili di divinazione, senza renderci conto che i morti non parlano, non comunicano, e che i veri fantasmi siamo noi, fatti di fotoni e altre particelle atomiche che durano ben poco e poi si dissolvono.

I veri fantasmi siamo noi che appariamo solidi, ma non esistiamo in noi stessi, non abbiamo sostanza, e quindi sicuramente, prima o poi, spariremo agli occhi dei viventi.

Siamo apparizioni senza una reale consistenza, fasci di emozioni e di sentimenti, di pensieri e di fantasie, portati da un soffio di vento che è il vento dello spirito, sempre cangiante.

Tutto questo non può durare a lungo. È il sogno o il fantasma della vera vita.

mercoledì 23 agosto 2023

Un Dio ambiguo

 

Quando si tessono le lodi di un Dio che avrebbe creato le meraviglie dell’universo, io penso alle crudeli leggi della natura per cui il più grosso deve nutrirsi del più piccolo e lo sbrana vivo.

E mi chiedo: sì, le meraviglie sono tante, ma anche gli orrori. Come potrebbe un Dio del Bene e dell’Amore aver creato meccanismi così feroci? C’è sempre qualcosa che non quadra.

A meno di non ammettere che Dio è il tutto, nel bene e nel male. Non un Dio a metà, come vorremmo noi scartando gli aspetti che consideriamo negativi.

Metafisica

 

L’essere non può esistere, perché, se esistesse, dovrebbe anche morire, cioè non essere. Questo per la nostra logica che lega l’esistenza alla morte. “Vita eterna” è un’espressione senza senso. Ma, poiché la logica dell’Origine non è la nostra (duale con principio di non contraddizione), è alternativamente o contemporaneamente essere e non essere. E questo gli permette di esistere e di avere coscienza di sé, che è data dalla differenza fra essere e non essere. Tale differenza innesta il divenire, il tempo e la nascita-morte, anche di sé.

L’Origine è dunque dinamica, non statica, non uguale a se stessa. Quindi può esistere e nascere-morire continuamente. Come il Tao dello yang e dello yin.

Anche l’uomo è così. Può essere e non essere alternativamente o simultaneamente, in un processo circolare: è discreto e pulsante come una stella. Nasce e muore sempre di nuovo.

martedì 22 agosto 2023

La morte come fondamento della vita

 

Tutto sommato, l’unica certezza che abbiamo nella vita è la morte – è il fatto che moriremo. Non sappiamo quando, ma sappiamo che moriremo, con assoluta certezza. Assurdo destino del vivente, catastrofico… se pensiamo che qualcuno ci abbia condannato a morte.

Questo però vuol dire che la morte non è un incidente, ma l’atto costitutivo della vita. In pratica, senza morte, non ci sarebbe vita. Tra parentesi, ecco perché non esiste dio… sarebbe l’essere che non muore! E invece anche lui si trasforma.

Ma chi non muore non può esistere, perché gli mancherebbe quel passaggio dall’essere al non-essere e dal non-essere all’essere che è la conditio sine qua non dell’esistere.

A meno che dio o l’Origine non esista nel senso in cui esistiamo noi. In pratica, si potrebbe dire che proprio il non-essere ciclico sarebbe garanzia dell’essere – conclusione paradossale. In altri termini, il passaggio dal non-essere all’essere e viceversa connota l’esistenza temporale, ma si potrebbe dare qualcosa senza esistenza che sarebbe.

Dio non deve esistere… per essere.

Ma se l’esistenza è un divenire continuo (cioè, il tempo), l’essere non deve più esistere: deve essere al di fuori del tempo.

Però, in una cosa al di fuori del tempo, non accadrebbe nulla. E quindi sarebbe di un’immobilità e staticità noiosissimi, senza mutamento alcuno o con un mutamento caotico.

Ecco perché l’essere a un certo punto ha emanato il non-essere, il tempo e il divenire – il mondo. Per non morire dalla noia.

Comunque quell’essere primitivo si è messo in gioco dissolvendosi. Ma ora è in noi e ha bisogno di morire ogni tanto. Proprio come il seme, che deve morire per germogliare o come la pupa che deve morire per generare la farfalla. Si passa da uno stadio all’altro, rimanendo però in un certo senso sempre gli stessi.

Nella Bhagavad Gita, si dice che morire è come cambiare d’abito. Noi oggi potremmo dire che è come formattare un disco. L’hardware è sempre lo stesso, ma il software viene cancellato… anche se con appositi programmi qualcosa del vecchio si recupera. Chissà mai.

 

Il sogno del mondo

 

Vi riporto una notiziola trovata sul sito “Passione astronomia”:

“A quanto pare, l’universo non è localmente reale. A rivelarlo sono stati i vincitori del premio Nobel per la Fisica del 2022, Alain Aspect, John F. Clauser e Anton Zeilinger. Ma cosa vuol dire “localmente reale”? Si dice ‘reale’ quando gli oggetti hanno proprietà indipendenti dall’osservazione: per esempio, una mela può essere rossa anche quando nessuno la sta guardando. Mentre ‘locale’ significa che gli oggetti possono essere influenzati solo dall’ambiente circostante e, in particolare, che qualsiasi influenza non può viaggiare con una velocità superiore a quella della luce nel vuoto. Ciò che è stato scoperto è che l’universo non può essere locale e, forse, nemmeno reale.”

Quando si dice che il mondo non è che un sogno!

Il rosso della mela è nel nostro occhio, non è esistente in sé. E così tante cose che noi crediamo reali, ma che sono nostre proiezioni.

lunedì 21 agosto 2023

Indietro tutta

 

Il libro omofobo del generale Vannacci (un cognome che è già un insulto) ci dice quale sia la cultura (o meglio la non cultura) della peggior destra. Antifemminismo, machismo, odio verso i diversi, disprezzo delle razze inferiori, esaltazione di un patriottismo nemico di tutti e soprattutto ignoranza. Il suo ideale è quello di Cesare che in realtà era un bisessuale che s’accoppiava con uomini e con donne.

Sembra uscito da una macchietta di “italiota” fatta da Alberto Sordi, un fanfarone senza cultura, senza pensiero critico e senza senso del ridicolo. Razzismo, xenofobia, sessismo, omofobia, negazionismo…

Il guaio è che questo individuo esprime delle idee largamente condivise dai politici di estrema destra (e non solo), che infatti lo difendono.

Questi eterni fascisti, eletti sconsideratamente dagli italioti, non hanno il coraggio di dire quello che pensano davvero, perché almeno sono coscienti che sarebbero disapprovati da tanti. Ma Vannacci no: ha scritto addirittura un libro di 300 pagine dove esprime le sue idee deliranti.

Ma tanti lo approvano pubblicamente o segretamente pensando che finalmente qualcuno si è fatto avanti a dire le cose come stanno. I froci sono tutti anormali, i negri sono razze inferiori, le donne farebbero bene a stare a casa a fare figli e gli italiani sono tutti eroi discendenti dagli antichi romani, superiori a tutti.

La Chiesa sotto sotto approva, perché convinta delle stesse cose.

D’un colpo cancellata la modernità ed eccoci tornati indietro di secoli.

La domanda inquietante è: quanti saranno questi italioti?

domenica 20 agosto 2023

Il senso della vita

 

Il senso della vita – lo sappiamo tutti – dipende dal senso della morte. Se non ci fosse la morte, il senso della vita sarebbe completamente differente, perché sarebbe “vita eterna”, e quindi non vita: una contraddizione assoluta.

Purtroppo, noi facciamo di tutto per non pensare alla morte. E perciò non capiamo niente e della vita e della morte.

Cercando accanitamente di evitare ogni pensiero sulla nostra morte, otteniamo due risultati negativi: ci occupiamo in maniera sproporzionata della vita e ingigantiamo la paura della morte.

Non sono bei risultati.

Alla morte dobbiamo pensare spesso, come meditazione di fondo, perché la morte non si dimentica mai di noi (è inscritta nel nostro organismo e nella nostra psiche) ed è sempre accanto a noi.

Dunque, se vogliamo la vita, dobbiamo anche volere anche la morte. Anzi, si dovrebbe parlare di vita-morte. Ma chi è il soggetto di questo volere? Potrebbe essere un dio, un Dominus, che decide per noi – ma allora noi saremmo solo soggetti passivi che devono accettare loro malgrado ciò che non vogliono. Ed è ciò che sentiamo e pensiamo adesso.

Sentiamo che qualcuno ci ucciderà e ne abbiamo il terrore.

Oppure potrebbe essere una specie di soggetto trascendentale – che ha accettato di morire pur di vivere. E questo è più probabile, perché fa di noi soggetti attivi e ci restituisce la nostra dignità. Non siamo degli esseri condannati alla morte da un dio, ma siamo noi che decidiamo o… abbiamo deciso senza ricordarcene.

Chiunque sia il soggetto di questa decisione, lo ha fatto per mettere in azione il divenire che, senza la morte, non potrebbe esistere. Anzi, l’esistenza stessa si basa su questa discontinuità: è essa stessa discontinuità dal nulla o dall’essere assoluti, che sono la stessa cosa.

L’emergere dell’esistenza comporta l’emergere dell’inizio e della fine.

Dunque, meditate sulla morte. Assumetevene la responsabilità. Siate voi che decidete, non un dio vero o immaginario di cui sareste solo schiavi.

Siate coraggiosi. Siete voi che volete la morte.

giovedì 17 agosto 2023

La chiara luce

 

“Penso, dunque sono” diceva Cartesio. Ma che cosa sono, dato che, per pensare, devo produrre un concetto o evidenziare una sensazione, una consapevolezza? Sono appunto un concetto, una sensazione, un atto di consapevolezza. Comunque, un prodotto della mente, non quello che sono veramente. Qualcosa di interpretato, di specchiato, di manipolato, un’immagine, un’apparenza, un oggetto. Ma chissà quale sia il soggetto?

Per sapere chi sono veramente, dovrei esserlo, non pensarlo. Dovrei far tacere la mente e apprendermi direttamente, senza mediazioni.

E come si fa a far tacere la mente? La mente tace solo quando è morta, ossia quando è morto il cervello. Dovrò dunque aspettare la morte per saperlo, per esserlo. Ma a quel punto il corpo non ci sarà più.

I fenomeni, così come vengono esperiti, sono condizionati dalle nostre modalità di percezione e di concetto. Ma di per sé non esistono o chissà cosa sono. Per esempio, il rosso di una rosa non è una proprietà della rosa, ma una proprietà che aggiungiamo noi con gli occhi e la mente. Anche il nostro io non esiste di per sé, ma è un nostro concetto. Ma chissà come sono io, se pur sono.

Tutte queste sensazioni o concetti sono vuoti di un’esistenza inerente, oggettiva, proprio come sogni. Esistono in quanto illusioni, ma niente di più.

In realtà, noi non siamo dentro questi sogni, ma dovremmo essere i sognatori. E, se siamo i sognatori, dovremmo a un certo punto svegliarci.

Perciò, durante la giornata, rendiamoci conto di star sognando. Dovremmo saper dissolvere la dicotomia soggetto-oggetto.

E, se non sappiamo farlo ora, dovremo farlo quando moriremo. Ma che cosa rimarrà?  

Quando saranno venuti meno la parola, la memoria, la coscienza, il cervello, il corpo, la storia personale, l’io e la psiche stessa… non ci dissolveremo nel nulla?

No, perché rimarrà quella consapevolezza primaria che è pur sempre presente e che, in teoria, è accessibile fin da adesso… se sappiamo rimanere in silenzio.

Ciò che apparirà allora sarà la chiara luce della morte, almeno secondo gli insegnamenti tibetani.

sabato 12 agosto 2023

Falsi dei

 

Non c’è da meravigliarsi che i “divi” di oggi siano soprattutto gli attori. Perché sono falsi come erano falsi gli dei di un tempo e il loro erede (unico ma trino), il dio di adesso.

Noi sovrapponiamo il ruolo (falso, inventato, fantasticato, immaginato) alle persone degli attori che neppure conosciamo. È così che si creano i miti moderni (e antichi).

Che sono nostre idee, non realtà.

Certo, una realtà c’è. Ma noi non la conosciamo e spesso è il contrario di quel che crediamo. (Una per tutte, il divo che viene ritenuto un grande conquistatore di donne e che poi risulta un omosessuale.) Noi conosciamo solo le nostre idee sulla realtà.

Questo vale per tutte le nostre conoscenze, perché non c’è neppure una sensazione o una percezione che non sia travisata e interpretata dalla mente.

Occorrerebbe dunque far tacere la mente. Ma la mente, come il cuore o il respiro, non può fermarsi. Mai. Può solo rallentare.

Allora, cosa meditiamo a fare?

Appunto, a rallentare, ad acquietare.

Acquietare la mente nel suo stato naturale di semplice consapevolezza della consapevolezza, rimanendo non perturbati dalle molteplici attività della mente (idee, ricordi, immaginazioni, ragionamenti, sensazioni…). È la base dei più avanzati stati di samadhi.

Si deve imparare a dimorare nella coscienza primordiale che, nelle parole di Alan Wallace, è quel “conoscere che precede un conoscere ‘un qualcosa’. Essere consapevoli di essere semplicemente consapevoli.”

Il Dio che muore

 

Secondo la fisica cosmologica, non possiamo sapere ciò che c’era all’origine del cosmo, perché qualsiasi cosa fosse è sparito inondando lo spazio di materia e radiazioni. Il che mi ricorda il concetto dello tzimtzum della mistica ebraica, secondo cui l’En Sof, l’Infinito, si sarebbe contratto o ritirato per lasciar spazio all’universo.

In un certo senso, potremmo dire che “Dio è morto” per permettere al cosmo di venire alla luce. Si è come dissolto perché con la sua luce troppo forte non avrebbero potuto apparire le ombre della creazione.

Questa ritrazione è una forma di autodistruzione, per cui Dio si ritira in se stesso per far accadere o emanare il diverso da Sé, la materia e le radiazioni.

Il mondo esiste perché Dio è assente. Simone Weil scrive per esempio che “la creazione stessa è contraddizione. È contraddittorio che Dio, che è infinito, che è tutto, a cui non manca nulla, faccia qualcosa che è fuori di Lui, che non è Lui, pur procedendo da Lui". Potremmo dunque concludere che Dio è assenza e silenzio, non presenza e parole come vorrebbe la volgarità, la superficialità, il materialismo e l’ignoranza delle religioni che vanno per la maggiore.

Non cercate dunque Dio: non lo troverete mai perché si è dissolto, come il sale nell’acqua. Fra parentesi, il mito della morte di Gesù, in quanto figlio di Dio, andrebbe presa alla lettera. È proprio morto. Altrimenti, sarebbe una sceneggiata.

Ciò che noi identifichiamo con il Big Bang, la grande esplosione iniziale che ha dato vita a tutto, è stata proprio l’esplosione di Dio, che si è suicidato per dare l’avvio all’universo.

Questo sacrificio si ripete adesso in ogni vita che deve dissolversi per lasciare il posto agli altri.

 

mercoledì 9 agosto 2023

La natura della coscienza

 

Che strana cosa la coscienza! Sembra che sia un mezzo per conoscere. E lo è. Ma poi non sa dirci nulla né della sua e nostra origine né della sua e nostra fine.

Allora, a cosa serve? Apparentemente a renderci conto di determinate cose, ma non di tutte. Serve a conoscere che siamo consapevoli, ma fino a un certo punto. Serve a farci sapere che esistiamo, che siamo vivi, che proviamo determinati pensieri, sensazioni ed emozioni e che andiamo incontro sicuramente alla morte. Nient’altro. Non ci dice da dove veniamo (in origine), né dove finiremo dopo la morte.

Ma perché non ce lo dice e ci lascia in questo stato di ignoranza? Non può o non deve?

Sembra legata al cervello, perché quando il cervello si deteriora o svanisce, anche lei scompare.

Ma qual è il rapporto fra cervello e coscienza? Il cervello produce la coscienza o è uno strumento, un catalizzatore, della coscienza? Che dunque esisterebbe già da prima?

Chi dei due è nato prima? La coscienza o il cervello? O si sono evoluti insieme?

E che cos’è la coscienza? Un epifenomeno o una sostanza preesistente? Esiste cioè qualcosa di concreto, come le onde radio, che per essere captate hanno bisogno di uno strumento, il cervello, oppure è proprio il cervello che produce la consapevolezza?

Bisogna ammettere che tutti gli esseri viventi hanno una qualche forma o quantità di coscienza, altrimenti non sarebbero in grado di sopravvivere, ma che solo gli organismi superiori hanno consapevolezza della consapevolezza, la consapevolezza della loro presenza – il che fa la differenza.

Certi animali, per esempio, posti di fronte a uno specchio, non riconoscono se stessi e credono che ci sia un loro simile: solo le scimmie superiori riescono a capire che si tratta di un’immagine di se stessi.

Questo sembra suggerire che sia il grado di evoluzione del cervello (o di quel che funziona da centralina cosciente) che determina il grado di coscienza. Ma che cos’è l’atto di coscienza?

Innanzitutto riconoscere se stessi: io sono quello. Anche se non è detto che il “quello” sia coincidente con colui che compie l’atto di riconoscimento. Qui può esserci divaricazione. Se ci fosse perfetta coincidenza, non potremmo riconoscere noi stessi. Infatti, l’immagine che riconosciamo o che vediamo nello specchio è sempre diversa da ciò che siamo: è un facsimile.

Dunque, la coscienza è il frutto di un atto di distanziazione, di divisione, di divaricazione. Per riconoscermi, devo distanziarmi da me stesso. La coscienza si basa su una differenziazione. In tal senso, l’animale superiore è più alienato dell’animale inferiore.

Questa alienazione (non essere se stesso) è la base della coscienza. Il che spiega perché la coscienza sia in fondo sempre infelice e non abbia l’idea di che cosa sia: non può averla. Per conoscere, ci siamo alienati. E adesso non possiamo sapere chi siamo.

La coscienza è sapere chi si è, al prezzo di conoscere qualcosa di fondamentalmente falso. Siamo come un attore che si conosce nella parte, ma non nella persona reale che recita. O siamo un occhio che non può vedere se stesso.

Quindi, il vero Sé ci sfugge proprio perché siamo coscienti. Ciò che vediamo è un’immagine nello specchio, l’io.

Ma non abbiamo ancora risposto alla domanda: qual sia la natura della coscienza e in che rapporti stia con il cervello.

Il cervello è in realtà lo specchio, lo strumento che ci rivela approssimativamente, falsamente, chi siamo. E la coscienza è l’atto di guardarci nello specchio. Non è una cosa, una sostanza, ma una funzione. E questa funzione è possibile per la presenza di qualcosa di simile ai neuroni-specchio che si attivano sia quando compiamo un’azione finalizzata sia quando “guardiamo” (osserviamo) la stessa azione compiuta da un altro soggetto. E sono  stati osservati direttamente negli esseri umani, nei primati e negli uccelli. 

La coscienza è dunque l’atto di osservare, l’atto di conoscere. È questo atto di conoscere che compie una scissione del sé e mette in funzione la coscienza. Ciò che conosciamo è ciò che decidiamo di osservare perché è su di esso che poniamo l’attenzione.

Ma non possiamo dire che la coscienza sia una sostanza, così come non possiamo dire che la conoscenza sia una sostanza. Si tratta di funzioni di qualcosa che definiamo sé e che non possiamo conoscere perché è il centro che conosce. Ci precede sempre.

In conclusione la coscienza è ciò che rispecchia una realtà che nella sua oggettività ci è ignota, ma che è interpretabile attraverso i sensi e la mente.

Ciò che dunque conosciamo è simile a un’illusione o a un sogno, un misto di realtà e fantasia, di oggettività e soggettività. Ma che è ampiamente modificabile se si diventa sempre più consapevoli del meccanismo della coscienza.