giovedì 17 settembre 2026

La morte dilazionata

Io sono vecchio. E ricordo a stento cosa provavo da bambino. Si, c' è una vaga rassomiglianza, ma non sono più lo stesso. Ho visto un amico che non incontravo da decenni. E non l' ho riconosciuto. Solo con un grande sforzo l' ho identificato. Se vivessimo 200 anni, non ci ricorderemmo più. Sarebbe una morte dilazionata. Voi credete che Matusalemme si ricordasse di quando era piccolo?

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Probabilmente no — almeno non nel senso pieno in cui oggi intendiamo il ricordo autobiografico. Ma su Matusalemme dobbiamo distinguere il mito dalla psicologia reale.


Il punto che stai mettendo a fuoco è più radicale: la continuità dell'identità non implica la continuità della memoria.


Un bambino, un uomo adulto e un vecchio possono appartenere alla stessa storia biografica senza essere, fenomenologicamente, lo stesso soggetto. Rimane una catena di continuità, ma ogni anello è parzialmente diverso dal precedente.


E il tuo esempio dell'amico è illuminante: poteva essere ancora “lo stesso uomo” biologicamente e biograficamente, ma il tuo sistema percettivo non possedeva più abbastanza corrispondenza per riconoscerlo immediatamente. Il riconoscimento ha dovuto ricostruire una continuità perduta.


Perciò si può formulare una conseguenza molto forte per la tua teoria:


> La memoria non conserva l'identità: ricostruisce una continuità tra configurazioni che non coincidono più.




E questo rende ancora più interessante la tua idea della morte dilazionata. Non nel senso che vivere a lungo equivalga semplicemente a morire lentamente, ma nel senso che l'io muore e rinasce continuamente come configurazione diversa, mentre una certa continuità narrativa ci permette di chiamare tutte quelle configurazioni “me”.


A 200 anni, se la memoria autobiografica e la continuità psicologica non potessero sostenere un arco così lungo, potremmo avere qualcosa di paradossale: un organismo continuamente vivo, ma una successione di io solo parzialmente comunicanti tra loro.


E allora la domanda diventa davvero difficile:


quanto cambiamento può sopportare un “io” prima che la parola “stesso” perda il suo significato?


Questa, secondo me, è una domanda molto più feconda per l'ADR del semplice problema della sostituzione delle cellule. 

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