martedì 30 maggio 2023

La tragedia della nascita

 

Certo, siamo tutti alla ricerca della felicità, e la cerchiamo dappertutto, nell’amore, nel sesso, nel denaro, nel successo, nel lavoro e non stiamo mai fermi. Arriva una vacanza? Tutti via, sperando di star meglio.

Il motivo di questa ricerca affannosa e scomposta è… che siamo tutti infelici. E perché siamo infelici? Perché crediamo di dover cercare uno stato che esiste, in realtà, quando non si cerca niente, anzi quando ancora non esistevamo. Allora eravamo in pace.

Quando eravamo nello stato immanifesto, prima di nascere, eravamo tranquilli e soddisfatti. Eppure non esistevamo. E non avevamo neppure coscienza.

Infatti esistere e avere coscienza significa agitarsi, tendersi, stressarsi, insomma essere infelici/felici. Ma mai stabili.

Se però eravamo stabili, contenti e soddisfatti, perché qualcuno o qualcosa ha avuto la cattiva idea di manifestarsi diventando cosciente, frammentandosi e generando tanti individui? È come domandarsi perché la luna abbia due facce. Ce le ha perché è fatta così. Perché non potrebbe darsi una luna o una moneta con una sola faccia.

La luna, però, resta un’entità unica; non ci sono due lune.

Il dualismo comunque lo abbiamo creato noi… o i moti cosmici. Ma è pura apparenza, un’apparenza che fa male.

Ecco perché gli individui non possono trovare una felicità durevole, pur accoppiandosi in mille modi. Non la troveranno mai. Perché non possono fondersi, se non per brevi momenti.

 

lunedì 29 maggio 2023

Autorità e autoritarismo

 

Questa televisione di destra ama molto il Papa, forse perché ama tanto l’autoritarismo, il dogmatismo, l’ordine rigido.

L’autoritarismo però deresponsabilizza gli uomini perché li trasforma in esecutori di ordini. Vi ricordate cosa rispondevano i criminali nazisti? “Ho solo eseguito un ordine.”

Si verifica quindi una coincidenza fra ordine e autoritarismo, fra autorità e autoritarismo. Chi può distinguere fra i due se tutte le autorità – come diceva san Paolo, il vero fondatore del cristianesimo – “derivano da Dio”?

La destra e la Chiesa amano i principi assoluti, i dogmi indiscutibili, la sacralità dell’autorità. Manca in entrambi il senso critico, il pragmatismo, lo scetticismo, la flessibilità. Loro hanno sempre ragione. Chi comanda non può essere discusso. Il dubbio non è ammesso. Bisogna adorare e ubbidire all’autorità, senza discutere.

Ma gli uomini non sono fatti per eseguire solo ordini, per essere solo esecutori, per non mettere in dubbio, per essere schiavi.

Le religioni monoteiste sono sempre ideologie della sottomissione.

In Texas, per esempio, il governatore ultraconservatore decide di insegnare i comandamenti e la Bibbia nelle scuole. Ha deciso lui per tutti. E le altre religioni? E le altre opinioni? Niente, l’autorità non si discute.

Il Papa affida alla Madonna, una figura resa mitologica, la pace e afferma ingenuamente che “è incredibile quanto male possa fare l’uomo!”

Già, forse perché è fatto “a immagine e somiglianza” di un Dio feroce, quello stesso che è delineato dalla Bibbia, che distrugge i nemici degli israeliti, uomini, donne e perfino animali.

Gli uomini sono fatti per realizzarsi e liberarsi il più possibile. Non per eseguire ordini insensati, come quello dato da Dio ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco.

Un vizio che poi si ripeterà, nell’immaginario cristiano, con il sacrifico – questa volta riuscito – del figlio dello stesso Dio, il povero Gesù.

Il sogno della vita

 

Quando siamo immersi in un sogno, possiamo sognare di andare in qualunque luogo, magari nel passato o nel futuro, o possiamo sognare di correre o volare, ma, quando ci svegliamo, ci accorgiamo che non ci siamo mossi dal nostro letto e che tutto è avvenuto nella nostra mente.

Bene, così è anche nella vita. Anche nella vita possiamo sognare di viaggiare, di spostarci da un luogo all’altro, di correre o di saltare, di amare o di odiare… ma, quando ci sveglieremo, sapremo che tutto è stato solo un sogno e che non ci siamo mossi. Da dove?

Dal qui e ora. Cioè da nessun posto e da nessun tempo, perché tempo e spazio appartengono solo a questo mondo.

domenica 28 maggio 2023

Come lische di pesce

 

Nessuno è insostituibile, o, se preferite, nessuno conta nulla. Anche i potenti del mondo, anche gli alti papaveri che si credono chissà chi, ma che finiranno come il più miserabile degli uomini.

Per la vita siamo semplici mattoncini intercambiabili, anche se noi ci crediamo tutti unici.

Però noi non ci stiamo. E cerchiamo di utilizzare la vita per il meglio (che non si sa cosa sia), affermando il nostro io.

Prendere, afferrare, conquistare, rubare, lavorare, faticare, godere, riprodurci, fare più danni possibili… per lasciare un segno del nostro passaggio. Perché sappiamo tutti che alla fine dovremo sparire e che, entro due generazioni, il mondo ci avrà dimenticato. Come se non fossimo mai vissuti. O, al massimo, se siamo stati importanti, rimarrà un nome sui libri di storia.

Ma quando guardo certe foto ingiallite dei miei nonni, so che nessuno, tra poco, saprà più chi sono stati.

Allora è una gara tra la vita e noi: la vita ci utilizza come mattoncini per la sua continuità e noi cerchiamo di utilizzarla per arraffare il più possibile.

Ma alla fine sappiamo chi vincerà. Il grande nulla.

Così ci inventiamo anime eterne, paradisi e Iddii che ci salvano dalla morte, facendo un lavoro che si potevano risparmiare visto che dovremmo già essere immortali. Il tutto appare un gioco stupido, un processo inutile per arrivare là dove eravamo già, un circolo vizioso, ripetitivo.

Nel frattempo, noi cerchiamo di divorare la vita. E la vita divora noi, sputandoci come lische di pesce.

 

Sattva

 

Ho letto un articolo scientifico in cui si dice che l’universo dovrebbe avere un’età tra i 13,67 e i 13,95 miliardi di anni e che sarebbe composto per il 4,9% di materia ordinaria, per lo 0,1% di neutrini, per lo 0,01% di fotoni, per il 68% di energia oscura, per 27% di  materia oscura e per lo 0,4% di tutto il resto. Dunque, conosciamo a stento il 5-6% della materia e ignoriamo che cosa sia l’80-85%. La definiamo materia-energia oscura perché i nostri strumenti non la registrano e quindi non sappiamo che cosa sia. Ma i calcoli matematici ci dicono che deve esserci per tenere insieme tutta la baracca. Una bella ignoranza!

Qualcosa però mi dice che questa materia-energia oscura non è nient’altro che coscienza, cioè una materia-energia che ci fa essere coscienti, una specie di interfaccia tra la materia bruta e la coscienza più elevata, perché l’universo esiste nello stesso momento in cui appare la coscienza e il suo testimone.

Gli indiani la chiamano sattva, uno dei tre guna che ci dona l’intelligenza.

sabato 27 maggio 2023

L' instabilità cosmica

 

Se, con la morte, scompare l’io, mi sapete dire chi può essere giudicato, punito o premiato? Non ha più senso.

Allora, qualcuno, malauguratamente, pensa che l’io, sotto forma di anima, sopravviva alla morte; ma così si proietta il dualismo bene-male anche nell’aldilà.

Può darsi, comunque, che ci sia una salita progressiva e che per i primi stadi rimanga una qualche memoria, dovuta alla potenza e alla vischiosità dei desideri terreni.

In realtà, come le malattie ci portano da uno stato di benessere a uno stato di malessere, così anche la coscienza, o il senso di essere, va considerato una malattia. La coscienza di sé è una malattia che spezza l’unità originale.

Con la coscienza appaiono il tempo, il mondo, la divisione, il contrasto, l’io e il concetto di Dio, spontaneamente, tutti insieme. Ma non sono che prodotti della spaccatura, senza una vera sostanza, immaginari. Non c’erano prima e non ci saranno dopo.

Perché lo stato originario completo e perfetto si è ammalato? Ci si ammala perché qualunque sussulto o movimento nella perfezione non può che introdurre l’imperfezione.

Del resto, perché ci si ammala nella vita comune? Proprio perché nella salute è penetrata l’instabilità, che è insita nelle cose.

La perfezione è cagionevole di salute.

Però ci rimane il testimone della coscienza, che è un pezzo del mondo di prima. E seguendo la consapevolezza di questo testimone, si capisce tutto. Dove siamo finiti e dove ritorneremo.

Il povero Dio lasciamolo stare. È già morto.

È proprio il buddhismo che afferma che gli dei esistono e vivono a lungo. Ma alla fine muoiono anche loro.

Tutto è instabile.

venerdì 26 maggio 2023

Il Dio eterno

 

Come dicevo, non c’è bisogno di ricorrere a nessun Dio creatore per spiegare la comparsa del mondo.

Siamo noi, con la nostra mente dualista e immersa nel tempo, che cerchiamo sempre un rapporto di causa-effetto.

Ma, in teoria, al di fuori del tempo, questo rapporto non c’è più. Le cose appaiono e scompaiono spontaneamente, il caso coincide con la necessità e il soggetto con l’oggetto.

Del resto, se si chiede chi abbia creato Dio, si risponde che si è creato da solo o che è eterno. Dunque, spontaneamente!

Ma un Dio eterno e perfetto non avrebbe nessun bisogno - neppure quello di creare o di esistere.

Una fede rozza

 

I cristiani dicono che Gesù sia stato assunto in cielo. Però, prima, ha dovuto morire atrocemente, questo è certo.

Se ci fosse un sistema per essere assunti direttamente in cielo senza dover soffrire, qua sulla Terra non ci sarebbe nessuno. Statene certi. Dunque, dobbiamo morire e soffrire, non si sa perché – solo perché siamo nati.

I primi cristiani credevano di essere assunti in cielo e si meravigliavano che i credenti continuassero a morire. Erano molto ingenui e terribilmente materialisti. Non avevano nessuna nozione di anima, ma pensavano che il corpo fosse immortale.

Di fronte all’evidenza negativa che si continuava a morire come prima, s’incominciò a introdurre il concetto di anima (anemos, in greco “soffio”, “vento”), desunto dalla filosofia greca, da Platone e dalle altre religioni. L’anima volava in cielo, ma il corpo sarebbe risorto solo alla fine dei tempi. Insomma, la fede cristiana era già stata tradita.

Rimane la domanda. Perché la fantomatica anima, immateriale, immortale e perfetta, dovrebbe scegliere di diventare qualcosa di materiale, mortale e imperfetto? Una caduta di gusto.

Se sei pessimista, pensi che l’incarnazione sia una forma di degenerazione; se sei ottimista, pensi che il mondo manifesto sia l’altra faccia di una realtà immanifesta, invisibile, spirituale ed eterna… in un gioco di trasformismo che appare però ingiustificato e tutto sommato inutile.

giovedì 25 maggio 2023

Un mondo di dei, un mondo di miti

 

Gli dei e gli iddii appartengono all’infanzia delle religioni e sono talmente falsi, inventati dall’immaginazione umana, che oggi i “divi” e i “divini” sono gli attori, gente che finge per mestiere. Dunque, il divino appartiene al modo delle falsità, del pensiero mitologico, delle fantasie, delle favole.

Il mondo non ha bisogno di nessun creatore. È sorto spontaneamente, naturalmente e va avanti da solo.

Inoltre, se ci fosse un dio creatore, ci dovrebbe anche essere un dio distruttore. Almeno, in Oriente, la Trimurti ha tre aspetti: il creatore (Brahma), il preservatore (Visnù) e il distruttore (Shiva). Da noi Dio è solo bontà e amore, con il risultato che non si sa da dove arriva il male e si è inventato una sorta di anti-Dio maligno, Satana, il Diavolo, che tenterebbe gli uomini (evidentemente con il consenso della sua controparte buona).

Ma per creare questo mondo duale non c’è bisogno di nessun Dio: basta la coscienza umana che vede tutto in termini di contrapposizione.

Dunque, il mondo è una proiezione della mente umana, della coscienza duale, del senso di essere, che è il vero dio di tutto ciò che vediamo e sperimentiamo.

Si dirà: e la giustizia ultraterrena, il premio per i buoni e il castigo per i cattivi?

Questo riguarda solo i vivi, non lo stato anteriore all’essere, in cui sparisce la coscienza duale. Ma non è pensabile che la contrapposizione buoni-cattivi continui oltre il mondo. Il divino è unitario, oltre i contrasti.

martedì 23 maggio 2023

L'osservatore del mondo

 La vita e il mondo hanno bisogno di un osservatore per manifestarsi. Secondo la fisica quantistica, l’osservatore gioca un ruolo cruciale, perché la probabilità che qualcosa appaia è strettamente legata all’atto dell’osservazione che diventa coerente con ciò che ci aspettiamo di vedere. Quando osserviamo, noi scegliamo uno specifico risultato escludendo tutti gli altri. In altre parole noi determiniamo ciò che accade secondo il nostro punto di vista.

Vi riporto le parole di un testo scientifico:

 

“La fisica quantistica dice che ci sono infinite possibilità. Tutto può accadere. La probabilità che qualcosa avvenga (in termini tecnici quando avviene il collasso della funzione d’onda) è strettamente legata all’atto di osservazione che diventa coerente con ciò che prevediamo di vedere. Quando osserviamo e “scegliamo” uno specifico risultato, tutte le altre possibilità diventano incoerenti rispetto a ciò che vediamo e si auto-escludono. Siamo noi a determinare ciò che si verificherà e sperimenteremo nella nostra vita sulla base del nostro punto di osservazione. Quando iniziamo a guardare il mondo da molti più punti di visti che vanno oltre le credenze limitanti, iniziano a manifestarsi nuovi eventi, situazioni e sincronismi.
Solo perché crediamo che qualcosa sia possibile, ci apriamo a quella possibilità nella nostra vita.

 

Dunque, il mondo e la coscienza dell’osservatore appaiono nello stesso momento e si determinano a vicenda. Il mondo è fatto dall’osservatore, perché e purché ci sia l’osservatore. E l’osservatore è quello che noi chiamiamo il testimone della coscienza. Noi non solo siamo coscienti e sappiamo di esserlo, ma siamo testimoni del mondo contribuendo in maniera determinante a farlo essere ciò che vediamo.

Se il mondo è brutto, dobbiamo pensare che in gran parte è colpa nostra.

Affinché qualcosa possa accadere, ci deve essere l’osservatore dell’evento.

Quindi curiamoci attentamente di questo testimone che non si limita a prender atto di ciò che accade, ma contribuisce a farlo accadere in un certo modo. Siamone sempre coscienti, perché da esso dipende il nostro mondo.

lunedì 22 maggio 2023

La condizione umana

 

La vita incomincia male (il doloroso parto) e finisce peggio (la dolorosa morte). Sempre violenza, sempre sangue, sempre lacrime e altre secrezioni del corpo.

Del resto, anche chi ha scritto i “libri sacri” nel mondo se ne è accorto. E, allora, ecco il mito del peccato originale, della caduta dal paradiso terrestre, della degenerazione di una fantastica età dell’oro…

“Tu, donna, partorirai con dolore. E tu, uomo, faticherai con il sudore della fronte!”

Incominciamo male…

Ma che cosa aspettarsi da un mondo che nasce dal nulla con una enorme esplosione? Niente di buono; soprattutto violenza, contrasto e guerra.

E, infatti, siamo ancora qui a far guerre, a uccidere o a farci uccidere.

Certo, quando un fiore sboccia, è bello. Ma subito dopo deve appassire.

La vita è in questo intervallo, tra uno sbocciare e un appassire, pieno di poche cose buone e di molte cose cattive.

Un mondo che nasce già così non può che essere una realtà inferiore, priva di una vera consistenza ( perché dura poco). Ciò che non dura non può che essere un’illusione.

I credenti dicono che Dio si è manifestato più volte e tanti sono stati i profeti che hanno cercato di cambiare le cose. Ma con che risultato? Loro e i loro dei sono spariti e il mondo non è cambiato.

Tutto succede spontaneamente, “naturalmente”, da sé; e noi non abbiamo nessun controllo. Possiamo decidere poche cose nel mondo; ma che controllo abbiamo sull’universo? Siamo fuscelli sballottati dal vento cosmico.

Quando una persona muore, diciamo che se ne è andata. Ma, semplicemente, si è dissolta una maschera, uno che si credeva di essere arrivato chissà dove e di essere chissà chi.

È talmente grande la presunzione e l’illusione di essere che ci affatichiamo per costruire case, carriere, famiglie, eredi, pur sapendo che di noi non resteranno che sbiadite fotografie e che dovremo abbandonare tutto.

È proprio questa consapevolezza angosciosa che sta alla base della sensazione di esistere. Sappiamo che siamo impermanenti, destinati a morire.

È per questo che ci diamo tanto da fare e non stiamo mai fermi: cerchiamo di vivere, di amare, di arricchirci, di riprodurci e di essere potenti il più possibile. Ma è una corsa disperata contro il tempo, inseguiti sempre da una belva feroce, la morte.

La verità è che ciò che è irreale, un’illusione, finirà inevitabilmente per scomparire.

Quando ci rendiamo conto di questa verità o perdiamo interesse per la vita stessa o ci accaniamo ancora di più a vivere. Ma più di tanto non possiamo fare. Alla fine moriremo lo stesso.

Tanto vale contare sul testimone di questa consapevolezza, che è  l’osservatore per il quale è fatto tutto questo spettacolo. Forse lui non morirà, ma, conosciuta la verità, non avrà più il desiderio di vivere e si dilaterà a comprendere tutto.

domenica 21 maggio 2023

Il divenire che tutto travolge

 

Negli ultimi anni non ci siamo fatti mancare niente: epidemie, terremoti, maremoti, guerre, cambiamenti di clima, malattie, siccità, alluvioni, crolli…

Ma, a pensarci bene, è sempre così, è sempre andata così…

È evidente che non c’è nessuno che protegga questo mondo. Da un momento all’altro, un meteorite potrebbe cancellare o distruggere mezza Terra. Nell’indifferenza totale. Come quando si scontrano due stelle o due pianeti. Credete che il tutto faccia parte di un piano divino? Poveri illusi.

Chi crede in un Dio protettore, perde subito la sua fede quando, invece di sognare, entra in contatto con qualcuna di queste catastrofi. Magari la morte di una persona cara.

A nessun Dio interessa la tua minuscola vita, come non interessa la vita di una formica.

Se pensate che essere dotati di coscienza vi renda esseri superiori, vi sbagliate.

È proprio la coscienza duale che proietta questo mondo della divisione e del conflitto, delle preoccupazioni e dello stress, del piacere e della sofferenza.

La vita è questa cosa qui. Poche cose belle e tante cose brutte. Soprattutto transitorie, dato che ci attende la morte.

Ma forse proprio la morte è una liberazione dagli affanni della vita e il ritorno ad uno stato unitario, senza coscienza, senza tempo, senza memoria e beato.

In fondo, quand’è che troviamo una vera pace? Quando dormiamo di un sonno profondo, senza sogni.

Lo stato di oblio, di non essere, è la realizzazione di quel testimone che assiste sgomento a tutti questi avvenimenti e si sente straniero sulla Terra.

Meditare

 

La vera meditazione è un comprendere qualcosa, non un semplice stato di quiete. “Comprendere” non è tanto un capire in senso intellettuale (con il suo inevitabile dualismo) quanto un allargare la mente (comprendere, appunto) fino ai limiti estremi, varcando possibilmente i confini o avvicinandoci il più possibile. Non è quindi neppure un aumento della coscienza, perché questo comporterebbe un aumento della distanza fra soggetto della conoscenza e gli oggetti della conoscenza ( fra cui se stessi).

Più aumenta la coscienza duale meno si comprende, perché si allarga il divario.

Dunque, prima bisogna dimorare nel senso di essere, l’unico che ci testimoni la nostra esistenza, e poi comprendere che non siamo neppure quella coscienza, ma qualcosa che è anche al là di tale divisione dell’essere. Allora ipotizziamo uno stato originario che non abbia bisogno della coscienza duale, perché unitario.

E infine cerchiamo di intuirlo.

venerdì 19 maggio 2023

Il tutto e il nulla

 

Un lettore mi contesta l’affermazione che il non essere sia a fondamento dell’essere, perché, già secondo Parmenide, il non essere o il nulla è esattamente ciò che non è.

È vero a livello assoluto (la mancanza di ogni cosa, di tutto: qualcosa c’è sempre), ma non è vero a livello relativo (la mancanza di qualcosa).

In altre parole, il tutto non può non essere, ma le singole cose possono scomparire e non essere più.

Il fatto è che si tratta di semplici concetti della mente. E il nulla esiste, almeno a livello concettuale, proprio per poter pensare il tutto. E viceversa.

Sul piano della realtà abbiamo più esperienza del nulla (la mancanza di qualcosa o di qualcuno) che del tutto. Per esempio, quando una persona muore, per noi non esiste più e quindi è nulla.

Quanto al tutto, rimane un concetto vago, perché noi non possiamo averne esperienza… se non di qualcosa che si contrappone al nulla. Esiste dunque solo come concetto.

Il problema è che la nostra mente è duale e deve sempre contrapporre due opposti, che sono puramente teorici, ma non esperibili. Quando potremo esperire il tutto o il nulla (che sono la stessa cosa), la mente con i suoi concetti sparirà.

giovedì 18 maggio 2023

La Supercoscienza

 

Essere consapevoli di essere vuol dire essere la coscienza. Ma essere consapevoli di essere coscienti vuol dire essere il Testimone. Che è l’interfaccia tra il manifesto e l’immanifesto, fra la coscienza mondana e l’Oltre.

Quando la coscienza mondana sparirà con il corpo, il Testimone si risveglierà alla Coscienza universale, la Supercoscienza.

L'amore aggressivo

 

Se poi siete un tipo che ama la pace e la calma, siete nel posto sbagliato. Siete come Arjuna nella Bhagavad Gita che, alla vigilia di una battaglia, non vorrebbe combattere perché capisce la follia della guerra e non vorrebbe far male a nessuno. Ma il dio Krishna gli dice che tutta la vita è una guerra e che lui, volente o nolente, ne sarà coinvolto.

Questa è la verità, perché la guerra è dappertutto sia sui campi militari sia nella vita sociale, dove prende altri nomi, come concorrenza, antagonismo, agonismo, selezione, confronto, invidia, sport, potere, politica, economia, odio, eccetera eccetera. Dovrete combattere in ogni caso o sarete ben presto sopraffatti.

Questo perché l’essere umano ama la vita, la violenza, la contrapposizione, la conquista, l’amore…

Sì, anche l’amore è un effetto dell’aggressività umana. È come un fuoco che scalda o brucia. Fa bene, ma fa ance male.

La pulsione sessuale, con cui la vita si assicura la trasmissione, è pur sempre parte dell’aggressività umana. Un essere veramente non aggressivo non proverebbe nessun impulso a conquistare, a copulare, a possedere. Ma proverebbe solo un amore universale.

martedì 16 maggio 2023

La "bellezza" della vita

 

Non c’è pericolo che qualcuno si fermi un momento a riflettere. Appena si ha un’ora libera, ci si dedica a viaggi, spettacoli, hobby, rapporti sociali, cinema, televisione, cellulari e compagnia bella… tutto pur di non meditare, di non stare con se stessi. Una perfetta alienazione, cioè non essere se stessi, non voler mai essere se stessi.

Siamo affascinati dallo spettacolo del mondo e lo guardiamo incantati come se fossero fuochi d’artificio o qualche film avvincente.

Meditare non è essere coinvolti o pensare o fantasticare, ma essere coscienti della coscienza, assaporare il senso di essere e poi capire cos’è il nulla e la morte.

Tutti abbiamo paura di morire, perché abbiamo paura di perdere la coscienza. E in effetti è la coscienza che proietta tutto lo spettacolo.

Ma è uno spettacolo illusorio, fugace, inconsistente. Sostanzialmente falso.

Se, prima di nascere, ci avessero chiesto di entrare in un utero e passare anni a crescere per poi morire, nessuno avrebbe accettato. Saremmo stati stupidi. In realtà siamo stati trascinati in questo mondo, non per il nostro desiderio ma per il desiderio dei nostri genitori. Sono loro che hanno compiuto il misfatto.

Nascere è una cattiva idea, uno sbaglio, un imprigionamento, una degenerazione: tutti i miti d’origine ne accennano.

La nascita della coscienza è la spaccatura cosmica, lo sdoppiamento di ciò che c’era prima – uno stato unitario.

Le religioni e le autorità sociali ci decantano la bellezza della vita, perché vogliono renderci schiavi di loro che comandano.

Ma, se la vita fosse così bella, perché nessuno torna mai indietro dal mondo dei morti?

lunedì 15 maggio 2023

L'inconoscibile

 

Se non crediamo a qualche religione infantile, con i suoi dei e i suoi paradisi-inferni, diciamo che dopo la morte non c’è più nulla – o c’è il nulla. Ma questo nulla, lungi da essere un annullamento, è lo stato originario da cui siamo emersi - uno stato dove non c’era il conoscere.

Il conoscere, con il suo sdoppiamento soggetto-oggetto, appartiene al mondo, non allo stato precedente. Che noi riteniamo il nulla, perché non possiamo conoscerlo con la solita mente.

Ma proprio l’impossibilità di conoscerlo dimostra la sua presenza, il cui riflesso mondano è l’attuale presenza mentale, il senso di essere, l’io sono.

Senza l’inconoscibile, non potrebbe esserci il conoscibile.

Con la differenza che il conoscibile è temporaneo e sostanzialmente falso, mentre l’inconoscibili è fuori dal tempo e dunque stabile realtà-verità.

domenica 14 maggio 2023

Le due felicità

 

Tutto nell'esistenza è transitorio, dalla vita degli esseri viventi alla vita dei grandi ammassi stellari. Un giorno moriremo tutti noi e morirà anche l’universo. Questo ci dicono gli scienziati e questo ci dice la nostra esperienza. Tutto insomma nasce all’insegna del cambiamento costante, dello scorrere del tempo e della vita-morte. Vita e morte sono un binomio indissolubile: se c’è la vita vuol dire che ci sarà la morte. Ma è vero anche il contrario: se c’è la morte, la fine, il nulla, vuol dire che possono esserci anche la vita, il principio e il tutto o comunque qualcosa.

Questo è il primo assioma della conoscenza, che è sempre duale e dinamica, con un passaggio continuo da uno stato di essere a uno stato di non essere, e viceversa, da uno stato di soggetto conoscente a uno stato di oggetto conosciuto, e viceversa, da uno stato di io a uno stato di altro, e viceversa.

Nel binomio essere-nulla, il non essere è la conditio sine qua non dell’essere. Almeno per la nostra mente duale.

In questo andirivieni continuo, noi siamo sballottati come se fossimo in preda a un moto ondoso. E dobbiamo cercare di barcamenarci; su e giù, su e giù, su e giù…

Anche felicità e infelicità si alternano di continuo. Di solito siamo felici quando esaudiamo qualche desiderio, ma, una volta esaudito, ritorna lo stato di mancanza o la sofferenza. E questo per tutti; dal re al miserabile.

Questo però significa che in ogni situazione negativa incomincia a profilarsi anche una posizione positiva e che da ogni evento sfavorevole può venire qualcosa di favorevole.

Il dolore è necessario almeno quanto la gioia, per il cambiamento, e c’è infatti un tempo per tutt’e due.

In questo moto ondoso o dialettico, l’importante è non farsi travolgere, ma mantenere la barra diritta. Insomma, dobbiamo ritrovare ogni volta il nostro equilibrio, secondo un principio di autoregolazione o omeostasi. Che è quell’atteggiamento che permette di conservare le proprie caratteristiche al variare delle condizioni.

Questo per dire che la base di ogni saggezza e di ogni capacità di resilienza è il mantenimento della propria pace interiore.

La prima felicità è relativa e mutevole, la seconda ci porta la stabilità.

venerdì 12 maggio 2023

Al di là del bene e del male

 

Un Dio del Bene, come nella vecchia teologia, non può esistere. Perché dove c’è il bene c’è anche il male.

Invece Dio è al di là tanto del bene quanto del male.

È la nostra mente, dualistica, che deve dividere tutto in contrari apparentemente contrastanti ma in realtà complementari. E quindi se concepisce un Dio del Bene, ecco che deve concepire anche il suo apparente opposto, il Demonio.

Ma la Trascendenza o lo Stato originale è proprio questo “aldilà.”

Funzioni

 

Se sai di essere, vuol dire che prima non eri o non sapevi di essere. Ma qual era lo stato originale del non essere o del non sapere?

Tu non sai rispondere, ma sai che ci deve essere. Perché?

Perché conosci la funzione, che è te stesso, la tua vita, il tuo io. Questo c’è, più o meno reale.

Sei una funzione di un’incognita x, come in matematica.

Ma, se c’è la funzione, ci deve essere ciò di cui sei la funzione. Quello, la x. Che non è un Dio, ma lo Stato che permette la funzione.  

L'importanza della vita

 

La vita non appartiene alla categoria delle cose utili (o inutili). È totalmente superflua: questo dobbiamo capire.

Il fatto che ci sia o non ci sia non interessa a nessuna Autorità superiore. È un gioco o un fuoco d’artificio, finito il quale si ritorna allo stato normale. Può apparire o scomparire ad ogni momento, senza spostare nulla.

Per ora c’è, ma il momento successivo può non esserci. E viceversa: può non esserci e poi all’improvviso c’è. Come un suono cha va e viene, una vibrazione.

Non crediamo di essere importanti, con tutto il nostro corpo e la nostra coscienza egoica. Non lo siamo. Non più di una formica o di una foglia.

giovedì 11 maggio 2023

La vita è sogno

 

Qual è il criterio per stabilire quando un cosa è reale?

Se ci pensiamo, capiamo che, quando una cosa ha prima un inizio e poi necessariamente una fine, questa cosa è effimera (anche se dura millenni), temporanea, transitoria, precaria e instabile, e quindi ha la consistenza di un sogno.

Che cosa stabilisce, infatti, che siamo in un sogno se non il fatto che a un certo punto finisce (e ci svegliamo in un’altra dimensione)?

E questo succede con la vita che è destinata a morire. Il suo grado di realtà è dunque dimidiato, inficiato, limitato.

È sorta per durare poco. Non può ambire a essere reale. Appartiene alla categoria dei sogni, delle immaginazioni, delle illusioni, delle fantasie, delle allucinazioni.

Tutto nell’universo è destinato a finire, dalle stelle ai pianeti, e quindi tutto è un gigantesco sogno della mente.

Ma chi è il sognatore?

L’entità che si pone la domanda, ossia la coscienza che sa di dover morire, non può che portare dentro di sé un’angoscia cosmica. “Perché deve finire tutto e io devo scomparire con le persone che ho amato?” Un interrogativo che si poneva già il poema sumero di Gilgamesh del terzo secolo a.C..

Per vincere questa angoscia ci siamo inventati paradisi (e inferni) istituiti da qualche Dio o da cicli di reincarnazione. Ma la toppa è peggiore del buco, perché proiettiamo la logica dualistica della nostra mente addirittura in un ipotetico aldilà. Infatti ci sarebbero gli inferni, i purgatori, le condanne, i peccati, i demoni, i diavoli… e il male continuerebbe per sempre.

Lasciando da parte queste superstizioni, c’è un’altra possibilità. Che l’aldilà sia in realtà… la realtà, da cui siamo usciti inaugurando le nascite e le morti, i principi e le fini, le gioie e i dolori, il tempo e lo spazio. Tutto questo prima non c’era e non c’era nessun bisogno che ci fosse.

Per un soprassalto o per una vibrazione del tutto spontanea, dall’Assoluto, che non sapeva di essere, che non aveva bisogno di essere (perché al di là tanto dell’essere quanto del non essere) è nata la coscienza che ha proiettato tutto questo universo.

Ma l’universo resta una specie di allucinazione o di sogno, da cui ci sveglieremo con la morte, che segna la fine del corpo e della coscienza individuale. E che cosa rimarrà?

Rimarrà lo Stato originale, che non è un Dio, una personalità o una volontà, ma qualcosa di unitario (l’Uno) che non può essere definito dalla nostra mente duale.

martedì 9 maggio 2023

Quello

 

Potete anche chiamarlo Dio, Cristo, Krishna, Rama, Brahman, Allah, Jahvè,  Eloin, Uno, Assoluto, Trascendenza, Sorgente, Origine, Fonte, Totalità o come volete, ma la situazione non cambia. Si tratta sempre di Quello, qualcosa che non può essere definito, ma che sta alla nostra base.

Il problema è che noi vorremmo conoscere attraverso i nostri concetti e le nostre parole duali ciò che è al di là di concetti e parole, ciò che è unitario. Quello che non dovremmo fare è attribuirgli volontà, comandamenti, principi, leggi sacre, credo, dogmi e religioni. Perché Quello è al di fuori di tutto questo.

Le religioni sono in tal senso grandi falsificazioni. Attribuiscono principi morali e disegni a un Dio che è al di là d’ogni dualismo bene-male e buono-cattivo. Vogliono che Dio ragioni con la nostra stessa mente e i nostri valori.

Un’altra cosa da non pensare è che Dio sia una Persona, mentre è uno stato.

È lo stato che c’era prima della nostra nascita e che ci sarà dopo la nostra morte. E non si può pregare come un’altra cosa da Sé. Ma è il proprio Sé, la propria vera identità. Che non è un normale io, ma l’insieme delle cose.

In tal senso è anche noi. Cioè noi siamo Dio. Siamo Dio ma non lo sappiamo. Siamo un Dio che si è malauguratamente limitato e identificato con un corpo e una mente: ecco perché non capisce più chi è.

Si è formata una coscienza che sa sempre di essere, ma che non sa da dove è saltata fuori. In realtà è una degenerazione, una spaccatura dell’unità originale, che è al di là anche del dualismo coscienza/non coscienza, essere/non essere.

Alla morte ritroveremo l’unità e la coincidenza soggetto/oggetto, io/l’altro.

Per ora siamo nel mondo della coscienza dove dobbiamo lavorare e darci da fare, sempre con una certa sofferenza.

Quando però scopriamo – o qualcuno ci rivela – che la radice di ogni problema è proprio la nostra coscienza infelice e desiderante e che tutto ciò che conosciamo e sperimentiamo è uno spettacolo triste-allegro, amaro-dolce, buono-cattivo come un sogno o un’illusione, allora incominciamo a percorrere la giusta strada e usciamo dall’infantilismo delle religioni.

lunedì 8 maggio 2023

Identità come perfetta o più completa coincidenza

 

Noi osserviamo noi stessi: questo è un dato di fatto. Non ci limitiamo a vivere, ma c’è un punto da cui ci osserviamo. Chiamiamolo l’Osservatore o il Testimone.

Ci siamo trovati un bel giorno a vivere, senza sapere come. Da qui l’idea che ci abbia creato qualche Dio. Ma forse c’è stata una forma di oblio, ci siamo dimenticati dello stato da cui venivamo. E adesso sappiamo che siamo, ma ignoriamo da dove veniamo.

È una strana situazione. È come se ci mancassero i genitori. Per questo indaghiamo sulla nostra origine. Ce la siamo dimenticata.

Tuttavia siamo coscienti di essere, sappiamo che abbiamo un certo corpo, una certa mente e un certo carattere. Ma non sappiamo chi eravamo prima, prima di essere coscienti. Non eravamo? Ma questo è ancora più assurdo, perché dal non essere non può nascere qualcosa.

Allora pensiamo che prima non eravamo coscienti. Eravamo in uno stato di non conoscenza e, all’improvviso, da questo stato di non conoscenza è apparsa la capacità di conoscere… non solo le cose, ma anche se stessi.

Ora, questa è la nostra identità o realtà originale. Qualcosa in cui non c’è coscienza in quanto dualità. Ma c’è una perfetta identità.

Lo stato precedente e successivo (dopo la morte) non può essere cosciente, perché non può essere diviso fra soggetto che conosce e soggetto conosciuto. È un tutt’uno, è uno.

Questa realtà è al di fuori dello spazio-tempo, perché, come le leggi della fisica o della matematica è valida sempre. Non può avere un inizio e una fine.

Dunque, abbiamo una realtà che non possiamo conoscere, ma che siamo.

sabato 6 maggio 2023

Il paradosso

 

Il paradosso è che colui che conosci non è te, mentre colui che non conosci è il vero te stesso. Questo significa che tutta la conoscenza accumulata non ti è utile per conoscere te stesso e quindi, a livello metafisico, è falsa, è ignoranza.

Sai tante cose, ma non sai chi sei veramente; sai tante cose, ma nessuna che ti serva a conoscere la tua ultima o prima identità.

Però, intuitivamente, puoi capire di non essere né questo corpo né questa mente.

Sei altro, sei qualcosa che non puoi conoscere perché, per conoscere in questa dimensione, devi mettere in azione una coscienza duale,  mentre la tua vera identità è unitaria e quindi è al di là della conoscenza bipolare.

Il paradosso continua perché ciò significa che gli uomini vedono tutto come uno spettacolo. Da qui la loro passione per le cerimonie, il cinema, i rituali, la televisione, i cellulari.

Tutto per loro è uno spettacolo esteriore… anche l’universo.

Se dovessimo dire che cos’è la conoscenza ultima, diremmo che non ci sono individui separati, perché tutto è Uno. Ma, all’interno di questo Uno, qualcuno sogna di essere un individuo singolo.

La prima fase della meditazione è essere presenti, è percepire di essere vivi e coscienti. La seconda è capire che è tutto uno spettacolo, un sogno, un’illusione, un gioco di immagini e di concetti.

La terza è sentire che la realtà ultima è altra.

La tua vera identità è prima che sorgesse la coscienza duale.

Ma perché è nata?

Per una banale vibrazione dell’essere.

venerdì 5 maggio 2023

Se credi in Dio

 

Se credi in Dio, “il Signore”, è perché vuoi mendicare qualcosa da Lui, come un qualsiasi poveraccio. “Signore, abbi pietà di me! Signore, aiutami!...”

Ma non è Lui che ti avrebbe creato? E ti avrebbe creato in modo che tu debba chiedere aiuto e pietà. Come un indigente, come un bisognoso, come un miserabile?

Poteva risparmiarsi la fatica.

E la causa della sofferenza non è questa o quella, ma la coscienza infelice di cui tu ti vanti, ringraziando Dio perché ti ha dato la vita? questa vita cosciente?

Ma quando non avevi questa coscienza, forse soffrivi?

No, stai sbagliando prospettiva, ti sei confuso.

Tu sei Dio, che si è autolimitato nello spazio, nel tempo e in una individualità per cercare di conoscersi. Ma l’esperimento è fallito: fallisce sempre.

Ritorna alla tua vera natura, riconoscendo la vita attuale come uno stato di minorazione, di menomazione, di limitazione.

Se credi in Dio, non credi a te stesso.