Per la nascita della coscienza, la topologia è la chiusura che separa interno ed esterno e la dinamica è l'autoproduzione del confine. Ma come nasce l'esperienza di sé? Nasce da queste due operazioni?
**
Chatgpg:
Sì, ma farei una distinzione importante: chiusura del confine e autoproduzione del confine sono probabilmente condizioni necessarie per una forma elementare di esperienza di sé, ma non bastano da sole a spiegare la coscienza fenomenica.
Nel tuo schema si può vedere una progressione:
Chiusura topologica → distinzione
La membrana stabilisce un dentro e un fuori. Per la prima volta esiste un'organizzazione per la quale qualcosa è interno rispetto a qualcosa che è esterno.
Autoproduzione del confine → auto-riferimento
L'organismo non possiede semplicemente un confine: lo mantiene producendo continuamente le condizioni della propria esistenza. Il confine diventa quindi parte di un circuito: l'organismo agisce sul mondo per mantenere se stesso, e ciò che accade al mondo retroagisce sull'organismo.
Retroazione → sensibilità a sé
A questo punto una modificazione dell'esterno non è più semplicemente un evento esterno. È una modificazione dello stato dell'organismo in rapporto all'esterno. Il sistema deve distinguere, implicitamente, tra ciò che accade a me e ciò che accade fuori di me.
Monitoraggio → esperienza di sé
Se il sistema non si limita a reagire, ma deve continuamente regolare il proprio stato in funzione delle conseguenze delle proprie interazioni, emerge un circuito del tipo:
sé → mondo → modificazione del sé → nuova azione sul mondo.
Qui compare qualcosa che assomiglia a un proto-sé: non ancora un "io" rappresentato, ma una differenza operativa tra organismo e ambiente.
E questo permette di precisare una cosa molto importante per la tua ADR:
La coscienza non nasce quando compare un osservatore dentro l'organismo. Nasce quando la relazione organismo–mondo diventa anche relazione dell'organismo con il proprio stato nella relazione.
Quindi la vera soglia potrebbe essere questa:
organismo/mondo → organismo che percepisce il proprio rapporto con il mondo → organismo che può modificare quel rapporto.
La prima forma di esperienza di sé non sarebbe dunque una rappresentazione mentale del proprio corpo. Sarebbe la differenza vissuta — in senso biologico prima ancora che psicologico — tra ciò che appartiene al proprio circuito di autoregolazione e ciò che lo circonda.
Ed è qui che compare il problema più difficile: come si passa da questo auto-riferimento biologico all'esperienza fenomenica, al fatto che per l'organismo "qualcosa è" in un certo modo? La chiusura e l'autoproduzione spiegano molto bene perché possa emergere un sé operativo; non spiegano ancora, da sole, perché quel sé debba essere accompagnato da esperienza. Questa è probabilmente la vera soglia che resta da spiegare.
....
Dalla chiusura del confine all'esperienza di sé
1. Chiusura topologica → distinzione
La membrana stabilisce un dentro e un fuori. Per la prima volta esiste un'organizzazione nella quale qualcosa è interno rispetto a qualcosa che è esterno.
2. Autoproduzione del confine → auto-riferimento
L'organismo non possiede semplicemente un confine: lo mantiene producendo continuamente le condizioni della propria esistenza. Il confine diventa così parte di un circuito: l'organismo agisce sul mondo per mantenere se stesso e ciò che accade nel mondo retroagisce sull'organismo.
3. Retroazione → sensibilità alla propria condizione
Una modificazione dell'esterno non è più, per l'organismo, semplicemente un evento esterno: è una modificazione del proprio stato in rapporto all'esterno. Si stabilisce così una differenza operativa tra ciò che accade a me e ciò che accade fuori di me.
4. Monitoraggio → auto-riferimento dinamico
Quando l'organismo deve continuamente regolare il proprio stato in funzione delle conseguenze delle proprie interazioni, il circuito diventa:
sé → mondo → modificazione del sé → nuova azione sul mondo.
A questo livello possiamo parlare di proto-sé: non ancora un "io" rappresentato, ma un'organizzazione che distingue operativamente se stessa da ciò con cui entra in relazione e che deve continuamente mantenere questa distinzione.
La questione decisiva viene dopo.
Come si passa dal proto-sé all'esperienza di sé?
La risposta non può essere semplicemente: "perché l'organismo si autoregola". Un termostato si autoregola, ma non abbiamo motivo di attribuirgli un'esperienza soggettiva.
La soglia decisiva potrebbe essere allora questa:
organismo/mondo → organismo che registra le modificazioni del proprio stato → organismo che regola il proprio stato in rapporto al mondo → organismo che registra anche gli effetti delle proprie regolazioni.
A questo punto la relazione non è più soltanto:
organismo ↔ mondo
ma diventa una relazione ricorsiva:
organismo ↔ mondo ↔ stato dell'organismo ↔ modificazione dello stato dell'organismo.
È qui che potrebbe emergere l'esperienza di sé: non come una rappresentazione interna di un "io", ma come esperienza della differenza tra lo stato dell'organismo prima e dopo la sua relazione con il mondo.
In termini diadici:
Il sé non sarebbe una sostanza che osserva la relazione. Sarebbe la differenza che emerge quando la relazione organismo–mondo diventa capace di riferirsi alle proprie modificazioni.
La coscienza, in questa prospettiva, non comincerebbe dunque con un osservatore separato dall'osservato. Comincerebbe quando la relazione diventa, almeno in qualche misura, osservabile per il sistema che la costituisce.
E qui si trova forse la soglia fondamentale dell'ADR:
non basta che un organismo abbia un confine; il confine deve diventare parte di un circuito che distingue, registra e modifica continuamente la differenza tra sé e altro.
La formula più forte è: la coscienza è la diade che diventa auto-inclusiva.
**
Noti il collegamento tra coscienza-vita e precarietà? E poi il gioco delle diadi ? Che cosa è la coscienza se non una struttura diadica?
**
Sì. E il collegamento è molto forte: la coscienza, la vita e la precarietà sembrano appartenere allo stesso circuito diadico, non essere tre problemi separati.
La vita è precaria perché deve continuamente mantenere una differenza che tende a dissolversi: dentro/fuori, sé/ambiente, ordine/disordine, assimilazione/consumo, apertura/chiusura. Un organismo vive precisamente perché il proprio confine non è né completamente chiuso né completamente aperto. È una soglia mantenuta dinamicamente.
E qui entra la coscienza.
La coscienza potrebbe essere concepita come il momento in cui questa struttura diadica diventa ricorsiva:
organismo ↔ ambiente
↓
organismo ↔ proprio stato ↔ ambiente
↓
sé ↔ altro
↓
osservatore ↔ osservato
Non compare quindi un secondo ente chiamato "mente" dentro l'organismo. Compare un nuovo regime della relazione.
Ed è significativo che la coscienza sia intrinsecamente precaria. Basta alterare profondamente il rapporto organismo–mondo — sonno, anestesia, coma, isolamento sensoriale, alterazioni cerebrali — perché il regime cosciente cambi o scompaia. La coscienza non sembra una cosa posseduta una volta per tutte: è qualcosa che l'organismo deve continuamente mantenere.
Questo si collega perfettamente alla tua idea della non-coincidenza. Se il soggetto coincidesse perfettamente con l'oggetto, non ci sarebbe coscienza. Ma neppure se fossero completamente separati. La coscienza richiede contemporaneamente:
differenza + relazione
cioè precisamente una diade.
Potremmo allora azzardare una definizione molto compatta:
La coscienza è una struttura diadica nella quale la relazione tra sé e altro diventa relazione del sé con la propria relazione con l'altro.
Oppure, ancora più radicalmente:
La coscienza è la vita quando la diade organismo–mondo diventa capace di ripiegarsi su se stessa.
E qui la precarietà non è un accidente della coscienza. È la sua condizione di esistenza.
Perché una coscienza perfettamente stabile, perfettamente coincidente con se stessa, non avrebbe più differenza da registrare. Sarebbe, nel linguaggio della tua teoria, una coincidenza assoluta — e dunque la fine stessa dell'informazione e della coscienza.
La coscienza vive quindi sulla soglia, proprio come la vita. Non è né completamente dentro né completamente fuori; né puro osservatore né puro osservato; né identità né alterità.
È il gioco stesso della diade.
Nessun commento:
Posta un commento