giovedì 31 luglio 2014

Il potere dell'ignoranza

Un nazione in cui si legge poco è un paese di ignoranti. E questa ignoranza culturale si riflette in tante cose: nei politici e nei dirigenti, nella burocrazia ottusa, nello scarso senso civico e nella diffusione della corruzione.
Un popoli di ignoranti è composto da una parte di arroganti e dall’altra parte di sudditi, di gente che non è consapevole dei propri diritti e che s’inchina sempre davanti ai potenti.
L’ignoranza si riflette anche nella religione: nei credenti bigotti, nei preti sfruttatori, nel vuoto dei rituali soltanto formali e nell’idea stessa di Dio come Padrone e Dittatore.
Esiste poi l’ignoranza metafisica, che consiste nel non riconoscere la natura ultima delle cose, nel dare valore a ciò che non ha importanza e nello scambiare per reale ciò che è solo un’illusione.

Non a caso le religioni orientali riconoscono che l’ignoranza (avidya) è all’origine del nostro mondo degradato, il samsara. È dall’ignoranza che discende ogni limitazione, ogni falsa identificazione, ogni sofferenza.

Il riconoscimento istantaneo

Nel mantra non è la parola in sé che produce l’effetto. Siamo noi che dobbiamo rievocare attraverso la parola, la sillaba o la frase lo stato d’animo che cerchiamo. Senza questa rievocazione, il mantra non ha effetto.
Quindi, dobbiamo fermarci, identificare lo stato d’animo e introdurre il suo contrario. Se provo rabbia, per esempio, per prima cosa devo identificare questo sentimento disturbante e per seconda cosa devo rievocare la calma o la pace.
In ogni caso, però, siamo alle pratiche preliminari, perché rimaniamo del campo delle emozioni dualistiche e altalenanti.
Per uscire il più possibile da questo gioco, dobbiamo riconoscere in noi l’essenza non disturbata, la natura limpida della mente consapevole.

Domandarsi, dunque, chi è che percepisce tutto ciò? Uscire di colpo dal dualismo. Chi è che è presente in questo attimo?

mercoledì 30 luglio 2014

Cartesio

Cartesio disse: “Penso, dunque sono”. Ma, quando non penso, per quegli istanti, che cosa sono? Non sono? Per esempio, quando dormo e non sogno, non sono più? Ed è così grave? E, se non sono, perché mi sveglio più riposato e pieno di energie?
La grande saggezza dice che la vera essenza emerge quando non pensiamo razionalmente, quando l’essere non è turbato dai pensieri, dalle immagini, dalle emozioni, ecc.
Al di sotto dello schermo dei pensieri (e di tutti gli altri atti mentali), c’è l’essere fondamentale - come un sole che proprio i pensieri oscurano.

Questo essere fondamentale assomiglia ad un grande vuoto, dotato però della capacità di conoscere e di essere tante cose.

Svuotarsi di sé

Chi è più odioso, che è più egoista di uno che è pieno di sé? E, per ascoltare, comprendere e rispettare gli altri, non bisogna svuotarsi di sé? Di questo sé che si mette sempre in mezzo con le sue esigenze e che ci impedisce di metterci nei panni altrui?
Dobbiamo svuotarci dell’ego che vuol acquisire, possedere, conquistare, dominare e che, perciò, definisce, divide, contrappone e combatte, di questo ego che non è capace di amare, perché ama solo se stesso, perché vede solo se stesso, perché è egocentrico.
Non è per questo che i saggi dell’antichità (da Lao-tzu a Buddha a Gesù) invitavano a perdere se stessi, a svuotarsi, piuttosto che a riempirsi e ad acquisire? Il mondo non è sempre in guerra proprio perché ci sono troppi palloni gonfiati…di orgoglio, uomini che mettono le proprie esigenze davanti a quelle degli altri?

D’altronde, per amare qualcuno, devi svuotarti di te stesso. Per avere un orgasmo devi svuotarti. Per morire devi svuotarti… Insomma ogni esperienza di liberazione, di crescita, è uno svuotarsi di sé, un liberarsi di sé. Dopo aver fatto tanta fatica per diventare un io, dobbiamo capire che il passo successivo è liberarcene. Questa è la trascendenza.

Restare in silenzio

Resta in silenzio. Ma ricordati che, se continui a sparare pensieri, non sei affatto in silenzio.
Forse, se guardi qualcosa di bello e ti riempi di quello, sei più in silenzio. Forse, quando ammiri qualcosa o ti stupisci, sei più in silenzio. Forse, se ripeti un mantra o segui il respiro, per un po’ sei più in silenzio.

E, se non sei capace di stare in silenzio, come pensi di poter parlare o pensare?

Il grande compito della meditazione

Qualsiasi domanda della mente può essere un koan. Ed è questo modo di impostare la ricerca che differenzia la meditazione dalla filosofia. Per esempio, alla domanda: “Che cos’è la vita?” non cerchiamo di rispondere con una definizione, ma cerchiamo di “sentire” che cosa stiamo sperimentando ora, in questo attimo. Questa è la risposta, non un concetto.
Prendiamo la domanda: “Che cos’è l’essere?” – l’antico interrogativo della filosofia. Non dobbiamo rispondere con una definizione, che resterà sempre nell’ambito dei concetti mentali, ma con la nostra esperienza attuale. Che cosa siamo in questo momento? Che cosa sentiamo, con tutti i nostri sentimenti, con tutte le nostre percezioni, con tutto ciò che siamo?
Siamo come il pesce che vive nell’acqua e che si domanda che cosa sia l’acqua, andando a cercare un’idea della mente, anziché la propria esperienza.
Certo, la definizione è importante: è scienza, è filosofia, è una presa di coscienza. Ma attenzione a non smarrirci nei concetti, perdendo di vista la realtà sostanziale – che non è un concetto.
Nessuno è più lontano della realtà del filosofo impegnato a pensare.
In meditazione cerchiamo di rispondere a simili domande (per esempio: “Chi sono io?”), non ricorrendo a definizioni, ma riportandoci all’esperienza del momento. L’esperienza del momento è qualcosa di reale e tangibile, anche se contingente e variabile. Ecco perché dobbiamo compiere il passo successivo, e cercare di cogliere la natura fondamentale dell’io o dell’essere. Questo è il grande compito – un compito non facile, dato che, per rispondere, siamo abituati a dividerci in due: il soggetto che conosce e l’oggetto che è conosciuto. Ma l’oggetto conosciuto non è più il soggetto.
È dunque necessario liberarsi del dualismo mentale (ed emotivo) e fare il più possibile il vuoto dei pensieri.


martedì 29 luglio 2014

Il mantra della felicità

Per utilizzare i mantra, dobbiamo tener conto (e quindi essere continuamente consapevoli) degli stati d’animo – che variano durante la giornata secondo ritmi circadiani personali. In un certo momento saremo ansiosi, in altro abbattuti, in un altro euforici, in un altro squilibrati, in un altro pieni di energie, in un altro stanchi, in un altro pieni di voglia di fare, in un altro meditativi e raccolti… insomma, di volta in volta dovremo applicare un mantra diverso.
Il problema è quello della correzione o del rafforzamento degli stati d’animo. Se siamo ansiosi, è chiaro che dovremo usare un mantra come “calma”, se siamo agitati o aggressivi un mantra come “pace”, se siamo abbattuti un mantra come “felicità”, se siamo stanchi un mantra come “vuoto, vacuità, svuotamento”, ecc.
Il mantra è una parola, una parola che indica uno stato d’animo. Perciò, più sono gli stati d’animo che riusciamo a identificare, più mantra potremo utilizzare. La parola è solo uno strumento che punta ad uno stato d’animo, ed è questo il nostro obiettivo. Il nostro scopo è suscitare, correggere o rafforzare gli stati d’animo.
Se siamo per esempio un po’ tristi o depressi, utilizziamo il mantra “felicità”. Dobbiamo ripetere la parola, magari dividendola in sillabe e visualizzandola scritta: FE-LI-CI-TÀ… Ma naturalmente la ripetizione della parola serve a suscitare lo stato d’animo della felicità.
Non è nemmeno necessario stare sempre seduti. Si può per esempio accordare un mantra con il passo.
Dobbiamo ricordare che noi possiamo rievocare uno stato d’animo anche in assenza di ragioni determinanti, e che ogni stato d’animo è collegato al suo contrario. Se poi vogliamo uscire dall’altalena dei sentimenti contrastanti, possiamo adottare altri mantra che richiamino piuttosto condizioni di “equilibrio”, di “distacco” o di “equanimità”.

Resta comunque la grande risorsa di poter rievocare certi stati d’animo proprio nel bel mezzo dei loro contrari. Se per esempio sono triste o un po’ abbattuto, ci saranno certamente determinate ragioni; ma anche nel mezzo dell’infelicità, possiamo suscitare, proprio con la tecnica del mantra, la felicità… in apparenza immotivata.

La religione di massa

La religione istituzionale piace tanto ai mass media perché si riduce ad uno spettacolino di gesti e rituali, e perché esalta quel perbenismo, quel buonismo e quel conformismo che è il messaggio di fondo del medium radio-televisivo.

Essere autonomi

L’uccellino caduto dal nido, che ha imparato solo a chiamare la madre, non potrà salvarsi.
Potrà salvarsi solo se avrà imparato a mangiare da solo.

“Siate risoluti a non voler più servire, e sarete liberi”

  Etienne de la Boétie

Il mito di Gesù

In fondo anche Nietzsche, con la sua idea di un Gesù innocente e puro, tradito da discepoli che non perdonano i nemici e ricostituiscono la Chiesa sacerdotale, finisce per idealizzare e mitizzare il Nazareno. Che era invece un tipico personaggio levantino, con un piede di qua e uno di là, ambiguo e attento a costruire il proprio mito; che attaccava i sacerdoti ma si apprestava a ripeterne le malefatte.

Nel Gesù dei Vangeli ci sono già tutti gli elementi della degenerazione successiva: la mentalità mercantile, la concezione paternalistica e maschilista di Dio, l’ambizione di proclamarsi Messia, la convinzione che qualcuno fosse stato prescelto da Dio, ecc.

Il peccato originale

Tambora 1815: l’eruzione del vulcano indonesiano provocò 60000 vittime.
Waterloo1815: la battaglia provocò 50000 vittime.
Dove si vede che non c’è soluzione di continuità tra la violenza della natura e la violenza dell’uomo.
L’uomo è proprio il figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza.

L’errore fu fatto all’origine – se si può parlare di errore. Non fu un peccato originale, fu un errore di fabbricazione della natura intera. Non c’era nessun’altra possibilità di creare le cose? O esistono vari livelli di realtà, vari universi?

L'apparente solidità delle cose

Eppure Milarepa riuscì a far passare una mano attraverso un muro. Come fece?

Lui non solo aveva capito che la materia è qualcosa d’inconsistente, un’illusione, e che ha la stessa solidità di un sogno, ma l’aveva anche realizzato.

lunedì 28 luglio 2014

Il peccato originale

Tambora 1815: l’eruzione del vulcano indonesiano provocò 60000 vittime.
Waterloo1815: la battaglia provocò 50000 vittime.
Dove si vede che non c’è soluzione di continuità tra la violenza della natura e la violenza dell’uomo.
L’uomo è proprio il figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza.

L’errore fu fatto all’origine – se si può parlare di errore. Non fu un peccato originale, fu un errore di fabbricazione della natura intera. Non c’era nessun’altra possibilità di creare le cose? O esistono vari livelli di realtà, vari universi?

La via della felicità

Per quanti sforzi si faccia per essere buoni, c’è sempre una parte di noi che invia impulsi cattivi. Per quanti sforzi si faccia per cambiare una cattiva abitudine, c’è sempre una parte di noi che ci riporta ad essa, proprio come un drogato o un alcolizzato.
Se siamo divisi proprio al nostro interno, come fare allora a rimanere sempre sulla retta via? Se gli impulsi nascono dall’inconscio, come fare a resistere?
Bisogna seguire la via della felicità. Ma come fare?
Non c’è una via alla felicità. La felicità è la via. Bisogna insomma seguire questa strada come un cane che segue una traccia odorosa. È la traccia che lo guida; quando perde la strada, si rimette a ritrovare la traccia. Fuor di metafora, quando trovi un briciolo di gioia o di felicità, attaccati ad essa e segui quella strada.
Questa vale anche per i mantra. Ripeti quelli che in un dato momento ti danno gioia. Ma non lottare contro la stanchezza; se sei stanco, è già una mezza apertura dell’inconscio.


La via delle felicità, la via della stanchezza e la via del vuoto. Tre buone vie per raggiungere i sotterranei dell’inconscio e inserirvi nuovi comandi.

Utilizzare i mantra: la via della stanchezza

Dicevo che, per utilizzare i mantra, è meglio aspettare quei momenti nella giornata in cui la mente, sempre febbrile, si arrende alla stanchezza e incomincia spontaneamente a rallentare, magari prima che ci si addormenti. Infatti dobbiamo cercare di influenzare noi stessi per cambiare prima i nostri comportamenti abituali e poi la realtà che ci circonda. Ma le nostre reazioni sono il prodotto di un lungo condizionamento che ormai si è cristallizzato nel nostro corpo, nel nostro modo di pensare e nelle nostre reazioni agli eventi. Ripetiamo un copione già scritto - già inscritto nel nostro inconscio. E non possiamo cambiarci e cambiare le cose se non riusciamo a penetrare a simili profondità. Bisogna dunque portare il messaggio del mantra a livelli inconsci cui di solito non abbiamo accesso e che comandano i nostri pensieri e le nostre emozioni.
La mattina, quando ci svegliamo, siamo dell’umore che ci hanno preparato i sogni inconsci della notte.
Partire dalla mente razionale per scendere a livelli di solito inconsci risulta un’arma spuntata, a meno che non si riesca a utilizzare quei momenti in cui la mente inconscia incomincia ad emergere.
La metafora dell’iceberg illustra bene il rapporto tra inconscio e conscio. Due terzi sono sotto la superficie del mare e solo un terzo è emerso. Le parti sotterranee sono quelle non riducibili ad un semplice pensiero e quindi ad una parola o ad una frase del pensiero e della volontà razionale.
Il mantra deve quindi a sua volta riuscire a penetrare il livello razionale per diventare un comando inconscio. Deve diventare una specie di riflesso condizionato. È necessario insomma riprogrammare le istruzioni più profonde, ripetendole fino a farle diventare automatiche, un nuovo automatismo. Bisogna ripetere il mantra finché esso non diventi automatico, proprio come un’istruzione inconscia. E, per far questo, si può utilizzare la via della stanchezza, perché, quando il corpo e la mente sono stanchi, arrivano alla guida le istruzioni inconsce.


La contemplazione della bellezza

Appena puoi, cerca di contemplare un oggetto, un ambiente o una persona bella. Perché? Perché tutti cerchiamo, quando possiamo, di circondarci di cose belle.
Infatti, la mente è come uno specchio, che, se gli metti davanti un drappo rosso, diventa rosso.
La contemplazione del bello esterno è dunque una modalità per farci invadere da un senso interiore di bellezza.

Questa è l’importante funzione della contemplazione della bellezza. 

sabato 26 luglio 2014

Senza pregiudizi

Come esercizio, per un po’ lascia essere le cose, semplicemente; anziché trovarle piacevoli o spiacevoli, buone o cattive, positive o negative. Non giudicarle, non pre-giudicarle.

Cerca di guardarle imparzialmente, obiettivamente. Lascia che le cose siano senza le tue più plateali interferenze. Ti appariranno insolite. E potrai incominciar a vedere più chiaro.
Ti accorgerai quanto i tuoi giudizi di valore influenzino gli eventi.

venerdì 25 luglio 2014

Davide e Golia

Non intendo entrare nella diatriba tra israeliani e palestinesi. Voglio solo ricordare che la guerra tra i popoli di questa regione va avanti dai tempi biblici. La soluzione radicale era stata trovata dai romani, che avevano preso gli ebrei e li avevano dispersi in altri paesi.
Ma, alla fine della seconda guerra mondiale, i vincitori vollero riportare gli ebrei nella loro antica terra. Idea disastrosa. Se li avessero fatti riunire in qualche stato americano, oggi sarebbero pacifici e felici. Invece, le vecchie idee della “terra promessa” hanno ripreso il sopravvento. E così lo scontro fra Davide e Golia.

Questa riflessione mi è venuta in mente perché ho visto l’immagine di un ragazzo palestinese che lanciava un sasso contro soldati israeliani armati di tutto punto. Davide e Golia, appunto, ma a parti invertite.

La tecnica dei mantra

Anche in una giornata agitata, c’è sempre un momento in cui la tensione diminuisce, non foss’altro che per stanchezza. Quello è il momento adatto per la meditazione con i mantra.
Il mantra è una parola o una sillaba che ha un particolare significato, razionale ed emotivo. Esistono parole chiave come “calma, pace, forza, gioia, energia, coraggio, relax, potere, autocontrollo,successo”, ecc.
Scegliamo quella che di volta in volta ci sembra la più utile. Non si tratta di rievocare solo il suo significato, ma anche lo stato d’animo corrispondente. La ripetizione della parola deve farci concentrare su quello stato d’animo.
Il ritmo può essere quello del respiro: ad ogni espirazione, ad ogni inspirazione, oppure una parte all’espirazione ed un’altra all’inspirazione (per esempio, pa-ce, pa-ce…).
Per escludere ogni altro pensiero, si può visualizzare la parola (o la mezza parola) come se fosse scritta su uno schermo. In tal modo l’udito sente il suono (della parola pronunciata mentalmente o del respiro) e la vista interiore la guarda; resta poco spazio per distrazioni.
Questo esercizio mette in stallo la mente che tende a divagare. Se si perde il filo, ricominciare da capo.
Se si trova lo stato d’animo corrispondente, la parola concreta può essere superata, a favore di una rievocazione del tutto mentale.

Le parole non hanno un potere magico, ma la nostra mente esprime e modella la realtà per mezzo di questi strumenti.

"Con lo spirito che porta la mente alla calma, in questa stessa vita chi medita raggiunge la dimora della pace"
Buddha, Itivuttaka

giovedì 24 luglio 2014

Opposte suppliche

Dio in questi giorni deve essere subissato di preghiere. Prima arrivano quelle degli israeliani, che chiedono: “Aiutami a distruggere i palestinesi”. Poi arrivano quelle dei palestinesi che chiedono: “Aiutami a sterminare gli israeliani”.
        Dio non sa che pesci pigliare. Di fronte a queste opposte richieste, neppure lui sa più chi ha ragione e chi ha torto. Sono migliaia di anni che questi popoli si fanno la guerra.
E, allora, che fa?

Fa quello che fa di solito: non fa niente.

La natura dell'amore

Esaltiamo l’amore, proprio come i drogati aspirano alla droga.

In effetti, l’amore è quella droga biochimica in base alla quale gli uomini fanno ciò che non farebbero mai se non fossero drogati. Ma, comunque, l’uomo è fatto per amare qualcosa o qualcuno. Essendo un nodo di relazioni, da solo non esiste.

La fede dell'umanità

Nessuno crede veramente in Dio e nel suo regno eterno; ed è giusto perché si tratta di idee infantili. Perfino Gesù aveva i suoi dubbi: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ma ciò che lo aveva abbandonato non era Dio, bensì la sua idea di Dio.
Quello che è certo è che non c’è nessun Paparino in cielo, pieno d’amore, ad aspettarci a braccia aperte per regalarci la vita eterna… o la condanna eterna! E che dobbiamo sfangarcela da soli.

È per questa certezza che lottiamo tutti, singolarmente e collettivamente, per guadagnare un giorno solo e per allungare la vita qua sulla Terra. Questa è l’unica fede che abbiamo. Abbiamo fede nel divenire, nel trapassare, nel trascorrere: questa è per noi la vera trascendenza. Non una mummia divina, posta immobile e immutabile, al centro del cielo.

Inseità

Niente è in sé. Tutto è dato per darsi, per relazionarsi, per proiettarsi, per trascendersi. L’in-sé è un intreccio di rapporti che è destinato a trascendersi, cioè a divenire altro.

L'abitudine

Lo sguardo troppo ripetuto consuma l’oggetto, cioè lo banalizza.
Rendendolo troppo familiare, ne impedisce la vista.

Per vedere, bisogna saper guardare con occhi nuovi. Dunque, ogni tanto, bisogna chiudere gli occhi e resettare la mente.

Il tempo di Dio

Qualcuno pensa che il divino sia prima o al di là del tempo. Invece il tempo è trascendenza proprio perché non è ripetizione, perché è crescita, spostamento, evoluzione, superamento.

Ogni attimo trascende il precedente. E noi non lo sappiamo e cerchiamo la trascendenza nei cieli.

Lasciar essere

Anche l’uomo più idiota sa concepire un pensiero o afferrare un bastone.
Ma ci vuole intelligenza per non concepire pensieri, per non afferrare.
Molti credono che la meditazione sia uno sforzo della mente, un’operazione mentale per il controllo della mente stessa.
In realtà è un’operazione della non-mente, dove la non-mente è un lasciar essere le cose, un farsi illuminare dagli eventi, un ritrovare la realtà al di fuori delle nostre interpretazioni, un ritrovare l’origine del senso, prima ancora che un significato.
Noi crediamo che la verità sia un’affermazione della ragione, quella che contrappone il vero e il falso. In realtà, la verità sta in quella zona dove nascono sia il vero sia il falso, zona ambivalente ma comprensiva.

La ragione costituisce un proprio sapere isolando e contrapponendo; mentre la realtà sta alla radice, dove tutto si incontra e si integra, dove ogni opposto è uno di due complementari.

Il culto dei morti

La morte come un assentarsi, come uno svanire in una nebbia o in lontananza. Non si vede più il trapassato perché non si riesce a seguirlo con lo sguardo – con il nostro sguardo condizionato - là dove esso si allontana. E, anziché affinare questo sguardo, si cerca di conservare memoria di ciò che non è più, del passato: monumenti funebri, tombe, fotografie, reliquie, ricordi, film, registrazioni, ecc. Il culto dei morti è proprio il culto della morte, del finito, del passato. Ma il morto ha abbandonato quel passato per andare verso il suo futuro. Siamo noi che restiamo ancorati al vecchio.

        L’unico culto dei morti sarebbe adottare uno sguardo nuovo e cercare di dissipare le vecchie immagini con cui li ricordiamo.

mercoledì 23 luglio 2014

Samadhi

Se per “samadhi” intendiamo l’unione con l’oggetto contemplato, dove altro questo può accadere più frequentemente e più facilmente che nel rapporto sessuale?
Se lo scopo è cancellare il senso di separazione e di isolamento dell’essere umano, l’orgasmo è il miglior antidoto.
Diciamo allora che l’orgasmo è la meditazione a portata di tutti,
Certo, dura poco, ed è più che altro un assaggio di una possibile beatitudine superiore. A noi sembra che la perdita del senso dell’io sia la massima catastrofe. Ma poi scopriamo che meno siamo ego-centrati, meglio stiamo. Facciamo di tutto per venire al mondo ed essere degli individui, salvo scoprire che questa è la limitazione da superare. Paradossi della condizione umana.

Anche la morte potrebbe essere qualcosa del genere.

martedì 22 luglio 2014

Addestrare l'attenzione

In meditazione la pratica fondamentale (pur attraverso le varie tecniche: mantra, visualizzazioni, vuoto mentale, respirazione, ecc.) consiste nell’identificare l’essenza della mente creatrice, che è alla base del mondo.
È questa mente che ha creato il mondo e la nostra piccola mente. Ma poi ne è rimasta irretita. Perché basta una nuvoletta ad oscurare il sole.
Per farla riemergere, è necessario rimuovere le nuvole, ossia non farsi distrarre dalle emozioni disturbanti, dai pensieri, dalle fantasie, dai ricordi, ecc. e rimanere concentrati sulla limpida e sveglia consapevolezza originaria dell’attimo presente.
Il problema è che noi non riusciamo a non farci distrarre, a rimanere attenti a lungo, a non dimenticarci di essere coscienti della consapevolezza originaria, perché la nostra mente è come una scimmia che non sta ferma un attimo e salta continuamente qua e là. Dobbiamo quindi allenarci ad ottenere la stabilità della consapevolezza.

Sia chiaro, però, che la stabilità non siamo noi a produrla. Dietro, in fondo, oscurata dalle nuvole dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni, esiste sempre.

Le trasformazioni della coscienza

Se il mondo esiste per la coscienza, perché non è possibile cambiare le cose cambiando la coscienza? Siamo condannati ad essere consapevoli dei nostri limiti e inconsapevoli delle nostre immense capacità? Perché non è possibile utilizzare la forza cosciente che ha creato quelle capacità per cambiare la realtà? Perché non basta essere coscienti in modo diverso per trasformare concretamente le cose?
In realtà, non è vero che non si possa fare. Ma l’addestramento può essere lungo. Perché c’è una lunga abitudine che si è sedimentata fino a diventare inconscia.

Brevi istanti di riconoscimento non bastano. Bisogna renderli sempre più lunghi, più frequenti, più stabili. Allora cambia il nostro atteggiamento e con esso il nostro rapporto con le cose e quindi le cose stesse.

lunedì 21 luglio 2014

La preziosa vita umana

Noi non pensiamo mai alla fortuna che abbiamo avuto a nascere sotto forma di esseri umani. Ce l’ho ricorda il buddhismo, che qualcuno considera a torto una religione pessimistica o nichilista, e che invece è una religione della liberazione radicale dalla sofferenza.
Consideriamo quante forme di vita esistono sulla Terra. Certo, gli esseri umani sembrano tanti (sei miliardi), ma che cosa sono in confronto agli insetti o ai topi? Vi sarebbe piaciuto nascere sotto forma di formiche o di scarafaggi? Eppure, in passato… chissà… o anche in futuro…
Nascere come esseri umani non è facile: ci deve essere stato un lungo percorso evolutivo e particolari meriti. Infatti tra la formica e l’uomo c’è un notevole salto evolutivo. Anche gli altri esseri viventi hanno una loro coscienza, ma solo l’uomo è consapevole di essere e di essere cosciente. Quanta strada ha dunque fatto? E quanta ne deve ancora fare?
È questa consapevolezza che contraddistingue l’uomo (anche se non tutti gli uomini sono allo stesso livello). Ed è una consapevolezza sempre minacciata e oscurata dai vari impegni sociali e dalle varie attività mentali (sensazioni, pensieri, immaginazioni, ricordi, previsioni, ecc.).
Poiché questa consapevolezza è il fondamento di una vita evoluta, e poiché può essere ulteriormente chiarificata e aumentata (sono ipotizzabili altri stadi di vita o altri esseri con un maggior grado di consapevolezza), la meditazione nella sua essenza consiste nell’identificarla e nel renderla il più possibile stabile.
Questo è dunque l’esercizio di base della meditazione: ridurre il più possibile le interferenze e le attività mentali, e cogliere questa nostra pura consapevolezza, questa nostra sveglia presenza.

Ovviamente, all’inizio, la si può riconoscere solo per pochi istanti. Ma la sfida è tutta qui: renderla il più possibile stabile in tutte le nostre attività. Fra l’altro, questo è un modo per uscire dalla continua altalena di piaceri e dolori, delle fantasie e delle preoccupazioni, e di trovare la fine della paura e la fonte di una felicità più duratura.

domenica 20 luglio 2014

La zizzania

Ho ascoltato una predica papale che commentava la parabola della zizzania. Ad un certo punto Francesco ha detto che il bene viene da Dio e il male dal Demonio. Perché il “Padrone-Dio” semina il bene, ma poi i suoi “nemici” seminano la zizzania. Certo, con idee così sbagliate, non si va molto lontano.
Nemmeno i bambini di tre anni dovrebbero più ragionare in un modo così semplicistico, che, oltretutto, invita a quella visione delle contrapposizioni e degli odi, che è alla base delle guerre e delle persecuzioni religiose. Il manicheismo era ed è esattamente questo.
Eppure, molti studiosi affermano che la parabola o parte di essa non sia autentica, ma un’aggiunta posteriore… di qualcuno che non era all’altezza di Gesù.

Il Papa non potrebbe aggiornarsi un pochino? Ed ammettere che anche Dio semina parecchia zizzania?

Le religioni e la pace nel mondo

Dunque, la situazione delle tre maggiori religioni è la seguente. Nei paesi del futuro califfato musulmano, tra Siria e Iraq, vengono marchiati e scacciati i cristiani. Ma la stessa cosa era stata fatta nei secoli passati dai cristiani in Europa e nel Vicino Oriente: avevano combattuto e scacciato i musulmani. E nel paese di Israele, gli ebrei fanno la guerra ai musulmani, che fanno la guerra agli ebrei.

Queste sono le religioni che, per qualche ingenuo, dovrebbero portare la pace nel mondo.

Il gioco di Dio

Dio è come un pezzo di ghiaccio che ad un certo punto si è sciolto nell’acqua della creazione, perdendo se stesso. In tal senso è davvero morto. Non è una finta morte come quella del Dio cristiano.
Questo è il gioco di Dio: perdersi per ritrovarsi. Ma non è un semplice gioco; è anche un rischio, perché non è detto che si ritrovi. È una scommessa. È come uno che si tuffi da una grande altezza, e non sa se riuscirà ad emergere.
Comunque, cerca di afferrare con tutte le sue forze il filo di sé. E un giorno forse si ritroverà di nuovo.

Aiutato da chi? Da chi ha consapevolezza.

Il senso delle cose

Non è possibile che il mondo non abbia un senso. Infatti il mondo esiste perché qualcuno ne sia cosciente e gli dia un senso. Senza questa coscienza, semplicemente non esisterebbe.
Senso è sensazione, significato e direzione. Queste tre cose vengono date dalla coscienza, non da altri.

Anche chi dice che le cose non hanno senso, in realtà esprime un senso: esattamente questo senso…magari un senso di smarrimento, di caos, di vuoto o di angoscia – ma sempre un senso.

sabato 19 luglio 2014

Il piacere contemplativo

La ruota del Luna Park: il piacere, anche della gente semplice, di guardare le cose dall’alto, come a volo d’uccello… quelle stesse cose che pure vede tutti i giorni.
E perché saliamo su certe alture per contemplare dall’alto il paesaggio?
Ma, al di là del guardare i paesaggi e la Terra stessa, possiamo contemplare l’insieme di tutte le cose, come se avessimo uno sguardo divino.

Questo è il piacere di Dio.

I pre-giudizi

Di solito diamo uno sguardo superficiale alle cose, perché le abbiamo già inquadrate in categorie, generi e tipi.

Più che le cose, vediamo i nostri giudizi sulle cose. Più che le cose, vediamo le nostre idee sulle cose, le nostre rappresentazioni mentali.

Comode auto-assoluzioni

La Chiesa aveva chiesto perdono – giustamente – per la sua “tolleranza verso tutti i totalitarismi”. Ma non è essa stessa un modello di totalitarismo?

E poi non dovrebbe auto-assolversi; altrimenti, rischia di ripetere l’errore.

giovedì 17 luglio 2014

La trasformazione interiore

Dedicarsi periodicamente al silenzio mentale è una pratica che fa bene non solo allo spirito ma anche alla salute del corpo. Si tratta infatti di una forma di depurazione o purificazione psico-fisica che porta ad un aumento di sensibilità e di libertà.
Per silenzio mentale intendiamo non solo lo smettere di parlare, ma anche lo smettere di socializzare. Noi infatti abbiamo un eccesso di socializzazione, che ci fa perdere molte energie e la nostra stessa originalità. Perché la verbalizzazione e la socializzazione continue ci spingono ad agire e a reagire secondo modalità convenzionali.
In sostanza, nell’ambiente sociale siamo costretti ad innestare una specie di pilota automatico, che riporta ogni risposta ai luoghi comuni della socialità, alle conoscenze, agli impulsi e alle reazioni elaborate dalla mente collettiva. Siamo come tanti cloni o replicanti che usano sempre le stesse idee, gli stessi impulsi, gli stessi ruoli e la stessa logica. Noi invece cerchiamo una coscienza libera da condizionamenti, che non risponda nel solito modo ai problemi e alle esigenze della vita.

Per far questo dobbiamo ricorrere ad una forma di autocontrollo, che non è comunque né repressione né rimozione, ma soltanto una forma di vigile consapevolezza. Di fronte ai vari casi della vita, interporremo un attimo di riflessione (il samyama dello yoga) che ci permette di non ricalcare i vecchi solchi del comportamento e delragionamento. Solo così ci si può trasformare.

martedì 15 luglio 2014

Viaggiatori dello spirito

Questa vita è troppo breve, inconclusa e inconcludente per essere qualcosa di definito. È come partecipare ad un match cui non siamo preparati e che si conclude subito. C’è poco tempo per rimediare, per pensare, per crescere. Tutto avviene in fretta, sbrigativamente.
Si può paragonare la vita in questo mondo ad una stazione ferroviaria, dove tanta gente va e viene. Noi siamo lì per una sosta, in attesa di riprendere un treno, che ci porterà ad un'altra fermata.

È evidente che si tratta di una tappa di un viaggio ben più lungo. C'era un prima e ci sarà un dopo. Tuttavia, a causa della nostra limitatezza mentale, vediamo solo questa stazione. Sarebbe come notare soltanto la pinna di uno squalo senza concludere che esista anche una testa e una coda. Saremmo come minimo dei superficiali.

I cattolici credono che in questa breve e confusa sosta ci si giochi l’eternità. Addirittura…

Mente e realtà

Noi siamo stati abituati dalla filosofia e dalla religione ad aspettarci una realtà soprannaturale, metafisica – il cielo, il paradiso. Come se  questa fosse  una realtà inferiore, diminuita. Ma anche il nostro mondo, secondo il mito, era in origine un paradiso: il paradiso terrestre. Che cosa è successo, che cosa ce lo ha alienato? Quale peccato? Un pomo, la superbia, l’orgoglio, la disubbidienza..?
Comunque sia, una mente usata male.
Ma che cosa ci impedirà, anche in un altro universo o in un’altra dimensione di usare ancora la mente in modo sbagliato? Anche gli angeli, esseri spirituali, si sono ribellati. Tanto più che, in un aldilà, la mente avrebbe più importanza del corpo.
In realtà, il problema dell’uso della nostra mente si ripresenta in ogni condizione, qui o altrove.
Le cose sono tanto reali quanto vogliamo che siano. Non esiste un livello prestabilito di realtà.

Gran parte delle “realtà” che vediamo sono idee della mente, talvolta più importanti delle cose stesse. 

lunedì 14 luglio 2014

La religione dell'inchino

In fondo il cattolicesimo è la religione dell’inchino. Il prete si inchina, il fedele si inchina, i chierichetti si inchinano, e tutti devono inchinarsi e baciare la mani agli alti prelati e al Papa. Ci si inchina davanti alle statue, agli altari e alle immagini sacre. E così ci si abitua a credere che davanti ai potenti, dell’aldilà e anche di questo mondo, ci si debba sempre inchinare.
Sarà per questo che nelle processioni le statue dei santi, di Gesù o della Madonna vengono fatte fermare e inchinare davanti ai palazzotti dei mafiosi e dei potenti.
Nasce così quella tipica cultura della sottomissione e del servilismo, che ha fatto degli italiani un popolo di lacchè. Di fronte al potente l’italiota si inchina, si prosterna, si umilia, gli bacia i piedi e ricorre senza pudore ad adulazione, cortigianeria, piaggeria e incensamento. Il nostro non è un popolo di cittadini, ma di sudditi, che vanno continuamente alla ricerca dell’uomo potente di fronte a cui inchinarsi, senza dignità.
Ma, se il popolo è un popolo di lacchè - gli altri, i potenti, i ricchi e i governanti - si sentiranno autorizzati a fare quel che vogliono, a infrangere le leggi, ad approfittare di ogni occasione per ottenere privilegi e per abusare della loro autorità. Inoltre nasceranno mafie che sanno di poter sottomettere i tanti pecoroni che non hanno il coraggio protestare e di ribellarsi.

Eh, sì, la religione dell’inchino è una delle cause principali del degrado morale degli italiani.

La trasmissione senza parole

Quando il Buddha, davanti all’assemblea dei monaci (che erano in attesa di una spiegazione verbale della sua dottrina) alzò in una mano un fiore e sorrise, solo un discepolo capì il messaggio e sorrise a sua volta: Mahakashyapa.
Attenzione, Mahakashyapa non aveva “compreso” (intellettualmente) la dottrina del Buddha; non disse: “Ho capito”. Non diede un significato al gesto del maestro e al suo silenzio, perché in tal caso lo avrebbe de-finito, lo avrebbe racchiuso e limitato in concetti. No, si mise a sua volta a fare zazen in silenzio, ossia assunse egli stesso l’atteggiamento di meditazione, lo spirito del Buddha.
Questo è l’unico rapporto possibile, in meditazione, tra maestro e allievo. Non vengono trovati dei significati, degli insegnamenti dottrinari, ma si induce uno stato d’animo. Quasi per osmosi. Così come si induce uno stato d’animo di fiducia o di paura.

E non c’è neppure bisogno di uno maestro in carne ed ossa. Perché il maestro è già dentro di noi, se facciamo tacere le pretese “definitorie” della mente.

L'origine di tutte le cose

Io non mi pongo il problema se esista o non esista Dio (dato che può trattarsi di una semplice idea della mente, non meno mitologica di quella di Zeus, di Vishnù o di Jahvè), ma quale sia l’origine delle cose – come possiamo ricostruirla. Un po’ quello che fanno i fisici quando cercano di risalire ai primi istanti di vita dell’universo.

Si tratta di andare indietro nel tempo e in fondo a se stessi. Lì è l’origine di tutto. 

Deutschland über alles

Come dico sempre, nelle cose dello spirito (e una partita di calcio è un’attività altamente spirituale) è fondamentale lo spirito con cui le si affronta. Quindi, chi è consapevole della propria forza e ha fatto di tutto per rafforzarla, finirà per vincere.
Poteva non vincere la Germania, che sa di essere il popolo più potente e organizzato d’Europa?

Rigiro la domanda: poteva l’Italia – che è consapevole solo della propria intima debolezza - vincere i campionati del mondo?

venerdì 11 luglio 2014

Vacanze mentali

Fare ogni tanto il vuoto mentale, fare il silenzio interiore, giova non solo alla salute fisica ma anche a quella spirituale. È come un bagno ristoratore, un’immersione tonificante, che ti dona nuove energie, poiché ti riporta a contatto con quel Vuoto Primordiale da cui è uscito il cosmo intero.
Una specie di riposo o di quiete.
“Vacanza” viene dal latino vacuum, che significa vuoto.

Ecco, fare il vuoto mentale è una specie di vacanza dello spirito.

Il Dio della guerra

Si è pregato per la pace in Siria, ed è finita come è finita. Si è pregato in Vaticano per la pace in Palestina, ed è finita come è finita.
Perché prevale sempre la guerra? Come mai non c’è mai stata una sola epoca in cui non ci fossero guerre? Verrà mai la pace sulla Terra?
No, mai - la guerra non è che l’aspetto più truculento della spinta evolutiva impressa da Dio all’origine del cosmo.
Creazione è sinonimo di guerra. Creare è dare inizio alla lotta, al conflitto, alla violenza… certo, insieme a tante altre cose. Ma la guerra non è eliminabile. Lo sapevano tutte le religioni antiche, che prevedevano dei della guerra, dei degli eserciti.
Solo da noi abbiamo censurato questo aspetto dell’evoluzione creatrice.

Dio sarebbe solo amore? Ma via!

giovedì 10 luglio 2014

Che cos'è la religiosità?

Come dicevo nella risposta ad un commento, il tema di questo blog è la ricerca di che cosa sia lo “specifico religioso”, ossia di che cosa sia la vera religione. È adorare, riverire ed obbedire l’Autorità cosmica (non c’è piaggeria, servilismo, un certo opportunismo già in questo atteggiamento psicologico, come quello di chi si trova di fronte ad un potente?) o sviluppare una propria consapevolezza ed autonomia, il proprio spirito?
Non nego che ci siano leggi da rispettare. Ma questo non significa che il Potente abbia fatto sempre le cose bene e che si debbano esaltare tutte le sue opere. Senza contare che lo stesso Potente, se è un po’ lungimirante, dovrebbe aver previsto che qualcuno lo aiuti o, un bel giorno, lo sostituisca.
Si tratta anche di psicologia individuale: c’è chi è più portato ad essere servile con il Capo; e di solito è quello che vorrebbe essere egli stesso autoritario.
Si prenda il caso di san Paolo, che dopo essersi inginocchiato davanti al Potere ultraterreno, finisce per consigliare ai suoi di venerare ogni autorità sulla Terra… nella presunzione che derivi sempre dall’Autorità divina.
Ma se perfino l’Autorità divina va criticata, quando se lo merita (e di cose fatte male ce ne sono), a maggior ragione va criticata quella terrena. Non è vero che qualunque autorità venga da Dio: molte vengono da protervia, sopraffazione e violenza.
Qui il problema dell’assolutismo religioso si sposa con quello della democrazia e dell’autonomia degli individui, e diventa un problema politico.

Tutto si lega e si collega. Ecco perché la credenza condivisa in una certa religione, o se si preferisce in una certa immagine di Dio, influisce sulla società in cui si vive. 

Maithuna: il sesso sacro

Se sei portato per il sesso, fai del sesso la tua meditazione quotidiana. L’altro sia per te il tuo altare. E ogni orgasmo sia una ricerca di oltrepassamento del tuo angusto ego.
Dai piacere e ricevi piacere: anche questa è una missione.

Non ci sono solo opere di carità fatte col denaro. Ce ne sono anche di quelle fatte con il sesso. Far godere è un’opera di carità… se si è consapevoli del valore spirituale dell’unione sessuale. 

L'altruismo

Talvolta ci occupiamo degli altri perché non sappiamo che farcene di noi stessi.
Facciamo gli altruisti solo perché non siamo in buoni rapporti con noi stessi.

Però, non basta. Forse risolveremo i problemi degli altri, ma non i nostri.

La mente limpida

Chiudi gli occhi, rallenta il respiro e - ogni tanto - trattienilo, immobilizza la mente.
La tua mente è come l’acqua di uno stagno: se la agiti, si intorbida. Se la fermi, torna limpida. E, quando torna limpida, tanti problemi ti appaiono all’improvviso chiari.
Purtroppo gli uomini sono agitati, ansiosi e si muovono di continuo, fisicamente e mentalmente, perché non si sopportano. È per questo che sono confusi.


mercoledì 9 luglio 2014

L'adesso

Se spazio e tempo sono collegati, se chi si muove nello spazio rallenta il tempo e se è importante anche la direzione che si prende, ogni istante è diverso, ogni istante prende strade diverse, ogni istante può posizionarsi nel passato, nel presente o nel futuro.
In realtà la distinzione tra passato, presente e futuro è un’illusione, perché ogni istante, con la sua particolare istantanea del mondo, già esiste. Le cose, le possibilità esistono da sempre. Il tempo non scorre, ma è già tutto qui… congelato in tutti gli istanti possibili. Come i fotogrammi di una pellicola.
Ma, allora, chi fa scorrere le singole immagini? La mente.
Queste idee sono quelle espresse dalla teoria della relatività, che ha avuto conferme sperimentali.
Il tempo è fatto di istanti, ed ogni istante è il tutto.
In teoria potremmo viaggiare nel tempo. Aumentando la velocità di movimento o mettendomi vicino ad un buco nero, dove la gravità è migliaia di volte quella terrestre, il mio tempo rallenterebbe. Due ore per me equivarrebbero a cinquanta anni sulla Terra. E se io poi tornassi sulla Terra, mi troverei nel futuro, perché durante le mie due ore, qui sarebbero passati cinquanta anni.
Potrei, sempre teoricamente, viaggiare anche nel futuro, perché potrei entrare in un buco nero che collega non solo due spazi diversi ma anche due istanti diversi.

Ma i mistici, tutto questo, lo avevano già capito.

L'aggressività naturale

Su un marciapiede di città osservavo due cani tenuti a guinzaglio dai rispettivi padroni. Quando si avvicinarono, incominciarono a ringhiare, ad abbaiare e scagliarsi l’uno contro l’altro, a stento trattenuti dai proprietari. I due cani tiravano i guinzagli e, se non fossero stati legati, si sarebbero avventati l’uno contro l’altro. Anche quando si allontanarono, uno continuava a tirare e ad abbaiare, raspando la terra con la bava alla bocca. Che cos’era successo? Niente, i due non si sopportavano a vicenda, si odiavano, si sentivano istintivamente l’uno nemico dell’altro, lottavano per il territorio e per la supremazia.
Questo non succede solo ai cani, ma a quasi tutti gli esseri viventi. La competizione, la rivalità, l’aggressività, sono impulsi naturali, potenti, inscritti da una natura che ha stabilito che tutti debbano lottare per la sopravvivenza, per la gerarchia, per il dominio. Questi istinti sono almeno altrettanto potenti di quelli che portano all’associazione in branchi, alla famiglia e all’accoppiamento. Naturalmente anche per l’uomo vale lo stesso discorso.
Quando perciò ci domandiamo perché gli uomini siano sempre in competizione e in guerra tra di loro, dobbiamo indicare la responsabile ultima: la natura e la forza che l’ha voluta così.
Certo, l’uomo ha una ragione per controllare e indirizzare questi istinti. Ma non si può negare che l’impulso primo sia sempre quello aggressivo, quello del conflitto.
Adesso, si possono dare tante colpe agli esseri umani. Ma la colpa prima è innegabilmente della forza che ha creato l’universo.
È partendo da questo punto di vista che i saggi invitano gli uomini alla pace, all’amore, alla ragionevolezza e alla consapevolezza. Resta però il fatto che noi tutti, come quei cani, dobbiamo lottare contro questa natura.
Se incontrassi Dio, gli chiederei solo: “Ma non c’era davvero nessun altro modo di fare le cose?”
Ho paura che mi risponderebbe: “Provaci tu”.
Il fatto è che non è possibile creare qualcosa che si evolve e cambia senza dare energia. E questa energia, se lasciata a se stessa, non può che avere anche un aspetto distruttivo. Insomma non si può fare a meno del male.
La domanda allora è: se all’inizio c’era uno stato altamente ordinato, valeva la pena di creare questo enorme baraccone sapendo che non si poteva fare a meno del male?

Forse Dio stesso è un irrequieto.

martedì 8 luglio 2014

Osservare la vita: il testimone

L’impresa più difficile non è vedere le cose straordinarie che ci passano davanti, ma le cose che ci stanno sempre davanti agli occhi. Oltretutto, noi non siamo mai attenti osservatori dei fatti, perché di solito siamo impegnati a parlare, ad agire o a reagire. E un attore vede meno di uno spettatore.

Finché non ci fermiamo con l’intenzione di osservare la vita, gli altri e noi stessi, capiamo ben poco.

La religiosità cosmica

Albert Einstein era un determinista convinto e credeva ad una Forza superiore che governasse ogni cosa. Tuttavia non credeva alle religioni tradizionali, e definiva “anima fiacche” coloro che seguono le confessioni istituzionali, quelle che ti dicono che cosa sia bene e che cosa sia male e che cosa devi fare in ogni occasione.
Secondo lui, queste religioni hanno tutte un carattere antropomorfo, un aspetto caricaturale del vero divino, perché in realtà sono costruzioni umane.
I soli uomini profondamente religiosi sono gli scienziati, ossia coloro che ricercano e indagano, non gli uomini che biascicano preghiere tutto il giorno o che fanno il bene perché hanno paura di una punizione ultraterrena.
La sua era una religiosità cosmica, in cui le vere leggi avevano il rigore delle leggi fisiche e il vero comandamento era: “Indaga! Ricerca!”

Nelle religioni di massa, invece, il comandamento principale è: “Non pensare con la tua testa. C’è qualcuno che pensa per te. Tu devi solo ubbidire!”

lunedì 7 luglio 2014

La fede criminale

La fede potrà anche spostare le montagne. Ma quando è riposta in cose sbagliate erige montagne che nessuno può più valicare.

Il Grande Mafioso

Tutti hanno visto la processione ad Oppido Mamertina in cui la statua della Madonna è stata fatta fermare, in segno di omaggio, davanti alla casa del capo-mafia locale.
Mentre i carabinieri se ne sono andati, i sacerdoti sono rimasti. La verità è che per loro Dio è una specie di Grande Mafioso.
E pensare che due giorni prima Papa Francesco aveva scomunicato i mafiosi. Se fosse coerente, adesso dovrebbe scomunicare anche quei preti.
È evidente è che la Chiesa non è migliore della società che condanna. Potremmo dire che abbiamo una Chiesa corrotta in uno Stato corrotto – e non si sa chi sia la causa e chi l’effetto.
Ed è incredibile che gli italiani si fidino di una religione del genere. Tra preti pedofili, preti mafiosi, preti strozzini e la banca del Vaticano che riciclava denaro delle tangenti e della mafia, quale può essere stata l’influenza di questo modello di virtù sulla società italica?
Quando nell’Ottocento Giacomo Leopardi si recò a visitare Roma, rimase profondamente deluso: scoprì che l’ambiente ecclesiastico era angusto e corrotto, che non c’era nessuna spiritualità e che i preti trafficavano con cinismo. Insomma, il cattolicesimo era una religione di facciata.

Già, ma non è sempre stato così?

domenica 6 luglio 2014

Il futuro che verrà

Proporrei di chiamare l’epoca storica in cui siamo entrati “Neofeudalesimo”. In futuro infatti ci saranno pochi grandi ricchi, i nuovi feudatari, che possiederanno quasi tutto, e masse sterminate di miserabili, i nuovi servi della gleba. Magari avranno il telefonino, ma saranno schiavi.
E la religione che ruolo svolgerà? Quello di sempre: essere l’oppio dei popoli.
Lo dico senza disprezzo. L’oppio (con i suoi derivati, per esempio la morfina) è utilissimo. Serve a far sopportare certi dolori che non si saprebbe in che altro modo lenire.

Però la sua funzione è sempre quella: stordire, far dimenticare la realtà, edulcorare, illudere…

Il Papa Re

Tutti vedono come i mass media di Stato, radio e televisioni, siano al servizio del Papa Re e trasmettano ad ogni piè sospinto servizi sulle sue parole, trattate come pensate straordinarie e miracolose. Non c’è discorso del Papa che non venga riprodotto in continuazione tutto il giorno fra musiche celestiali e commenti estasiati dei giornalisti. Del Papa si segue ogni uscita, ogni benedizione, ogni battuta di spirito, ogni mal di pancia; e lui ci sta alla perfezione: ha capito che deve fare l’animatore di villaggio. E lo fa con piacere.
Del resto, sa di essere il personaggio più importante in Italia. Vede bene che, quando i capi di Stato stranieri vengono in Italia, lo fanno per rendere omaggio a lui, e non certo al Presidente della Repubblica.
Oggi per esempio ha scomunicato i mafiosi. Gioia delle televisioni e costernazione dei mafiosi. In un penitenziario, hanno fatto perfino lo sciopero – sì, non sono andati a messa. Perché il delinquente italico, anche se ammazza, anche se violenta, anche se dissangua la gente, è convinto di essere un buon cattolico, in grazia di Dio. Del resto, la maggioranza dei preti è sempre stata schierata con la mafia, dalla quale riceveva le congrue offerte. Anche le cerimonie di iniziazione dei mafiosi si tengono giurando su libri sacri e su santini. Nei covi dei delinquenti si trovano sempre immagini sacre.
Come è possibile?
È possibile perché il cattolicesimo non permette la costruzione di una coscienza autonoma. Il cattolico non ha una propria coscienza; aspetta che i preti gli dicano che cosa pensare e che cosa fare. E se lui paga una tangente (pardon, un’offerta) alla Chiesa, tutto è a posto. Oggi quindi i mafiosi si meravigliano che il Papa li scomunichi. Come? Ma la banca del Vaticano non era adibita proprio a riciclare soldi sporchi della mafia? E non c’è sempre un vescovo o un cardinale a ricevere la mazzetta quando c’è una banda che si arricchisce con gli appalti pubblici?
Però il Papa si è affrettato a chiarire che lui non vuole che questa gente sia messa fuori dalla comunità dei credenti. No, lui vuole solo che cambino vita. E, se cambiano vita, tutto sarà perdonato, in una grande festa, come quelle cui partecipava Gesù, tra tarallucci e vino.
Insomma i nostri mass media credono di avere risolto la crisi nazionale. Basta far parlare il Papa, e finalmente il paese diventerà più morale. Gli italioti non ruberanno e non ammazzeranno più.
Peccato che il cattolicesimo continui ad essere la religione di chi non ha una coscienza autonoma, di chi non è in grado di pensare con la propria testa e di rendersi conto da solo che cosa sia bene e che cosa sia male.

Che ci sia una qualche relazione con il fatto che l’Italia sia il paese europeo più corrotto?

sabato 5 luglio 2014

La metafora di Dio

Dio – una gigantesca metafora per menti deboli, per uomini che devono toccare qualcosa di concreto, che devono avere un padrone (come le greggi di pecore, altrimenti non si sentono tranquille), che non sono capaci di pensare con la propria testa, di immaginare, di andare al di là della materia. Credono che questo loro pupazzo li aiuti e non sanno che devono aiutarsi da soli.
Ma quanto è indietro questa umanità!
Dio è l’energia che anima tutto. Vuoi avere un’esperienza di Dio?
Dimenticati di Gesù, di Buddha, dei preti, delle religioni e dei libri sacri. E percepisci la forza che ti anima, in questo istante.
Quello è Dio.

Naturalmente, non è così semplice. Ci vogliono silenzio (esterno ed interno), lo stato d’animo giusto (lo spirito giusto) e la concentrazione. E bisogna, ahimè, rintracciare la fonte della nostra coscienza, qualcosa che per molti è un’illustre sconosciuta.