venerdì 31 marzo 2023

Un mondo violento

 

Inutile negarlo: c’è qualcosa che non va nella creazione. Troppa violenza, troppa pressione a riprodursi, troppa aggressività, troppo egocentrismo… ce n’è abbastanza per dire che il cosmo non può essere stato creato da un’anima bella. Per prima cosa, ogni essere vivente deve uccidere altri esseri viventi anche solo per mangiare; quindi tutte le specie sono in competizione tra loro. La coscienza stessa, che sembra così eterea, deriva anch’essa dal cibo.

Poi c’è troppa aggressività e distruttività; e di questo dobbiamo dare colpa alle leggi costitutive del mondo, perché, senza aggressività, il singolo finirebbe per soccombere. Quasi tutti i grandi condottieri sono stati grandi assassini: da Alessandro a Napoleone, da Gengis Khan a re David, da Hitler a Stalin…

Ma anche all’interno delle società, ci sono grande competizione e rivalità. Tanto che le guerre sono solo lo sbocco esteriore di una distruttività interiore.

E questa distruttività non è colpa dei singoli individui, ma un impulso istintivo. È nella natura – o se si preferisce del dio che ha voluto così il funzionamento delle cose.

Anche la pressione riproduttiva è istintiva. È una spinta ad accoppiarsi che non dà tregua all’individuo senza curarsi  delle conseguenze, tanto che, quando cessa la pressione, il singolo non serve più e può essere eliminato. Le religioni antiche erano religioni del sacrificio ( di uomini e animali ) perché ci si rendeva conto che al dio era gradito il sangue.

Anche il cristianesimo non fa eccezione: dio deve sacrificare qualcuno e, in mancanza di meglio, sacrifica il “figlio”. Dunque un dio feroce e sanguinario.

Se questo dio è il creatore del mondo, non poteva che farlo a sua somiglianza, feroce e sanguinario. E così è.

Se un individuo non è abbastanza aggressivo e dotato di volontà di potenza e di prepotenza, viene subito accantonato dalla società… e dalla natura.

Chi è consapevole e riflette su queste cose, vede bene il meccanismo e, per salvare la faccia a dio, finisce per non crederci.

Il mondo non può essere stato creato da un’anima pacifica e benevola, ma è un prodotto malato, una degenerazione – qualcosa che si è formato da solo, spontaneamente, in qualche modo, con grande violenza. Non per nulla si parla di Big Bang: un’esplosione catastrofica. Non dunque qualcosa di gentile e mite.

Sarà per questo che se cercate un po’ di pace in questa terra, dovete mettere a tacere l’aggressività, la proliferazione mentale, la volontà di potenza e gli impulsi a riprodurvi instancabilmente. Datevi un po’ di tregua.

Ma, a quel punto, vi trovate a disagio in mezzo a un’umanità che compete e combatte con tutti i mezzi, spinta da impulsi che non controlla.

Chi se ne rende conto, si sente un estraneo. È come precipitare in una guerra che non si è voluta.

Come uscirne? Facendosi da parte e contemplando lo scenario. E poi scoprendo che questa non può essere la realtà, ma una specie di sogno, anzi di incubo, dal quale ci si libererà con la morte.

Allora ci si sveglierà.

martedì 28 marzo 2023

Tra due fuochi

 

L’essere umano, da quando nasce a quando muore, è in preda a due tendenze opposte. La prima è individuarsi, diventare un io distinto e autonomo, e deve compiere per questo un lungo percorso: dal distacco dalla madre all’affermazione di sé, con una propria coscienza, il proprio corpo e le proprie opinioni. Deve differenziarsi dall’ambiente, dalla famiglia e nella società.

Ma la seconda tendenza è proprio il contrario. Deve ritrovare l’unione con gli altri e con sé. Deve ogni notte cancellare la propria identità nel sonno profondo. Aspira a dismettere la fatica di essere una singola coscienza.

Chi la vincerà fra queste due opposte pulsioni?

Chi vorrebbe conservarsi ad ogni costo l’io, spera in un’altra vita, qui o altrove, che mantenga intatta la coscienza individuale. Vorrebbe ritrovare se stesso, gli amanti e gli amici. E sono la maggioranza.

Dalle fantasie sull’aldilà o sulla reincarnazione emerge proprio questo desiderio. Riuscire ad essere separati e distinti anche dopo la morte e contro ogni logica.

Però, con l’avanzare dell’età e la perdita di tante persone e illusioni, la seconda tendenza si fa sempre più prepotente.

C’è un meccanismo infernale che stritola tutto e tutti, e ad esso non possiamo sfuggire. Non abbiamo voluto nascere, non desideriamo morire, ma non possiamo tirarci fuori dal piano inclinato su cui scivoliamo inesorabilmente. Non possiamo certo dire che siamo liberi. Tutto avviene senza che lo abbiamo deciso. Siamo marionette o semplici attori di un dramma.

Questa consapevolezza ci fa pensare a qualche Autore che non siamo noi. O potremmo essere stati anche noi, in un esperimento che ci è andato male, come novelli apprendisti stregoni. In ogni caso, siamo alienati, non padroni di noi stessi. Qualcosa è andato storto.

C’è sempre un senso di fallimento in queste ipotesi. Siamo forse contenti di vivere, ma non accettiamo di morire. Vorremmo che il nostro io, la nostra personalità, sopravvivesse anche dopo la morte. Non ci piace l’idea che saremo annullati.

Ma, se ci pensiamo bene, un nulla assoluto non può esistere: qualcosa esiste sempre. Altrimenti non ci sarebbe neppure il nulla. È un paradosso logico.

Tuttavia non possiamo neppure pensare che possa sopravvivere un io cosciente, così come lo conosciamo noi. Infatti vediamo morire non solo il corpo ma anche la coscienza.

La verità è che anche la coscienza è destinata a diventare non coscienza. Che cosa rimane allora? Qualcosa che non ha bisogno, per “essere”, di essere cosciente, qualcosa che è al là tanto della coscienza quanto della non coscienza.

Non ci dimentichiamo che il mondo, il tempo e il senso dell’io appaiono con l’apparire della coscienza. Lo scorrere del tempo che ci trascina è lo scorrere della pellicola coscienziale.

Noi crediamo di essere nati e di aver vissuto certi eventi. Ma è solo una pellicola mentale. È il film che ci facciamo, qualcosa di simile a un sogno.

Quando scompare il film-sogno, scompare anche l’io. Lo sappiamo talmente bene che, quando uno muore, diciamo: “È scomparso!”

Scompare il sogno-film e rimane colui che era stato il testimone di tutto questo. Che non era nato, perché non può morire.

Il testimone non è un soggetto come quelli che conosciamo, divisi e separati - l’io. Ma è un tutto, che rientra in Sé.

sabato 25 marzo 2023

La nostra vera identità

 

La luce del sole compare e scompare, ma, quando scompare, non possiamo certo dire che è morta. Così è per il nostro comparire e scomparire: non possiamo dire che siamo morti. Certo, qualcosa scompare: il corpo e la mente. Ma c’è qualcosa che non muore, per il semplice fatto che non era mai nato.

C’è qualcosa che, per “essere”, non ha bisogno neppure di esistere. Dico “essere” perché non ho una parola adatta a definirlo.

Possiamo rifiutarci di nascere? Possiamo impedire lo scorrere del tempo? Possiamo rifiutarci di “morire”? Possiamo farci amare da chi non ci ama? Possiamo amare ciò che non amiamo?

Dunque la nostra libertà a che cosa si riduce? A svoltare a destra anziché a sinistra? Ben poco… C’è da chiedersi se siamo veramente gli autori delle nostre azioni, o semplicemente degli automi che reagiscono.

Questi automi hanno il terrore di morire, perché pensano di scomparire nel nulla. E quindi si sono inventati religioni che negano la morte e fantasticano di un aldilà in cui saremmo di nuovo tutti vivi e con la nostra solita identità. I cristiani affermano addirittura che, alla fine dei tempi (quando?), ricupereremo i nostri corpi!

Tralasciando tutti i problemi che ne nascerebbero, ci sarebbe comunque il problema di chi si è comportato male. E allora ecco le fantasie dei purgatori e degli inferni. Non parliamo del paradiso dei musulmani dove ci sarebbero vergini a disposizione dei fedeli. Insomma si riprodurrebbe nell’aldilà ciò che vorremmo o abbiamo vissuto nell’aldiqua.

Così viene negata la morte stessa.

Invece la morte è la fine del corpo, della coscienza e dell’identità abituale, che sono in realtà la nostra schiavitù, un sogno o un’illusione. Non per nulla si parla di liberazione.

Che cosa rimane?

Rimane la nostra vera identità, che non è definibile in termini umani.

In realtà, tutto ciò che è definibile con la mente non è vero, è una falsificazione.

Nel sonno profondo, nel samadhi e nella morte si verifica l’oblio di ciò che siamo attualmente. Ma, anziché essere una perdita, è una conquista.

Conquistiamo la realtà, la fine della separazione.

Noi ci crediamo individui separati. Ma in effetti siamo un tutt’uno.

La verità è che non siamo né la coscienza né le cose di cui siamo coscienti, ma ciò che le conosce. Questa è la nostra vera identità.

martedì 21 marzo 2023

La gioia della morte

 

Se ci fate caso, siete felici solo quando non pensate a voi stessi. Quando invece ci pensate, siete infelici o preoccupati.

La vita è talmente faticosa che è necessario dormire tutti i giorni. Il sonno dunque serve a smettere di pensare, di essere consapevoli di sé, per riposarsi.

Quando infine diventate vecchi, il sonno non basta più per recuperare le energie, fisiche e psichiche, e deve subentrare la morte. Che giustamente è vista come il riposo eterno.

Non importa che lo stato di veglia sia piacevole o spiacevole: la fatica è enorme in entrambi i casi.

Ma resta il fatto che il sonno, per dare un vero riposo, deve essere un dimenticare tutto. Anche la coscienza comporta un enorme dispendio di energie. Al di là della fatica fisica, c’è la fatica di essere.

Quando dormite profondamente (senza sogni), entrate in uno stato di beatitudine, per il semplice fatto che non ci siete più.

Quindi, il non esserci più è uno stato di vero riposo rispetto allo stress della vita.

Da ciò si desume che, per essere veramente felici (al di là della felicità e del dolore), non c’è bisogno di esistere, neppure di essere.

In conclusione, la morte va vista non come un evento tragico, ma come una vera gioia, la realizzazione della nostra vera identità.

Voi mi direte: ma senza io, senza senso di essere, come facciamo a gustare la gioia? Appunto…

lunedì 20 marzo 2023

Lo spettacolo della coscienza

 

Per sopportare questa vita, di solito chiedete aiuto a qualche dio o santo. Ma in realtà chiedete aiuto a voi stessi, cercate di farvi coraggio e di raccogliere le vostre forze.

Siamo un minuscolo granello di coscienza, come un chicco di sabbia in un’immensa spiaggia. Ma la sua potenza è tale che non riusciamo a sopportarla. Ci abbaglia come una luce troppo forte.

Quindi dobbiamo chiudere gli occhi e quel che vediamo è il nostro abituale stato di veglia.

Infatti, quando nasciamo e usciamo dal canale vaginale, la luce è troppo forte e noi ci mettiamo a piangere. Ben venuti in questo mondo!

Il fatto è che prima non sapevate di essere. E ora vi trovate coscienti.

Ma quello che voi chiamate esistenza è un errore di valutazione, un sogno a occhi aperti, una realtà dimidiata, l’illusione primaria. Anche Platone, nel mito della caverna, afferma che gli uomini non vedono che ombre, riflessi. Qualcosa che vive in modo dimidiato, dice di essere sveglio e vivo. Niente di meno. Che pretesa!

Dobbiamo ammettere che il nostro io, la nostra identità attuale, è insoddisfacente. Non è compos sui.

Il fatto è che non potete fare della coscienza un oggetto di conoscenza. Ciò che voi siete non può essere fatto oggetto, perché è ciò per cui esiste la coscienza. Non una forma di supercoscienza o di supersoggetto. Ma uno stato anteriore all’essere o al non essere, alla nascita o alla morte.

Il resto – lo spettacolo della coscienza – è un romanzo, un film o un sogno: un prodotto della mente.

Ma chi lo dice? Chi ne è il testimone.

Quello siete voi.

Nessuno può far nulla per far sorgere la coscienza. La coscienza è dappertutto, come la pioggia che, dove arriva, fertilizza tutto. Nessuno la controlla. È legata alla vita. Si produce spontaneamente.

Di solito, noi pensiamo a dei che facciano apparire tutto. Ma gli dei o sono funzioni delle forze naturali o sono funzioni della coscienza stessa. Senza coscienza, non ci sarebbero.

Questa coscienza, che per voi non esisteva, è apparsa all’improvviso e si è consolidata. Prima non sapevate di essere. Ora lo siete.

Ma questa coscienza è una grande dea dell’illusione e muta di continuo. Non è affidabile ed è destinata a finire.

Che cosa rimarrà allora?

Qualcosa che non è né essere né non essere, oltre tutte le parole, oltre tutti i concetti.

Perché resta il fatto che noi non riusciamo a “capire” che cosa sia la morte. E questo vuol dire che ciò che resta è al di là della mente.

sabato 18 marzo 2023

L'anima malata

 

Ci illudiamo che il nostro karma – il destino che ci attende – debba essere rigorosamente individuale. Invece non è così. Gran parte del karma è collettivo. Come noi soffriamo per le colpe altrui, gli altri soffrono per le nostre.

Dobbiamo metterci in testa che l’umanità è una, e le azioni dell’uno si riflettono sul destino anche degli altri.

Come individui abbiamo limiti precisi, abbiamo identità indefinite e compartecipate.

Non è vero che siamo individui separati.

Guardate per esempio quali conseguenze abbia la guerra di Putin in tutto il mondo.

Il compito di un eventuale dio della giustizia sarebbe molto complicato. E anche lui avrebbe le sue colpe per come ci ha creato.

L’aggressività, la violenza, la continua contesa, la guerra, la concorrenza, la selezione delle specie, da dove vengono? Sembrano essere un impulso naturale in ogni essere vivente. Dunque, di chi è la colpa? Sarebbe di un eventuale creatore. Per questo, è meglio pensare che le cose si siano fatte da sole, spontaneamente, illusoriamente.

Il muoversi, il divenire, il competere, fanno parte del senso di essere un io.

Ma essere un io non è facile, non è gratis, è uno sforzo.

La coscienza nasce con una sensazione di dolore.

È difficile sopportare la consapevolezza di se stessi. Questo nessuno ve lo dice. Già i genitori che si sono accoppiati lo hanno fatto per darsi un sollievo.

E adesso che il pasticcio è stato fatto e siete apparsi voi con un mondo problematico, voi vi illudete che la situazione non sia dolorosa. E che ci sia un dio cui potete appoggiarvi.

Ma è un’illusione, come la vostra sensazione di esserci.

Dove siete?

L’errore è stato fatto con la nascita. Siete nati in un nulla riempito di vuoto.

Ritornate alla situazione di prima della vostra apparizione e della vostra anima malata.

 

giovedì 16 marzo 2023

La coscienza infelice

 

Senza la coscienza, che ne è dell’io, del mondo, del tempo, di Dio? Nessuno ne saprebbe niente. Dunque il mondo appare con quella particolare sensazione che è il senso di essere. È proprio il nostro senso di essere che fa apparire il mondo. Come una luce che si accenda all’improvviso e faccia vedere le cose.

E non è che l’abbiamo cercata o che l’abbia accesa qualche dio. È apparsa da sé, spontaneamente, inconsapevolmente, senza che ne sentissimo il bisogno.

Dunque, il mondo appare con il nostro senso di essere, siamo noi i creatori. Ma quanto dura? Dura finché siamo svegli. Quando poi ci addormentiamo ne appare un altro, il mondo di sogno. E, quando non sogniamo o siamo morti, tutto scompare. Scompare in un attimo, con le stelle, le galassie, i pianeti, le nebulose, i buchi neri e le comete.

Scompare come quando si spegne la luce e non si vede più nulla.

Non si vede più nulla perché era come un film o un sogno. Un gioco illusionistico, una fantasmagoria di luci e colori. Che sparisce in un attimo, portando con sé il corpo, l’io, la coscienza, il tempo, la mente.

Di conseguenza, tutto ciò che conosciamo e amiamo è temporaneo, è destinato a durare poco. E questo è un pensiero angosciante. Quando si accende la coscienza, si accende l’angoscia o un amore disperato. Anche la nostra identità è evanescente, confusa.

Ma che cosa c’era prima? Non possiamo dire “nulla”, perché ciò che se rende conto non può essere nulla. È colui che percepisce, il testimone.

D’altra parte, il nulla assoluto non può esistere, perché, se affermo che esiste, come faccio a dire che non esiste?

Dunque, prima c’era qualcosa che non era consapevole di sé e all’improvviso lo è diventato. Un soprassalto dell’essere che ha dato origine a noi e a tutto quel che vediamo.

Solo che prima non c’erano mancanze, desideri, sofferenze, malattie, morti, nessun bisogno. E poi sono apparsi. Come fare a uscirne?

Con la morte ne usciremo e ritroveremo la nostra identità. Quella che abbiamo sempre avuto e che non può né nascere né morire.

Ma sarebbe meglio rendersene conto subito, finché siamo in vita, in modo da non cadere in false credenze che ci possono confondere le idee e destabilizzare a lungo.

martedì 14 marzo 2023

Prima della coscienza

 

L’unica vera meditazione è concentrarsi sulla propria coscienza, grazie alla quale sentiamo di esistere. Dobbiamo cogliere il senso di esserci e scoprire da dove viene, cosa significa e che cosa c’era prima.

La nascita coincide con questo apparire, con cui sorge anche tutto il mondo. Non è la coscienza che emerge nel mondo, ma è il mondo che emerge dalla coscienza.

Si parte dalla propria coscienza individuale, ma la sfida è scoprire l’universalità della coscienza, che è il vero dio di questo mondo, in quanto lo plasma come vuole. Esiste un’unica coscienza frammentata in una miriade di esseri.

La “realtà” è quanto immagina la coscienza che si è accesa a poco a poco nel corpo umano e ci fa vedere ogni cosa. Ma di per sé non è visibile: è solo presente nella sensazione di esserci. È come il sole, che fa vedere se stesso e ogni cosa.

Sembra paradossale ma la coscienza emerge inconsapevolmente. Ma questo ci dice che la realtà ultima è qualcosa prima della coscienza.

 La cosa cui siamo più attaccati è la coscienza, e ci spaventa l’idea di doverla perdere con la morte. Ogni mattina, quando ci svegliamo, ci ripresenta il mondo e noi stessi. Quando però eravamo addormentati, non c’erano né noi né la coscienza né il mondo. E anche quando moriremo.  

Quindi la coscienza  ci presenta un mondo inconsistente, che può sparire da un momento all’altro. E, soprattutto, nasconde la nostra vera identità, che non era neppure cosciente di esistere, che non aveva bisogno della consapevolezza duale.

La nostra vera identità non è duale, come tutto ciò che appare alla coscienza.

sabato 11 marzo 2023

L'identità fondamentale

 

Il mondo è popolato di religioni, con i loro dogmi, i loro riti e le loro fedi. C’è chi si dice cristiano, musulmano, ebreo, induista, buddhista e così via. Ma che cosa c’era prima di queste religioni? Ce n’erano altre o credenze in altri dei, per lo più personificazioni delle forze della natura. C’erano sacrifici animali o umani. Avete presente gli dei egizi, greco-romani o incaici? Pensate che gli incas furono distrutti perché scambiarono gli invasori spagnoli per dei. E ci furono culti strani, come quelli del sole, della luna o del fuoco, in tutto il mondo, che lasciarono monumenti quali le piramidi o i templi megalitici. Insomma c’è stato di tutto.

E ci sono stati dappertutto sacerdoti, indovini, sciamani e profeti che hanno detto di aver portato la verità o la salvezza. “Credete in me e sarete salvi.” Ma da che? Evidentemente dalla morte, dalla fine, dall’estinzione.

Il che ci riporta al motivo di queste credenze: poter sfuggire alla morte.

Peccato che non ci sia nessuna prova delle loro promesse, dato che comunque i morti non ritornano a raccontarci le loro esperienze. Ci sono sì i resoconti di qualcuno che è stato dato per morto e poi è ritornato a vivere. Ma resta il fatto che non sono veramente morti, che non tutti hanno queste esperienze, che i racconti sono differenti (luci, tunnel, senso di amore, auto-giudizio…), che nessuno dice di aver incontrato Dio in persona, che si riferiscono pure esperienze terribili, che tutti sono tornati malvolentieri in questa valle di lacrime e che nessuno – tranne pochi fanatici – parla di religioni.

In realtà l’unica cosa su cui possiamo contare è la nostra coscienza. È lei che ci dice che siamo vivi. È lei che parla di Iddii. E, senza di lei, non ci sarebbe nessun dio.

Ma che cosa c’era prima della coscienza?

Qualcuno che non esisteva e che è spuntato fuori dal nulla con la coscienza, magari creato da qualche dio? O qualcuno che già esisteva ma non ne era consapevole?

Perché in questo caso l’errore può essere stato creato dalla coscienza stessa, che si ritiene legata ad un corpo e ad una mente specifici.

E se invece la nostra vera identità fosse quella che c’era prima della coscienza?

Quando moriamo, non è l’identità a finire, ma il tempo. Il tempo e il mondo sono nati con la coscienza, sono sue proiezioni.

La vera identità non nasce e non muore. È stato solo travisata dalla coscienza, che l’ha scambiata per un corpo e una mente.

L’identità originale non può essere conosciuta né pensata perché non è duale. E noi possiamo conoscere e pensare solo ciò che è diverso da noi. Ma l’identità fondamentale è esattamente ciò che siamo. Dunque…

 

giovedì 9 marzo 2023

Immergersi in se stessi

 

Dunque, non pregate Dio come un essere esterno, ma immedesimatevi in voi stessi, alla ricerca dell’unità trascendente. È sulla vostra coscienza che dovete far perno, anche perché senza coscienza non ci sarebbe nessun Dio.

Inoltre, se il mondo fosse stato creato da qualche “Signore” (e non spontaneamente) dovremmo chiedergli conto della particolare ferocia con cui è stato fatto, della spietata selezione del più debole (altro che amore!) e dell’indifferenza verso la sorte degli individui. Certo, agli occhi di Dio, tutto si tiene, tutto è armonico e coerente, tutto va bene, ma agli occhi del singolo (che non vede l’insieme) la sofferenza e l’angoscia sono devastanti.

Un ipotetico Creatore sarebbe responsabile di tutto questo. E sarebbe responsabile della morte.

Se invece tutto si crea da sé, si capiscono le ingiustizie. Il mondo non è stato creato per la felicità dei singoli, ma per il funzionamento compensativo delle parti.

E poi Dio avrebbe creato per sé l’immortalità e per tutti gli esseri la mortalità. Un bell’egoismo.

Invece, ciò che noi riteniamo creato da Dio è in realtà immaginato dalla coscienza, che è sempre divisa e divisiva tra bene e male.

Ma il vero Dio sta al di là di questa lotta dei contrari. E lo sei tu stesso. Cioè, sei la sostanza di cui è fatto il divino.

mercoledì 8 marzo 2023

Trascendere la mente

 

Le nostre religioni monoteistiche ci hanno abituato a considerare Dio come una persona, tant’è vero che, soprattutto nel cristianesimo, si ritrae Dio come un uomo, magari come un vecchio barbuto o un giovane luminoso. Ma qui siamo nell’ultimo aspetto del paganesimo, quando si raffiguravano gli Dei come uomini o donne, con le nostre stesse passioni, il nostro modo di pensare e le nostre reazioni. Ed ecco il fiorire di statue e dipinti che vorrebbero raffigurare niente di meno che Dio in persona.

Altri, più prudentemente, si limitano a raffigurare una luce, rammentandosi che Dio non può essere un uomo. Il cristianesimo, comprendendo il problema e cercando di risolverlo, ci presenta un uomo, Gesù, che dovrebbe essere un Dio incarnato.

Ma resta il fatto che Dio non può coincidere con tutte queste immagini, perché dovrebbe essere trascendenza. Non può essere un uomo. Non può essere una qualsiasi immagine. Non può neanche avere la nostra stessa mente.

E allora ci rivolgiamo all’Oriente le cui religioni non cadono così in basso. Parlo del Buddhismo e del Vedanta, perché l’induismo ha un sacco di incarnazioni dell’Assoluto, più o meno come noi.

Se però prendiamo le religioni che non si sognano di farsi nessuna immagine di Dio, vediamo che queste parlano di una specie di stato divino interiore o di Sé, che gli uomini hanno dentro di loro e che può essere in qualche modo ottenuto.

C’è dunque una bella differenza fra un Dio concepito come un Essere comunque esterno, da adorare e da ingraziarsi, come fosse un potente, e uno stato di trascendenza che sta all’interno dell’uomo. Perché questa differenza segna una radicale diversità di approccio. È la differenza tra preghiera e meditazione. Si prega un potente da cui si vuole un favore o si medita su di sé per elevarci noi stessi a livello divino.

Il termine “il Signore” la dice lunga sulla personificazione che facciamo del divino. Vorremmo che fosse una specie di Monarca che possa esaudire i nostri desideri e con cui si possa comunicare da persona a persona.

Ma Dio non è così. Non è un potente che esista di per sé. È esattamente ciò di cui siamo fatti noi stessi, lo abbiamo in noi stessi, non davanti a noi.

Quindi non c’è preghiera che tenga. Ma la possibilità di immedesimarci in lui. Questa si chiama meditazione.

La meditazione fondamentale è quella sul nostro stesso essere. Ma non sull’essere Tizio o Sempronio, non sull’identificazione con corpo e una mente, bensì sul nostro essere universale. O, meglio ancora, su ciò che precede il duo essere-non essere.

Dunque, il vero Dio è la nostra stessa coscienza, che crea tutto il vasto mondo come un enorme spettacolo. E, poi, ancor prima della coscienza.

Quello che c’è prima anche del duo coscienza-incoscienza.

Certo, la mente umana non è adatta a simili meditazioni. E, infatti, i mistici consigliano di abbandonarla, trascenderla.

lunedì 6 marzo 2023

Prima della coscienza

 

Quando cercate di conoscere voi stessi, vi trovate di fronte al paradosso che ciò che conoscete non è mai colui che conosce. Perché ciò che conoscete è comunque un oggetto della vostra conoscenza-esperienza e non il soggetto conoscente. Però voi volete conoscere proprio il soggetto conoscente.

Dovete allora chiedervi chi è consapevole di questo paradosso, perché voi siete quello: il testimone che si rende conto del paradosso.

E dovete concludere che quel testimone è oltre la coscienza  stessa, è al di là dello spazio-tempo.

All’origine del mondo, con le sue miriadi di forme e di apparenze, c’è la coscienza. Ma la coscienza, con il suo corpo, dura poco: dura quanto il corpo e la vita.

La coscienza può immaginarsi e rendere credibile ogni sua immaginazione, al punto che, quando sogniamo, riteniamo vero anche il sogno. Salvo poi svegliarci.

È il risveglio che ci fa render conto che anche la vita è un sogno.

Ma c’è sempre un testimone che ci fa accorgere che si tratta di potenti immagini della mente. Se non ci fosse il testimone, chi potrebbe svegliarsi?

Coscienza significa tempo, coscienza significa io, coscienza significa senso di esserci.

Il che significa che il testimone è  al di fuori del tempo, dell’io e del senso di esseri. C’era prima di tutto questo, prima della coscienza.

Qui è l’eternità, qualcosa che non nasce e non muore, al di là del dualismo della coscienza.

Non resta che stabilizzarsi in tale stato. Questa è meditazione.

venerdì 3 marzo 2023

Voi siete dei

 

Il senso di essere appare all’improvviso, non si sa come; nessuno l’ha chiesto, se non i genitori. Con esso appare la coscienza. Con la coscienza appaiono il mondo e l’io. E con essi appare il dualismo di vero-falso, bene-male, conoscente-conosciuto, piacere-sofferenza, ecc.

Ma che cosa c’era prima?

Dobbiamo presumere che non ci fosse né essere né non-essere, né coscienza né incoscienza, né sapere né ignoranza – uno stato unitario. E nessuno sentiva mancanze, anche perché tutti erano uniti.

Invece adesso ci sono dei genitori che sentono una mancanza: quella di essere individui finiti e di aver bisogno di figli che proseguano la vita. Dunque la vita, attraverso gli individui, difende se stessa. E di conseguenza affonda nel dualismo delle emozioni e dei pensieri.

Se però ci identifichiamo nel e col senso di essere, sappiamo che lo perderemo, con la morte.

Ma la nostra vera identità è quella del testimone di questo senso di essere, perché ciò che dice “io sono” deve essere prima del senso di essere. È quello che non nasce e non muore.

Se ci identifichiamo con il corpo, con la mente, con il senso di essere e con la coscienza che fa apparire il mondo, è certo che perderemo tutto.

Le cose che hanno un inizio nel tempo, avranno una fine.

Ma se ci identifichiamo con il testimone di tutto, non lo perderemo. Siamo a casa.

Ma, per farlo, occorre immergersi nella meditazione, insediarsi stabilmente nel Sé e liberarsi di tutti i condizionamenti e tutte le idee false.

Purtroppo le religioni vivono di riti, di tradizioni, di libri sacri, di comandamenti e di devozione a Iddi immaginari. E così, impediscono la concentrazione sull’unico vero essere, che è dentro di noi, in noi, che è noi, non sugli altari o nelle chiese.

Voi siete Dio, non l’idoletto esterno che venerate.

mercoledì 1 marzo 2023

Quello sei tu

 

In campo spirituale, si rileva che si può essere molto colti rimanendo però ignoranti. Perché ciò che conta non è la quantità di conoscenze che si hanno, ma la consapevolezza.

Bisogna essere consapevoli del proprio senso di essere. Noi confondiamo il senso di essere con il senso di esistere. Ma il senso di esistere è ovvio, mentre il senso di essere è oscurato.

Il nostro mondo ha nascita con la comparsa della coscienza. Tutte le meraviglie dell’universo sono contenute in una scintilla di coscienza, compresi il senso dell’io, il tempo-spazio e il concetto di Dio. Ma tutte sono destinate a sparire, con la morte. Muore il corpo, muore la mente, muore la coscienza. Rimane solo il senso di essere, che è la nostra vera natura.

Le meraviglie di questo mondo sono dunque forme senza sostanza, illusorie. E l’unica meditazione che aiuta è la meditazione sulla consapevolezza di essere. Chi è il testimone? Quello sei tu.

Non puoi però conoscerlo. Puoi solo esserlo.