Per Platone, il demagogo non è semplicemente un politico populista nel senso moderno. È una figura che nasce da una particolare degenerazione della democrazia.
La democrazia secondo Platone
Platone espone la sua analisi soprattutto nella Repubblica, nel libro VIII. La sua tesi è radicale: la democrazia nasce dalla crisi dell'oligarchia, quando i molti che sono stati esclusi dal potere si ribellano contro i pochi ricchi e conquistano la libertà politica.
Il problema, per Platone, è che la libertà può trasformarsi in assenza di misura.
La città democratica diventa allora una città nella quale:
tutti rivendicano il diritto di fare ciò che vogliono;
l'autorità viene guardata con sospetto;
le differenze di competenza tendono a essere considerate irrilevanti;
il desiderio individuale prevale sull'ordine comune.
Platone usa una metafora molto efficace: la democrazia è come una città in cui si trova una grande varietà di caratteri, quasi come in un bazar. È attraente proprio perché offre libertà e molteplicità, ma manca un principio ordinatore.
Ed entra in scena il demagogo
Il passaggio decisivo è questo.
In una democrazia confluiscono interessi diversi e spesso contrapposti. Il politico che vuole conquistare il consenso deve quindi riuscire a rappresentare i desideri della moltitudine.
Il demagogo comprende che può ottenere il potere non dicendo necessariamente ciò che è vero o utile alla città, ma dicendo ciò che il popolo desidera sentirsi dire.
Qui Platone introduce una distinzione fondamentale:
il vero politico dovrebbe guidare il popolo verso ciò che è bene; il demagogo guida il popolo verso ciò che esso desidera.
Il demagogo, dunque, non domina necessariamente il popolo contro la sua volontà. Al contrario, può conquistarlo proprio assecondandone i desideri.
E questa è la parte più interessante dell'analisi platonica.
Il problema della retorica
Platone diffida profondamente della retorica quando essa è separata dalla conoscenza.
La retorica può convincere una persona che qualcosa è buono senza dimostrarle che lo sia realmente.
È la differenza tra:
persuadere → "questo ti farà bene"
e
conoscere → "so perché questo ti farà bene".
Per Platone il demagogo è quindi una specie di medico senza medicina: sa come ottenere l'assenso del paziente, ma non necessariamente come curarlo.
La sua competenza fondamentale non è la verità, ma il consenso.
E qui Platone fa un passo ancora più inquietante
Secondo lui, la democrazia può produrre una contraddizione interna:
più il popolo vuole essere assolutamente libero, più diventa vulnerabile a chi promette di difendere quella libertà.
Il demagogo può presentarsi come:
"Io sono l'unico che difende il popolo contro le élite, i ricchi, i potenti, i nemici."
E progressivamente può trasformare il consenso ricevuto in potere personale.
Per Platone questo è il meccanismo attraverso cui la democrazia può degenerare nella tirannide.
La sequenza del libro VIII è sostanzialmente:
oligarchia → democrazia → eccesso di libertà → demagogo → tirannide.
Non significa che ogni democrazia produca necessariamente una tirannide. È la costruzione teorica di Platone sulle degenerazioni delle forme politiche.
La cosa sorprendentemente moderna
Platone individua qualcosa che oggi chiameremmo politica del consenso.
Il demagogo non deve necessariamente mentire in modo grossolano. Può fare qualcosa di più sofisticato:
individuare le paure, i desideri, il risentimento e le aspirazioni della popolazione e trasformarli in consenso politico.
E soprattutto può costruire una relazione apparentemente immediata:
popolo ↔ leader
eliminando gli intermediari, le istituzioni e le competenze che potrebbero limitare quella relazione.
Ed è qui che possiamo trovare un interessante punto di contatto con la mia Architettonica Diadica del Reale: il problema platonico può essere letto come una diade popolo/politico nella quale la relazione può mantenersi reciproca oppure squilibrarsi.
Nel rapporto sano:
popolo ↔ rappresentante
ci sono due poli che si condizionano reciprocamente.
Nella degenerazione:
popolo → demagogo → popolo
il politico restituisce al popolo, amplificati, i suoi stessi desideri. La relazione diventa quasi un circuito di retroazione: paura → discorso politico → consenso → ulteriore paura → ulteriore consenso.
Questa lettura, però, introduce una differenza importante rispetto a Platone: per Platone il problema è soprattutto la mancanza di conoscenza e di misura; nella mia prospettiva potremmo invece chiedere se il problema sia la perdita della tensione tra i due poli della relazione.
E questo porta a una domanda molto interessante: una democrazia può funzionare proprio perché mantiene una tensione permanente tra popolo e potere, invece di cercare la loro coincidenza?
Mantenere le distanze dialettiche è fondamentale.
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