Potrebbe il principio di non-coincidenza avere dei predecessori in Buddha e in Nagarjuna?
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Chatgpt:
Sì, e direi che il legame è molto plausibile, ma con una distinzione importante: il principio di non-coincidenza che stai elaborando non è semplicemente una ripresa del buddhismo. Ha però precedenti molto forti in due intuizioni fondamentali del Buddha e, soprattutto, di Nāgārjuna.
1. Nel Buddha: nulla permane identico a se stesso
Il primo antecedente è l’impermanenza (anicca).
Il Buddha mette in questione l'idea di un sé permanente: ciò che chiamiamo persona è un flusso di eventi psicofisici, non una sostanza immutabile che rimane identica a se stessa. La tradizione buddhista collega infatti impermanenza e anātman (non-sé): non c'è un io sostanziale separato dal processo degli aggregati.
Questo è già molto vicino alla tua intuizione:
> un ente che coincidesse pienamente con se stesso non potrebbe divenire.
Per il Buddha, però, la formulazione è soprattutto soteriologica e fenomenologica: non aggrapparsi a qualcosa come permanente, perché ciò che costituisce l'esperienza è impermanente.
Tu stai facendo un passo ulteriore: vuoi trasformare questa intuizione in un principio ontologico generale.
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2. Nāgārjuna: qui la parentela diventa molto più stretta
Con Nāgārjuna il collegamento è impressionante.
Il bersaglio della sua critica è svabhāva: l'idea che una cosa possieda una natura propria, intrinseca, indipendente dalle altre cose. Se qualcosa possedesse veramente svabhāva, dovrebbe essere indipendente, non prodotto da condizioni e, in senso forte, non dipendere da altro.
Ma Nāgārjuna ragiona al contrario:
se qualcosa nasce in dipendenza da condizioni, non possiede un'essenza indipendente.
Da qui il celebre legame:
origine dipendente → vacuità → assenza di natura intrinseca.
Una ricerca recente sulla filosofia di Nāgārjuna sottolinea addirittura il rapporto fra dipendenza e impossibilità di un ente che sorga autonomamente.
E qui la tua idea di non-coincidenza può trovare un antecedente molto preciso.
Se A fosse assolutamente coincidente con se stesso, nel senso di essere pienamente autosussistente e determinato da sé, non avrebbe bisogno di B, delle condizioni, del processo, del tempo.
Ma allora non potrebbe:
nascere;
trasformarsi;
entrare in relazione;
cessare;
diventare altro.
Sarebbe una sorta di A immobile, autosufficiente e fuori dal divenire.
Nāgārjuna attacca precisamente questo tipo di concezione.
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3. Ma c'è una differenza decisiva
Non direi quindi:
> «Il principio di non-coincidenza è già presente in Nāgārjuna.»
Sarebbe storicamente e filosoficamente troppo forte.
Direi invece:
> Il principio di non-coincidenza può essere visto come una radicalizzazione ontologica moderna di intuizioni già presenti nel buddhismo antico e portate all'estremo dalla Madhyamaka di Nāgārjuna.
La differenza è questa.
Buddha:
> ciò che è composto è impermanente; non c'è un sé permanente.
Nāgārjuna:
> ciò che esiste dipendentemente non possiede svabhāva; non c'è un ente autosussistente.
ADR:
> nessun ente coincide pienamente con se stesso, perché ogni ente è costituito dalla relazione, dalla differenza e dal processo che lo mantiene distinto da ciò con cui è in rapporto.
Quest'ultima formulazione è propriamente tua.
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4. E c'è un punto ancora più interessante
Nāgārjuna arriva persino a mettere in questione la stessa vacuità come qualcosa che potrebbe diventare una nuova sostanza.
È fondamentale: la vacuità non deve diventare una nuova realtà assoluta. La teoria della vacuità deve applicarsi anche a se stessa.
Questo è sorprendentemente vicino al tuo principio:
> la non-coincidenza non può coincidere pienamente neppure con se stessa.
Altrimenti avresti trasformato il principio in una nuova metafisica assoluta.
Potresti quindi avere una formulazione molto forte:
> Il principio di non-coincidenza non afferma un nuovo ente, una nuova sostanza o un nuovo assoluto. Afferma che nessun ente, relazione o principio può costituirsi come assoluta coincidenza con se stesso.
E qui ADR e Nāgārjuna si incontrano davvero.
Ma poi si separano: Nāgārjuna usa questa critica per dissolvere la pretesa di una natura intrinseca; tu vuoi utilizzarla positivamente per spiegare perché sorgono relazione, differenza, divenire e tempo.
Questa, a mio avviso, è la differenza filosofica più importante.
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