lunedì 31 agosto 2015

Italia clericale

Si sa che in Italia non c’è nessun rispetto per chi la pensa diversamente dall’opinione dominante, per chi ha una fede diversa, per chi non si adegua al conformismo generale.
In campo religioso, lo spettacolo è vergognoso. Il sindaco di Bisceglie affida le chiavi della sua città ai santi patroni affinché convertano gli atei. Il sindaco di Rossano in Calabria vuole organizzare un processione per ringraziare Dio del fatto che la recente alluvione ha sì provocato danni per milioni ma non ha fatto vittime. La Regione Veneto stanzia quasi tre milioni di euro per i “cammini di fede” antoniniani. La regione Lombardia finanzia le scuole cattoliche e gli oratori. E così via.
Insomma, l’Italia clericale vuole convertire a forza tutti quanti, vuole con tutti i mezzi costringere i laici o i non credenti a farsi cattolici; e odia chi resiste. È un atteggiamento di violenza psicologica che ha una lunga tradizione: risale addirittura ai Vangeli, dove Gesù, nella parabola del convito (Luca 14,23), fa dire al “padrone di casa”: “Spingili a entrare (compelle intrare, in latino); frase che indusse sant’Agostino a sostenere che si poteva usare la forza per costringere la gente all’ortodossia.
Una delle tante eredità velenose del cristianesimo, che ancora oggi fa i suoi danni e produce il tipico autoritarismo dei fedeli che non distinguono tra laicismo e religione, fra Stato e Chiesa. I messaggi evangelici non sono solo inviti all’amore, ma anche alla discriminazione e talora alla persecuzione. Si vuole che tutti la pensino allo stesso modo e abbraccino le stesse credenze religiose. Si crede che le altre religioni o anche solo i dubbi o l’agnosticismo siano opera del Diavolo. Non si vuole che la gente pensi con la propria testa.
Ora, il bigottismo denota non solo ristrettezza mentale, ma anche avversione, odio e violenza.


Spirito e materia

Spirito o materia? Corpo e anima? Quante vecchie idee!
È la nostra mente che, per conoscere, distingue, isola e contrappone.

Scommettiamo che la “materia oscura” che gli scienziati cercano vanamente è costituita da “particelle” la cui fisionomia dipende dalla nostra coscienza? Perché c’è un punto in cui gli opposti si co-appartengono.

La luce della consapevolezza

Se hai un problema, senza conoscerne la causa, e ti limiti a pregare Dio, non otterrai nulla. Se invece ti applichi prima alla consapevolezza, avrai chiaro che cosa ti succede e perché.
Questo gettare luce sugli angoli bui è già parte della soluzione. Anche perché comporta la possibilità di cambiare profondamente.

La preghiera, invece, ti lascia ignorante.

Co-appartenenza

Il mondo cambia senza che noi, apparentemente, possiamo farci nulla; e quindi siamo costretti ad adattarci. È anche per questo che sono necessarie le tecniche di conoscenza e di sviluppo di sé: non potendo cambiare le cose, cerchiamo di cambiare noi stessi.
Ma la realtà è più complessa e i rapporti fra gli individui e l’ambiente sono continui. L’ambiente cambia e perciò noi cambiamo. E poiché cambiamo, anche l’ambiente cambia. Un esempio è il clima. Il riscaldamento attuale non è un capriccio del destino, ma una conseguenza delle nostre attività e del nostro tasso di riproduzione.
Allora, è nato prima l’uovo o la gallina? O sono nati insieme? E l’uno è in funzione dell’altro?

Le cose sono tutte interdipendenti, e non esistono separatamente.

domenica 30 agosto 2015

Al centro dell'universo

Un tempo credevamo di essere al centro dell’universo e che tutto girasse intorno alla Terra. Poi venne la rivoluzione copernicana a dirci che eravamo soltanto un minuscolo punto di un cosmo immenso.
Ma la verità è che noi non possiamo non essere al centro dell’universo, perché l’universo non è che una nostra visione.
Possiamo avere una visione oggettiva del cosmo? No, la nostra visione è sempre soggettiva, per definizione.
Ovviamente, il necessario osservatore – quello per cui esiste l’universo – non è il nostro piccolo io, ma è dappertutto. È l’io universale che osserva se stesso riflesso in ogni forma di vita.
Comunque, essere consapevoli è la funzione indispensabile a far essere l’universo. Senza l’osservatore, esso non esisterebbe. Ma dov’è il centro?

Nicolò Cusano sosteneva che Dio è un cerchio il cui centro è dappertutto e la cui circonferenza non è da nessuna parte. Se alla parola “Dio” sostituiamo la parola “Testimone”, la frase è sempre valida.

sabato 29 agosto 2015

L'idea di Dio

Come si arriva a concepire il divino, Dio, il sacro o la trascendenza? I più ci arrivano attraverso l’indottrinamento delle religioni, che si preoccupano moltissimo di diffondere l’insegnamento religioso fin dai primi anni di vita. È una forma di pesante condizionamento. Al punto che qualcuno arriva a credere che Dio sia un essere onnipotente e onnisciente che ci ama incondizionatamente (al contrario dell’evidenza) o che sia un severo giudice che può punirci in modo orribile.
L’ambivalenza della mente umana si proietta in realtà su tutto ciò che pensa, compreso Dio.
Esiste però un altro modo di avvicinarsi alla spiritualità: non i testi sacri e gli insegnamenti religiosi, ma l’introspezione, il guardarsi dentro.
Mentre il primo è fideistico e dogmatico, il secondo si basa sull’esperienza vissuta. C’è una bella differenza. Un conto è accettare dottrine prive di qualsiasi dimostrazione e un altro conto è la comprensione personale.
Un’introspezione seria e coraggiosa è in grado di vedere i difetti del mondo e della coscienza. È in grado di capire la condizione umana e può portare alla trasformazione della mente grazie alla saggezza, grazie alla visione equanime della realtà.

Ciò che noi pensiamo del mondo o di Dio è sempre un costrutto umano. Tanto vale, dunque, dirigere noi stessi il processo di conoscenza, che può diventare un processo di liberazione.

Il cielo stellato sopra di noi

Scienziati e filosofi, non diversamente dagli uomini comuni, di fronte allo spettacolo della volta celeste, esprimono la loro ammirazione e concludono che tutto questo deve essere il parto di una Mente supremamente intelligente.
Ma, quando si guarda meglio, si incominciano a vedere i difetti. Troppe cose non funzionano o risultano fatte male. Milioni o miliardi di pianeti troppo caldi o troppo freddi, scontri galattici, esplosioni stellari, mondi enormi in cui non c’è nemmeno un microbo, eventi apocalittici di ogni genere; e, all’interno della Terra, malattie di ogni genere e leggi di sopravvivenza di un ferocia incredibile, sancite dal fatto che ogni vita deve nutrirsi di altre vite.
Insomma, il presunto autore di tutto ciò, sarà anche una brillante mente scientifica, ma lascia molto a desiderare sul piano della moralità e della compassione – tutto il contrario di quel che ci dicono le religioni. Osservando obiettivamente il creato, la Mente creatrice appare pesantemente limitata, per non dire poco evoluta. Un gigante che, come si muove, travolge tutto intorno a sé.
Ecco perché la Mente creatrice sembra più simile a quella di un apprendista stregone che non ha ancora perfezionato la sua tecnica – per certi versi è una mente molto più simile a quella umana di quanto possa sembrare, forse la stessa.
Di fronte a questo spettacolo, meraviglioso ma terribile, la meditazione serve a contemplare il cosmo obiettivamente, senza cadere né nell’esaltazione né nello sconforto.
Si contempla con distacco, con obiettività, con equanimità, senza farsi prendere né dall’entusiasmo né dall’angoscia.
Tutto sommato, la coscienza che contempla sembra essere la stessa che crea. Ecco perché c’è una speranza.

C’è la speranza che la coscienza che contempla possa migliorarsi e dare un contributo alla coscienza cosmica.

venerdì 28 agosto 2015

Razionalità e intuizione

Un lettore mi scrive:
«Mi trovo assolutamente d'accordo con la sua distinzione tra:
·         meditazione in senso stretto (lo stare seduti e concentrarsi ecc.)
·         meditazione discorsiva analitica.
Nella pratica meditativa dobbiamo alternare le due tecniche per poi tornare sempre alla “sintesi”, alla visione di insieme che è esperibile nella meditazione “classica”.
Non di meno, trovo che sia sempre di più importante, rimarcare l'importanza e la necessità della seconda fase, cioè quella caratterizzata da un'analisi razionale discorsiva dei problemi che caratterizzano la nostra esistenza quotidiana.
Perchè dico questo?
Perché mi capita di osservare questo strano fenomeno (mi dirà se è d'accordo).
Ormai la meditazione sta entrando a far parte, anno dopo anno, del vissuto dell'uomo occidentale. Pubblicazioni, siti web, articoli, inchieste scientifiche. Ormai le tecniche orientali stanno diventando una moda. Tutto ciò è un fenomeno comprensibile. E' noto che le religioni tradizionali non offrono risposte ma solo dogmatismi; inoltre, per chi è dotato di un grado sufficiente di onestà spirituale, è evidente che l'aderire ad un “pacchetto di verità rivelate” non assicura il miglioramento di sé.
Le religioni istituzionali forniscono una visione del mondo, ma sono carenti riguardo a quel lavoro su di sé, che dovrebbe essere l'autentico cuore di una pratica spirituale.
Un tempo forse, non era così. La letteratura cristiana, è noto, era foriera di esercizi spirituali (si pensi ad Ignazio di Loyola) ma nella cultura cristiana moderna tutto ciò è scomparso.
Cosa è rimasto? Cosa rimane in mano al fedele per affrontare il peso schiacciante della quotidianità? Lo sappiamo: il potere rassicurante della superstizione.
E la superstizione comincia laddove finisce l'onestà spirituale. Ci si affida ad un qualcosa, sia esso un miracolo, o la grazia divina, o un preteso potere taumaturgico e onni-risolutivo della preghiera...
Perchè faccio questa analisi che le risulterà ovvia?
Perchè volevo riflettere su quella che è, a mio parere, una tendenza, emergente nel vasto mondo delle pratiche meditative, del tutto simile a quella descritta relativamente alle religioni istituzionali.
Mi sembra che l'adesione sempre più massiccia delle persone alla meditazione, stia ricalcando gli aspetti più deleteri e bigotti tipici delle religioni rivelate.
In sostanza, ho l'impressione che la gente si affidi agli esercizi meditativi con la stessa fiducia cieca e incosciente con cui ci si affida ad una statuetta della madonna di Medjugorie.
Basta contare i respiri... tre volte al giorno, prima e dopo i pasti.. ormai i studi lo dimostrano, ...ripetete questo mantra ecc ecc.
Nella digestione che la civiltà occidentale sta operando del fenomeno “dhyana”, si vedono due eccessi opposti, ascrivibili a due tipi di personalità umane (che io chiamerò il “devoto” e l'”a-metafisico”):
·         il devoto: chi si accosta alla meditazione, sposando in toto aspetti delle culture orientali che non gli appartengono e che probabilmente sono talmente vetusti da non appartenere neanche alle culture orientali odierne. (abiti cerimoniali, posizioni meditative impossibili, rituali discutibili, dogmi metafisici astrusi e inaccettabili, ecc.).
·         L'a-metafisico: chi si accosta alla meditazione, allontanandosi da qualunque presupposto filosofico, anche il più generico. Tali persone ostentano un totale a-metafisicismo, come se lo sperimentare il dhyana, fosse una vuota tecnica fine a se stessa; come se il ripercorrere gli stati meditativi non comportasse (almeno per sommi capi!) riflettere sugli aspetti essenziali di una certa visione metafisica del mondo. (l'impermanenza delle cose, ad esempio).
Manca in quei due eccessi, a mio parere, quella seconda parte del lavoro su se stessi, non meno importante, anzi necessaria, che lei giustamente definisce “meditazione discorsiva”.
Senza quella seconda fase, a mio parere, la meditazione diventa un mero esercizietto rassicurante, una moda new-age e nulla più. Una moderna superstizione.
Questo è abbastanza ovvio per il “devoto” che, dopo aver abbandonato il cristianesimo si converte agli aspetti esteriori del buddhismo. Ma anche per l'a-metafisico che rifiuta ogni coinvolgimento filosofico.
Costui dirà... ma quali discorsi filosofici inutili, …, l'impermanenza dell'io, l'atman ...tutte baggianate... il fatto importante è che la meditazione funziona!, provate!.
Certo, funziona. E la stessa identica cosa, la sento dire, giornalmente, agli speaker di Radio Maria, quando invitano i fedeli radio-ascoltatori, alla pratica quotidiana del santo rosario. Non nutro dubbi sul fatto che, anche il rosario funzioni: un credente quando prega con devozione , riceve un forte sostegno psicologico da tale pratica quotidiana calmante e rassicurante (un mantra cristiano) .
E allora? Allora si è ritornati a ciò da cui si credeva di esser fuggiti.
L'abbiamo visto, perfino la seconda tendenza, l'a-metafisico radicale, colui che non vuole neanche sentir parlare di nessun presupposto filosofico, perfino lui, cade nella superstizione.
La meditazione, in queste persone, è ridotta a mero esercizio tecnico... automatico! La liberazione è un automatismo da conseguirsi con la pratica costante, esattamente come un esercizio fisico e nulla più.

Personalmente, sono approdato alla meditazione (che per anni ho tenuto lontana, forte di un pregiudizio che me la faceva sembrare una moda esotica new-age) dopo un lungo studio dell'etica stoica (sopratutto Epitteto). Arrivato ad un certo punto, dopo tanto meditare filosofico, mi è sembrato quasi naturale tentare “qualcosa” che avrebbe dovuto dare concretezza tangibile agli esercizi spirituali degli stoici.
Infatti l'etica neo-stoica afferma (Epitteto, Manuale, I) che è in nostro potere l'opinione sugli eventi.
Più prudentemente, sarebbe stato meglio affermare che, potenzialmente, siamo in grado di fare un “passo indietro” di fronte agli eventi, riuscendo così a vederli nella loro nudità, senza costruzioni mentali. Tale capacità, lo sappiamo, nella vita di tutti i giorni, spesso viene meno. E' una potenzialità da far crescere.
Arrivo, alla fine della mia lunga riflessione, ad esporre la mia tesi.
La meditazione (orientale) è il necessario complemento della riflessione discorsivo-filosofica:
se così non fosse, tale riflessione filosofica rimarrebbe uno sterile discorso intellettuale. Allo stesso modo la riflessione filosofica, è il complemento necessario della meditazione orientale. Se infatti la meditazione rappresenta un ritorno alla sintesi, alla visione d’insieme, al senso generale dell’essere presenti, alla consapevolezza di sé, ad esperire l’unità del tutto, è anche vero che tale sintesi (caratterizzata dall'assenza di sovrastrutture mentali) è preceduta da un lungo e attento lavoro di de-costruzione analitica: quello operato dalla riflessione filosofica.
Si esperisce l'Uno, non solo nello sguardo sintetico della meditazione, ma, lo si esperisce (seppur in altra forma) anche nella razionalità logica che, non è un caso, è condivisa da tutti gli esseri senzienti.

Allo stesso modo, non mi sembra un caso il fatto che lei giustamente sottolinei come l'illuminazione non sia improvvisa ma un processo in continuo divenire: quello attuato dalla cooperazione continua di quelle due modalità, meditazione e riflessione.
Se manca la prima, cadiamo in un vuoto intellettualismo. Se manca la seconda cadiamo in nuove forme di fideismo superstizioso.

Ecco ho finito. Dietro i nostri pensieri confusi c'è un io assoluto, una presenza, quel testimone che cerchiamo di far emergere nella nostra pratica di meditazione; parimenti, ad interconnettere i nostri pensieri c'è un logos, una razionalità, quella condivisa da tutti, non per questo meno importante, perché è una diversa forma di percepire l'Uno.»

In linea di massima mi trovo d’accordo con le opinioni del lettore. Non possiamo certo rinunciare alla nostra cultura filosofica, psicologica e religiosa (nonché a quella dell’Oriente, che è altrettanto vasta). Giustamente viene citato lo stoicismo, ma si potrebbe aggiungere Plotino, il neoplatonismo e molti altri filosofi; e inoltre gran parte del misticismo e della contemplazione apofatica del cristianesimo e di altre religioni.
In sostanza, più si conosce, meglio è; più la nostra cultura riesce ad abbracciare le culture del mondo, più questo ci aiuterà a praticare la meditazione e a capirne il senso, evitando forme di semplice devozionismo o di indottrinamento da parte di qualche guru, orientale o occidentale.
Ma dobbiamo precisare che non è semplice conoscenza intellettuale, perché utilizza una modalità esperienziale. La conoscenza discorsiva serve ad avvicinarsi alla meta e ad escludere le vie sbagliate; e serve comprendere più a fondo l’esperienza del risveglio. Ed è vero che una modalità non può fare a meno dell’altra. Analisi e sintesi devono continuamente alternarsi. Tuttavia capire intellettualmente l’unità delle cose non è farne esperienza. Così come capire e ragionare sull’amore aiuta a intuire qualcosa, ma non può sostituirsi al farne esperienza.


giovedì 27 agosto 2015

Le due meditazioni

Con il termine “meditazione” possiamo intendere due processi diversi ma complementari.
Il primo consiste nel diventare consapevoli di come siamo fatti, dei nostri principali stati d’animo, dei nostri schemi di comportamento, delle nostre reazioni abituali, e così via. Si tratta in sostanza di un’attività di conoscenza e di osservazione di sé, di tipo spesso analitico, che porta a migliorare se stessi e dunque alla saggezza.
Il secondo consiste nella ricerca di un’esperienza speciale, quella che chiamiamo illuminazione, liberazione o risveglio.

I due processi meditativi sono complementari primo perché non basta un’esperienza di illuminazione per conoscere se stessi in modo analitico, per conoscere i propri difetti e i propri pregi, per sapere quali sono i propri limiti, e secondo perché non basta conoscere bene se stessi per risvegliarsi da tante illusioni, dal sogno stesso della vita.

L'identità perduta

Quando il Buddha dice che le cose non hanno un’esistenza intrinseca, perché sono tutte interdipendenti, vuol dire che le cose non sono enti, ma processi.
Noi invece crediamo che le cose siano entità divise, separate e indipendenti. Tante piccole monadi, l’una separata dall’altra. E, invece, più scaviamo, più l’identità di questi presunti enti ci sfugge. Il nostro stesso io, che sembra avere una precisa identità, è composto da tante identità diverse che s’intrecciano e si alternano, talora in disaccordo tra loro.
Ma questa mancanza (“vacuità”) di un nucleo separato e autonomo non è una minorazione. Al contrario, è proprio il motivo per cui ogni cosa può connettersi con le altre ed essere (inter-essere) con il tutto.

Se fossimo veri enti, se avessimo identità rocciose e definite una volta per tutte, nessuna potrebbe comunicare con le altre e il mondo sarebbe paralizzato, incapace di cambiare e di evolversi.

Il successo

Tutti aspirano al successo. Ma chi è un uomo di successo? Un cantante, un calciatore, un attore, un musicista, uno scienziato, un imprenditore, uno scrittore famoso, il Papa..?
Potrebbe essere. Noi però non sappiamo che cosa ci sia dentro queste persone: vediamo solo il successo esterno, il denaro, la notorietà, i riconoscimenti pubblici, le attività… ma non sappiamo assolutamente se siano felici. Di solito, già svolgere un lavoro che piace è già un buon punto di partenza. Ma esiste anche il lato affettivo, di cui non sappiamo niente. E non sappiamo niente del dolore fondamentale di ciascuno.
Ognuno deve sì realizzare se stesso, è vero. Però, come uomo completo.

Albert Einstein diceva: “Non cercare di essere un uomo di successo. Cerca piuttosto di essere un uomo di valore”.

mercoledì 26 agosto 2015

Il rancore

Non dobbiamo provare rancore, odio o desiderio di vendetta nei confronti degli altri, non per fare un piacere a Dio, ma perché le prime vittime siamo noi.
Quando proviamo rancore, siamo noi che soffriamo.
E allora?
Dobbiamo dimenticare, dobbiamo perdonare, dobbiamo accettare il torto e l’ingiustizia?
No, siamo semplicemente consapevoli che ci stiamo facendo del male. E domandiamoci se ne valga la pena.
Qualche volta è necessario, come quando ci dobbiamo amputare un arto per evitare una cancrena. Ma molto spesso non ne vale la pena.

Non sto invitando alla santità. Ma a non essere masochisti.

Le preghiere

Spesso le preghiere non sono che chiacchiere. E Dio non è una comare.
Ecco perché è inutile pregare Dio. Dio non fa chiacchiere e non ascolta chiacchiere.

Lassù, le chiacchiere stanno a zero.

Dio e Lucifero

Il nome Lucifero significa letteralmente “portatore di luce”.
Perché allora un “portatore di luce” dovrebbe essere l’avversario di Dio?
A meno che Dio sia un oscurantista. In effetti, dal racconto biblico, è proprio così. Dio vuole impedire che gli uomini mangino i frutti dell’albero del bene e del male (la conoscenza) e dell’albero della vita (l’immortalità).
Il più grande nemico dell’uomo sembra lui. D’altronde il termine “dio” deriva da quella radice indo-europea, che indica “divisione”, come nella parola “dev” da cui derivano i deva indiani.

Ma, per non cadere nel vecchio manicheismo, diciamo che Dio e Lucifero sono due aspetti di quel processo unico che ora nasconde e ora scopre, ora illumina e ora oscura, ora vela e ora disvela.

La natura dell'illuminazione

In fondo l’illuminazione non è che la consapevolezza che tutte le cose sono interconnesse e unite.

Ma questa consapevolezza non deve essere un semplice pensiero – deve essere un’esperienza.

Le due gioie

Esiste una gioia che nasce da eventi straordinari, come vincite, amori, successi, colpi di fortuna, ecc. Ma si tratta di fatti rari e occasionali, che dipendono in gran parte dagli altri.

Esiste poi una gioia che dovrebbe nascere dalla semplice consapevolezza di esistere. Ma, poiché qui si tratta di apprezzare cose di tutti i giorni, comuni, ordinarie, è ancora più rara della precedente. 

martedì 25 agosto 2015

La natura di Dio

Se essere un io è fondamentalmente sofferenza, se la vita è lotta, se il mondo è sempre in guerra, perché il tutto si dà tanto da fare per individuarsi in tanti piccoli soggetti? Se poi, alla fine, ogni cosa deve tornare nella grande matrice, non sarebbe meglio lasciare tutto così com’è?
Che gioco (lila) è?
Il fatto è che all’origine non c’è un ente, ma un processo. Un processo creazione/distruzione, apparire/scomparire, nascere/morire.

Il processo crea per distruggere e distruggere per creare. È il suo gioco. È la sua natura.

Istanti di eternità

Se vuoi imparare a meditare, devi concentrarti sul centro del tuo essere, senza pensieri, dimentico del corpo e della mente, al di fuori del tempo e dello spazio.
In quel momento non sei neppure te stesso, ma il tutto, l’essere universale.
È difficile? Dura solo un istante?
La verità è che noi siamo sempre, in ogni istante, il tutto, e che facciamo continuamente un grande sforzo per non esserlo, per individuarci.
Questa è la tensione della vita, la sofferenza (dukkha). Quando siamo felici, dimentichiamo il nostro io, lo superiamo. Se invece vogliamo essere un io, dobbiamo soffrire.
Mettere il tutto nell’io è una fatica immane, che in effetti ci distrugge. È come mettere troppa aria in un palloncino: il palloncino si tende sempre di più e, alla fine, scoppia.
Alla fine, scoppia. Ma non succede niente di grave. L’aria compressa, finalmente, si libera.


lunedì 24 agosto 2015

Lo sguardo sintetico

Finché rimarremo ancorati alle parole, non capiremo il fondo della realtà: continueremo a dividere e a contrapporre ciò che è unito.
Per andare al di là occorre passare ad una modalità di pensiero che veda l’unità negli opposti, che non sia più limitata dallo spazio-tempo e dall’io, e che sappia farsi mente universale. Dobbiamo vedere in un istante e determinare la nostra stessa realtà.
Un buon punto di partenza è rimanere centrati nel proprio essere, al di là del corpo e della mente dualistica.
Di una persona, per esempio, si può capire tutto - per cosa è fatta e fin dove arriverà – semplicemente guardandola senza utilizzare pregiudizi, senza distinguere tra buono e cattivo, semplicemente sentendola.
Non è una conoscenza analitica, ma sintetica.

Anche certi eventi possono essere capiti e previsti con lo stesso tipo di sguardo. 

L'identikit di Dio

Come parlare di Dio se non partendo dalla natura? Ogni altro discorso che prescinda dalla natura è solo metafisica, cioè un sogno ad occhi aperti. Se vogliamo capire come sia fatto un architetto non possiamo che esaminare le sue opere. Per ricostruire il volto di un criminale dobbiamo esaminare l’identikit.
E l’identikit della natura è quello che è: un po’ bello, un po’ buono e molto feroce. La sua legge fondamentale è che la vita si debba nutrire di altre vite.
Che la natura sia poco presentabile lo dimostra la metafisica cristiana che sostiene che la natura sia decaduta dopo il peccato originale.
Argomento astuto, che non nasconde però il divario tra l’ipotesi di un Dio tutto amore e bontà e la realtà così com’è.
Come parlare di Dio se non studiando la natura?

Ne consegue che la vera teologia è la scienza.

Ammodernare la Chiesa?

Pare che il Papa abbia confidato a Eugenio Scalfari, un fervente ammiratore di Francesco, che il suo scopo sia far entrare la Chiesa nel mondo moderno. Lodevole intenzione. Ma sarebbe come pretendere di far circolare nelle nostre strade un dinosauro.
Con ciò, comunque, anche Francesco ammette che la Chiesa è un vecchio pachiderma, un pezzo di antiquariato, un pezzo di mondo antico che porta con sé valori e comportamenti superati, antimoderni (ci siamo dimenticati la condanna del “modernismo”?).
Ma in che modo ammodernare la Chiesa? Non basta l’uso di cellulari e computer. È la testa, sono le idee che devono cambiare.
Il primo problema che il Papa è un dittatore e che non viene controllato da nessuno. Se quindi domani salirà al potere il solito reazionario, tutto ritornerà indietro. Insomma non c’è nessuna garanzia di continuità delle riforme. La Chiesa è una dittatura, una struttura totalitaria, che non accetta né critiche né la collaborazione dal basso della gente.
Il secondo problema è la sua concezione di Dio, vecchia, vecchissima. Un Padre-Padrone che sta lassù a creare e a dirigere un mondo che fa acqua da tutte le parti. Un essere perfettissimo e potentissimo, tutto amore e bontà, che ha creato uno sputacchio di universo in cui dominano violenza e ingiustizia e dove la legge fondamentale è che ognuno deve ammazzare gli altri per sopravvivere.
Anche l’idea di un Padre che manda un suo Figlio a salvare il mondo, prevedendo che debba essere ucciso, assegna il cristianesimo alle religioni del sacrificio, che è quanto di più vecchio ci sia al mondo.
Insomma, un decrepito castello di carte che non sta in piedi, che non ha in sé nessuna concezione moderna e che trascina anche i credenti in un gorgo di idee reazionarie.
Ci sono, sì, concezioni antiche che hanno una straordinaria sintonia con il mondo moderno (per esempio certe religioni orientali che trovano un riscontro nelle fisica più avanzata), ma non il cristianesimo, che appare desolatamente vecchio, e men che mai il cattolicesimo, con il suo corteo di dei (il Padre, il Figlio, la Madre [= Osiride, Horus, Iside]) e di santi, che è soltanto l’ultimo atto del mondo pagano antico.


domenica 23 agosto 2015

La vita dopo la morte

Talvolta apprendiamo di straordinarie esperienze di pre-morte, dove, in occasione di incidenti e di operazioni che portano in coma, qualcuno riferisce di essere passato attraverso un tunnel, di aver provato una grande leggerezza, un grande amore, di aver visto qualche figura religiosa o qualche familiare e di essere ritornato malvolentieri in questa vita.
Qualcuno descrive una specie di paradiso, qualcuno di una specie di inferno. Si vedono luci, si sentono suoni soprannaturali, ci si sposta col pensiero, si è dappertutto in un istante, si è felici o terrorizzati, ecc.
Ma non si tratta di novità. Se prendiamo per esempio il Libro tibetano dei morti abbiamo qualcosa del genere. Si dice che si vedranno luci e divinità, ora benefiche ora terrorizzanti, si sarà sette volte più intelligenti, ci si sposterà alla velocità della luce, si vedrà la terra ei suoi abitanti, si rivedrà la propria vita, si sarà attirati o respinti da certe esperienze e, alla fine, o ci si libererà definitivamente della terra o vi si ritornerà per un altro giro di giostra.
Ma anche certe esperienze di meditazione o di mistici descrivono esperienze simili. Grandi gioie, grandi terrori.
Quello che colpisce è che ognuno vede figure religiose della propria religione. Il cristiano vedrà la Madonna, Gesù o qualche suo santo prediletto; e l’induista o il buddhista vedra divinità della tradizione in cui credono.
Che cosa significa? Che esistono veri dei e vari aldilà?
Dobbiamo stare attenti: anche il Libro tibetano dei morti sottolinea che tutte queste divinità sono proiezioni della mente. E che alla fine noi vediamo ciò in cui crediamo.
Dal punto di vista teorico, potremmo dire che, quando lo spirito si separa dal corpo, assume un “corpo sottile” che è molto più veloce e cangiante. In realtà è un corpo spirituale in cui ogni pensiero si realizza immediatamente. Se io penso a un santo, vedo quel santo; se io penso a un familiare morto, vedo quel familiare. Se penso alla Luna, mi ci trovo subito; se penso al mio paesello, mi ci trasferisco subito. Così come succede in certi sogni.
L’elemento determinante sembra essere la mente, che privata dell’ancoraggio ad un corpo e ad una realtà concreta, crea istantaneamente ciò in cui crede, ciò a cui pensa, ciò a cui crede.
Se su questa terra lo spirito è gravato da un corpo e da un mondo che impone comunque le proprie leggi e limitazioni, dopo la morte potrà spostarsi dove vuole ed essere ciò che vuole.
Questa è una grande opportunità, ma anche un grande pericolo. Perché saranno i nostri pensieri e i nostri desideri a trascinarci e a modellare la realtà. Non ci sarà più una realtà oggettiva cui riferirsi. E noi saremo veramente i creatori del nostro destino.
Ecco perché è importante capire fin da adesso che cosa vogliamo e che cosa crediamo.

Avremo ciò che più desideriamo, realizzeremo le condizioni cui aspiriamo. Saremo prigionieri delle nostre credenze o saremo liberi. Tutto dipenderà dal grado di consapevolezza raggiunto già su questa terra.

sabato 22 agosto 2015

Risveglio e liberazione

Nessuno nasce libero. Nasciamo tutti come piccoli replicanti, robot guidati da altri, cuccioli di un gregge o di una mandria. Il primo processo di crescita e di formazione è essenzialmente una forma di condizionamento.
Per liberarsi da questo imprinting familiare, culturale e sociale, ci vorranno decenni. Non scegliamo niente, né i genitori, né la scuola, né la religione. Tutto ci viene imposto.
Le nostre parole, le nostre idee, i nostri pensieri, i nostri giudizi, i nostri valori sono soltanto repliche di quelli degli altri. Ripetiamo ciò che ci viene instillato credendo che sia nostro.
Ma non è nostro, non è una nostra creazione; è la creazione del DNA, della cultura dominante, della famiglia, della scuola, della religione, ecc. Siamo talmente condizionati che saremo costretti a innamorarci di qualcuno che assomigli ai nostri genitori. Non ci sarà possibilità di scelta.
Per liberarci di questa eredità occorrerà un lungo e faticoso processo di decondizionamento, di presa di coscienza, di presa di distanza, di critica, di ribellione, di scontri…
Per diventare noi stessi, vorrà tutta la vita – e molti non ci riusciranno: continueranno a ripetere idee e comportamenti che sono di altri. Ecco perché il risveglio si chiama anche liberazione.

Dovremo liberarci dei vestiti vecchi e indossarne altri, di nostra scelta. Nessuno nasce libero: la libertà si conquista.

venerdì 21 agosto 2015

Bodhicitta

Bodhicitta è un termine sanscrito che indica l’aspirazione al risveglio. Che cosa significa?
Significa che, una volta generata questa aspirazione, otteniamo una prima forma di illuminazione, perché ci rendiamo conto di vivere addormentati, in una specie di sogno ad occhi aperti.
Da quel momento cerchiamo di risvegliarci, compiendo vari sforzi, mettendo in atto varie tecniche e percorrendo varie vie.
Ci potranno essere deviazioni, errori, interruzioni, abbandoni, ecc. Ma una cosa è certa.
Il seme è stato gettato e, prima o poi, germoglierà.

Non si può tornare indietro. Una volta risvegliata questa aspirazione, il processo si è messo in moto.

Allargare e chiudere

Talvolta la via della meditazione sembra confusa. Ma, in realtà, ci sono vari percorsi, che alla fine conducono alla stessa meta: il risveglio.
Di solito incominciamo con la concentrazione, che è una forma di chiusura. Ci si concentra su un oggetto, che può essere il respiro, un mantra, un’immagine, un punto reale o immaginario, ecc. Questo ci aiuta a restringere il campo dell’attenzione, eliminando le distrazioni e calmando la mente che è sempre troppo attiva e dispersiva.
Ma, giunti a questo punto, dobbiamo riaprire, allargando il campo della consapevolezza alle varie manifestazioni mentali: pensieri, emozioni, stati d’animo, ecc., e alle varie esperienze.
A questa fase appartiene anche la meditazione non formale, quella che non si svolge seduta ma che avviene durante il giorno nelle attività dell’esistenza. Qui dobbiamo capire noi stessi, come siamo fatti, come agiamo e reagiamo nella quotidianità, quali sono le nostre convinzioni, le nostre aspettative (più o meno fondate), le nostre illusioni, ecc. Si tratta di una meditazione analitica.
Ma, infine, dobbiamo ritornare alla sintesi, alla visione d’insieme, al senso generale dell’essere presenti, alla consapevolezza di sé, ad esperire l’unità del tutto.
Andate e ritorni, aperture e chiusure, che devono essere ripetute tutti i giorni, con pazienza, con determinazione, con forza.

In certi momenti crederemo di esserci persi, di esserci bloccati, di non avanzare. Ma, in realtà, stiamo progredendo, magari di un millimetro alla volta. Ci stiamo trasformando, perché niente è veramente immobile e tutto cambia di continuo.

Il re di Roma

Dunque, nella basilica romana che aveva rifiutato i funerali religiosi al povero Welby, colpevole agli occhi della Chiesa di aver voluto abbreviare le proprie sofferenze, di aver voluto decidere di testa propria (l’unico organo che ancora gli funzionava in un corpo morto), di non aver voluto sottostare al sadismo religioso, di essersi ribellato alla presunta volontà divina, si sono celebrati i funerali di un boss mafioso, con tanto di pacchiane immagini sacre, un cocchio trainato da sei coppie di cavalli, petali di rose lanciati da un elicottero, prefiche pagate che si strappavano le vesti, la musica del Padrino e, naturalmente, la benedizione del prete.
Complimenti. Ogni volta che parliamo male della Chiesa, denunciando le sue aberrazioni, capita qualcosa che è ancora peggio, superando ogni fantasia.
Non c’è limite al marciume del cattolicesimo. È ancora la vecchia religione del potere, dei soldi, della mafia e dei don Abbondio.
La stessa che vediamo rifulgere nel solito convegno affaristico-religioso, a Rimini, di Comunione e Liberazione, che qualcuno ha ribattezzato Comunione e Fatturazione.
Nonostante Francesco, c’è poco da rinnovare. È sempre la stessa musica, corrotta moralmente.

E la cosa assurda è che questa gente vorrebbe fare la morale ali altri.

giovedì 20 agosto 2015

Le difficoltà della meditazione

Un lettore mi scrive: « Pratico la meditazioni quotidianamente e ho partecipato a ritiri con la comunità italiana di Tich Nath Hahn.
   Ho una domanda da porle. Da un po’ di tempo mi sento bloccato nel mio percorso di pratica e da qualche giorno ho
   preso coscienza della ragione di tale blocco.   Ho letto che solo l'esperienza ha il "potere" di cambiare la mia vita , la conoscenza intellettuale di una verità senza esperire la stessa non è in grado di innescare il processo di cambiamento. Mi sembra così di vivere un paradosso:   vivo quotidianamente una realtà illusoria che io sperimento come vera mentre la vera natura delle cose, di cui leggo
   e mi convinco, continua sfuggirmi in termini di esperienza. Ho anche letto che la meditazione ha anche questo
   scopo, farci sperimentare la nostra vera natura. Ma al di là delle difficoltà, spesso questa aspettativa mi crea tensione,
   come se aspettassi con ansia che qualcosa mi si riveli. E incomincio anche a crearmi "immagini" su cosa dovrei trovare.
   Avrei tante cose da dire per specificare meglio il senso di disagio che sto provando, spero di essere stato comunque abbastanza chiaro.
»


Una situazione molto comune, praticamente una tappa obbligata del percorso di meditazione. Come si risolve?
Si risolve prendendo a oggetto di meditazione proprio questo senso di ansia e di disagio. Concentrarsi su di esso anziché cercare evitarlo.
Le difficoltà che incontriamo non sono ostacoli alla via: sono la via stessa. Se non stessimo male, perché mediteremmo? Possiamo non stare male se perdiamo il lavoro, se ci ammaliamo, se non otteniamo ciò che vogliamo, se non abbiamo denaro, se viviamo con chi non ci piace o se perdiamo qualcuno?
Il problema è che noi nutriamo delle aspettative troppo rosee e ci facciamo un’immagine idilliaca di ciò che la meditazione dovrebbe essere e a che cosa dovrebbe portarci. Insomma, anche la meditazione ha le sue illusioni e delusioni, che tuttavia diventano i nostri migliori insegnanti quando comprendiamo che sono forze sempre attive nella vita di tutti i giorni.
Ma la realtà è brutale e la vita se ne frega delle nostre aspettative e ci presenta quello che vuole lei. Noi, a nostra volta, dobbiamo fregarcene di queste difficoltà e considerarle un utile materiale di meditazione. Chi la dura, la vince. E, se osserviamo le difficoltà e gli ostacoli con distacco, ecco che ci poniamo su un altro livello e stiamo progredendo di nuovo.
L’importante è esperire la realtà così com’è, bella o brutta che sia. La meditazione nasce certamente per vincere il disagio, il malessere, la sofferenza. Ma non si può batterla per sempre e sempre. E, quando la sofferenza o l’aridità si ripresentano, dobbiamo dirci: “Sei di nuovo qua, brutta bestia. Non mi fai paura. Io ti conosco. Ora ti sistemo”.
Dobbiamo portare la consapevolezza sull’esperienza del momento, qualunque sia.
La meditazione è una forma di omeostasi: riporta l’equilibrio nel nostro animo.

  


mercoledì 19 agosto 2015

L'inversione biblica

Nella Bibbia è tutto invertito. Satana,che vuole aiutare l’uomo a emanciparsi, viene considerato il corruttore.
E Dio, che vuole l’uomo schiavo e obbediente, viene considerato il Dio da pregare.
Anche Gesù ci ha fatto un brutto scherzo. Pregava Dio illudendosi che lo avrebbe aiutato. E si è visto come è finito.
Per questo, la civiltà che è nata dalla Bibbia, la tradizione giudaico-cristiano-islamica ha messo a ferro e a fuoco il mondo.
Ha sbagliato Dio.

Guardate i musulmani, con il loro feroce terrorismo. Guardate i cristiani, che hanno asservito, sfruttato e devastato il mondo. Guardate gli ebrei, sempre in guerra a uccidere i loro vicini. Tutta gente che adora lo stesso Dio… sbagliato.

Il tesoro nascosto

Non esiste alcun Dio esterno, alcun Dio altro. Più hai fede in questo Dio, più ti alieni e ti allontani dal vero Dio, che è un tutt’uno con te, che è il tuo stesso “sé”.
È questo sé che crea e dirige tutto. Perciò, più credi nel Dio-altro-da-te, più ti impedisci di crearti una realtà migliore.
In tal senso, Dio è Mara, il Demonio, il grande alienatore, l’illusionista, il tentatore che ti porta fuori strada e ti fa perdere le occasioni e il poco tempo che hai.

Ti fa credere che devi pregarlo, facendoti dimenticare che la forza è dentro di te, che il tesoro è nascosto dentro di te.

I vegetariani

Le anime belle che vorrebbero migliorare il mondo convertendoci tutti al vegetarianismo non sanno che Hitler era un vegetariano, non vedono che la natura ci ha forniti di canini per dilaniare la carne, non si rendono conto che non abbiamo l’intestino dei ruminanti.
È la natura che ci ha fatti così. E, se la natura è opera e immagine di Dio, allora è Dio che ha congegnato questo meccanismo spietato, per cui, per vivere, bisogna uccidere. È lui che è feroce.
Ma è un’illusione credere che, se fossimo tutti vegetariani e rispettosi delle vite degli animali, il mondo sarebbe migliore. Il male, come un fiume carsico, troverebbe un altro modo per defluire e fare danni.
Non si dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni? Anche la via del male è lastricata di bontà.
Non è l’amore che salverà il mondo. È la tecnica. Un vaccino salva più vite di mille santi.
In fondo essere vegetariani è andare contro natura.
Gesù avrà fatto risuscitare Lazzaro. Ma le tecniche di rianimazione ne hanno salvati molti di più.
Gesù avrà moltiplicato il pane e il vino. Ma le tecniche di selezione, di coltivazione e di conservazione hanno moltiplicato molti più alimenti e sfamato gli uomini.
Nella tecnica l’uomo si fa manipolatore della realtà. Non si limita a biascicare inutili suppliche ad un Dio che se ne frega.
I nostri filosofi, con la loro cultura umanistica e la loro ignoranza scientifica, hanno demonizzato la tecnica rovinando il mondo.

Il mondo è stato migliorato dalla scienza e dalla tecnica, non dagli dei.

Saper vedere

In meditazione, non dobbiamo pensare a ciò che stiamo sperimentando. Dobbiamo esperirlo direttamente.

In fondo si tratta di prender tempo. Quando hai paura, rimani lì. Quando provi ansia, rimani lì. Ogni volta che provi una forte emozione, rimani lì… non per reprimere, ma per vedere.

Il sogno della vita

Scrive Borges nel Libro dei sogni (Adelphi, 2015): “L’anima, quando sogna, libera dal corpo, è al tempo stesso il teatro, gli attori e il pubblico… è anche autrice della storia a cui assiste”.

Ma è sempre così. Anche nella vita di veglia, nella cosiddetta realtà, è sempre l’anima che narra la storia e la crea. È l’autrice e la sostanza del sogno della vita.

martedì 18 agosto 2015

Superare l'ego

È difficile non essere egocentrici – centrati sul proprio ego – perché l’uomo è proprio l’essere che è più centrato su se stesso.
Anche nella ricerca spirituale o religiosa siamo spesso guidati da un’immagine idealizzata di noi stessi. Perfino chi si dedica all’aiuto e alla cura degli altri può farlo per motivi egocentrici: per esempio, per sentirsi buono e nobile, per sentirsi eroico, forte o altruista, per senso del dovere, per essere stimato, ecc.
Dobbiamo dunque stare attenti. Quando diciamo che vogliamo trovare il nostro vero sé, non dobbiamo cadere nella trappola di immaginarlo come un super-io, un io dotato di virtù e poteri eccezionali.
Non dobbiamo applicare al sé i vecchi schemi mentali che abbiamo applicato all’io. Il Sé non è un ego potenziato.
Il sé va piuttosto nella direzione opposta dell’io: è meno egocentrico, meno centrato su di sé, meno attaccato a sé, più impersonale, più centrato sulla vita.
In fondo, il sé è l’io liberato da se stesso.
Il paradosso è che, per essere più autentici e più aperti, dobbiamo temporaneamente concentrarci su noi stessi, diventando più consapevoli dei limiti e delle caratteristiche del nostro io.

Il sé è l’io che si apre ad una tale consapevolezza da dimenticare se stesso.

lunedì 17 agosto 2015

L'uomo essenziale

Nello zen si dice che, finché desideriamo diventare qualcuno, siamo sulla strada sbagliata. Imbocchiamo invece la strada giusta quando incominciamo a considerarci “niente di speciale”.
Tutta la vita cerchiamo di essere qualcuno o qualcosa: ricchi, potenti, rispettati, sapienti… Studiamo e lavoriamo per essere qualcuno, per farci una posizione, per acquisire titoli e ruoli.
Ci sentiamo realizzati quando otteniamo prima una laurea e poi un lavoro prestigioso, quando guadagniamo tanto ed otteniamo un elevato status sociale, riconosciuto da tutti e ricco di privilegi.
Questo significa diventare qualcuno, per la società, per gli altri. Ma per noi?
Più che realizzare noi stessi, tendiamo ad essere superiori agli altri, ad ottenere importanza e reputazione.
Non che questo sia sbagliato in sé: se mettiamo a frutto le nostre capacità, i nostri talenti, non c’è niente di male, anzi.
Ma dobbiamo evitare la trappola di considerare lo status sociale qualcosa che possa risolvere i nostri problemi interiori: paura, ansia, insicurezza…
In altri termini, possiamo ottenere potere, soldi e reputazione, e raggiungere una condizione di privilegio, senza aver risolto i nostri problemi interiori.
Dobbiamo perciò distinguere tra l’uomo interiore e l’uomo sociale, tra essenza e ruoli. I due possono vivere su piani diversi, e le realizzazioni dell’uno possono non essere le realizzazioni dell’altro. Anzi, spesso le realizzazioni dell’uno servono a nascondere le mancanze dell’altro.
Dobbiamo capire e sentire che cosa ci sia di essenziale in noi stessi, dobbiamo comprendere quali siano le esigenze dell’uomo interiore, quello che sta sotto tutti i rivestimenti sociali.
È la realizzazione di questo uomo basico, il sé, che deciderà alla fine che cosa siamo veramente e se ci siamo liberati dai più comuni condizionamenti.


domenica 16 agosto 2015

Gli indifferenti

Se la parabola del buon samaritano è la “parabola dell’accoglienza”, leggetela bene, non con gli occhi della Chiesa, che è sempre pronta a falsificare le parole di Gesù.
Che cosa dice? Che i primi due individui che passano e che se ne fregano dell’uomo ferito a terra sono un “sacerdote” e un “levita” (un altro ministro del tempio). In sostanza, gli indifferenti sono proprio i preti dell’epoca. L’unico che si cura del ferito è un samaritano, ossia il membro di una comunità considerato con disprezzo dai sacerdoti.
Questo ci dice che cosa pensasse Gesù dei preti: individui aridi, formalisti, ipocriti, attenti al dettato ma non allo spirito della legge religiosa.

Ecco perché il peggior tradimento che si potesse fare del messaggio cristiano era costituire una Chiesa fondata proprio su questo tipo di funzionari: i sacerdoti di professione.

Illusioni e realtà

Il Papa non va in vacanza, non si dà pace e quindi ci rompe le scatole tutti i giorni con la complicità di radio e televisioni che, non avendo notizie da dare, ci ammanniscono i suoi insulsi predicozzi.
Il giorno di ferragosto, per esempio, ha detto: “ Nella storia pesa la violenza dei prepotenti, l'orgoglio dei ricchi, la tracotanza dei superbi, ma Dio non lascia soli i suoi figli, umili e poveri, ma li soccorre con misericordiosa premura, rovesciando i potenti dai loro troni".
Quando mai? Chi è che ha mai visto una cosa del genere?
Ecco, il cristianesimo parte da un sovvertimento, da un disconoscimento della realtà: si scambia per reale ciò che è in effetti solo un sogno. Sulla scia di Gesù che sognava che gli ultimi diventassero i primi e che si potessero amare i nemici, si continua a mettere il carro davanti ai buoi – ossia quello che noi vorremmo con quello che è. E così si fa una grande confusione e si rimane vittima delle proprie illusioni.
In meditazione lo si ribadisce di continuo: mai anteporre le proprie illusioni alla realtà. La prima cosa da fare è riconoscere come stanno le cose: solo così si possono cambiare.

Direi che la prima funzione della meditazione è proprio questa: riconoscere le proprie illusioni, i propri sogni, i propri bisogni, le proprie fantasie per ciò che sono: prodotti della mente. E riconoscere la realtà.

sabato 15 agosto 2015

Fiction

Non è un caso che il passatempo preferito dagli esseri umani sia la fiction.
Fiction significa finzione, dunque qualcosa di finto, di immaginario, di irreale. Una rappresentazione della realtà, non la realtà.
Stiamo davanti ad uno schermo vedendo passare ombre, luci, colori, suoni…
Ma anche nella realtà di tutti i giorni è così. Tutto è finto, tutto è falso.
Sono false la nascita e la morte. Falso l’amore. False le costruzioni e gli imperi. Falsa la storia. Falsi il tempo e lo spazio. Falso il nostro stesso io, la nostra identità.
Sogni, illusioni, fantasmi… in attesa del risveglio.

Percepiamo la fiction della cosiddetta realtà, con le sue tragicommedie fasulle, se vogliamo risvegliarci.

Meditare l'esperienza

Non c’è parola, non c’è definizione, non c’è descrizione che possa dire quale sia la vostra esperienza del corpo in un dato momento. Provate. Fermatevi e sentite che cosa prova il vostro corpo: se è caldo o freddo, se è stanco o fresco, come respira, come batte il cuore, se ha qualche dolore…
L’unica risposta che potete dare è percepire, anzi essere, proprio quell’esperienza. Ogni altra risposta è insufficiente e insoddisfacente.
Adesso passate all’esperienza della sensazione. Come vi sentite in questo momento, qual è il vostro stato d’animo? Calmo, lucido, agitato, confuso, annoiato, preoccupato, rilassato, insofferente….?
Solo voi potete saperlo. E l’unica risposta alla domanda è sentire, cioè essere.
Ora domandatevi: “Chi è che fa questa esperienza?”
Ma non rispondetevi: “Io… il tal dei tali”.
Siate semplicemente l’esperienza di essere, senza dividervi in due (soggetto e oggetto), senza dare nomi.
Quell’esperienza è indicibile, perché non può essere espressa da parole o concetti mentali (che sono dualistici). Può solo essere fatta. Questa è meditazione. Che è già un’esperienza trascendente (della mente).

Meditare è fare esperienza dell’essere, non del pensare.

venerdì 14 agosto 2015

Il coraggio

Avere coraggio non significa non avere mai paura (oltretutto la paura è un segnale più che utile, necessario).

Il coraggio è la capacità di guardare in faccia la paura, di stare con la paura, di esaminare la paura, di sperimentare i nostri limiti.

Il mito dell'illuminazione

Pensando all’illuminazione crediamo che un giorno si apriranno i cieli e verremo investiti da una luce divina che ci farà capire tutto.

Ma è più probabile che l’illuminazione sia lenta, graduale, talvolta impercettibile. Un lieve defluire di luce nel buio della nostra confusione e ignoranza. E può darsi che non si risolva tutto in un attimo, ma che ci voglia una vita intera o più vite.

La pratica

Praticare la meditazione non è solo restare seduti per qualche minuto o per qualche ora, immobili, silenziosi, concentrati, al di fuori del mondo.
Praticare è praticare con tutto: con tutto ciò che ci offre la vita, nel bene e nel male. Ogni cosa, ogni evento può essere oggetto e stimolo della meditazione.

Osservare ed osservarsi sempre, in ogni stato, da fermi o in attività. Essere consapevoli.

Le nullità

Ti senti di non valere niente? Ti senti una nullità? Ti sembra di non valere più di una mosca o di un microbo?
Ottimo punto di partenza.

Sei più vicino alla verità e al tutto di quando ti credi chissà chi.