Recenti studi mostrano che la coscienza non sembra risiedere in una singola area del cervello, ma dipendere dalla qualità delle relazioni tra diverse reti cerebrali.
Uno studio neurologico ha esaminato 117 pazienti con disturbi della coscienza dopo gravi lesioni cerebrali, confrontandoli con 30 persone sane.
Con la risonanza magnetica funzionale i ricercatori hanno studiato come comunicano tra loro le diverse regioni cerebrali, anziché cercare una specifica «zona della coscienza».
Nel cervello sano convivono due caratteristiche:
segregazione: le diverse reti mantengono una propria specializzazione;
integrazione: le reti comunicano e scambiano informazioni.
Nei pazienti con disturbi della coscienza sia l'integrazione sia la segregazione risultavano alterate.
Soprattutto, maggiore era l'integrazione residua tra le reti, maggiori erano i segni osservabili di coscienza.
La struttura delle reti, da sola, permetteva però di prevedere solo parzialmente l'evoluzione dei pazienti. Combinandola con i dati clinici, la capacità predittiva migliorava sensibilmente.
Lo studio neuroscientifico non individua un «punto della coscienza» .
Il risultato importante è quindi che la coscienza sembra essere associata al mantenimento di una comunicazione organizzata e integrata fra molte parti del cervello.
La frase conclusiva dello studio riassume bene l'idea: il mistero potrebbe non essere in un punto del cervello, ma nelle relazioni fra miliardi di cellule.
E qui c'è effettivamente un collegamento interessante con la mia impostazione ADR: la coscienza viene descritta non come un oggetto localizzato, ma come un regime che emerge dalle relazioni tra componenti differenti.
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