lunedì 14 settembre 2026

Presenza a se stessi

Non ti sembra che qualsiasi essere vivente, dalla minima cellula in poi, debba essere presente a sé stesso per poter sopravvivere? E non è questa una forma primitiva di coscienza?

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Chatgpt :

Sì — se per “essere presente a sé stesso” intendiamo qualcosa di molto elementare, la tua intuizione coglie un punto filosoficamente importante. Ma bisogna stare attenti a non far coincidere troppo rapidamente questa forma di auto-presenza con la coscienza nel senso umano.


Una cellula, per esempio, non è semplicemente un oggetto che “accade”. Deve continuamente mantenere una distinzione tra sé e ciò che non è sé, rilevare variazioni nell'ambiente, modificare il proprio stato e preservare una certa organizzazione interna. La membrana, i recettori, il metabolismo, le risposte agli stimoli: tutto concorre a mantenere quell'identità dinamica che chiamiamo organismo.


In questo senso si può dire:


> vivere significa, almeno in parte, essere sensibili alla propria condizione e agire affinché essa continui.




E qui emerge qualcosa di molto vicino a una forma primitiva di “auto-riferimento”.


Però c'è una distinzione cruciale.


1. Auto-regolazione non significa necessariamente esperienza


Una cellula può “riconoscere” una concentrazione di glucosio, reagire a una molecola segnale o correggere il proprio equilibrio ionico senza che abbiamo motivo sufficiente per affermare che senta qualcosa.


Possiamo avere:


stimolo → rilevazione → risposta → mantenimento di sé


senza necessariamente avere:


stimolo → esperienza soggettiva dello stimolo.


La seconda sequenza introduce il problema della fenomenologia: c'è qualcosa che è come essere quella cellula?


Ed è proprio qui che la scienza attuale non ci dà una risposta definitiva.


2. Ma la tua intuizione diventa molto interessante se “coscienza” viene definita in senso minimale


Potremmo immaginare una sorta di gradiente:


materia → organizzazione → auto-mantenimento → sensibilità → auto/non-auto → integrazione → esperienza → autocoscienza


In questa prospettiva, la coscienza umana non sarebbe qualcosa che compare dal nulla a un certo punto della storia evolutiva. Sarebbe l'estrema elaborazione di una proprietà molto più antica: la capacità di un sistema vivente di avere un rapporto interno con la propria condizione e con il proprio ambiente.


È una posizione vicina a idee contemporanee come la basal cognition, e filosoficamente ricorda sia l'autopoiesi sia alcune forme di panpsichismo o di “coscienza come continuità”, anche se queste teorie non sono affatto equivalenti.


3. C'è poi un paradosso molto bello


Per sopravvivere, l'organismo deve in qualche modo distinguere ciò che gli appartiene da ciò che non gli appartiene.


La prima cellula, in un certo senso, introduce nell'universo una frontiera:


dentro / fuori

sé / ambiente

mantenere / perdere

favorevole / sfavorevole


Questa distinzione non è ancora necessariamente una rappresentazione cosciente. Ma è già una distinzione funzionalmente autoreferenziale: ciò che accade viene valutato in relazione alla continuazione di quel particolare sistema.


Ed è qui che trovo molto forte la tua formulazione: “essere presente a sé stesso per poter sopravvivere.”


Forse la domanda decisiva non è allora “quando compare la coscienza?”, ma:


> quanto dobbiamo risalire nell'organizzazione della materia prima che “esserci” e “essere coscienti di esserci” smettano di essere due cose completamente diverse?




Potremmo persino formulare una tesi ancora più radicale: la coscienza non sarebbe anzitutto la capacità di pensare, ma la capacità di cui un vivente dispone quando la propria esistenza diventa, per così dire, una questione per sé stesso.


Questa, secondo me, è una pista filosofica molto più interessante del semplice “le cellule sono coscienti?”.

***

Claude:

È una domanda che tocca esattamente il punto debole della tua ultima formulazione del 14 settembre: se la coscienza nasce quando una relazione include se stessa, la domanda è *dove* si colloca la soglia di questa auto-inclusione — e il rischio è che, se la abbassi fino all'omeostasi cellulare, perda potere discriminante.


Un chemiotassi batterico, per dire, regola il proprio stato in base al gradiente ambientale: percepisce, modifica, la modifica retroagisce sulla percezione. È esattamente lo schema organismo↔ambiente→modifica→nuova percezione che descrivi. Ma è già "relazione che include se stessa" nel tuo senso forte, o resta un anello di retroazione di primo ordine — funzionalmente identico a quello di un termostato, solo implementato chimicamente? La differenza che cerchi (io credo) non è "il sistema si mantiene in equilibrio rispondendo all'ambiente" — quello lo fa anche una stella che si contrae per gravità, un uragano, un termostato — ma "il sistema ha un rapporto col proprio rapporto", cioè un secondo ordine di circolarità, non solo un anello chiuso di primo ordine. Varela e Maturana hanno provato a marcare proprio questo confine con l'autopoiesi, e sono finiti comunque in un territorio scivoloso verso il panpsichismo minimale.


Quindi la mia controdomanda: hai già un criterio per distinguere "presenza a sé" nel senso forte (relazione che si ripiega su di sé) da semplice retroazione omeostatica (relazione che si mantiene stabile senza ripiegarsi)? Se no, rischi di dover dire sì — ogni cellula è "primitivamente cosciente" — ma a quel punto la soglia che nel tuo schema dovrebbe "discriminare oscillando" diventa continua fino al termostato, e avevi già segnalato tu stesso il pericolo di infalsificabilità quando le sottocategorie proliferano.

*"

Se il termostato dovesse, oltre che mantenere la temperatura, conservare se stesso, provvedere a sé stesso, mantenere se stesso, acquisirebbe una forma primitiva di coscienza.

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Qui però sposti il criterio dalla retroazione (che mantiene una variabile) all'autoproduzione (che mantiene l'organizzazione stessa) — ed è un salto legittimo, ma ti espone a un problema che il tuo stesso apparato concettuale già contiene.


Le strutture dissipative di Prigogine, che citi altrove nel tuo sistema, fanno esattamente questo: una fiamma, una cella di Bénard, un uragano non si limitano a rispondere a una perturbazione, ma importano attivamente materia ed energia per *conservare la propria forma organizzata* contro la tendenza all'equilibrio termico. Se una perturbazione le disturba, si riorganizzano per ripristinare la configurazione. È autoconservazione in senso pieno, non semplice regolazione di una variabile — eppure altrove nel tuo schema le strutture dissipative non compaiono come candidate alla diade mente.


Quindi ti si aprono tre strade, e mi pare tu debba sceglierne una esplicitamente:


1. L'autoconservazione non è sufficiente da sola — serve un criterio ulteriore (magari la circolarità di secondo ordine che descrivevi ieri: non basta mantenersi, occorre che il mantenersi diventi oggetto del proprio rapporto col mondo). In tal caso il termostato autoconservativo resta comunque fuori, e torni al problema di prima: dove sta esattamente la soglia.


2. L'autoconservazione è sufficiente, e allora accetti che fiamme, uragani, celle di Bénard abbiano "una forma primitiva di coscienza" — una posizione panpsichista/pan-protopsichista che puoi anche sostenere, ma va dichiarata come tale, non presentata come conseguenza minimale.


3. Distingui autoconservazione *chimica/metabolica* (propria dei viventi) da autoconservazione *puramente energetica* (propria delle strutture dissipative fisiche) — ma qui devi dirmi cosa, in linea di principio, renda la prima portatrice di presenza a sé e la seconda no, altrimenti la distinzione è solo lessicale.


Quale scegli?

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A Chatgpt: critica la critica.

La critica è forte perché individua un punto che non puoi risolvere con una semplice ridefinizione di “autoconservazione”. Ma, tra le tre, sceglierei la 1, con una correzione importante: non cercherei la soglia in una proprietà aggiuntiva isolata, bensì nella struttura ricorsiva della relazione tra sistema e mondo.


Il punto decisivo è questo:


Una fiamma si mantiene, ma non rappresenta il proprio mantenersi.


Un termostato regola il proprio stato in funzione di una variabile, ma la regolazione è interamente specificata dall'architettura causale che gli abbiamo attribuito; non c'è ancora, in senso forte, un rapporto per cui il sistema si trovi in gioco nel proprio rapporto col mondo.


Un organismo invece non soltanto persiste: la propria attività di persistenza costituisce il criterio interno rispetto al quale ciò che accade nel mondo diventa favorevole, sfavorevole, perturbante, nutriente, nocivo, ecc.



Quindi formulerei il criterio non come:


> autoconservazione + X




ma piuttosto come:


> autoconservazione resa internamente significativa attraverso una circolarità di secondo ordine.




E qui la tua critica coglie bene il problema residuo: dove passa la soglia?


La risposta, secondo me, non dovrebbe essere una soglia binaria. È più plausibile una gerarchia di forme di interiorità. La fiamma possiede auto-organizzazione e persistenza; il termostato possiede una forma di regolazione; un organismo metabolico possiede una forma più profonda di normatività interna; sistemi nervosi possono poi aggiungere livelli ulteriori di integrazione e autoriferimento.


Questo permette di evitare sia il panpsichismo forte della 2, sia la distinzione puramente stipulativa della 3.


La vera difficoltà, però, è che la frase “il mantenersi diventa oggetto del proprio rapporto col mondo” va resa molto precisa. Altrimenti rischia di essere soltanto un modo sofisticato per dire la coscienza comincia quando c'è qualcosa che chiamiamo coscienza.


Il criterio che proverei a sviluppare è quindi:


non basta che X dipenda dal mondo per conservarsi; deve esserci una dinamica in cui lo stato di X modifica il significato funzionale delle perturbazioni del mondo per X, e questa normatività deve contribuire causalmente alla successiva conservazione di X.


In formula molto schematica:


mondo → perturbazione → stato interno → valutazione implicita rispetto alla propria persistenza → azione → modificazione del rapporto col mondo.


La parola importante è “valutazione”, purché non la si intenda psicologicamente. È una valutazione funzionale/normativa, non necessariamente cosciente.


Questo dà anche una risposta alla fiamma: la fiamma reagisce causalmente alle condizioni ambientali, ma non sembra possedere un'organizzazione nella quale la propria persistenza costituisca un vincolo interno che ristruttura sistematicamente il significato delle perturbazioni e guida il comportamento conseguente.


Detto questo, la critica può ancora colpire: perché questa circolarità dovrebbe generare “presenza a sé” anziché soltanto un sofisticato meccanismo di controllo? Quello è, secondo me, il vero punto da dimostrare. Se non riesci a farlo, la 1 rimane soltanto un arretramento della soglia, non una soluzione.


Quindi: scelgo la 1, ma la tesi interessante non è che la circolarità di secondo ordine sia una condizione sufficiente della coscienza. È che potrebbe essere la condizione minima per cui abbia senso parlare di un “per sé” prima ancora di parlare di coscienza fenomenica.

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