venerdì 31 gennaio 2020

La bontà illusoria


Anche se vorrete essere buoni ad ogni costo, non volendo far del male a nessun essere vivente, non ce la farete: dovrete sporcarvi le mani e uccidere. Infatti, anche se rinuncerete alla carne e vi ciberete di soli semi, dovrete nutrirvi dei “figli” delle piante o delle piante stesse o dei loro organi sessuali. Dunque, distruggerete della vita.
Non c’è modo di uscire da questa necessità: la vita deve nutrirsi di altra vita.
La Natura-Dio non è buona come vorremmo noi. Anzi, è del tutto egoista: pensa a mandare avanti se stessa con ogni mezzo.
Siamo noi che abbiamo deciso che gli animali siano più importanti delle piante. Ma le piante non sarebbero d’accordo. E che la Natura-Dio sia al di là dei nostri concetti di bene e di male, lo dimostra il fatto che la nostra vita individuale, una volta riprodotti, diventa inutile, tanto che può essere distrutta senza tanti complimenti.
Questo non vuol dire che la vita non abbia un’etica superiore, ma che non corrisponde affatto alla nostra etica. In tal senso, noi siamo più compassionevoli di Dio.
Dio è un’energia selvaggia che non è stata ancora domata e normalizzata. Il Dio delle religioni è invece una creazione umana, che risponde ai bisogni di una protezione illusoria.


Il potere della calma


Il misticismo della meditazione è uno stato di calma e di chiarezza eccezionali, che si produce nel silenzio, nell'immobilità (psicofisica) e nella consapevolezza senza oggetto. E ciò anche se in altri momenti si è agitati e confusi.
       D'altronde, questa visione calma e questa condizione di calma sono stati da tempo identificati con uno stato di trascendenza spirituale.
       "La calma profonda che sgorga da questo corpo e che, per sua natura, raggiunge la luce suprema, questo è l'atman (il centro dell'anima); è l'immortalità, è l'assenza di paura, è il brahman (Dio)" dice la Chandogya Upanishad.
       Ma potremmo citare decine di mistici di tutte le religioni del mondo che affermano la stessa cosa. Uno per tutti: santa Caterina da Genova:
       "Lo stato di questa anima è un senso di tale intensa pace e tranquillità che le sembra che il proprio cuore e il proprio essere corporeo, e tutto sia dentro che fuori, sia immerso in un oceano di somma pace; dal quale essa non potrà mai venire fuori, qualunque cosa possa accaderle nella vita. Essa è inamovibile, imperturbabile e impassibile. A tal punto che le sembra, nella sua natura umana e spirituale, sia dentro che fuori, di non poter provare nient'altro che la più dolce pace".
       Questa pace, questa calma, questa quiete, che con la meditazione prolungata è accessibile (e in parte conservabile) non è dunque cosa da poco. È addirittura il centro della spiritualità ed è la natura della trascendenza.
       Per il nostro mondo, invece, la calma è un valore insignificante. E infatti siamo immersi nella guerra, nello scontro, nella violenza, nella passionalità e nella confusione. Si insegna a lottare, non ad essere calmi. Per noi, l'aggressività, la competitività e il chiasso sono qualcosa di positivo. E i risultati si vedono.



Ottenere le cose


Siamo convinti che, per ottenere qualcosa, sia necessario darsi da fare e conquistarselo. Ma esiste anche un'altra via, per così dire "femminile". Attrarre ciò che desideriamo senza chiederlo direttamente, ma attirandolo, propiziandolo. Anziché intervenire direttamente, lo propiziamo con un "vuoto interiore". "Questa è la legge di colui che nulla chiede" dice la Kausitaki Upanishad.
       Naturalmente, se vi si rompe la lavatrice, questo metodo non sarà il più efficace (lo sarebbe attraverso giri complicati), ma nel campo degli eventi umani e dei rapporti interpersonali, è tutto un altro discorso. Infatti, ognuno di noi nasce per riempire un determinato vuoto, per svolgere una certa funzione, per attuare un piano, per compiere alcune cose, e, se a queste cose aspirate interiormente, con determinazione e tenacia, prima o poi le realizzerete.

“L'uomo può volgersi dovunque, può intraprendere qualunque impresa, ma ritornerà sempre su quell'unica via che la natura gli ha prescritto”
                      Goethe

       Il problema sta dunque nell'individuare e nel volere questa vocazione. In tal senso, si deve volere ciò che si è, si deve volere il proprio destino. Se, facendo il vuoto interiore, identificate e volete ciò che vi è necessario, riuscirete ad ottenerlo come per magia: gli eventi volgeranno a vostro favore.
       Lo otterrete anche non facendo niente, anzi, proprio perché non farete... nient'altro.



giovedì 30 gennaio 2020

Oltre il soggetto e l'oggetto


In meditazione, l'arretramento del soggetto significa rinunciare alla pretesa di cercare la realizzazione o l'illuminazione per potenziare il proprio io, dismettere la volontà di autoaffermazione egoica, e rendersi conto che soggetto e oggetto sono complementari, le due facce di una stessa medaglia, e che ogni persona è il nodo di una rete, è il frutto di un lungo e complesso percorso che lo ha condotto a quel punto.
       Significa meditare dimenticandosi di essere un sé.
       Di solito noi pensiamo di essere un soggetto che percepisce un certo oggetto. Ma, accrescendo con una forte concentrazione, la consapevolezza dell'oggetto, cessa l'idea di essere entità separate e si giunge ad un'esperienza di unità. Questo vale a maggior ragione se l'oggetto della percezione diventa il soggetto stesso, ovvero se il soggetto si concentra acutamente su di sé.
       Per far questo, chiudere gli occhi e concentrarsi non su un oggetto specifico, ma sul proprio centro.

"Ciò da cui arretrano le parole e che non è conseguibile nemmeno con il pensiero"
                              Taittiriya Upanishad

       Qui subentra la paura di perdere se stessi. In realtà si va al di là della divisione tra soggetto e oggetto.

Il ritiro periodico


Ritiri periodici sono importanti per ritrovare se stessi, il proprio equilibrio e le proprie energie – ormai lo riconoscono tutti. Per esempio, oggi si parla di silent retreat mania o di esperienza interiore dell’èremos per indicare la necessità si isolamento e di raccoglimento, oppure va di moda il libro di Erling Kagge, Il silenzio, dove si parla del bisogno di cercare nella natura grandi spazi vuoti e privi di affollamento e di chiasso. Del resto estraniarsi dagli affanni e dagli assilli del quotidiano è ormai diventata una pratica sempre più richiesta da persone stressate, nervose, tese e corrose dal rumore dei nostri ambienti. Ritrovare queste esperienze è ciò di cui abbiamo bisogno per recuperare pace e tranquillità.
D’altronde, come diceva Wittgenstein, “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” .
       Ma lasciamo stare le mode e lasciamo anche perdere gli innumerevoli benefici a livello psicofisico sciorinati dagli studi scientifici. E leggiamo qualche libro dei grandi meditanti del passato. C’è già tutto per capire la nostra condizione, che oggi come ieri non può mai essere veramente felice se non ci si applica quotidianamente o periodicamente alla meditazione, alla natura e alla ricerca della calma e della consapevolezza.

Il silenzio, da un certo punto di vista, è il contrario di tutto questo. Ci chiede di andare dentro le cose che stiamo facendo. Di "esperire" e di non pensare troppo. Di lasciare che ogni istante abbia una sua grandezza. Di non vivere la vita attraverso le esperienze degli altri o gli oggetti. Chiudiamo fuori il mondo e creiamo il nostro silenzio personale quando corriamo, prepariamo da mangiare, facciamo sesso, studiamo, chiacchieriamo, lavoriamo, abbiamo una nuova idea, leggiamo oppure balliamo.” (Einaudi Editore)

mercoledì 29 gennaio 2020

Cambiare la realtà


La meditazione è capace di trasformare gli stati psichici. Se, per esempio, mi addestro a lungo a rimanere calmo, distaccato e silenzioso (soprattutto mentalmente), il mio stato d'animo generale assumerà a poco a poco queste caratteristiche, con importanti cambiamenti fisiologici (abbassamento della pressione, ecc.). Possiamo dunque influire su noi stessi.
       Ma possiamo influire sulla realtà che ci circonda?
       Ora, dobbiamo capire che il soggetto e l'oggetto sono separati solo per la mente dualistica, ma che in realtà sono complementari, e quindi un tutt'uno. Lo stato che precede la contrapposizione soggetto/oggetto è una condizione in cui c'è un processo, ma non ancora i suoi due estremi: chiamiamolo «campo unificato».
       Da questa intuizione si intravede la possibilità di cambiare le cose. Ritornando infatti al «campo unificato», si può cambiare il tipo di rapporto tra soggetto e oggetto.
       Bisogna però abbassare le pretese dell'ego facendo un passo indietro, ossia facendo quella sorta di «vuoto mentale» che è in realtà un superamento del pensiero dualistico.


Il pensiero unico


Tutti avranno notato che se in una rete televisiva c'è un programma ritenuto importante, una partita di calcio o il festival di Sanremo, tutte le altre rinunciano ad ogni tentativo di concorrenza e trasmettono vecchissimi programmi, scoloriti dal tempo. Insomma, c'è una specie di palinsesto unico, anzi di pensiero unico. Il che dimostra come le nostre aziende non siano attrezzate a farsi una vera concorrenza. Sono abituate a vivere o di monopoli o di accordi sotterranei. Ma sul libero mercato non osano avventurarsi, timorose di affondare. Questo discorso vale in ogni campo, dalle banche ai telefoni, dalle assicurazioni all'energia. Tutti fanno le stesse cose, tutti hanno gli stessi prezzi. Nessuno ha mai un'idea o un'iniziativa nuova. È l'immagine di un'Italia vecchia e reazionaria, che non ama né i confronti né la concorrenza né le novità, affidata a conduttori che sono in televisione da una vita. Non sarebbe ora di portare un po’ di aria nuova?    
       La televisione condizionata da politica e pubblicità è diventata uno spettacolo penoso, specchio della nostra decadenza.

IL peggior peccato


Il peggior peccato contro lo spirito è certamente quello della superbia, dell'orgoglio, della presunzione, del credersi dalla parte del vero e del giusto, del ritenersi detentore del potere di giudicare gli altri. Non si tratta di un peccato da poco: è la base di ogni altro errore, è ciò che porta a sbagliare e a far sbagliare anche gli altri. Al fondo c'è una mancanza di consapevolezza, un egocentrismo e un'ignoranza che è il fondamento di tutto ciò che di negativo può esserci nell'uomo. Quando una persona crede di possedere la verità e si permette di giudicare, di condannare o di assolvere gli altri, commette il più grande peccato che esista al mondo. Mancando di senso della misura, di autocritica, di modestia, di saggezza e di sani dubbi, non può che sbagliare coinvolgendo nel suo errore anche molti altri.
       Lo vediamo chiaramente in tutte le ideologie totalitarie e fideiste. Quanti misfatti compiono in nome della loro presunzione!
       Questo è esattamente l'errore che compiono anche i sacerdoti di tutte le religioni, che credono di avere la verità in tasca e di poter giudicare gli altri. O sono presuntuosi o sono ignoranti o sono ipocriti. Si approfittano della buona fede o della ingenuità delle masse per comandare e condurre gli uomini su false strade. Sfruttano l'incapacità di tanti individui di pensare con la propria testa per confonderli, convincerli e plagiarli. Il tutto in nome non del bene generale, ma del loro stesso potere.

Masse e virus


Ci eravamo illusi che la massa fosse potere, che bastasse essere in tanti per affermare una verità o per produrre crescita, che l’individuo isolato fosse un perdente… ed ecco che il corona virus cinese viene a colpire i grandi ammassamenti per ricordarci che è più importante la qualità che la quantità e che è necessario isolare il singolo dalla massa. La natura non sbaglia e ci avverte quando prendiamo direzioni sbagliate. Oltretutto, con la sovrappopolazione stiamo distruggendo il pianeta mangiandoci tutte le risorse e intossicando l’ambiente.
Ci salverà l’isolamento, così come è già successo nelle epidemie del passato. Impariamo la lezione: non siamo fatti per essere formiche.
L’assembramento delle folle trasformerebbe anche un paradiso in inferno.
La cura è creare spazio fra l’uno e l’altro e fra sé e se stessi. La cura è scoprire la meditazione, il silenzio e il distacco.

martedì 28 gennaio 2020

Un Dio alienato


Secondo la Bibbia, al momento della creazione, "Dio disse: 'Sia la luce!'. E la luce fu". Poi continuò a creare varie cose, e ogni volta la Bibbia ripete: "Dio disse...".
       Ma con che voce parlava? E a chi parlava? Non c'era nessuno oltre a a lui.
       Dunque, bisogna concludere che parlava a se stesso. E, se parlava a se stesso, vuol dire che era sdoppiato.
       Ora, se Dio era schizoide, figuriamoci la sua creazione!
       Questo è d'altronde il prezzo che si paga per avere una coscienza. Che cos'è la coscienza se non uno sdoppiamento? Da una parte il soggetto e dall'altra se stesso come oggetto.
       Bisogna andare più a fondo della comune coscienza dualistica per trovare una consapevolezza integra, priva di sdoppiamento fra chi conosce e chi è conosciuto.

Dubitare di tutto


Un uomo uccide i suoi due bambini e poi tenta di suicidarsi. Ma non ci riesce, e viene salvato. Quando si riprende, gli domandano perché lo ha fatto, e lui risponde che voleva portare con sé i figli nell'aldilà, dove si sarebbero riuniti.
       In fondo, un uomo di grande fede. Poco differente dai fanatici musulmani che, per eliminare qualche infedele, si fanno saltare in aria, sicuri di finire nel paradiso di Allah.
       Peccato che questo padre non sia morto, perché così il ricongiungimento è fallito e ha negato ai suoi figli la possibilità di vivere la loro vita!
Quanto a noi, coltiviamo un sacrosanto dubbio e indaghiamo su tutto.
La fede viene invocata da coloro che non possono dimostrare nulla di ciò che affermano. La verità-realtà si impone da sola. Basta aprire gli occhi e guardare direttamente. Se guardi e vedi non hai più bisogno di fede.

Il prezzo dell'anima


Se credevate che l'anima, essendo un principio spirituale, non dovesse rientrare nella logica commerciale ed economica, e non avesse per così dire nessun costo, né potesse o dovesse essere sottoposta al mercato del dare e dell'avere, insomma agli scambi di denaro, vi sbagliate. I nostri ineffabili preti sono capaci di incassare dalle Regioni ben cinquanta milioni di euro per la semplice assistenza alle anime negli ospedali. Forse vi illudevate che questo servizio facesse parte della loro missione, o che bastasse il miliardo e passa di euro che già la Chiesa riceve con l'otto per mille. Nient'affatto; se, quando siete gravemente ammalati in un ospedale, avete bisogno del conforto di un prete, sappiate che dovete pagare o che la Regione paga per voi - che è poi lo stesso.
       Lasciate dunque perdere queste religioni affamate di denaro. Datevi alla meditazione, che non costa nulla, che non vi assoggetta a nessuno, che non ricorre a discorsi stereotipati e che vi prepara ai momenti peggiori. Quale altro assistente cercate oltre a quello che avete già dentro di voi? Credete che un prete possa placare i vostri tormenti o togliervi il peso di ciò che avete o non avete fatto? Quello neppure Dio può farlo. Ormai fa parte del vostro karma, del vostro destino, e vi seguirà dappertutto.
       La cura dell'anima affidatela... all'anima. Lei sa già ciò di cui avete bisogno.
Solo per restare al cristianesimo, Gesù diede l’esempio cacciando i mercanti dal Tempio. Ma i suoi sedicenti seguaci, dimentichi di ogni spiritualità, si fanno pagare per le loro parvenze di servizi. Che credibilità possono avere? E quanto al Buddha, semplicemente aveva vietato l'uso del denaro.

Trascendenza e Dio


Ridurre la trascendenza al concetto di Dio è quanto di più semplicistico ci possa essere, addirittura un atto primitivo, un atto da scimmia antropomorfa che ricerca il capo-branco.
       Il problema è che la nostra mente ha già operato una riduzione di senso quando ha pensato Dio. Tutto sommato, quando gli dei erano numerosi e rappresentavano forze della natura o caratteristiche umane, con tutta la loro ambiguità, si era più vicini alla realtà. Ma poi si è introdotta una specie di dittatura della ragione, che ha voluto “misurare” l'Origine di tutto e darle un'interpretazione umana. Ci si è dimenticati che – come diceva il Tao Te Ching - “il cielo e la terra sono inumani”.
Così è nato il Dio delle religioni monoteistiche, sempre più lontano dalla trascendenza.
       La trascendenza non può avere un senso definito, chiuso, delimitato. Ma è piena di ambiguità, di ambivalenze, di incertezze, di contraddizioni, è dinamica, mossa... non segue per niente la nostra logica dittatoriale. Non è un padre, non è un dittatore, che si è fissato una volta per tutte in modo univoco. Se fosse così, che creatore sarebbe? Sarebbe un piccolissimo Dio.
       La stessa operazione di riduzione e di imposizione di un senso definito e univoco è stata fatta sull'io, che ha perso così la sua multi-valenza per fissarsi in un ego roccioso, che è una vera e propria prigione nella quale ci siamo chiusi.

La trascendenza è al di là della mente dualistica, con le nostre distinzioni bene-male, giusto-sbagliato, origine-fine, causa-effetto, ecc. Dimentichiamoci gli idoli che ci siamo costruiti e proviamo a “ragionare” in tal senso.

Estranei al mondo


Se in certi casi ci sentiamo spaesati, estranei alla massa che ci circonda, se cerchiamo di sfuggire al rumore del mondo, e cerchiamo di starcene soli per un po', non ce ne facciamo una colpa. Non è un difetto, non è un'anomalia, non è una malattia. Se ci sentiamo a disagio in una compagnia di stolti o di ignoranti, non è una nostra mancanza. Ma è un merito – il segno che siamo chiamati a recuperare la nostra identità perduta tra le chiacchiere del mondo, fra le false identità sociali.
       Stiamo cercando la nostra anima, il nostro vero sé.
       Quando perciò proviamo questa esigenza, non ci vergogniamo, non ci sentiamo dei mostri. I mostri sono gli altri, gli uomini sociali, gli uomini-massa, che hanno perso se stessi e che trovano una loro identità soprattutto nel reciproco riconoscimento.

lunedì 27 gennaio 2020

Scendere nel profondo


Se cerchiamo la felicità nelle cose di questo mondo, forse per un po' la troveremo. Ma, ben presto, la perderemo, perché nella natura delle cose c'è il cambiamento incessante: nessuno stato d'animo può durare a lungo.
       Se vogliamo quindi una felicità più duratura, dobbiamo rivolgerci a qualcosa che sia sempre in nostro possesso, dentro di noi.
       Con la meditazione cerchiamo di scendere sempre più in fondo per raggiungere quello stato di consapevolezza che è sostanziato di benessere. Dobbiamo scendere oltre gli strati superficiali della mente, oltre i pensieri e le sensazioni abituali, oltre la coscienza condizionata, per arrivare ad una consapevolezza pura che non ha né soggetto né oggetto.
       Non ha soggetto perché non è un prodotto della mente razionale, della volontà, dell'io o di qualsiasi operazione mentale. Infatti, consiste nel lasciar andare tutti gli stati mentali. Ed essendo pura testimonianza, non può essere neppure un oggetto.
       Scendendo in profondità,  arriviamo al punto in cui restiamo consapevoli dell'essere consapevoli, e questo ci dona gioia. Ci ritiriamo per così dire nello stato primario della mente, la pura consapevolezza o testimonianza di sé.
       Questa discesa è accompagnata da modificazioni fisiologiche, come il rallentamento del battito cardiaco, l'abbassamento della pressione sanguigna e la diminuzione del tasso metabolico. Negli antichi testi delle Upanishad si parla di "quarto stato", al di là dei tre stati di veglia, di sogno e di sonno senza sogni. Tale condizione è una forma di riposo e di rilassamento profondo. Ed è accompagnata da una grande chiarezza mentale.
       Vi si può arrivare attraverso varie vie: seguire il respiro, fissare lo sguardo, ripetere un mantra (prodotto da noi o anche registrato) o semplicemente ripiegandosi su di sé per "guardare sempre più in fondo", verso strati sempre più "sottili". Basta sedersi in modo comodo e rilassato e stare a lungo fermi, seguendo qualche immagine piacevole, qualche suono o niente del tutto. A poco a poco, la mente rallenterà la sua attività, producendo i fenomeni fisiologici di cui parlavamo. Se ci addormenteremo per qualche minuto, niente di male; al risveglio saremo più calmi e lucidi, due condizioni che favoriscono la meditazione.
       Se a questo punto rallenteremo o sospenderemo la respirazione, schiacceremo la lingua contro la volta del palato, chiuderemo gli occhi e ci concentreremo su un punto davanti a noi verso la punta del naso (magari in un punto luminoso centrale ( chiamato "bindu"), potremo trovare quello stato d'animo che è fatto di calma, di chiarezza e di consapevolezza.
       Quando torneremo alle attività abituali, saremo più riposati, lucidi ed efficienti.
       Questa immersione quotidiana nella nostra interiorità più profonda è come un bagno ristoratore e ci dà un'idea di che cosa sia lo stato ultimo (o primo) di consapevolezza - l'origine di tutto. Usciamo dalle beghe, dai rumori e dalle miserie della vita ed entriamo nel regno del silenzio e della pace.


Le dipendenze


Sentivo che c'è allarme per un ritorno dell'eroina. Si pensava che questa sostanza ormai fosse desueta e che fosse stata sostituita dalla cocaina, una droga senza buchi e più adatta allo stile di vita moderno, cioè all'esaltazione senza distinzioni dell'ego e dell'attivismo frenetico. Ma, in realtà, è stato fatto notare che non è tanto in aumento l'uso dell'eroina quanto la dipendenza in generale. Ecco il punto.
       Pare che la società postmoderna sia intrisa di dipendenza, perché porta irresistibilmente a consumi patologici e a cercare sostegno in qualcosa o in qualcuno. La triste realtà è che le dipendenze sono tutte in aumento, senza distinzioni. Prendiamo per esempio il gioco d'azzardo, che nell'agenda mediatica ha soppiantato le “vecchie” sostanze stupefacenti.
       Aggiungerei anche la religione, veicolata senza soste dalla televisione di Stato e, ovviamente in politica, la ricerca del leader, del "salvatore della patria". A Torino si è scoperto che le ostie venivano riempite di crack – insomma una doppia droga.
       La nostra società è "postmoderna" nel senso che ritorna all'antico. Pochi ricchi e sterminate plebi di miserabili. E dappertutto il bisogno di attaccarsi o a sostanze che stordiscono la mente o a figure carismatiche che facciano sognare un cambiamento.
       Allora, il problema è proprio questo: insegnare alle persone ad essere libere ed autonome, e a non dipendere sempre dagli altri, a non aspettarsi salvatori, a non cercare di istupidirsi per non vedere la realtà.


      

A volto nudo



Nelle nostre società tutti indossano una maschera, dietro la quale nascondono la loro vera natura - talvolta ignota a loro stessi: non sanno chi sono e si affidano ad un ruolo per illudersi di avere un'identità. Ora, chi fa meditazione deve capire una cosa: che può prendere in giro chiunque, ma non se stesso. Non è insomma un prete o un monaco che si presentano come tali solo perché indossano una tonaca o parlano in un certo modo. Ma che cosa c'è sotto quella tonaca e quelle parole?
       Chi fa meditazione non deve portare nessun vestito esteriore, nessun segno di riconoscimento, perché non deve comunicare con altri, ma solo con se stesso. Non può fare l'ipocrita, come tanti religiosi, a meno che non voglia auto-ingannarsi. E, se inganna se stesso, semplicemente fallisce nella sua pratica. Se non è autentico, in meditazione non ottiene nulla.
       Chi fa meditazione non deve convincere nessuno, non deve vendere nulla, non deve predicare nulla. È scoperto, nudo, se la vede solo con se stesso. E, se ha qualche paludamento, lo deve gettare via. O è autentico o non è nulla. Finché si recita una parte, sia pure quella dell'uomo spirituale, non si sta meditando.
       In effetti, la pratica meditativa consiste proprio in questo: liberarsi dei ruoli e delle maschere - e ritrovare momenti di autenticità.

domenica 26 gennaio 2020

Le varie vie della meditazione


Abbiamo tanti modi per indicare le vie e i tipi di meditazione: possiamo parlare di samatha (quiete), di vipassana (visione profonda), di shikantaza (stare seduti), di zen, di anapanasati (seguire il respiro), di dzoghchen (una scuola del buddhismo tibetano), di bhavana (sviluppo della mente), di dhyana, di yoga della mente, di presenza mentale, di sati e di altre ancora. Ma che cosa hanno in comune questi metodi?
Tutti hanno in comune lo sviluppo della consapevolezza, dando per scontato che la qualità della nostra vita concreta e la qualità della nostra vita spirituale dipendano dal livello della nostra consapevolezza. Ora, questo livello si può sviluppare attraverso varie pratiche.
Per esempio, se me ne sto in silenzio e fermo, la mia sensibilità aumenta e posso capire e ascoltare più cose, sia del mondo sia di me stesso.
Per spiegare questo processo, si può usare la metafora dell’ascolto oppure quella della visione: in meditazione si possono vedere più cose.
Questo è il primo scopo della meditazione: recepire, ascoltare, accogliere, vedere o capire tante cose che, nella confusione e nel chiasso abituali, finiamo per trascurare. Il mondo sociale è pieno di rumori e di disturbi di ogni genere, e sembra avere come scopo più l’ottundimento che la chiarezza.
Nella nostra lingua, la parola meditazione indica la riflessione, ma la meditazione orientale invita prima di tutto all’attenzione. E l’attenzione, nel momento in cui avviene, mette a tacere ogni altro interesse, ogni distrazione, ogni pensiero. Se sulla mia strada compare una bellissima donna, in quel momento non penso ad altro e sono concentrato solo su quella visione.
In quella intensa concentrazione, vedo particolari che, nella mia distrazione abituale, mi sfuggirebbero. Inoltre, in quel momento, mi dimentico di ogni altro pensiero. E sono gioioso.
L’esempio ci dice che questa forma di piacevole concentrazione comporta una focalizzazione, una unificazione e un livello di attenzione che sono più elevati del normale. Dunque è possibile sviluppare la consapevolezza delle cose e di noi stessi.
Certi fenomeni su cui si fantastica - il samadhi, l’illuminazione, il nirvana, il satori o il kensho – sono in realtà lo sviluppo di esperienze che già avvengono a livello naturale. Le vie sono tante, ma la meta è unica.

sabato 25 gennaio 2020

Uomini divini


Il Dio biblico, dopo aver cacciato dal paradiso terrestre Adamo ed Eva, che hanno mangiato i frutti dell’albero della conoscenza, mette a guardia un cherubino con una spada fiammeggiante, in modo da impedire che qualcuno possa varcare il confine. Ma anche nella mitologia greca, Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini, viene punito atrocemente da Zeus.
Quanto ci odiano gli dei! Quanto hanno paura di noi!
E siccome gli dei e gli Iddii non sono che nostre proiezioni, sono gli uomini che hanno paura del proprio potere divino!
Eppure perfino nei Vangeli c’è scritto: “Io ho detto: voi siete dei!” (Gv10, 34).
E, in Oriente Nisargadatta e l’Advaita Vedanta, ripetono: “Sei Dio, ma non lo sai!”

La compassione


Nel buddhismo non si parla di amore, ma di compassione. E con ragione.
La compassione dovrebbe nascere dalla constatazione che siamo capitati tutti in uno stesso postaccio, in una stessa prigione, e che sarebbe meglio far causa comune per uscirne.
Ma gli uomini, come si vede anche nelle prigioni materiali, anziché aiutarsi a vicenda, sono capaci di lottare anche lì per la supremazia. Invece di riflettere su fatto che sono tutti prigionieri, si fanno anche lì la guerra. E questo fa il gioco dei carcerieri.
E poi c’è anche qualcuno che finisce per trovare piacevole lo stato di detenzione, quelli che dicono che “la vita è bella”… nonostante tutto.

A forza di pregiudizi


Nell’operazione di conoscere gli altri – e quell’ “altro” che siamo noi per noi stessi – c’è un errore che compiono tutti: non tengono conto dei propri pregiudizi. In effetti dovrebbero prima sbarazzarsi degli schemi con cui giudicano di solito la realtà, dovrebbero liberarsi dell’attaccamento alle valutazioni, ai preconcetti. In altri termini, sarebbe necessario fare tabula rasa dei pregiudizi, degli schemi, delle ricette e delle fedi precostituite. Altrimenti, continuiamo a riproiettare gli stessi luoghi comuni, non giungendo mai ad una vera conoscenza, applicando semplici etichette.
Ma, per non cadere in questa trappola, dovremmo essere capaci di fare un’autoanalisi. Che quasi nessuno è disposto a intraprendere. Chi è così onesto da pensare: “Sto applicando un’ideologia, sto proiettando convinzioni non verificate”?
Solo in campo scientifico esiste una possibilità di verifica oggettiva. In tutti gli altri campi (politica, filosofia, religione, ecc.) si va avanti a forza di pregiudizi.
Il problema è che ci vorrebbe un’onestà molto difficile da applicare.


venerdì 24 gennaio 2020

La culla del tutto


Il nichilismo, così come preannunciato da Nietzsche, è la caduta di ogni valore, la fine di ogni scopo e, ovviamente, la “morte di Dio”. E in genere viene visto dai nostri filosofi come una sciagura, una perdita irreparabile, tanto che qualcuno è alla ricerca di nuovi valori “forti”, convinto che la gente, poveretta, non possa vivere senza illusioni.
Ma i valori che muoiono sono quelli che non erano fondati, semplici invenzioni della mente umana, e il fatto che siano morti nella coscienza dei più è qualcosa di positivo. Ci disfiamo di un po’ di parassiti.
Ma c’è un senso di perdita, come se non potessimo vivere senza credere in miti e fandonie varie.
Bisogna invece imparare a vivere senza i paraocchi, guardando in faccio la realtà, senza afferrarci a falsi valori e a fedi che evidentemente non avevano alcun fondamento e sono crollate al primo soffio di vento come castelli di carte.
Dobbiamo riappacificarci con il grande Vuoto, la fondamentale Vacuità (come direbbero i buddhisti) di questo immenso universo, che in realtà è come un sogno, un fantasma, un miraggio, una bolla di sapone che può scoppiare da un momento all’altro.
In fondo, questa è la culla da cui veniamo.
La fine dei sogni della mente umana è una grande liberazione, è l’uscita dal sogno, è l’inizio del risveglio.

giovedì 23 gennaio 2020

Sati: la presenza mentale


Quando invitiamo alla “presenza mentale” (sati) sembra che si debba fare chissà che, sembra che si debba escogitare chissà quale difficile tecnica. Ma in realtà si tratta di qualcosa di estremamente semplice e soprattutto di naturale.
Domandiamoci: quale è il contrario della presenza mentale? È vivere con distrazione, con noncuranza, sempre abbagliati, confusi, illusi, storditi, sempre coinvolti in un’esistenza superficiale e artificiale..
Applicare la presenza mentale è quasi un ritorno alla natura, un voler riprendere un mano la propria vita, anziché sprecare tempo ed energie in attività inutili o di pura sussistenza, in sogni e illusioni inconsistenti, in comportamenti stereotipati e convenzionali, è essere vivi e consapevoli di esserlo.
Non dunque una qualche strana tecnica, ma la volontà di vivere in prima persona, anziché limitarsi a seguire i sentieri battuti da tutti o precostituiti da altri.
Perché non dovremmo essere attenti e consapevoli? Perché non dovremmo essere autentici, ma semplici maschere?

L'incubo della morte


Anche verso l’incubo della morte si può mantenere un atteggiamento lieve e non tragico. Dato che non possiamo evitarla, pensiamo come già aveva insegnato Epicuro che quando ci siamo noi, non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi.
In altri termini, se ci perdiamo per sempre, non ci sarà più nessuno a lamentarsi, perché con la scomparsa della coscienza scompare anche ogni sofferenza. E se ci sarà qualcosa, noi siamo pronti a tutto. Apriremo gli occhi in un nuovo mondo e diremo: “Oh, vediamo qua come butta”.
Ma non ci illudiamo: non potremo in nessun caso essere sempre beati. Dove c’è vita, c’è divenire e dunque sofferenza.
Solo al di là della vita e della morte c’è ciò che veramente cerchiamo: la pace, il nirvana.

mercoledì 22 gennaio 2020

Amore materno


Viviamo di illusioni e di apparenze più o meno superficiali. Ogni cosa, ogni aspetto della realtà, se esaminato a fondo, rivela un volto celato che forse non ci piace.
Prendiamo l’amore materno – che cosa c’è di più nobile? Eppure anche la madre mette al mondo un figlio per una malcelata volontà di potenza e di condizionamento. Perché quel figlio, a differenza degli uomini, sarà costretto per tutta la vita ad amare e ad essere riconoscente alla madre. C’è un potere più grande di questo?
E quanto costa quel figlio alla donna? Lo amerà veramente o dovrà combattere contro il desiderio, in certi momenti, di cancellarlo dalla faccia della Terra, dato che è la sua catena, ciò che le impedisce di realizzarsi come individuo?
E che amore sarebbe quello in cui si dice: questo è mio? E' una forma di appropriazione.
Ognuno si afferma come può, ognuno paga un prezzo salato alla volontà di vita, ognuno vuole afferrare la sua fetta di predominio. E il miglior modo di farlo è condizionare qualcuno – fosse pure un figlio.

Nirvana e samsara


Conoscere se stessi… è una parola! Per conoscere veramente noi stessi, dovremmo prima conoscere tutti gli altri soggetti-oggetti nel presente e nel passato, perché tutto condiziona tutto. E siccome non è possibile, dobbiamo accontentarci di qualche tratto del carattere o, meglio ancora, degli aspetti essenziali. Ma ci sfuggirà sempre l’insieme, anche perché, per conoscerci, dovremmo a nostra volta farci oggetti… e perdere il soggetto che siamo.
Comunque non dobbiamo scoraggiarci. Anche se non conosciamo interamente noi stessi, possiamo esserlo… a nostra insaputa. Non è dunque il caso di prendere questa incapacità in modo drammatico e pesante. Al contrario, prendiamo lezione dalla fragilità e fluidità della nostra condizione per essere il più possibile agili, aperti e lievi.
Da sconsigliare soprattutto l’attaccamento al nostro presunto ego. Questa sì che è una iattura. Teniamo conto che siamo come una sfera di vetro in una cassa di pietre. Rilassiamoci, non tendiamoci, lasciamo andare. Quando ci rilassiamo e ci apriamo entriamo nel nirvana; quando ci irrigidiamo e ci chiudiamo siamo prigionieri di un pesante samsara.

martedì 21 gennaio 2020

Cose effimere


Non ci piace mai l’idea di essere enti inconsistenti, fragili e impermanenti. Ma c’è una consolazione: che anche le cose brutte di noi, anche le tante sofferenze e malattie, devono finire.
Se tutto è un sogno, c’è poco da preoccuparsi. Se le cose non sono così serie, fisse e rigide, possiamo uscire dal morso dell’ansia e della paura.
Mi preoccupo perché so che morirò. Ma quando sarò morto, chi si preoccuperà? Io no, visto che l’io si sarà dissolto.
Quando ci chiudiamo e ci irrigidiamo nel nostro io, siamo già morti – di una morte più brutta di quella naturale. Siamo morti in vita!

Stare nel flusso


Più ci domandiamo: “Chi sono io?”, più vorremmo trovare una risposta rigida e fissa. “Ecco, questo sono io e sono fatto così e così…”. Ma ogni risposta del genere lascerà fuori qualcosa e sarà insoddisfacente.
Il fatto è che io sono un flusso che non può essere irrigidito e bloccato. Se lo faccio, rimane solo uno scheletro, qualcosa di definito ma morto. Sarebbe dunque meglio cercare di rilassarci e seguire il flusso. Forse non avremmo una definizione, ma avremmo qualcosa di vivo e vitale.
Noi abbiamo il potere di dare un nome alle cose e a noi stessi. Ma, in tal modo, isoliamo e separiamo qualcosa che è unitario, mobile e cangiante.
Naturalmente questa operazione di definizione ci è utile per comunicare tra di noi. Ma non dovremmo mai dimenticare che si tratta di un’astrazione, di una convenzione. Se finiamo per crederci isolati e indipendenti, rischiamo di diventare estranei a noi stessi.
Dovremmo essere tanto saggi da recuperare ogni volta l’unità del tutto, ritornando a giocare nel flusso della vita.

Se togliamo un pesce dall’acqua per esaminarlo, potremo studiarlo e definirlo. Ma sarà un pesce morto, ben diverso dalla creatura viva che conoscevamo prima.

lunedì 20 gennaio 2020

La danza del divenire


Quando investighiamo la realtà e ci domandiamo chi siamo noi e il mondo, inevitabilmente ci pensiamo soggetti di questa ricerca e distinguiamo il soggetto dall’oggetto o dagli oggetti. E, così facendo, spezziamo un’unità indefinibile. La causa di questo fenomeno è il nostro linguaggio, che è duale, perché per conoscere deve dividere e contrapporre.
Ma in realtà soggetto e oggetto sono complementari, dato che ciascuno si definisce in base all’altro. Il soggetto si definisce perché c’è l’oggetto, e l’oggetto si definisce perché c’è il soggetto. Ma chi nasce prima?
Nessuno dei due: soggetto e oggetto coemergono e si definiscono a vicenda. Nascono insieme e non possono esistere in sé e di per sé. La nostra convinzione di essere soggetti che danno un nome alle cose è una supposizione errata. È il linguaggio duale che crea questa impressione.
Soggetto e oggetto non sono separati e non possono esistere autonomamente.
La realtà è invece qualcosa di unitario: ogni ente è unito agli altri e tutti sono interdipendenti.
È un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina: i due emergono l’uno in funzione dell’altro da un lungo processo di trasformazione e di evoluzione.
Se investighiamo il soggetto e l’oggetto, non troviamo nulla di primario. Che cosa c’è allora all’inizio? Qualcosa che non possiamo definire, perché al di là di entrambi. Questo quid è la realtà senza inizio e senza fine, un continuo processo di trasformazione.
Ma, se soggetto e oggetto sono coappartenenti, se variamo uno dei due, anche l’altro si modificherà. Nasce quindi la possibilità di intervenire nei processi di trasformazione.
La realtà non è qualcosa di rigido e di predefinito che ci venga data da qualche Dio, ma è qualcosa che tutto e tutti contribuiscono a creare. Ed è spontanea e creativa. Siamo noi che vorremmo delimitarla e irrigidirla. Ma più ci irrigidiamo e prendiamo per stabile ciò che è un flusso continuo, più creiamo un samsara e un karma pesanti e opprimenti. Più invece ci apriamo e ci rilassiamo, e seguiamo il ritmo del divenire, più ci si aprono le meraviglie dell’essere.

domenica 19 gennaio 2020

Liberarsi dalle catene dell'ignoranza


La meditazione serve a liberarci dalle catene dell’ignoranza. Ma non della semplice ignoranza culturale (per questo basta studiare), bensì dall’ignoranza metafisica, ossia dalla mancanza di consapevolezza che siamo prigionieri in questo mondo.
La situazione è già stata rappresentata, oltre che dall’Oriente, dal mito della caverna di Platone, in cui si immagina che ci siano dei prigionieri chiusi in una caverna fin da bambini che vedono solo ombre proiettate sulla parete alle loro spalle e credono che quelle siano la realtà. Ad un certo punto, un prigioniero viene liberato dalle catene e portato fuori, alla luce. E qui di accorge che la realtà non è costituita né dalle ombre né dagli oggetti posti su un muretto che proiettavano quelle ombre.
Quando poi decide di ritornare nella caverna per liberare gli altri prigionieri, questi non vogliono credergli, lo deridono e alla fine lo uccidono.
Dunque, i prigionieri sono talmente assuefatti a scambiare cose false o semplici proiezioni per cose reali che non vogliono ascoltare ragioni e preferiscono continuare a vivere nel buio della loro ignoranza.
Il mito descrive la condizione umana degli uomini che scambiano per reali semplici rappresentazioni, convenzioni e pregiudizi sociali. E precisa che rivelare loro che si stanno sbagliando è difficile e pericoloso, perché essi non vogliono abbandonare il loro modo di vedere, di credere e di vivere.
Basta guardarsi intorno per verificare che la situazione è proprio questa: tanti prigionieri incatenati dai loro pregiudizi che non vogliono vedere che molto di ciò in cui credono, dai valori sociali alle religioni e alle opinioni comuni, sono del tutto sbagliati, e che stanno perdendo l’occasione della loro vita per liberarsi ed emanciparsi.
I dominatori di questo mondo sono grandi illusionisti che ingannano se stessi e gli altri uomini.

Il problema è che, per liberarsi da queste catene, non basta credere a qualcuno o ascoltare la verità. Ma è necessario esperirla da soli, facendo uno sforzo di consapevolezza e di autocoscienza.

sabato 18 gennaio 2020

La nostra vera identità


Quando ci domandano o ci domandiamo chi siamo, rispondiamo descrivendo il nostro ruolo sociale o la nostra psicologia. Questa è l'identificazione.
       Ma la nostra vera identità, al di sotto del ruolo sociale e della psicologia, non è quella; e possiamo trovarla soltanto se ci liberiamo della identificazione sociale e psicologica.
       Dobbiamo gettare ogni maschera per scoprire il nostro volto nudo.
       È necessario distinguere tra identità e identificazione per capire che ciò cui tendiamo non è un io eternamente uguale a se stesso e immobile, ma una coscienza che si fa sempre più universale. Dobbiamo allargare, non restringere, i confini del nostro ego. Ed è questo che avviene in meditazione.
       Sì, attualmente io sono Tizio o Caio. Ma al fondo sono un pezzo di coscienza cosmica. Non si può negare. E, allargando la coscienza, non ho più bisogno del piccolo ego, perché divento il tutto.


L'essere eterno


Certo, non possiamo obiettare nulla a chi, come Parmenide, sostiene che l’essere è eterno e che non può non essere. È una questione logica – di una logica dualistica. Ma questo non ci dice ancora nulla.
Noi vorremmo sapere che cosa accadrà al nostro piccolo essere quando chiuderemo gli occhi definitivamente.
Alla piccola onda importa poco sapere che il mare è sconfinato. Quello che le importa sapere è che cosa proverà quando si fonderà con il mare, che cosa capiterà alla sua individualità.
La mente sa benissimo che possiede il concetto di essere solo perché ha anche quello di non essere. Anzi, è evidente che i due sono complementari.
In più, la fisica moderna ha scoperto che proprio dal vuoto può nascere qualcosa.
Evidentemente, la realtà sta altrove - al di là del dualismo essere-non essere. Povero Parmenide.

venerdì 17 gennaio 2020

Meditazione, spazio e tempo


La meditazione non ha tempo, nel senso che viene fatta sempre nell'attimo presente; non è neppure un ricordare né un prevedere. E non ha spazio, nel senso che non è localizzata in un luogo specifico.
       Può anche essere definita il “ricordo di sé”, ma non si tratta del ricordo del proprio io empirico: sono Tizio, sono Caio, sono fatto così e così... bensì la consapevolezza di essere presenti in un momento che è sempre "questo".
       Il ricordo di sé non è un ricordare qualcosa di passato, né un’analisi che si fa, per esempio, in psicoterapia, in vista di una comprensione razionale e di un cambiamento.
       No, il ricordo di sé è diventare consapevoli di essere.

Le due facce della medaglia


Il mondo è meraviglioso. D'accordo. Ma è anche terribile. E lo stesso si può dire di tutto.
       Ogni cosa ha due aspetti. Bene e male, positivo e negativo... sono sempre intrecciati, compresenti e complementari.
       Se ci si abitua a ragionare così - osservando contemporaneamente le due facce della medaglia -, la finiremo con questa sciocchezza del pessimismo/ottimismo, e vedremo finalmente la realtà. Questa è una prima forma di trascendenza, al di là del dualismo mentale.
       Negli stati d'animo, nei giudizi, ogni volta, bisogna ritornare all'origine del continuum soggetto-oggetto e decidere quale visuale adottare. La responsabilità è tutta nostra, non della realtà, ma del modo in cui la percepiamo e giudichiamo.
Lo scopo dovrebbe essere quello di raggiungere una certa equanimità, una visione trascendente e universalistica.
Certo, tale atteggiamento non ci esime dall’essere colpiti dal dolore quando questo si abbatte su di noi. Ma ci consente di non aggiungere la sofferenza mentale di chi non capisce nulla e s’illude di avere qualche protettore celeste.
Anche Gesù nutriva questa illusione: “Allontana da me questo calice…”. Ed è finita come è finita.

giovedì 16 gennaio 2020

Il Dio disumano


Molti credono che esista un Dio e che un giorno lo vedranno. Ma, come dice anche il filosofo Umberto Galimberti, con Dio non si può avere un “faccia a faccia”, per il semplice motivo che Dio non ha faccia, o, meglio, ha tutte le facce.
Che cosa potranno vedere? Una luce, un’energia, uno spirito?
La trascendenza è tale proprio perché è al di là di ogni legge naturale, di ogni regola razionale, di ogni etica, di ogni principio retributivo. Non risponde neppure ai principi di identità e di non contraddizione.
La trascendenza è al di là del bene e del male, dei concetti di identità e disidentità.
In queste condizioni, nessuno può dire che cosa sia e soprattutto nessuno può vedere la sua faccia. Diceva bene il Dio biblico: “Nessuno può vedermi e restare vivo” (Esodo 33, 20).
Stando così le cose, nessuno può vedere né pensare Dio, e le teologie non sono che “paglia” come disse san Tommaso in un momento di illuminazione. È per questo che in molte religioni si vieta la raffigurazione della trascendenza. Ma non nel cristianesimo, che rappresenta Dio come un vecchio o una luce, scadendo subito nell’idolatria.
E il massimo dell’idolatria è pensare che abbia assunto una forma umana. Troppa presunzione.
Come dicono i padri orientali, Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si facesse Dio. Troppa hybris! Troppa volontà di potenza.
Molto meglio, allora, accettare che Dio sia il Vuoto (di definizioni e di concetti) e ritenere che non pensarlo sia più vicino a Dio che pensarlo in tutte queste forme ridicole.
La verità è che siamo imprigionati da troppe idee preconcette, da troppi miti, fra cui, prima di tutti, quello di un Dio fatto a misura d’uomo.

mercoledì 15 gennaio 2020

Il celibato dei preti


Fra i tanti orrori prodotti dalla religione cristiana, uno dei peggiori è costringere degli uomini sani e normali a non esercitare un loro diritto inalienabile: quello della sessualità.
       Inventandosi e imponendo questo divieto, la Chiesa non solo ha tradito lo spirito di Gesù, che non ha mai voluto qualcosa di simile (alcuni suoi discepoli, fra cui san Pietro, erano sposati), e ha impresso un marchio di anormalità sui suoi sacerdoti. In parole povere, è andata contro natura.
       E, andando contro natura, ha prodotto uomini che o sono ipocriti o rimangono infantilmente legati alla Madre Chiesa o sviluppano una sessualità deviata, come la pedofilia. Così da pastori di anime diventano lupi di anime.
Se c'è un comandamento voluto da Dio, è proprio quello della riproduzione e della sessualità.

Dio e anima


«Io e il Padre siamo un sola cosa»... i cristiani hanno equivocato questa frase del Vangelo di Giovanni. Qualunque uomo può dire la stessa frase. Significa semplicemente che il fondo dell'anima e Dio coincidono. Altri mistici hanno detto la stessa frase, in tante religioni. Secoli prima di Cristo, le Upanishad avevano stabilito che il punto più profondo dell'anima (l'atman) era il Brahman (Dio). Ecco la semplice verità. Ognuno è Dio, tutti sono Dio... solo che gli uomini, fuorviati dalle religioni, hanno creduto in una certa immagine di Dio, in un Dio che se ne sta lassù in cielo e, ogni tanto, manda qualcuno a ricordare che c'è. Un ben misero Dio, un padroncino divino che tira i fili del mondo - peraltro con esiti disastrosi.
       Naturalmente qualcuno potrebbe domandarsi: ma se siamo Dio, perché siamo capaci di far così poco?
       Perché siamo il Dio che si è frammentato e fuso nella propria creazione.
       Sta a noi, recuperare il Divino... scoprendo la trascendenza in noi e fuori di noi. Ma dobbiamo arrivare a una presa di coscienza e non invocare semplici idoli esterni.
       Dio, anzi il Divino, è il centro dell’anima.
       E questa è anche una grande responsabilità. Non dobbiamo aspettare che Dio scenda sulla Terra – siamo noi che dobbiamo elevarci al cielo... non con i razzi, ma con ciò che abbiamo dentro.

Calma e distensione


Calma e distensione non possono essere comandati a volontà, perché ci sarebbe una contraddizione psicologica, nel senso che, se mi sforzo di distendermi, otterrò il risultato contrario: mi tenderò e mi agiterò. E allora bisogna tanto non volere (questo stato d'animo), quanto lasciar andare tutto quanto, compresa la volontà di essere in un certo modo. Questa è già meditazione.
       Tutti gli altri stati d'animo possono essere indotti con più facilità (la paura, la rabbia, il desiderio...), ma non questo, perché non può essere forzato o condizionato, essendo il senza-sforzo e il non-condizionato.
       Ecco perché con la meditazione bisogna lavorare per così dire d'astuzia, come il gatto con il topo. Non volere, ma propiziare, favorire, sfruttare l'occasione... senza però mai perdere di vista l'obiettivo. Più che fare, bisogna lasciar fare... alla natura, fuori e dentro di noi. Più che dirigere, bisogna lasciarsi andare.
       Tutto questo è complicato da descrivere. Ma in pratica significa sapersi rilassare, riposare, distendere, calmare, stando fermi e rimanendo in silenzio.
       In campo psicologico non possiamo avere le cose a comando. Per questo si parla di "pratica": addestramento, allenamento, ripetizione, pazienza... creare o sfruttare le condizioni e aspettare. Capire i vantaggi.
       Bisogna inoltre tener conto che in certi casi, in certi momenti, in certi giorni, non è possibile raggiungere il risultato, perché i pensieri e le preoccupazioni sono troppo forti. Ma, col tempo, la situazione migliorerà e l'esigenza meditativa saprà farsi sentire anche nei momenti più difficili.

martedì 14 gennaio 2020

Scoprire lo scopo


Sembra che lo scopo della vita ci prema molto, al punto da non poter vivere se non lo scoriremo. Ma non è vero. È qualcosa che ci raccontiamo. Lo scopo della vita è vivere, non qualcos’altro.
Ciò che appassiona veramente non ha uno scopo.
Quando viviamo appieno, con passione, interesse  e amore, non cerchiano più lo scopo.
In fondo, lo scopo è un tentativo di inquadrare razionalmente ciò che razionale non è. Ma ciò che ci appassiona, mentre ci appassiona, non si pone problemi di scopo. Allora viviamo tranquillamente anche senza uno scopo razionale in mente.