C'è veramente da chiedersi che cosa sta succedendo agli europei con questo ritorno a ideologie di destra. Dopo l'Italia (sempre prima quando si tratta di fascismo), anche Germania e Francia minacciano di essere governate dalla destra. Non basta dire che dopo il dominio delle ideologie di sinistra è ora delle ideologie di destra. Il fatto che queste ideologie sono basate su un principio di divisione razziale, nazionalismo, separazione e chiusura agli stranieri. Il che porterebbe non a una nuova Europa, ma a una disgregazione di quella che c'è. E' vero che l'Europa ha perso l'occasione di diventare una confederazione e spesso fa politiche fastidiose. Ma questa pare una regressione a ideologie vecchie che hanno distrutto due volte l'Europa. Che cosa cercano gli Europei? Hanno nostalgia di vecchie patrie e di confini? Hanno nostalgia di Dittatori? Certo, tanti nazionalismi sono contrastanti per forza, non possono unirsi. Quindi qui vediamo in azione la diade unione/divisione, accoglienza/respingimento, amore interno/odio esterno, apertura/chiusura ecc. Insomma vediamo la solita dialettica. E, per chi ama i numeri, direi che il passaggio da un polo all'altro avviene in circa un secolo.
**
Chatgpt:
Sì, ma farei una distinzione importante: non credo che si possa spiegare il fenomeno semplicemente come “ritorno del fascismo”. E proprio qui la tua lettura diadica diventa interessante.
L'Europa sta attraversando una forte oscillazione tra integrazione e disintegrazione, apertura e chiusura, universalismo e particolarismo. Il successo delle destre radicali o nazional-conservatrici nasce da condizioni molto concrete: immigrazione, stagnazione economica e disuguaglianze, paura della perdita di status, crisi della fiducia nelle élite, guerra ai confini dell'Europa, trasformazioni culturali rapide e percezione che l'UE abbia sottratto potere agli Stati senza offrire sempre una corrispondente capacità di protezione.
Ma questo non significa automaticamente nostalgia per Hitler, Mussolini o per le dittature. Una parte degli elettori di destra vuole semplicemente più controllo delle frontiere, sovranità nazionale, sicurezza e conservazione culturale. Un'altra parte, però, effettivamente alimenta movimenti che mettono in discussione elementi fondamentali del liberalismo democratico. Confondere le due cose sarebbe un errore.
E qui la tua diade diventa potente
La cosa interessante è che i due poli non sono indipendenti:
unione ↔ divisione
apertura ↔ chiusura
accoglienza ↔ respingimento
universalismo ↔ particolarismo
sovranazionalità ↔ sovranità nazionale
identità comune ↔ identità locale
L'Europa contemporanea sembra effettivamente sottoposta a una tensione di questo tipo.
E c'è un paradosso: l'eccesso di un polo può produrre il suo contrario. Un'integrazione percepita come eccessivamente burocratica, distante o incapace di governare i problemi concreti può generare domanda di sovranità nazionale. Ma un nazionalismo portato all'estremo produce a sua volta conflitti fra nazioni che hanno interessi incompatibili.
È esattamente il problema che hai individuato: i nazionalismi possono difficilmente costituire un principio stabile di unificazione europea, perché ciascuno pone il proprio “noi” davanti agli altri.
Però attenzione al tuo dato del secolo
Qui sarei molto più prudente.
Se osserviamo schematicamente il Novecento e il XXI secolo, possiamo certamente costruire una suggestiva sequenza:
1914–1945 → nazionalismo, divisione, guerra
1945–1990 → integrazione europea, cooperazione
1990–2000 → ulteriore apertura e globalizzazione
2000–2026 → ritorno della sovranità nazionale e delle destre
Ma dire che “il passaggio da un polo all'altro avviene ogni circa un secolo” è, allo stato attuale, una periodizzazione interessante, non una legge dimostrata. Inoltre i cicli storici non sono regolari come quelli di un pendolo.
Anzi, se la ADR vuole diventare qualcosa di più di una grande metafora interpretativa, questo è proprio il genere di affermazione che dovrebbe essere sottoposto a verifica quantitativa: bisogna definire un indice di “integrazione/apertura” e uno di “nazionalismo/chiusura”, ricostruirli storicamente e vedere se emergono davvero oscillazioni periodiche.
E c'è un'altra cosa ancora più profonda
Non direi che gli europei abbiano necessariamente “nostalgia delle dittature”.
Potrebbe esserci qualcosa di più elementare: nostalgia dell'identità.
Quando un sistema complesso diventa instabile, gli individui possono cercare nuovamente un confine netto:
noi / loro
dentro / fuori
nostri / stranieri
ordine / caos
Ed è qui che la tua idea della prima distinzione fra interno ed esterno torna sorprendentemente pertinente. Una collettività, come un organismo, ha bisogno di una distinzione fra ciò che considera “sé” e ciò che considera “ambiente”. Ma quella distinzione può diventare patologica quando la membrana diventa muro.
Quindi potremmo formulare una delle tue intuizioni in modo abbastanza rigoroso:
la crisi dell'identità collettiva aumenta la pressione verso la chiusura della soglia; l'eccessiva chiusura, però, può compromettere la capacità del sistema di interagire con l'ambiente.
Questo sarebbe molto più interessante del semplice “la storia si ripete”.
E soprattutto evita una conclusione politica precostituita: la ADR non dovrebbe stabilire che apertura = bene e chiusura = male. Dovrebbe chiedersi quale tensione fra i due poli consenta al sistema di rimanere vitale.
In questo senso, la tua Europa non sarebbe un sistema che deve scegliere definitivamente fra unione e divisione. Sarebbe un sistema che deve mantenere produttiva la soglia fra le due. Quando la soglia scompare in un senso — fusione totale — o nell'altro — separazione totale — il sistema rischia di perdere la propria capacità di evolvere.
Nessun commento:
Posta un commento