martedì 17 ottobre 2017

Lo morte del divino

Il più grande misfatto del cristianesimo è aver ridotto Dio a dimensione umana. Ciò che per il cristiano è una grande fede, l’avvicinamento di Dio all’uomo, per l’osservatore imparziale è la distruzione del senso della trascendenza.
Infatti, nel cristianesimo non è vi è più una vera ricerca teologica. Ci si è fermati a san Tommaso e a sant’Agostino.
Paradossalmente, sono i cristiani che hanno portato a morte l’idea di Dio, di ciò che Derrida chiamava “il divino non ancora corrotto da Dio”.

C’è voluto il ritorno dell’Oriente per capire che di Dio si possono avere ben altre idee.

L'antica e l'attuale Roma

Com’è possibile che un popolo distintosi nell’antichità per il senso dello Stato, per le virtù militari e per le capacità organizzative, un popolo che ha conquistato immensi territori tra Europa, Asia e Africa, che ha costruito un impero e che lasciato opere grandiose che ammiriamo ancora oggi, si sia ridotto in breve tempo in un popolo di confusionari, di cialtroni e di rammolliti incapaci di contrastare le orde barbariche?
La risposta sta nella diffusione del cristianesimo che da sempre ha negato il senso dello Stato, la fierezza e le virtù civiche sostituendole con la sottomissione alla Chiesa e con virtù come la fede, l’umiltà, il perdono, la carità, il senso del peccato e compagnia cantando.
Dopo duemila anni, eccoci qua, da romani a cristiani. Un popolo imbelle, corrotto, servile, senza identità.

Questa religione ha sgretolato il senso dello Stato e ci ha portati ad essere quel mediocre popolo che siamo, sempre alla ricerca di un padrone cui sottomettersi. Come disse Nietzsche, il cristianesimo fu “il vampiro dell’impero romano”.

lunedì 16 ottobre 2017

Il potere della religione

Da tempo immemorabile, il subdolo gioco delle religioni è sempre lo stesso. Esiste un Dio che stabilisce certe leggi ed esiste una classe sacerdotale che ne è l’interprete e la mediatrice. È così che nasce il potere delle religioni.
A questo punto, il gioco è fatto. Se vuoi qualcosa da Dio, devi ricorrere al sacerdote.
In India, ai tempi dei brahmani, i sacerdoti sostenevano che, senza la loro mediazione, i riti e le preghiere umane non avevano alcun valore. In Italia, la Chiesa cattolica ha inculcato le stesse convinzioni.
Ma perché Dio avrebbe bisogno di una classe di interpreti? Non è capace di esprimersi? E perché l’uomo non potrebbe rivolgersi direttamente a Dio?
O sono i sacerdoti che hanno bisogno di un tale Dio per affermare il proprio potere?
È così che nasce, fra l’altro, la società gerarchica e burocratica che noi italiani conosciamo tanto bene.
Il potere della Chiesa nasce dalla rinuncia del singolo alla propria autonomia di giudizio e dalla sfiducia nella propria capacità di comunicare con il divino. Dio è sentito lontano, come i monarchi antichi, e occorre ricorrere ai buoni uffici di tanti cortigiani e burocrati per essere ascoltati. Mettetevi in fila e dotatevi di congrue offerte per ungere le ruote.

domenica 15 ottobre 2017

Un mondo di sogni

Fra guardare la tv, il cinema o leggere un romanzo e fantasticare a occhi aperti c’è un’unica differenza. Che le fantasticherie televisive provengono dall’esterno, cioè dalle menti degli autori, mentre le fantasticherie mentali provengono da noi stessi.
Le prime sono più comode perché non dobbiamo neppure fare il minimo sforzo inventivo.
Il risultato è che passiamo gran parte della nostra vita in preda a fantasticherie mentali, e la realtà non sappiamo neppure che cosa sia.

Viviamo sognando e moriamo sognando.

IL mito di Gesù

Noi non possiamo sapere quale sia stata la vera storia di Gesù né quale sia stato il suo vero pensiero. Le sue parole e le storie sulla sua vita, infatti, circolarono per quaranta-settanta anni in forma orale, e chi mise insieme alla fine i Vangeli non poteva sapere quale fosse la verità. Di conseguenza, nei Vangeli penetrarono interpretazioni, manipolazioni, censure e invenzioni di ogni genere.
Ciò che i fedeli credono è dunque una costruzione mitologica.

Borges diceva a ragione  che “la teologia è un ramo della letteratura fantastica.”

Il "dono della fede"

La fede è un dono se è credere in qualcosa di vero. Ma se è credere in qualcosa di falso è una iattura che vi rovina la vita, perché vi allontana dalla realtà.

Anche il terrorista che uccide e si uccide lo fa per una fede. Ma voi direste che è una fede vera, un dono?

Lo specifico religioso

Molti ritengono che essere religiosi significhi amare il prossimo. Ma che cosa significa amare il prossimo?

Limitarsi a dargli un tozzo di pane o aiutalo a sviluppare una maggior consapevolezza?

sabato 14 ottobre 2017

Referendum sull'autonomia

I cittadini lombardi stanno ricevendo lettere dalla Regione Lombardia con cui li si invita a partecipare al referendum consultivo del 22 ottobre. Qui si legge che “il quesito referendario riguarda l’attribuzione di condizioni particolari di autonomia, e relative risorse, in considerazione della specialità della Lombardia”.
Chissà quale sarà questa “specialità”: l’ossobuco, il barbera?
Se fosse così, anche le altre regioni avrebbero il diritto di farsi il loro referendum. Sono tutte speciali e hanno tutte specialità.
Ma forse ci si riferisce al fatto che la Lombardia è più ricca di altre regioni e quindi paga più tasse. È un po’ il discorso della Catalogna.
Oggi, la rivoluzione la fanno i ricchi, che non vogliono più sostenere i poveri e pretendono la loro autonomia –cioè vogliono tenersi i loro soldi. Chiudersi nel proprio orticello e tanti saluti agli altri.

Ma, in tal caso, la nazione non esiste più.

L'apocalisse prossima ventura

Non solo i testi religiosi di ogni tempo e di ogni religione, ma anche tante opere moderne sono piene di fantasie apocalittiche.
L’umanità sa di essere precaria e che nessuno le garantisce la sopravvivenza; anzi, basterebbe poco a spazzarla via.
Ma, in verità, non vedo la differenza tra morire tutti insieme e morire uno alla volta.
Ognuno ha la sua apocalisse assicurata.

Quando il tuo corpo si sfascia, che cos’è se non la tua apocalisse?

L'utilità della morte

E noi che pensavamo che la morte fosse una maledizione divina. E, invece, è il meccanismo fondamentale dell’evoluzione. Il seme che non muore non può dare frutto, si dice nei Vangeli.

Senza la morte non ci sarebbe vita e non ci sarebbe possibilità di cambiamento.

Il senso de silenzio

Sappiamo bene che il silenzio può avere vari significati. Ci sono silenzi per respingere e silenzi per acconsentire, silenzi per dire no e silenzi per dire sì, silenzi per prendere tempo e silenzi tombali, silenzi che promettono e silenzi che chiudono ogni discorso. Ci sono poi silenzi indispensabili quando non ci sono le parole per dirlo. E silenzi indispensabili tra una parola e l'altra, tra una nota e l'altra.
E, comunque, come è scritto in un monostico di Menandro, “il silenzio per il saggio è una risposta.”

Anche perché, che parlando ci si intenda, questo non è mai garantito.

venerdì 13 ottobre 2017

Le immagini paterne

Un padre veramente evoluto, intelligente, sensibile, attento e che ti vuole bene, sa che ad un certo punto deve ritirarsi per lasciare spazio al figlio. “Io ti ho messo al mondo. Ma ora la vita è tua, e tu devi camminare con le tue gambe. Io mi tolgo di mezzo.”
Il padre si fa da parte. E il figlio può essere finalmente se stesso.
Purtroppo, sono pochi i padri e le madri capaci di comportarsi così. I più pretendono ancora di dirigere la vita dei figli e pretendono ubbidienza.
Bastano queste semplici riflessioni per delineare immagini diverse di ciò che noi chiamiamo “il Padre-eterno.” Ci sono varie sensibilità e interpretazioni. E ognuno può dare la sua. Ma dalle religioni del passato ci viene un’unica immagine: quella di un Dio autoritario e impiccione, che richiede ubbidienza e che non si decide a farsi da parte.
Sono le religioni, con i loro dogmi, le loro tradizioni e la loro intolleranza, che impediscono un’evoluzione dell’idea di Dio. E infatti la loro immagine di famiglia patriarcale è sempre la stessa da millenni.
Ostacolano l’evoluzione dell’idea di Dio e l’evoluzione della società.

La cosa peggiore di vivere sotto una dittatura è vivere sotto una dittatura clericale. E, in effetti, non esiste dittatura che non si appoggi a qualche religione. “lo vuole Dio!” E come ci si può opporre a ciò che vuole Dio – a quella certa immagine di Dio, sempre arbitraria?

giovedì 12 ottobre 2017

Catalogna

Questo voler essere uno staterello indipendente è la mania di certe comunità. Ma, in un’Europa unita, non ha nessun senso. È la ricerca di una identità per persone che non hanno altra identità. Poca cosa.
Se poi è la ricerca dei paesi ricchi di staccarsi dai paesi poveri, peggio ancora.

Anziché cercare di identificarci in uno Stato, dis-identifichiamoci da tutti i nazionalismi. Siamo cittadini del mondo!

Occhi impuri

“Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavatelo!” Gesù ragiona come il dentista che dice: “Se un dente ti fa male, cavatelo!”
Ma non è la stessa cosa, perché, anche se cavandoti il dente il dolore sparisce, cavandoti l’occhio il desiderio rimane.

No, Gesù non era un fine psicologo. Non ci ha nemmeno mai spiegato come si faccia ad amare i propri nemici.

Sepolcri imbiancati

Nessuno se la prenderebbe tanto con il clero e i clericali se non avessero l’abitudine di far la morale agli altri.
Infatti, quando si scopre che sono i primi a contravvenire ai valori che sbandierano, viene inevitabile dire: “Da che pulpito viene la predica!”
Gesù, che viveva in mezzo agli ipocriti, li paragonava ai sepolcri imbiancati che fuori sembrano belli ma dentro contengono marciume.

Purtroppo, se ne trovano tanti esempi proprio nella religione che sfrutta il suo nome.

Nessuno tocchi Caino

“Nessuno tocchi Caino” ingiunge il Dio della Bibbia. Un gran brutto insegnamento. Il che dimostra che i cosiddetti “libri sacri” spesso veicolano idee completamente sbagliate e diseducative.
A forza di non toccare Caino, questi tipi si moltiplicano, prosperano e impongono il loro potere a interi paesi.
A quel punto, per liberarsi dei vari Caini, bisogna distruggere il paese.

Toccatelo Caino, possibilmente prima che arrivi al potere. 

Le tentazioni del potere

La libidine del potere si trasforma con facilità nella libidine al potere. È per questo motivo che molti dei potenti, in politica o nelle varie attività produttive, diventano individui assetati di sesso e costringono le donne a sottostare ai loro voleri.

L’uomo cerca il potere per due motivi: per arricchirsi e per soddisfare la propria libidine. Dunque, prima di eleggere qualcuno a posti di responsabilità, domandatevi: “Saprà resistere alla tentazione?”

mercoledì 11 ottobre 2017

La paura della morte

La paura della morte nasce dalla paura di perdere ciò cui siamo più attaccati… noi stessi, il nostro stesso essere, il nostro io, la nostra coscienza… tutte cose che in realtà non sono affatto nostre, perché ce le siamo ritrovate.
Prepararsi a morire è dunque prepararsi a distaccarsi… da tutto, anche da noi stessi.
Ma se perdiamo noi stessi, non è la fine di tutto?
Eppure, nelle nostre migliori situazioni (l’amore, il sesso, la felicità, la concentrazione, l’addormentarsi… non perdiamo il controllo ossessivo di noi stessi?
La paura della morte è legata all’ossessione dell’io.

Si può dire che la fortuna delle religioni nasca dal fatto che tutte promettono una vita nell’aldilà, così da non perdere la nostra più preziosa proprietà: noi stessi, la nostra identità. Tanta fatica per costruirci, per crescere, per imparare, per possedere, per identificarci… e poi dobbiamo perdere tutto in un istante!
Ma forse questa perdita è la massima conquista. Perché l’io non è che un limite, una barriera, una difesa, un confine, qualcosa che ci separa e ci isola.
Ma, se perdiamo questo confine, non cadiamo nell’indifferenziato?
Oppure è un allargamento, un’espansione?
Quando sei felice, quando godi, quando mediti, in effetti non pensi più a te stesso. Perdi te stesso. È così dolorosa quella perdita? Non è un’espansione?
Non puoi espandere te stesso se non abbandoni qualcosa, Non puoi diventare adulto se non abbandoni l’infanzia. Non è dunque una perdita, ma una crescita.

Quando provi gioia, piacere, felicità, ti espandi, e il tuo essere si rilassa, si allarga, supera i precedenti limiti, si dimentica delle barriere dell’io. Quando invece provi dolore e sofferenza, ti restringi, ti ripieghi su te stesso, ti comprimi. Amare o aiutare gli altri è una maniera per dimenticare se stessi e le proprie preoccupazioni. Anche meditare. Ricordatene quando cerchi di essere felice.

Tuttavia, se cerchi la felicità, troverai anche il dolore. Non devi dimenticarlo. Perché la realtà è dialettica.

Solo se vai al di là di felicità-dolore, di bene-male, ecc., potrai trovare qualcosa di stabile. Qui si entra nel campo della trascendenza, qui si acquisisce la visione divina - dove la morte è come cambiare veste.

martedì 10 ottobre 2017

La mappa e il territorio

Tutti conosciamo la differenza tra la mappa e il territorio. Il territorio è la realtà, mentre la mappa ne è una rappresentazione, una schematizzazione, una copia distorta, il dito che indica la luna senza esserla.
Ma anche i nostri concetti hanno un rapporto del genere con le cose reali. Sono semplici indicazioni schematiche. Indicano qualche cosa senza esserla.
Come fare allora ad entrare in un rapporto diretto con le cose? Ovviamente, non usando i concetti. Ma entrando direttamente in contatto con la cosa.  Questo è il problema che si pone lo zen.
Per esempio, un maestro zen mostrò una brocca e domandò ai discepoli di dirgli che cos’era. I più cercarono di dare definizioni. Solo uno, però, trovò la risposta giusta. Prese in mano la brocca e la mostrò a tutti.
Quella era la brocca, nessun concetto poteva sostituirla.
Il nostro problema è che noi ormai abbiamo dei filtri mentali che non ci fanno vedere direttamente le cose, ma solo delle nostre interpretazioni. Siamo tutti degli intellettuali. Anche rispetto a noi stessi, abbiamo solo rappresentazioni. Ma qual è la realtà? Chi siamo veramente noi?

La risposta (difficile) non può che venire da uno sforzo di mettere tra parentesi i concetti e vederci direttamente, senza filtri, senza mediatori. Il che è meditazione.

lunedì 9 ottobre 2017

L'azione perfetta

Oggi tutti esaltano l’attivismo, il darsi da fare. Nessuno esalterebbe la passività.
Eppure la passività, come estrema forma di pazienza, di contemplazione e di rispetto, è più forte di qualsiasi determinazione.
Come indica la parola “concentrazione”, contemplare è stare al centro. E si può contemplare anche nel pieno dell’azione. Anzi, in tal caso, l’azione sgorga perfetta. Infatti, agisci con tutto te stesso, stando al centro di te stesso, senza indecisioni o remore, nella consapevolezza che stai facendo la cosa giusta.

Anche la meditazione è azione, non dimentichiamocelo.

La meditazione universale

Poiché la meditazione è un comportamento naturale, esiste in tutte le tradizioni religiose. Leggiamo per esempio questo brano di Giovanni Colombini, vissuto a Siena nel Trecento: “Fuggite adunque al monte della santa contemplazione, in su ‘il quale è una rocca altissima e sicura, che non teme inimici, e non vi possono accostare potenti avversari, dove è lume e non tenebre; nella quale rocca è sicurtà e non paura. Correte alle caverne della propria coscienza…”.
Parole che potremmo trovare nelle Upanisad, nell’islam, nel buddhismo e altrove.
Ora mi immagino un Papa che usi un simile linguaggio, invece di fare il politico e l’agitatore sociale… Cioè, non me lo immagino.

Le religioni degenerano, diventano istituzioni di potere temporale e dimenticano la loro origine spirituale.

Linguaggio metaforico

Si fece buio al momento della morte del Cristo, raccontano i Vangeli. Per l’agiografo, il concetto che Gesù-Luce muoia si traduce e si concretizza nell’espressione: “Il sole si eclissò”. E i cretini  vanno alla ricerca di un’eclissi reale avvenuta in quegli anni!
Il procedimento si applica alla figura stessa di Gesù. L’idea che Dio si incarni si traduce e si concretizza, per l’agiografo, nell’arrivo di Dio sotto forma di uomo.
Ma Dio, il Nulla, aveva già dato vita al Tutto, sacrificando se stesso. E dunque non c’era bisogno di un’altra incarnazione.

Purtroppo le menti umane sono piccole, e da queste menti nascono le religioni che trasformano profonde intuizioni in miti.

domenica 8 ottobre 2017

Figli di preti

L’ex-rettore del seminario pontificio “Maria Mater Ecclesiae” riconosce di aver avuto due figli da una donna e domanda perdono. Ma di che cosa dovrebbe essere perdonato? Di aver violato i precetti della Chiesa?

È la Chiesa che dovrebbe chiedere perdono perché viola i diritti fondamentali degli esseri umani con leggi che impongono comportamenti contrari alla natura. Poi si lamenta dei pedofili che alleva in gran numero...

Le buone azioni

Si dice che nessuna buona azione rimarrà impunita…perché comprendiamo che nessuna azione può portare alla pace, ma solo ad un’altra azione.

Alla vera pace può portare soltanto la non-azione, la volontà né di fare il male né di fare il bene.

Problemi di vista

C’è sempre un rapporto fra vista e cervello. Quando si indebolisce la vista è il cervello che ha dei problemi.

Quando immobilizziamo lo sguardo su qualcosa di bello, fermiamo lo scorrere del tempo e la confusione della mente, ci riempiamo di gioia ed entriamo in ciò che potremmo chiamare “l’eternità”.

Il Demonio

In fondo il Demonio non è che la rappresentazione del Grande Nemico interiore, il Limite che non possiamo superare.

Il respiro divino

Non possiamo essere sicuri in alcun modo che il Big Bang sia stato un atto creativo.
Non possiamo essere sicuri in alcun modo che non sia stato un disastro cosmico.
Non possiamo essere sicuri in alcun modo che l’essere sia migliore della vacuità, di quel perfetto nulla in cui non c’era il minimo conflitto.
O forse si tratta di due momenti del respiro cosmico che alterna inspirazione ed espirazione.

Resta il fatto che tutto possiede questo ritmo divino, compresi il nostro respiro e la vita-morte.

sabato 7 ottobre 2017

L'unico cristiano

“Gesù ci chiede: siamo cristiani di facciata o di sostanza?” si domanda Ermes Ronchi su Avvenire.it.

Ci fu un unico cristiano – rispose Nietzsche – e morì lassù sulla croce… Anche perché la religione e la Chiesa cattolica sono già istituzioni di facciata, che hanno tradito l’essenza del messaggio del poveretto.

IL valore del silenzio

Quando parliamo della vita, la vita è già altrove.
Quando parliamo dell’io, l’io è già cambiato.
Delle cose reali non si può parlare. Non solo perché non riusciamo a coglierle nell’istante presente, ma anche perché, come diceva Wittgenstein, non possiamo pensare cose per cui non abbiamo le parole. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti della mia mente.”

Bisogna allora stare zitti, in un nobile silenzio di parole e di pensieri.

Il volto nudo

Nelle nostre società tutti indossano una maschera, dietro la quale nascondono la loro vera natura – talvolta ignota anche a loro stessi: non sanno chi sono e si affidano ad un ruolo per illudersi di avere un'identità. Ora, chi fa meditazione deve capire una cosa: che può prendere in giro chiunque, ma non se stesso. Non è insomma un prete o un monaco che si presentano come tali solo perché indossano una tonaca o parlano in un certo modo.
Noi, meditando, ci domandiamo che cosa ci sia sotto quella tonaca e quelle parole.
        Chi fa meditazione non deve portare nessun vestito esteriore, nessun segno di riconoscimento, perché non deve comunicare con altri, ma solo con se stesso. Non può fare l'ipocrita, come tanti religiosi, a meno che non voglia auto-ingannarsi. E, se inganna se stesso, semplicemente fallisce nella sua pratica. Se non è autentico, in meditazione non ottiene nulla.
        Chi fa meditazione non deve convincere nessuno, non deve vendere nulla, non deve predicare nulla. È scoperto, nudo, se la vede solo con se stesso. E, se ha qualche paludamento, lo deve gettare via. O è autentico o non è nulla.
Finché si recita una parte, sia pure quella dell'uomo spirituale, non si sta meditando.

        E la pratica meditativa consiste proprio in questo: liberarsi dei ruoli e delle maschere - e ritrovare la propria vera natura.

venerdì 6 ottobre 2017

Sacro e sacrifici

In certe feste religiose dell’antichità, i fedeli giungevano a sacrificare i propri figli all’idolo adorato, in cambio di qualche grazia e di protezione. “Io ti do questo perché tu mi dia quell’altro.” I profeti ebraici e i cristiani stigmatizzavano tutto ciò con orrore. Salvo poi presentarci il duo Abramo-Isacco come il supremo esempio di fedeltà al Signore venerato. E la passione di Gesù come l’atto con cui Dio sacrifica il proprio figlio.
No, la religione tradizionale – quella con un Signore, un profeta, un Salvatore e gli adoratori che cercano protezione – nasconde sempre l’etica sacrificale, che è poi l’etica dello scambio. Anche la Messa cristiana è la rappresentazione e l'esaltazione del sacrificio. Sebbene Gesù dicesse: "Misericordia voglio, non sacrifici" (Mt 9, 13).

Rozze religioni per uomini rozzi.
Meditate anziché fare sacrifici.

La meditazione naturale

In un certo senso, la meditazione è senza fine e accompagna ogni momento dell'esistenza. Ogni esperienza, dalla più terribile alla più piacevole, può essere oggetto di un atto di consapevolezza ed è comunque l'agente di una meditazione inconsapevole.
Volenti o nolenti, maturare significa meditare. Ma, se a tale assorbimento naturale, aggiungeremo una pratica consapevole, approfondiremo sempre di più il senso di questo nostro esistere.
“Sono qui e in questo istante, e questa è la mia esperienza…”.

Talvolta ci purifichiamo nella solitudine consapevole.

giovedì 5 ottobre 2017

Meditare zen

Se volessimo interpretare la vita solo con la logica, non ci riusciremmo. L’unico modo per affrontare l’esistenza è l’esperienza.
Lo stesso succede nella meditazione, che non vuole interpretare o spiegare, ma esperire direttamente.
Utilizzare solo la razionalità sarebbe separarsi dalla vita, usare solo una dimensione anziché l’intero ventaglio delle possibilità.
La realtà pone domande la cui risposta è la pratica.
Sbaglieremmo anche a vedere noi stessi come semplici individui, divisi e isolati dal contesto universale. L’io in tal senso è una riduzione, una schematizzazione e dunque qualcosa di artificiale. Dobbiamo tener conto di tutto l’insieme e rispondere alla realtà con la nostra intera realtà.
Questo è risvegliarsi, non altro.
Ma non dobbiamo concettualizzare anche questo. Dobbiamo sederci e praticare.
Il nostro sbaglio è cercare di cogliere mentalmente una realtà irriducibile al solo mentale. Comportandoci così, facciamo semplice filosofia. Restiamo all’esterno dell’esperienza.
Non dobbiamo solo osservare, contemplare o capire, ma essere. In meditazione, dobbiamo lasciar andare ogni tentativo di spiegazione per fluire con il mondo.


L'esperienza viva

Il conformismo è oggi certamente il massimo ostacolo alla ricerca spirituale e ad ogni tipo di ricerca. Già il buddhismo, parlando dei vari legami che vincolano l'uomo, indicava in particolare l'attaccamento alle opinioni e alle idee, nonché l'attaccamento ai riti e alle cerimonie. Chi crede che la verità possa essere prefabbricata o rivelata, non è spinto a cercare di persona.
«Per molto tempo» dice il Buddha «ho cercato il costruttore di questa prigione e, infine, ho scoperto il suo nome: "Illusione"».
E, per combattere le opinioni comuni, i rituali, il conformismo e l'illusione, non c'è che da sedersi in meditazione, con la ferma intenzione di «vedere» di persona come stanno le cose.

Portare l'uomo di fronte a se stesso, senza tante mediazioni, è già un primo grande risultato della meditazione. Il secondo è fargli capire che la più pericolosa mediatrice è la sua stessa mente, e che la verità non va cercata in qualche teoria o in qualche concetto, ma in un 'esperienza viva della realtà.

mercoledì 4 ottobre 2017

Il carattere imperfetto del tutto

Qualcosa si fa strada lentamente, faticosamente. Qualcosa emerge tra mille tentativi, sforzi, errori, ripensamenti, violenze e sofferenze… No, Dio non è ancora nato.

Questo non è un universo perfetto nato da una mente perfetta. Ci sono evidenti sbagli e cose fatte male. Sono venute come sono venute, alla bell’e meglio. Ma, a poco a poco, miglioreranno... se ci impegneremo.

IL fattore illuminante della consapevolezza

La pratica della consapevolezza va coltivata in ogni momento della giornata, ed è utilissima a sviluppare la nostra
capacità di «ascolto
» ... dell'ambiente, del corpo, della mente, dell'essere. Si registrano le emozioni che gli avvenimenti
producono in noi
, si annotano le influenze mentali e, anziché reagire in maniera condizionata, si introduce «il
fattore d
'illuminazione» della presenza mentale.
Quando incominciamo a distrarci, quando facciamo una cosa ma ne pensiamo un'altra o quando la nostra lucidità si appanna, possiamo darci il comando: «Presenza mentale!». Questo ci permette di tornare padroni della situazione, di toglierci sia da un'immersione totale nell'ambiente sia dal prevalere di qualche settore abnorme della mente.

Consapevolezza non vuol dire infatti accentramento egoico, ma il suo esatto contrario: ogni sensazione pura, ogni atto di attenzione nuda, è liberazione dall' ego; è semplicità, immediatezza, non controllo soffocante

martedì 3 ottobre 2017

Due forme di concentrazione

L'atto del controllare non si addice allo stato meditativo, che non è una volontà di repressione o di esclusione,
ma una forma di attenzione consapevole che include anche gli opposti. Anche il termine «concentrazione» può indurre qualche equivoco: non si tratta infatti di focalizzare il pensiero in un unico punto,
come spesso si sente dire, bensì di con-centrarsi, ossia di trovare un nuovo centro dell'attività psichica.
Tra i due tipi di concentrazione corre la stessa differenza che esiste fra chi si concentra, per esempio, per studia-
r
e una materia indifferente o sgradita - e quindi si sforza con la volontà e cerca di escludere tutto il resto - e chi, essendo assorbito in qualcosa di estremamente interessante e piacevole, non deve esercitare nessuno sforzo di volontà.
Questo secondo tipo di concentrazione, nella meditazione, è sollecitato da una sensazione di piacevolezza che
scaturisce dal profondo. In tal senso si è «centrati in sé», non più nel vecchio e piccolo ego. Si tratta dunque di compiere un salto interiore, come un elettrone che passi da un'orbita bassa a una più elevata.

Ma la meditazione ha un'altra caratteristica: nella sua fase finale non è una forma di esclusione della comune attività mentale, bensì è un essere presenti, un vivere non-mentale, in cui si è in rapporto con il mondo senza l'interposizione della mente centrata sull' ego. Questo stato non è artificiale, non è il prodotto di chissà quali operazioni; sarebbe uno stato naturale, uno «stato di grazia» spontaneo, se non venisse continuamente oscurato proprio dall'attività conoscitiva consueta: idee, immaginazioni, pulsioni di ogni genere, princìpi acquisiti, fedi, reazioni condizionate, ricordi, «modi di pensare» convenzionali ... insomma tutta l'eredità del passato, il karma condizionante.