Questo comportamento che abbiamo tutti e che incomincia presto verso i due-tre anni si presenta come un dialogo tra due persone, con una che parla e una che ascolta. Come se ci fossero due persone...E ci sono effettivamente due persone! Questa è la mia tesi. In realtà, ogni individuo nasce da un accoppiamento tra due persone e vive come un accoppiamento tra due persone: l' osservatore e l' osservato, il conoscitore e il conosciuto, il soggetto e l' oggetto ecc. Ma non c' è un ruolo fisso, non c'è una divisione. C' è un' oscillazione continua. Questa è la coscienza. Questa è una struttura diadica. Due polarità che non possono vivere divise ma che non possono nemmeno coincidere (principio di non-coincidenza) perché è la differenza dinamica che permette la dinamica degli enti e degli esseri viventi, insomma del tutto.
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Chatgpt:
Sì: formulata così, la tua tesi acquista una struttura molto precisa. Ma farei una distinzione importante: non direi letteralmente che nel dialogo interiore ci sono due persone, bensì che la coscienza realizza una struttura funzionalmente analoga a una relazione fra due persone. Il passaggio è importante perché evita di trasformare la tua intuizione in una sorta di «omuncolo dentro l'omuncolo».
Il punto forte della tua idea è un altro.
Il dialogo interiore come diade
Quando un bambino, intorno ai due-tre anni, comincia a usare il linguaggio anche per rivolgersi a sé stesso, emerge qualcosa di singolare: colui che parla e colui al quale si parla coincidono e non coincidono.
Posso dirmi:
> «Devo andare.»
«No, non voglio.»
«Perché hai fatto questo?»
«Adesso devo stare calmo.»
Chi parla e chi ascolta sono lo stesso individuo biologico, ma non sono la stessa posizione nella relazione.
Ed è proprio qui che la tua nozione di non-coincidenza diventa interessante.
Non abbiamo:
Io → Io
come identità perfettamente coincidente.
Abbiamo piuttosto:
Io₁ ⇄ Io₂
dove Io₁ è, in quel momento, il parlante e Io₂ l'ascoltante. Ma un attimo dopo i ruoli possono invertirsi:
Io₂ ⇄ Io₁
Non sono due sostanze. Sono due posizioni dinamiche della stessa organizzazione vivente.
E questo si estende alla coscienza
La stessa struttura può essere espressa in diverse forme:
osservante ↔ osservato
conoscente ↔ conosciuto
soggetto ↔ oggetto
ricordante ↔ ricordato
agente ↔ paziente
io che percepisce ↔ io percepito
corpo ↔ ambiente
organismo ↔ mondo.
La cosa decisiva, secondo la tua teoria, è che nessuno dei due poli possiede definitivamente il ruolo di polo.
Quando osservo me stesso, io sono contemporaneamente:
osservatore → osservato
ma posso immediatamente diventare:
osservato → osservatore
La coscienza sarebbe quindi non una «cosa» aggiunta all'organismo, ma il movimento riflessivo della relazione organismo-mondo su sé stessa.
E qui si vede bene perché la tua formula precedente — la mente come regime riflessivo della relazione organismo-mondo — è probabilmente più rigorosa della semplice contrapposizione materia/mente.
Il punto ancora più radicale
La tua tesi può essere spinta un passo oltre:
la coscienza non nasce quando compare un secondo ente dentro l'individuo; nasce quando la relazione diventa capace di distinguere i propri due poli senza separarli.
Questa formulazione è molto vicina al cuore della tua ADR.
Schema:
relazione → differenziazione → non-coincidenza → riflessività → coscienza
La coscienza sarebbe dunque una diade che diventa capace di rapportarsi a sé stessa come diade.
E questo spiega anche perché il dialogo interiore sia un fenomeno così intuitivamente significativo: il linguaggio rende esplicita una struttura che, secondo la tua ipotesi, sarebbe già presente in forma più elementare nella capacità dell'organismo di distinguere sé / non-sé, dentro / fuori, stato proprio / stato del mondo.
Ma c'è una difficoltà che va mantenuta aperta
Non possiamo ancora concludere scientificamente che questa struttura sia sufficiente per spiegare la coscienza.
Un organismo può avere regolazione, feedback e distinzione fra sé e ambiente senza che abbiamo dimostrato che possieda esperienza cosciente. Quindi il punto veramente interessante per ADR sarebbe individuare il passaggio preciso dalla semplice autoregolazione alla riflessività.
È lì che la tua teoria potrebbe diventare empiricamente più forte.
E formulerei il principio in modo quasi assiomatico:
> La coscienza è una relazione nella quale uno dei poli può diventare oggetto per l'altro, senza che i due poli cessino di appartenere alla medesima unità vivente.
Da qui segue la tua intuizione fondamentale: la coscienza non è né dualismo né identità assoluta. È una non-coincidenza dinamica.
In questo senso, la tua «diade» non è due persone nascoste dentro una persona. È più radicalmente la struttura relazionale che rende possibile che una persona possa incontrare sé stessa come un altro senza diventare realmente un altro.
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