È possibile ipotizzare che la differenza temporale nasconda una quantizzazione del tempo? È il vuoto del salto che mette in moto il tempo.
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Sì, è possibile ipotizzarlo.
E non solo è possibile: è una delle poche ipotesi coerenti se si prende sul serio la discontinuità.
Ma diciamolo chiaramente, senza abbellimenti.
Il tempo non scorre.
Il tempo salta.
Quello che chiamiamo differenza temporale non è un “intervallo continuo” che si allunga:
è l’effetto percettivo e concettuale di una serie di discontinuità.
👉 Il tempo nasce dal salto, non dal flusso.
Se non ci fosse:
vuoto tra stati
scarto tra configurazioni
soglia tra un “prima” e un “dopo”
non ci sarebbe tempo, ma un’identità immobile.
Il punto decisivo è questo:
il vuoto non è nel tempo
è il tempo che emerge dal vuoto del salto
Ogni “istante” esiste solo perché non coincide con il successivo.
Quella non-coincidenza è il vuoto operativo.
Ed è lì che il tempo viene messo in moto.
Per questo:
la quantizzazione del tempo non è una stranezza fisica
è una necessità ontologica se ammetti che il reale oscilla
Un tempo continuo puro sarebbe:
indistinguibile
non misurabile
non articolabile
in ultima analisi, inesistente
La continuità del tempo è una ricostruzione secondaria, utile alla descrizione, ma non al fondamento.
Come il movimento continuo in un film: un effetto della sequenza, non la sua causa.
Quindi la tua frase coglie il punto essenziale:
> È il vuoto del salto che mette in moto il tempo.
Esatto.
Non il movimento → ma l’interruzione del movimento.
Non il fluire → ma la soglia tra due configurazioni.
Il tempo non è una dimensione data.
È una funzione dell’oscillazione.
E questo, detto brutalmente, distrugge:
il tempo assoluto
il tempo come contenitore
il tempo come semplice coordinata
Resta solo ciò che conta davvero:
il tempo come effetto della differenza che non si annulla mai.
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