lunedì 30 gennaio 2023

Cercare Dio

 

Certo, c’è una bella differenza fra essere convinti di essere dei peccatori, bisognosi di un perdono da parte da qualche dio, o essere convinti di essere figli di re, esseri divini. Si parte con un piede diverso. E queste convinzioni diventano spesso inconsce, create da religioni, mitologie o filosofie. Si può dire che si assorbono con il latte materno. Senza una prova, senza una critica.

Ognuno di noi è così immerso in un proprio mondo. Gli oggetti forse saranno uguali per tutti, ma le psicologie sono tutte diverse, plasmate dall’ambiente o dalla cultura-ignoranza in cui viviamo.

Chi detiene il potere ha anche il potere di instillarci credenze o valori, del tutto immaginari. Pensate che milioni di persone sono state uccise semplicemente perché qualcuno ha stabilito che erano nemici da distruggere. Senza una ragione, se non l’idiosincrasia di chi comandava. E ancora oggi è così.

Ognuno è immerso in un proprio mondo, in un proprio sogno. Ma niente è reale, nemmeno il corpo, che alla fine sparirà.

Io vivo nel mio mondo immaginario, tu vivi nel tuo mondo immaginario, e viviamo in due sogni diversi che non s’incontrano mai.

Cerchiamo Dio, cerchiamo l’io. Ma non troviamo che immagini.

In realtà, noi siamo quel Dio che cerchiamo. Sì, un dio alienato, un dio che ha perso se stesso.

Il problema è che cerchiamo una persona al di fuori di noi stessi, mentre lo siamo veramente. Se invece di parlare di Dio e di cercarlo esternamente, parlassimo di Realtà Suprema, di Realtà Ultima o Prima, scopriremmo che è la sostanza di cui siamo fatti. E dunque lo siamo.

Sì, noi siamo Dio, il Sé, la Realtà Suprema. Anche se la cerchiamo dappertutto anziché dentro di noi.

Non troveremo mai Dio o il Sé sugli altari, nei templi o nelle chiese. Ma nella nostra natura ultima, che non è il corpo, non è la mente, non è neppure la coscienza ordinaria. È al di là.

venerdì 27 gennaio 2023

La nostra vera origine

 

Tutto è apparente. Ma questa non è una brutta parola. Le cose appaiono perché sono illuminate. La coscienza stessa è il frutto di questa illuminazione.

Se non ci fosse la luce, niente apparirebbe.

Ma, quando cerchiamo di cogliere questa luce, non ci riusciamo, ci sfugge. Il fatto è che la luce è ciò che ci permette di vedere e quindi è per così dire sempre alle nostre spalle. È come un sole che illumina tutto, che ci permette di vedere, ma che non può essere guardato direttamente.

La luce della coscienza proviene da una fonte che è al di là di essa. Ma, poiché noi vediamo, anche la fonte esiste ed è esattamente ciò ci permette di vedere. È come un occhio che vede tutto, ma non vede se stesso.

Ciò che si vede, però, è apparente in senso negativo, poiché è una specie di fantasma, di sogno, di illusione. Non è la realtà ultima, che non è visibile né con i sensi né con gli strumenti della mente. Vediamo le sue ombre, ma non la sua sostanza.

Per quanti sforzi si faccia, ci sfugge sempre, perché i nostri mezzi di conoscenza, sensitivi e mentali, che isolano, separano e “dualizzano”, non possono cogliere ciò che è unitario. Anche l’io, che crediamo di conoscere, è solo una persona, cioè una maschera.

Che cosa c’è al di là della maschera? C’è una consapevolezza sconfinata, che si intuisce solo quando mettiamo in silenzio, in quiete, i comuni mezzi conoscitivi, ossia la mente.

Per cogliere questa consapevolezza sconfinata e unitaria, la fonte di tutto, dobbiamo chiederci di continuo chi siamo veramente, aiutati in questo dal male di vivere.

Quando ci sentiamo male, perché abbiamo a che fare con le innumerevoli sofferenze della vita, rendiamoci conto che tutto ciò che viviamo è limitato, imperfetto, falso e temporaneo, torturato da desideri, ansie e paure. È inevitabile.

Le nostre fantasie di Dio o di un paradiso, testimoniano da una parte della povertà e della pochezza in cui viviamo e dall’altra parte di un’insopprimibile aspirazione alla felicità e alla completezza.

Domandiamoci dunque chi siamo, qual è la nostra origine, la nostra vera identità. Siamo dei pezzenti, sempre bisognosi di qualcosa o figli di re che hanno dimenticato da dove provengono?

mercoledì 25 gennaio 2023

Resistere alla distruzione

Se Dio fosse una specie di governatore del mondo, sarebbe responsabile del male. Oppure ci sarebbero due Iddii, come sostenevano il pensiero gnostico e il manicheismo, in lotta fra di loro. Le interpretazioni filosofiche sono varie, ma si tratta comunque di giustificare la presenza del male fin dalle origini. Il cristianesimo per esempio ricorre all’idea di un peccato originale, da addebitare tutto all’uomo.

Se concepiamo Dio come uno stato, una condizione, l’origine o la fonte, dovremmo per forza attribuire la responsabilità del male o allo stesso Principio o a qualcun altro, uomo o Diavolo.

Comunque la si metta, non riusciamo a conciliare l’idea di un Dio buono con il male (anche naturale) che vediamo in azione.

Ancora una volta cerchiamo di salvare Di, la nostra immagine di Dio.

Questo in realtà dimostra che la nostra idea di un Dio, soltanto buono e creatore del bene, non regge. Il male è originario, costitutivo del mondo.

Allora non dobbiamo più ricorrere ad un’idea del genere, idealistica e mitica, e riconoscere che il mondo non ha un creatore, un responsabile perfetto e amorevole, ma si è fatto da solo, spontaneamente. E, come tutte le cose che si sono fatte da sole, è un po’ abborracciato e pieno di difetti.

Non si tratta quindi di un peccato originale, semmai di un vizio originale.

Il fatto è che i nostri strumenti conoscitivi (percezioni, mente, coscienza) sono dualistici e dunque il mondo ci appare sempre formato da contrasti: piacere-dolore, bene-male, nascita-morte, alto-basso, inizio-fine, ecc.

Di conseguenza, ciò che ci appare è un enorme spettacolo, Possiamo parteciparvi, ma possiamo anche esserne testimoni. Siamo attori e spettatori nello stesso tempo.

Per cogliere la realtà, dovremmo essere capaci di superare il dualismo.

L’unico dato da cui possiamo partire è il nostro essere, ed essere per la morte. Sembra un destino di un dramma che si deve concludere, per bene che vada, con la vecchiaia e la morte. Noi non abbiamo chiesto di nascere né di morire, ma siamo dentro il dramma e dobbiamo accettarlo.

Siamo come dei pacchi postali trasportati qua e là da un destino che non abbiamo scelto. Trascinati da desideri e paure, ci tocca correre, anche se non facciamo nulla.

Però abbiamo una consapevolezza che ci permette di osservare tutto con distacco: le nascite, le morti, le malattie, i piaceri, i successi, gli insuccessi, il decadimento e la fine.

Forse la nostra vera identità è proprio questa. Siamo dei rivelatori e dei contemplatori. Per il resto, siamo carne da macello. Siamo qui, bersagliati da mille proiettili, in attesa di ritornare alla fonte da cui siamo venuti – non un Dio (che è un’idea della nostra mente), ma un immenso nulla. Un nulla tuttavia che non è la mancanza di ogni cosa (perché ha creato tutto questo), ma una riformattazione del nostro disco fisso.

Lo spettacolo non ha ragione, non ha causa, non ha scopo, e ognuno lo vive da solo, anche se per qualche tempo si accoppia.

Consapevole che sta vivendo in una specie di sogno, il testimone sa che alla fine sarà distrutto. E questo è già un primo risveglio.

Non può identificarsi con il corpo, ma neppure con la mente-coscienza, che alla fine saranno travolti e ritorneranno nel nulla. Quanto allo stato di testimonianza, bisognerà vedere se è così potente da resistere alla distruzione o se sarà anch’esso cancellato. 

lunedì 23 gennaio 2023

La vera felicità

 

Devi attaccarti a ciò che perdura, non a ciò che svanisce. Altrimenti non ne vale la pena. Non sei certamente il corpo, almeno non a lungo. Non sei nemmeno la mente e la coscienza, che spariranno a breve con il corpo. Non sei insomma la persona che ti è familiare.

Punta su chi sei veramente, qualcosa che ti sei dimenticato… a forza di stare con rozzi villani che si occupano di cose che spariranno, cose senza importanza.

Già questo ti dice molto. Occupati di cose importanti, di cose serie, non di tutte quelle bazzecole che ti offre il mondo. Tu sei qualcosa di serio, un vero tesoro.

Guarda bene: sei appartato e inattaccabile, non un frivolo uomo di società che soffre e starnazza ad ogni colpo di vento. Prima ridi, poi piangi: è sempre così. È una commedia continua.

Il tuo corpo è fatto per cercare i piaceri, che sono sempre troppo brevi, e per trovare i dolori, che sono sempre presenti. La tua mente è ballerina, inquieta, non sta mai ferma.

Tu cerca ciò che non cambia, ciò che non nasce e non muore.

Se vuoi trovare una felicità duratura, devi andare tanto al di là del dolore quanto al di là del piacere. Dolore e piacere vanno sempre insieme: se cerchi l’uno trovi immancabilmente l’altro. E così tutta la realtà, che è duale. Non troverai mai un assetto stabile: questo te lo dicono tutti i saggi.

È già qualcosa se te ne rendi conto. Puoi metterti nella posizione del testimone consapevole, che schiuderà l’occhio della sapienza. Smetti di cavalcare l’illusione e usa la memoria. Un tempo sei stato veramente al di là della coscienza.

Non ti occorre nulla, nemmeno Dio nemmeno l’io.

Ma si tratta comunque di parole, di concetti. Ti manca l’esperienza, che però è uno stato di dualità, in cui non coglierai mai l’unità.

La realtà non può essere solo un’idea. Le idee sono sempre inappropriate. Devi soltanto vivere la realtà, senza neppure la coscienza o la non coscienza.

Tu non sei nessuno e devi arrivare a vedere il mondo come niente. Ma questo niente è pur sempre qualcosa, qualcosa che è uno, cioè tutto. Non può esserci dualità ed esperienza, né essere né non essere, ma unità e beatitudine.

Lavora sull’ “io chi sono?”

Non sei il percettore né il percepito né la percezione, ma ciò che rende possibile la percezione. Non devi rispondere: sono questo o sono quello, ma colui che sa di essere.

Poiché la mente è duale, concepirai uno scenario fatto di vita e di morte. Come se ci fossero un aldiqua e un aldilà ben separati. Ma non sono separati, sono un tutt’uno. Il tuo vero Sé non è ora vivo e poi morto. È sempre vivo, al di là di simili distinzioni. Ora ti sembra vivo, poi ti sembrerà morto. In realtà, si tratta di uno spettacolo della coscienza. Si tratta di bolle nella coscienza che ora appaiono e ora scompaiono.

Non te ne rendi conto perché non puoi farne esperienza, dato che l’esperienza deve essere duale.

È la coscienza che scorre come un nastro, che tu chiami spazio-tempo.

Ma quando ne sarai libero, sarai finalmente felice.

Senza la morte, non c’è la vita.

L'amore che unisce

 

Poiché la vita/coscienza trae origine dall’unione sessuale fra due persone, l’essere che è nato cercherà di ritrovare quella unione attraverso un altro accoppiamento. È così che nasce l’amore e la necessità del coito.

Nel coito si trova per qualche istante la beatitudine dell’unione, la trascendenza del due. L’io separato cerca di riunificarsi, annullando la propria individualità.

Ma l’unione è breve, uno spiraglio aperto nella trascendenza che subito si richiude.

Il problema è che noi viviamo nella separazione, nell’isolamento e nello spazio-tempo del mondo. Solo alla fine, nella morte, si annullerà ogni dualismo, interno ed esterno.

Per forza, non sappiamo chi siamo. Scambiamo il nostro corpo-mente per noi stessi. Ma quello è solo un fantasma che non può sapere chi è. Pensa “io sono questo… io sono quello… io sono vivo in attesa di morte. Ma in realtà è solo un’idea della mente.

Ciò che realmente è non ha niente a che fare con queste definizioni, ma è oltre. Di questo dobbiamo essere convinti. Che non siamo il corpo mente che sentiamo e pensiamo, ma esattamente ciò per cui sentiamo e pensiamo. Anche l’esperienza è fallace, perché presuppone un conoscente e un conosciuto.

Ma tu sei proprio colui che sta conoscendo – e non puoi coglierti, se non per brevi istanti.

Tutto appare e scompare, vivi e muore… apparentemente. Ma tu sei il silenzio e la pace che ci sono prima di questi movimenti. Non sei neppure la coscienza che è pur sempre divisa in due, provenendo da due.

Quando sei nato, nessuno ti ha chiesto il tuo parere. Avresti anche potuto dire di no. No, non voglio nascere, voglio rimanere qui dove sono già completo, dove non ho desideri né paure. Sarebbe stato molto meglio. Invece ti hanno fatto precipitare in questo dramma di gioie e dolori, di successi e fallimenti, di nascite e di morti, di salvati e perduti.

Lascia perdere tutto. Tu non sei quell’attore che recita un a parte, tu sei il dio del tuo mondo falso, tutto lì.

Tu sei altro, tu sei oltre. Ti hanno giocato un brutto tiro, e adesso se costretto a sopravvivere e a morire.

Ma, il vero te stesso, non è mai nato e non è mai morto.

Ti hanno costretto a ripetere tutto il ciclo, a cercare l’amore di qualcuno da cui dipenderai, a riprodurti, a riprodurre l’incubo. Ma tu sai, dentro di te, che è tutta una recita.

Esci piuttosto dalla recita, osserva tutto con distacco, anche la tua coscienza, anche la tua coazione a ripetere, e sii te stesso. Il te stesso che non nasce e che non muore, che non ha né dio né io. Ciò che puoi essere lo sei già, devi solo smettere di aderire alla finzione. Riconosci la finzione e sappi che sei, chi sei.

Un leoncino era stato allevato da pecore e si credeva una pecora che belava. Ma un giorno incontrò un vero leone, che lo fece specchiare in una pozzanghera. “ Vedi chi sei? Non sei una pecora. Sei un leone. Ti hanno fatto credere di essere ciò che non sei. Ruggisci!”

E il leoncino ritrovò in un attimo la sua vera identità.

mercoledì 18 gennaio 2023

Oltre Dio e l'io

 

La mente umana è così limitata che, quando parla di Dio, se lo immagina come un grande re che deve governare tutto nel suo regno, seguendo i fatti di ciascuno per poi giudicarlo. Ma non è così. Dio non è un personaggio, seppur infinitamente potente, che crea il cosmo e poi lo controlla. Il cosmo va avanti da solo, senza nessun intervento esterno. Tutto è interconnesso e le cause sono tutte.

Dal nostro punto di vista, Dio è piuttosto uno stato che si trova in fondo, quando la mente cessa di interferire con le sue idee duali (essere-non essere, soggetto-oggetto, bene-male, ecc.). Dio non è un concetto, ma uno stato d’animo che si presenta quando si è senza tensioni, ansie, paure e desideri.

Non può essere pensato. Se lo pensi, non lo capisci. Arrivi alle solite idee sull’Assolto, il Creatore, l’Amore, il Padre, il Giudice… tutte cose che sono prodotti della mente. La verità, la realtà, è uno stato d’animo, privo di concetti.

Quando sei stato concepito, non eri cosciente - e la coscienza (condizionata) si è formata a poco a poco. Ma devi ammettere che tu c’eri già, in un certo senso, benché non consapevole. Eri potenzialmente consapevole.

Da dove è nata questa coscienza di essere? Evidentemente dal corpo materiale – che dunque deve avere già una potenzialità di essere cosciente.

E da dove è nato quel corpo, se non da altri corpi?

Questo significa che nella materia c’è già una coscienza, uno spirito. E dunque c’eri già, magari non in forma individuale… ma c’eri già.

La coscienza nasce dall’incontro fra due cellule generative, l’una maschile e l’altra femminile. Per questo ha una natura duale. Il che vuol dire che la forza della vita, il desiderio, punta sempre alla nascita della coscienza.

Quindi la coscienza è legata alla materia, è l’espressione delle cellule generative.

Non è vero che esiste una distinzione fra materia e spirito. Ad un certo livello, sono un tutt’uno. La distinzione è puramente mentale.

Bisogna saper vedere al di là delle contrapposizioni. Quella è la realtà.

Anche la distinzione fra vita e morte è puramente mentale.

Ad ogni momento puoi essere vivo o puoi essere morto, mai nato e mai morto.

Queste sono le divisioni che fa il nostro cervello duale, che deve contrapporre per conoscere. Ma ciò che conosce è apparentemente contrastante. Soggetto-oggetto, conoscente-conosciuto, essere-non essere, spirito-materia, piacere-dolore, bene-male… e naturalmente vivo-morto.

Al di là del dualismo, prima della coscienza, c’è uno “stato” che non è mai diviso, non è duale, e quindi non ha nessun bisogno, neppure di Dio, neppure di se stesso.

sabato 14 gennaio 2023

Che Dio ci aiuti!

 

Dio non aiuta nessuno, per il semplice motivo che non esiste. Quindi non aiuta nessuno. Soltanto un Dio dualista potrebbe giudicare in base al bene e al male. Ma Dio è trascendente – al di là del bene e del male. Se no, sarebbe un qualsiasi personaggetto, una specie di pretenzioso re.

È la coscienza che è dualista e divide tutto in opposti che apparentemente si contraddicono, ma in realtà sono solidali. Che cosa ne sarebbe del bene senza il male e viceversa?

Qualche volta, davanti a una prova o a un esame decisivo, ci rivolgiamo a Dio. E poi, se le cose ci vanno bene, diciamo che Dio ci ha protetti.  Ma prima o poi le cose ci vanno male, e allora non sappiamo più cosa pensare. Dio ci ha abbandonati?

No, Dio non esisteva neanche prima. Era un’idea della nostra mente, che divide tutto, isola, separa, proietta e sogna. E ha bisogno di protezione.

Ma perché abbiamo bisogno di protezione? Perché la vita è difficile e ci rendiamo conto che siamo abbandonati solo a noi stessi.

Sarebbe bello che qualcuno ci proteggesse e vegliasse su di noi – un Padre eterno, appunto. Ma il nostro padre vero lo conosciamo e non è per niente eterno e onnipotente. Fa quel che può.

Anche l’idea che Dio ci debba giudicare ci fa rientrare nel dualismo. Pensate se i nostri genitori ci facessero nascere per il gusto di giudicarci. Sarebbero sadici.

Dio non è una persona, ma uno stato, lo stato ultimo. Prima che nascessimo, prima che si formasse la nostra coscienza, “esisteva” questo stato – che continuerà a “esistere” anche dopo. Scriviamo “esistere” tra virgolette perché anche questo verbo è un concetto della mente. In realtà, lo stato originario è al di là dell’esistere o del non esistere, dell’essere e del non essere.

Nel momento in cui siamo coscienti dell’essere coscienti – e quindi possiamo dire “io sono” -, siamo vicini a questo stato originario. Ma, subito dopo, lo perdiamo, perché siamo coinvolti e interessati ad altro: allo spazio, al tempo, alla coscienza, alla vita, alla mente, al mondo.

Per coglierlo, dovremmo stare molto calmi e quieti, nella nostra natura originale. Come quando ci svegliamo in una mattina chiarissima e siamo liberi dai soliti pensieri, dalle solite preoccupazioni, dalle solite percezioni. Nulla di complicato. Anzi, semplicissimo, essenziale.

Ma poi ci prende la pressione della vita, con le sue innumerevoli necessità.

Dunque, non c’è bisogno di pregare nessun potente. Le cose avvengono spontaneamente. E sono già avvenute, perché si sono solidificate nella nostra persona e nella nostra vita.

Ciò che si agita, invece, è un fantasma, un sogno, un’illusione visionaria, un riflesso condizionato. Agli occhi di questo stato tutto avviene così come è avvenuto e avverrà. Osserviamolo spassionatamente. Anche se ci appare terribile. Terribile e meraviglioso.

giovedì 12 gennaio 2023

Ritrovare l'unità

 

Se non ci fosse il tempo, tutto avverrebbe nello stesso istante. Se non ci fosse lo spazio, tutto avverrebbe nello stesso punto. Se non ci fosse la coscienza, niente avverrebbe – tutto sarebbe.

Questo avviene quando moriamo. Il tempo, lo spazio e la coscienza si annullano. E quello che rimane è assoluta Consapevolezza, in cui non c’è “spazio” per nessuna dualità (neppure per la coscienza) e le antinomie si annullano. 

Di Dio si possono avere due concetti: l’uno è quello di una persona, l’altro è quello di una natura.

Quando noi parliamo di natura ultima, quello è Dio. Ma un Dio che non è una persona, seppure in grande.

La natura ultima è in realtà uno stato, inimmaginabile. E può anche essere concepita come il Sé, l’Atman. Ma si tratta di concetti, prodotti dal dualismo della mente.

Ciò che la mente pensa è nel dominio del tempo, dello spazio e della coscienza duale e contraddittoria. Per comprendere la realtà ultima, occorre dunque svuotare la mente di ogni concetto e di ogni proiezione. E intuire direttamente. Ma è quasi impossibile, incomprensibile.

Il Sé non è un io ideale, perfetto, ma un non-io.

Se la coscienza ci fa sentire vivi, ci fa anche sentire divisi. E questa divisione antinomica (bene-male, amore-odio, luce-tenebre, alto-basso, piacere-dolore, io-altro, vita-morte…) scatena la guerra sulla terra. Che infatti esiste fin da quando esiste l’uomo.

Poiché è condizionata, la nostra esperienza e conoscenza del mondo fenomenico non sfugge al conflitto e alla contrapposizione. Anche nelle nostre rappresentazioni dell’aldilà, introduciamo le antinomie: Dio-demonio, paradiso-inferno, eccetera. Tutto è diviso e contrapposto.

Da qui la necessità di una meditazione ricostituiva che compia il percorso inverso: unificando, sintetizzando, ritrovando l’unità degli opposti e del tutto.

 

lunedì 9 gennaio 2023

L'origine della coscienza

 

Siamo tutti d’accordo che ogni indagine spirituale non può che partire dal “senso di presenza” che è originario. Noi sentiamo che siamo presenti, che siamo vivi, che siamo coscienti di essere coscienti. Ma questo senso originario non va confuso con il “cogito ergo sum” di Cartesio che è invece un concetto, un’elaborazione secondaria.

No, dobbiamo realmente tornare al senso, all’intuizione primaria, senza pensieri, senza ragionamenti, senza distinzioni e divisioni.

Dobbiamo infatti ricordare che il bambino, appena nato e per qualche mese, non sa né di essere né di essere un individuo separato. Si formerà questa nozione a poco a poco, stimolato dai genitori.

Se non si formasse questa nozione di essere un io indipendente cui corrispondono tanti altri, rimarrebbe un bambino autistico, gravemente menomato.

Ma ciò che corrisponde a un’esigenza sociale distorce e vela la vera natura.

In fondo nessuno chiede di nascere, per il semplice motivo che nello stato originale non ha mancanze né desideri. Questo ci deve far riflettere sulla grave responsabilità che ci assumiamo facendo nascere qualcuno: tiriamo fuori da uno stato di completezza un essere per metterlo in uno stato di bisogno e di mancanza.

Infatti il bambino, appena nato, si mette a piangere, perché con quell’atto diventerà un essere separato e sempre bisognoso: di cibo, di cure, di affetto, di amore.

E che cos’è l’amore se non un tentativo di risarcimento e di completezza… sempre fallito?

Ma la nascita della coscienza e dell’io non è immediata. È un lungo processo di adattamento.

Ancora adesso la sensazione di essere può essere evocata solo per un istante. Per il resto del tempo, è solo una sensazione di esserci, di essere una certa persona, cioè una certa maschera (come dice l’etimologia della parola).

La nascita della coscienza è in realtà una divisione. Per sapere che siamo e chi siamo, dobbiamo sdoppiarci in soggetto e oggetto. E, con ciò, abbiamo perduto la completezza.

È da presumere che solo con la morte, cioè con la fine del corpo fisico e della coscienza individuale, si ritorni al punto di partenza. A una consapevolezza completa. E questo in un andirivieni continuo.

I fisici cercano di ricostruire lo stato originario dell’universo, di 13 0 14 miliardi di anni fa, prima che si formassero le galassie, le stelle e i pianeti, uno stato in cui tutto era riunito in una palla di “materia” superdensa. Esiste ancora oggi una radiazione cosmica di fondo, dovuto alla prima inflazione.

Ma lo stesso dobbiamo chiederci noi con la nascita della coscienza. Che cosa c’era prima che si formassero la presenza mentale e la coscienza duale in certi esseri viventi?

La risposta è che c’era una consapevolezza così concentrata da escludere ogni dualismo, ogni individualismo e ogni separazione. Poi nacquero la coscienza e la frammentazione. L’ipotesi è suffragata dagli stadi del processo di nascita e dalla sensazione di presenza ancora oggi rintracciabile negli individui. È da presumere che in origine ci fosse per così dire un unico individuo (la singolarità) e un’unica consapevolezza impersonale.

E a questa ritorniamo quando moriamo.

Ma non sappiamo ancora se nella dissoluzione del corpo-mente si conserva un certo ricordo dell’io che siamo stati.

Sarebbe come quando formattiamo un disco fisso. Le informazioni scompaiono, ma il disco resta sempre lo stesso (teoria della reincarnazione). Inoltre, con un buon programma di recupero, qualcosa delle vecchie informazioni si può ritrovare.

venerdì 6 gennaio 2023

I sedicenti cristiani

 

In questi giorni di rituali e cerimonie natalizie, si sono aggiunti -  come una manna dal cielo – le esequie per la morte di un ex papa. E subito le televisioni statali, di stretta osservanza papalina, si sono gettate a capofitto a illustrare ogni particolare del rito, celebrato da preti, vescovi, cardinali, politici e teste coronate, e naturalmente da una folla plaudente che gridava: “Santo subito!”. Sembrava di assistere ai funerali di un imperatore, di un faraone, di un divo del cinema o del calcio.

Ma io ripensavo a quel diceva Gesù in un caso simile, un funerale. Mentre andava per la strada, un uomo che voleva seguirlo gli disse: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Ma Gesù rispose: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti…”

Voleva dire: lascia che tutta questa gente, che è come morta nell’anima, si occupi di rituali. Tu pensa alle cose essenziali!

Ora, le cose essenziali non sono i rituali e le cerimonie, che possono sempre essere falsi, ipocriti o solo formali. E, soprattutto, non sono spiritualità, ma possono essere un mezzo per tacitare la coscienza e credere di essere religiosi.

Un altro sedicente cristiano è Putin, che, dopo aver fatto uccidere migliaia di civili, aver bombardato le città e ammazzato gli oppositori interni, decide una tregua di 36 ore per permettere i riti del Natale ortodosso. Com’è buono, lui, com’è religioso!

Gesù lo sapeva che la maggioranza degli individui “religiosi” si accontenta di rituali – solo di rituali. E, quando invita a pregare, non dice di andare nei templi o nelle chiese, ma di farlo nel segreto.

Possiamo dire che da ieri a oggi non è cambiato niente e che le religioni organizzate sono un fallimento? Ci vuole ben altro per svegliare gli uomini!

giovedì 5 gennaio 2023

Lo stato originale

 

Il mondo appare perché c’è la coscienza. Se non ci fosse la coscienza, per noi il mondo e noi stessi non ci saremmo. Non solo: il mondo ci appare così com’è la coscienza, limitato e sempre in divenire.

Ma, nel nostro stato originale, nella nostra natura ultima o prima, prima di nascere, che cosa eravamo? Niente o tutto: eravamo parte dello sperma di nostro padre e dell’ovulo di nostra madre, i quali a loro volta erano nati dai corpi dei loro progenitori, i quali a loro volta… È una lunga trafila, che ci dice che in un certo senso già c’eravamo, ma non lo sapevamo, perché non c’era coscienza.

Poi siamo stati concepiti, senza che venissimo interpellati. Così, siamo stati strappati dallo stato originale e scagliati nel mondo del desiderio e del tempo. Ma in quello stato originale non c’era mancanza, non c’era sofferenza, non avevamo bisogno di niente.

Siamo nati e, a poco a poco, è nata la nostra coscienza – e contemporaneamente il mondo. Il mondo è apparso alla coscienza, nella coscienza. E, con esso, la sofferenza e il desiderio. Da neonati eravamo un grumo di desideri insoddisfatti: e piangevamo per protestare e per farci sentire.

Quindi è nata la coscienza egoica e condizionata, la sensazione di esistere con la certezza di dover morire.

Il mondo è legato al divenire, al tempo e a una coscienza che non si ferma mai.

Si è formata una certa identità, legata a un certo corpo e a certi genitori. E anche una sensazione di essere prigionieri e un desiderio di liberarci, di essere di più, di non morire, di essere per sempre.

Ciò che pensiamo di essere è nel tempo, chiuso tra una nascita e una morte. Ma ciò che realmente siamo è a di fuori dello spazio-tempo, senza nascita e senza morte.

La prova è che non ci rassegniamo, ma aspiriamo sempre a ritrovare l’unità e la completezza. Nel sesso, nelle percezioni profonde, nell’amore, nella penetrazione intuitiva.

In realtà non cerchiamo né padri né madri, ma il nostro volto originario, quello che avevamo prima di nascere, di diventare un io cosciente nel e del dualismo, di conoscere la nascita e la morte, di diventare oggetti di conoscenza. Noi siamo soggettività pura, pura consapevolezza, senza divisioni, senza neppure essere coscienti di essere coscienti.

Ma allora c’è stato uno scambio di identità, una caduta, un peccato originale, una degradazione? Perché questo sogno, questa illusione, questo rimpicciolimento? Perché questa farsa di una nascita e una morte, questa recita?

Ma proprio questo è il sogno, l’illusione!

Credersi caduti, mentre si è sempre assoluta consapevolezza.

martedì 3 gennaio 2023

Vivi o morti?

 

Come ho detto, noi non sappiamo se siamo vivi o morti, però per convenzione diciamo che siamo vivi. Ma potremmo anche essere morti e sognare di essere vivi, questo potrebbe essere un purgatorio. In fondo, quando sogniamo, siamo convinti che quella è la realtà… salvo poi svegliarci.

Alla base di tutto si trova la nostra coscienza di essere vivi, di essere presenti. Se  non avessimo quella coscienza, come quando siamo svenuti o in un sonno profondo, non ci sarebbe niente.

Dunque, alla base di tutto, alla base di ogni investigazione, c’è la coscienza. Ma la coscienza è uno stato duale, diviso e non certifica nulla. Non è un pensiero, è una sensazione. E che cosa c’è di più fallace di una sensazione? Se fossimo in preda a droghe (e lo siamo – gli ormoni!), magari avremmo la sensazione di volare, saremmo coscienti di volare. Ci butteremmo giù dal balcone e solo alla fine, con lo schianto, cambierebbe la nostra sensazione… e la nostra realtà, la nostra illusione.

Quindi la coscienza non dimostra nulla. Ci dice solo che questo è il nostro sogno attuale. E che il sogno deve finire… con una morte.

Ma si tratta di un linguaggio convenzionale. In realtà questo potrebbe essere uno stato di morte e la “morte” potrebbe essere una nascita.

La coscienza vorrebbe trovare la verità-realtà. Ma la cerca come troverebbe un oggetto qualsiasi. E dunque non sarebbe la verità, perché mancherebbe il soggetto. E invece è proprio il soggetto che noi vorremmo conoscere.

Ma come fare a conoscerlo se fa parte del sogno?

Sarebbe come se un’ombra volesse trovare la sostanza di cui è il riflesso.

La situazione è confusa. Noi vorremmo conoscere ciò che conosce. Ma dovremmo essere fuori dal sogno, fuori dalla coscienza condizionata e legata al corpo. In parole povere, dovremmo sapere chi siamo prima di nascere o dopo la morte.

Ma chi ce lo dice? Non certo la coscienza attuale limitata.

Insomma, sappiamo intuitivamente che viviamo in una specie di sogno che chiamiamo vita e sappiamo che moriremo. Davvero poco. Tutto il resto sono pensieri, idee, miti, figure immaginarie, fantasie, dogmi, convinzioni, illusioni, teorie,racconti… ma niente di accertato.

L’io di cui andiamo fieri è anch’esso un prodotto mentale, perché è qualcosa di mutevole. Non lo vediamo mai. Pensiamo di esserlo. Ma a dieci anni è diverso di quando lo percepiamo a trenta o settanta. Cambia tutto, non solo l’aspetto fisico, ma anche la scrittura.

Ciò che rimane è la sensazione di essere, ma non di essere un io definito e immutabile. E il mondo è ciò che appare nei limiti di questa sensazione. Potrebbe essere – e lo è – una impressione momentanea o un’apparizione temporanea.

Quanto alla morte, non possiamo mai sperimentarla.

L’argomento di Cartesio (“Penso, dunque sono”) non è completo. Perché, se io penso, ciò che conoscerò sarà soltanto un concetto, non la realtà… che non può essere pensata, ma solo esperita… con l’attuale coscienza. Però anche la coscienza è legata a un corpo e dunque sparirà.

Ciò che realmente sono non è pensabile (oggettivabile) ma neppure fatto oggetto di coscienza. Prima di nascere e dopo la morte, prima dello spazio-tempo e del dualismo di soggetto-oggetto, che cosa c’era? Evidentemente c’era qualcosa, una totalità, perché abbiamo visto che dal niente non può nascere niente. E quella eravamo.

Eravamo il niente o il tutto: scegliete voi. Neppure coscienza. Perché in realtà lo stato anteriore alla coscienza non è una supercoscienza, ma uno stato che è libero da ogni dualismo, anche quello della coscienza.

Quindi,  non sappiamo se siamo vivi o morti, perché siamo come quelle stelle che vediamo in cielo ma che sono in realtà morte da anni luce. Le vediamo apparire, ma loro in realtà non ci sono più.

Ma qual è il punto di riferimento assoluto in base al quale diciamo che una cosa è viva o morta, c’è o non c’è? Dove ci poniamo? Quando?

La verità è che questo punto di riferimento assoluto – come ci insegna la relatività – non esiste. E quindi le cose possono essere vive o morte in base al nostro punto di riferimento assoluto. Se ci poniamo vicini, sono vive; se ci poniamo lontani, sono morte.

Però, in sé sono vive o sono morte?

Purtroppo l’ “in sé” non esiste, perché dobbiamo porci comunque da un certo punto di vista. L’ “in sé” esisterebbe se non ci fosse lo spazio-tempo. Ma noi viviamo sempre in certo spazio-tempo.

Come potremmo, allora, guardare o pensare al di fuori dallo spazio-tempo e dal pensiero duale che ne esce? Come potremmo pensare ed esperire qualcosa senza ricorrere ai mezzi conoscitivi abituali, razionali ed emozionali duali: prima-dopo, alto-basso, io-tu, nato-morto, dolce-amaro, ecc.?

Un bel problema…

Ma qualcosa ci aiuta a concepire un’esperienza del genere. Per esempio, la musica. Provate a descrivere l’Adagio di Albinoni o la Toccata e Fuga in re minore di Bach? Potreste usare montagne di parole e concetti, ma non ci riuscirete. Questo è un esempio di linguaggio-esperienza non legato a concetti duali o linguaggi razionali. Dunque, il linguaggio della realtà-verità potrebbe più essere simile alla musica che a un ragionamento logico. Ipotesi suggestiva. Ma anche la musica si esprime nel tempo! Anzi si basa sul tempo.

Comunque, abbiamo capito che i linguaggi sono tutti condizionati, settoriali, troppo limitati per esprimere lo stato originale, la verità-realtà ultima o prima.

Allora dovremmo ricorrere a qualcosa che esprime la totalità dell’esperienza non conscia, pre-conscia, aldilà dello spazio-tempo. Ne riparleremo.