lunedì 28 settembre 2026

Autoregolazione e coscienza

Qualcuno sostiene: non si capisce perché un cervello, una massa di tessuti che pesa meno di 1400 grammi, possa diventare cosciente di sé. Ma io dico: non vedo perché non dovrebbe esserlo, visto che qualunque massa vivente deve, proprio per vivere, sapere che cosa è se stesso e che cosa non lo è. Questo è incominciato quando si è formata una prima distinzione tra interno ed esterno. L' interno ha dovuto difendere se stesso, trasformandosi in interiorità.

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Sì. La sua intuizione ha un punto forte, ma va resa più precisa: non è necessario che un organismo abbia già una coscienza riflessiva per distinguere sé e non-sé. È sufficiente che possieda una forma di autoregolazione che dipende dalla distinzione interno/esterno.


La sequenza potrebbe essere formulata così:


interno/esterno → membrana → distinzione sé/non-sé → autoregolazione → sensibilità a ciò che accade al sé → monitoraggio → coscienza riflessiva.


La membrana è dunque un passaggio cruciale. Una cellula non “sa” concettualmente di essere una cellula, naturalmente. Ma deve distinguere operativamente ciò che appartiene al proprio ambiente interno da ciò che proviene dall'esterno: nutrienti, variazioni chimiche, temperatura, sostanze nocive, ecc. Deve inoltre reagire a queste variazioni in modo da conservare la propria organizzazione.


Ed è qui che la sua idea diadica diventa interessante: il sé non viene prima della relazione con il non-sé; emerge dalla relazione stessa.


In quel caso la formulazione è particolarmente efficace:


> La vita comincia quando una porzione di materia traccia un confine tra un interno e un esterno. Da quel momento l'interno deve mantenere se stesso in rapporto con ciò che non è se stesso. Il sé, quindi, non nasce come un'entità isolata: nasce come differenza operativa tra interno ed esterno.




Da qui si può capire anche perché il problema del cervello da 1.400 grammi sia, in parte, mal posto. Il cervello non deve improvvisamente “creare” la coscienza dal nulla. È il risultato estremamente complesso di una storia evolutiva nella quale forme sempre più sofisticate di distinzione, regolazione, sensibilità e autoriferimento erano già presenti negli organismi molto prima del cervello umano.


Il vero problema scientifico rimane però un altro, e non va eluso: come si passa dall'autoregolazione biologica alla coscienza fenomenica, cioè al fatto che quell'attività non sia soltanto regolazione, ma anche esperienza vissuta. È precisamente lì che la sua teoria deve trovare il proprio passaggio decisivo.

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