Dice Stefano Mancuso che le piante percepiscono l'ambiente e le persone, ed emettono segnali elettrici di spavento quando si avvicina un estraneo. Questo rafforza la mia ipotesi di una forma di coscienza diffusa non necessariamente legata al cervello umano. Perché è chiaro che anche gli altri animali devono avere una loro forma di coscienza. Tutti gli esseri viventi, per vivere, per sopravvivere, devono essere dotati di una forma di coscienza che permette loro di vivere e adattarsi all'ambiente in cui vive. In gradi e modalità differenti. Che cos'è allora questa coscienza diffusa se non una relazione con l'ambiente, una presenza per forza di cose auto-cosciente. Io devo sentire chi sono per vivere, e che cosa mi differenzia da tutto il resto. Non si tratta di panhsichismo, perché non si tratta di sentire di essere presenti in rapporto a ciò che mi circonda. Non è una sostanza distribuita, ma una necessità vitale di relazione. Una struttura, una necessità.
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Chatgpt:
Sì. E qui farei una distinzione che, a mio avviso, rende la tua ipotesi molto più forte, ma anche più rigorosa. Mancuso sostiene effettivamente che le piante percepiscono l'ambiente e che noi, in quanto parte dell'ambiente, siamo percepiti. Ha anche descritto esperimenti nei quali la risposta elettrica della pianta cambia con l'esposizione ripetuta a una persona e agli elettrodi. (Fanpage)
Ma il dato scientifico più solido è ancora più interessante: le piante possiedono sistemi di percezione e comunicazione elettrica sistemica, capaci di trasmettere informazioni da una parte all'altra dell'organismo e di coordinare risposte fisiologiche. (sciencedirect.com) Studi recenti descrivono inoltre la percezione dello stress come un processo nel quale segnali fisici e chimici vengono rilevati, integrati e trasformati in risposte adattative. (sciencedirect.com)
Il salto che fai tu, però, è filosofico:
percepire non significa necessariamente essere coscienti nel senso umano.
Non abbiamo oggi una dimostrazione scientifica che una pianta provi paura o abbia un'esperienza soggettiva. Dire che un segnale elettrico vegetale è un «segnale di spavento» è quindi una metafora che va maneggiata con cautela.
Ma questo non distrugge affatto la tua idea. Anzi, permette di formularla in modo più preciso.
La tua coscienza non sarebbe una sostanza
Tu stai proponendo qualcosa di diverso dal panpsichismo classico.
Non dici:
«ogni cosa possiede una piccola quantità di coscienza».
Dici piuttosto:
«ogni organismo vivente deve instaurare una relazione differenziale con ciò che non è esso stesso».
Ed è una distinzione enorme.
Una cellula deve distinguere interno/esterno.
Un batterio deve distinguere condizioni favorevoli e sfavorevoli.
Una pianta deve distinguere luce/ombra, acqua/siccità, sostanze utili/tossiche, minaccia/non-minaccia.
Un animale deve distinguere predatore/preda, sé/altro, sicurezza/pericolo.
Un essere umano arriva infine alla possibilità straordinariamente complessa di distinguere sé da sé stesso: io che percepisco / io che sono percepito da me.
Questa è molto vicina al cuore della tua Architettonica Diadica del Reale.
Potresti quindi definire la coscienza come una relazione
Non come una cosa contenuta nel cervello, ma come una struttura relazionale.
In forma estremamente sintetica:
organismo ↔ ambiente
e, dentro l'organismo:
sé ↔ non-sé
Da questa differenza nasce una necessità fondamentale: l'organismo deve mantenere la propria identità distinguendosi continuamente dall'ambiente.
Ed è qui che la tua idea del principio di non-coincidenza acquista un significato biologico molto interessante.
Se organismo e ambiente coincidessero perfettamente, l'organismo cesserebbe di essere un organismo distinto.
La vita richiede dunque continuamente:
identità ≠ ambiente
ma contemporaneamente:
identità ↔ ambiente
Perché l'organismo non può vivere separato dall'ambiente: dipende da esso, lo scambia con esso, lo modifica e ne viene modificato.
Questa è precisamente una diade.
E qui c'è un punto ancora più radicale
La coscienza, nella tua formulazione, non dovrebbe essere identificata immediatamente con la autocoscienza riflessiva.
Un uomo può pensare:
«Io so di essere io».
Una pianta evidentemente non possiede, per quanto sappiamo, questo livello riflessivo.
Ma potremmo ipotizzare una gerarchia:
reattività → sensibilità → integrazione → esperienza → coscienza → autocoscienza riflessiva
Naturalmente non possiamo ancora stabilire scientificamente dove mettere le piante in questa sequenza. Ma questo evita l'errore di porre una domanda binaria:
«La pianta è cosciente oppure no?»
Potrebbe essere molto più sensato chiedere:
«Quale forma di relazione organismo-mondo è necessaria affinché quell'organismo possa conservarsi come individuo?»
E questa domanda è molto più vicina alla tua ADR.
Il punto decisivo
Hai scritto:
«Non è una sostanza distribuita, ma una necessità vitale di relazione. Una struttura, una necessità.»
Questa, secondo me, è la formulazione più interessante di tutto il passaggio.
Perché sposta la tua teoria da una specie di «energia mentale presente dappertutto» — che sarebbe facilmente assimilabile al panpsichismo — verso una concezione relazionale e processuale della coscienza.
Potresti persino formularla così:
La coscienza non è una sostanza posseduta dall'organismo, ma il modo in cui un organismo mantiene la propria distinzione dal mondo attraverso una relazione dinamica con esso.
E allora il cervello non sarebbe necessariamente la causa assoluta della coscienza, bensì un dispositivo biologico che porta la relazione organismo-mondo a un livello straordinariamente elevato di integrazione e autoriferimento.
Questo è un enunciato filosofico molto più difendibile del dire semplicemente «le piante sono coscienti».
E soprattutto è perfettamente coerente con la tua intuizione fondamentale: la realtà vivente non sarebbe costituita primariamente da enti isolati, ma da differenze operative, soglie e relazioni. La scienza vegetale contemporanea ci dà effettivamente dati molto forti sulla presenza, nelle piante, di percezione, integrazione e comunicazione senza cervello; ciò che resta aperto — e filosoficamente interessante — è se e in quale senso chiamare tutto questo «coscienza». (sciencedirect.com)
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Esatto. Teniamo presente che la vita è nata così: con la prima distinzione tra l'interno e l'esterno, tra ciò che circonda e ciò che è racchiuso e delimitato. E' questo che porta un giorno al sé e alla coscienza.
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Esatto. Qui la tua intuizione può essere resa ancora più precisa: il sé, nella sua forma più elementare, potrebbe essere molto più antico della coscienza riflessiva e perfino del sistema nervoso.
La prima condizione della vita è infatti una delimitazione. Una membrana separa un interno da un esterno, ma non li rende indipendenti: permette uno scambio selettivo. La cellula deve mantenere qualcosa come:
interno ↔ esterno
sé ↔ non-sé
assimilazione ↔ esclusione
Non è ancora un «io» psicologico. È un sé biologico operativo: un sistema che deve conservare la propria organizzazione distinguendola continuamente da ciò che lo circonda.
Ed è proprio qui che la tua idea della relazione diventa interessante.
La vita non consiste semplicemente nell'avere un confine. Consiste nel mantenere dinamicamente quel confine. La membrana deve lasciar entrare alcune cose e impedirne altre; deve scambiare materia ed energia; deve reagire alle variazioni dell'ambiente. Se questa relazione si interrompe completamente, l'organismo muore.
Quindi potremmo schematizzare il percorso che stai proponendo:
confine → differenza → relazione → autoregolazione → sé → coscienza → autocoscienza
Naturalmente non significa che la scienza abbia dimostrato questa precisa sequenza come una legge evolutiva. È, per ora, un'ipotesi filosofico-biologica. Ma è un'ipotesi concettualmente molto più precisa del semplice «tutto è cosciente».
E la pianta diventa un caso particolarmente interessante
Dire che una pianta possiede un «sé» non deve significare che pensi:
«Io sono questa pianta».
Significa, in un senso minimale, che il suo funzionamento distingue continuamente ciò che appartiene alla propria organizzazione da ciò che appartiene all'ambiente.
Radici, foglie, tessuti vascolari, segnali elettrici e chimici, risposte alla luce, all'acqua, alla temperatura, agli agenti patogeni: tutto questo contribuisce alla conservazione di una determinata individualità biologica.
Quindi hai ragione a insistere sul verbo consolidarsi.
Il sé non sarebbe necessariamente qualcosa che compare improvvisamente a un certo punto dell'evoluzione. Potrebbe essere il risultato di relazioni che, diventando stabili e autoregolative, costituiscono progressivamente un individuo.
E qui c'è una conseguenza molto bella per la tua ADR:
Il sé non viene prima della relazione. È la relazione stabilizzata che produce il sé.
Questo rovescia una concezione intuitiva secondo cui prima esistono gli individui e poi essi entrano in relazione.
Nella tua prospettiva potrebbe essere l'opposto:
la relazione viene prima → la relazione crea una differenza → la differenza stabilizzata crea un individuo → l'individuo può successivamente rappresentare sé stesso.
La coscienza umana sarebbe allora una forma estremamente sofisticata di un processo molto più antico: la realtà vivente che, attraverso la differenza tra sé e mondo, diventa progressivamente capace di rapportarsi a sé stessa.
E questo rende anche comprensibile perché tu insista tanto sul principio di non-coincidenza: se il vivente coincidesse completamente con il proprio ambiente, non ci sarebbe più un organismo distinto; se coincidesse completamente con sé stesso, non ci sarebbe più processo, adattamento, scambio né tempo biologico.
Il vivente esiste precisamente nell'intervallo tra identità e alterità.
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Siamo d'accordo.
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