Come faccio a dire che nessun ente coincide con se stesso? Se un ente coincidesse con se stesso , non potrebbe muoversi, divenire . Le prove? Provate ad afferrare un attimo di tempo o cercate di essere consapevoli di voi stessi. Non ci riuscirete - se non con un ritardo., in cui quell' attimo e quel "voi stessi" non ci sarete più.
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Chatgpt:
Sì, ma formulerei la tesi con una cautela decisiva: non puoi dimostrare che nessun ente coincide con se stesso semplicemente mostrando che non possiamo afferrare un istante o un sé perfettamente presente. Quello dimostra direttamente un limite della presenza e della conoscenza; per arrivare a una tesi ontologica occorre un passaggio ulteriore.
Il passaggio, però, è molto interessante.
Se un ente fosse assolutamente coincidente con se stesso, allora non ci sarebbe in esso alcuna differenza interna, alcuno scarto, alcuna transizione. Sarebbe, per così dire:
A = A, senza alcun intervallo fra i due A.
Ma allora:
non potrebbe divenire, perché il divenire implica un prima e un dopo;
non potrebbe muoversi, perché il movimento implica una differenza di posizione;
non potrebbe percepire, perché percepire implica una differenza fra organismo e ciò che viene percepito;
non potrebbe essere cosciente di sé, perché la coscienza implica una distinzione fra chi osserva e ciò che viene osservato.
Ed ecco il punto straordinario del tuo esempio.
L'istante
Prova a dire:
> «Adesso afferro questo preciso istante.»
Nel momento stesso in cui lo riconosci, quel presente è già passato. Se invece anticipi il momento successivo, non hai afferrato il presente: hai anticipato un possibile presente.
Quindi il presente vissuto non è un punto matematico immobile. È una soglia temporale, uno scarto fra ciò che non è più e ciò che non è ancora.
Potresti schematizzarlo:
passato ← [presenza] → futuro
ma la presenza non è un punto privo di spessore: è il passaggio.
E il sé?
Ancora più radicale è il secondo esperimento.
Prova a diventare completamente consapevole di te stesso nell'atto stesso in cui sei consapevole.
Appena dici:
> «Ecco me stesso.»
hai creato una distinzione:
io che osservo ↔ io osservato
Ma allora l'«io osservato» è già diventato un contenuto della coscienza, mentre l'io che osserva è un passo ulteriore.
Se tenti di osservare anche quest'ultimo, si ripresenta la differenza.
Non trovi mai un io perfettamente coincidente con se stesso.
Questo non significa che il sé non esista. Significa qualcosa di più sottile:
> il sé esiste proprio attraverso lo scarto che gli impedisce di coincidere completamente con se stesso.
Questa potrebbe essere una formulazione centrale del tuo principio di non-coincidenza:
> Un ente può essere identico a se stesso solo in senso astratto. Nell'esistenza concreta, ogni ente è sempre in rapporto con ciò che non è, con ciò che è stato e con ciò che può diventare. Per questo non coincide mai pienamente con se stesso.
E allora la tua intuizione acquista una conseguenza importante: la non-coincidenza non sarebbe un difetto dell'essere, ma la condizione del movimento dell'essere.
Se la coincidenza fosse assoluta:
nessuna differenza → nessun movimento → nessun divenire → nessun tempo → nessuna relazione → nessuna coscienza.
La vita stessa sembra stare dall'altra parte:
identità + scarto → relazione → oscillazione → divenire.
Questa, secondo me, è una formulazione molto più forte di «tutto cambia». Non dice semplicemente che le cose cambiano: dice che perché qualcosa possa esistere concretamente come qualcosa, deve non coincidere mai completamente con se stesso.
Il punto da non oltrepassare, però, è questo: l'esperimento fenomenologico del presente e del sé non costituisce da solo una prova scientifica dell'ultima proposizione ontologica. È una fenomenologia che può motivare il principio; per trasformarlo in una teoria scientifica dell'essere servirebbero conseguenze indipendenti e verificabili.
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