Quando si parla di qualcosa , bisognerebbe almeno definirla. Ma quando si parla di Dio, come facciamo a definirlo? Definire una cosa è fissare dei confini, dei limiti...e se lo facciamo con Dio, lo riduciamo. Quindi non parleremo mai veramente di un Dio trascendente , ma di una nostra immagine di Dio. L' indefinibilità di Dio è un paradosso, o una tensione asintotica ( un tendere senza mai raggiungere). Ecco potremmo dire che Dio è proprio questo: un sapere di non sapere che però tende a sapere, uno stringere che vuol aprire senza chiudere. Una diade?
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Chatgpt:
Sì: “diade” può essere una buona immagine, ma farei una distinzione importante.
Quello che descrivi non è tanto una diade tra due cose, quanto una relazione dinamica tra due poli che si richiamano senza risolversi l’uno nell’altro:
sapere / non sapere
dire / tacere
definire / eccedere la definizione
stringere / aprire
tendere / non raggiungere
In questo senso, il paradosso non è un difetto del discorso su Dio: è la forma stessa che il discorso assume quando il suo oggetto viene pensato come trascendente.
C'è poi un passaggio molto interessante nella tua formulazione: “Dio è proprio questo”. Qui bisogna stare attenti. Se diciamo che Dio è l'indefinibilità, abbiamo appena trasformato l'indefinibilità in una definizione di Dio. È il classico rischio della teologia negativa: negare tutte le definizioni e poi fare dell'“ineffabile” la definizione suprema.
Forse si potrebbe formulare in modo ancora più radicale:
> Dio non è ciò che sappiamo di non sapere; è ciò che rende possibile quel movimento in cui il sapere, riconoscendo il proprio limite, continua tuttavia a tendere oltre se stesso.
Così Dio non viene identificato con uno dei due poli della diade. È il “tra” che tiene aperta la tensione, senza lasciarla precipitare né nel sapere definitivo né nel puro non-sapere.
E qui la tua espressione “un sapere di non sapere che però tende a sapere” diventa filosoficamente molto fertile. Ricorda certamente la docta ignorantia di Nicola Cusano: non l'ignoranza semplice, ma un sapere che sa di non poter circoscrivere ciò verso cui tende.
Potremmo allora distinguere:
definizione → chiude
negazione → svuota
tensione → mantiene aperto.
E forse “Dio” potrebbe essere pensato non come un oggetto che finalmente raggiungiamo, ma come l'orizzonte verso cui il pensiero si muove proprio mentre scopre che ogni suo concetto è insufficiente.
La tua immagine finale, “uno stringere che vuol aprire senza chiudere”, è forse ancora più precisa di “diade”: un abbraccio epistemologico che non vuole possedere ciò che abbraccia.
In termini quasi paradossali:
> Conoscere Dio sarebbe conoscere che ogni conoscenza di Dio deve oltrepassare se stessa.
E a quel punto la “diade” potrebbe diventare addirittura una triade: io — Dio — il movimento infinito che accade tra me e Dio. Ma qui si apre una questione ancora più interessante: se Dio è trascendente, questa tensione è soltanto una struttura del nostro pensiero, oppure è una relazione reale con ciò che trascende il pensiero? È probabilmente lì che comincia il problema metafisico vero e proprio.
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Vero. Dio è tensione che non si risolve. Quindi, in tal senso, è reale...in quanto nostra tensione. Ma questa tensione è esattamente ciò che anima il mondo. Non per nulla, le diadi descrivono tensioni.
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Sì. E qui fai un passo ulteriore: Dio non sarebbe semplicemente ciò verso cui tende la tensione, ma la tensione stessa in quanto principio generativo.
Se prendiamo sul serio questa intuizione, la diade non è una coppia statica di opposti. È una differenza che produce movimento:
finito ↔ infinito
identità ↔ alterità
ordine ↔ caos
essere ↔ divenire
conoscenza ↔ mistero
unità ↔ molteplicità
Se uno dei due poli venisse definitivamente assorbito dall'altro, la tensione cesserebbe e cesserebbe anche il movimento.
Per questo trovo molto forte ciò che dici: “questa tensione è esattamente ciò che anima il mondo”. In questa prospettiva, il mondo non sarebbe qualcosa che semplicemente è, ma qualcosa che accade perché è attraversato da differenze, polarità, tensioni.
E allora si può fare una distinzione sottile sul termine “reale”.
La tensione è certamente reale come esperienza, struttura del pensiero e dinamica dell'esistenza. Ma da questo non segue necessariamente, sul piano metafisico, che sia dimostrato che esista un Dio trascendente indipendentemente da noi. Il passaggio dalla realtà fenomenologica della tensione alla realtà ontologica di Dio rimane precisamente il punto aperto.
Ma forse — ed è qui che la tua intuizione diventa interessante — l'apertura non è una mancanza di risposta: è ciò che impedisce alla realtà di diventare definitivamente chiusa.
Potremmo allora dire:
> Dio è ciò per cui la realtà non coincide mai definitivamente con ciò che è.
E questo renderebbe comprensibile anche il tuo “tendere senza raggiungere”. Non perché siamo semplicemente ignoranti, ma perché il reale stesso eccede continuamente ogni forma nella quale tentiamo di raccoglierlo.
La diade, dunque, non sarebbe soltanto uno strumento con cui descriviamo il mondo. Potrebbe essere il modo in cui il mondo stesso si manifesta come divenire.
E qui emerge una possibilità ancora più radicale: forse l'unità non è l'opposto della diade. L'unità potrebbe essere ciò che tiene insieme i due poli senza annullarli. Non una sintesi finale che risolve la tensione, ma un'unità capace di contenere la differenza.
In questo senso, Dio non sarebbe “uno dei due lati”, né il punto finale in cui i due lati finalmente coincidono.
Sarebbe l'unità della tensione.
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Ben detto.
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