lunedì 28 novembre 2022

L'antagonismo

 

Non c’è niente da fare. Finché il nostro modello di vita sarà basato sulla competizione e sull’ambizione, non ci sarà modo di avere un mondo di pace. Tutti lavorano per migliorare la propria condizione di vita alimentando il conflitto esterno, la guerra e la rivalità. Perfino lo sport si basa sull’antagonismo. Perfino la politica e la fede. Tutti vogliono avanzare, progredire, avere successo. Non cercano la verità, ciò che è, ma la prevalenza, l’importanza, il potere, il denaro, il risultato, il riconoscimento, il rafforzamento.

Stando così le cose, è inevitabile che il mondo sia sempre in guerra, sempre insoddisfatto, sempre sofferente.

La pace è la fine di questa ricerca e di questo sforzo, lo scioglimento dei vincoli e del conformismo, il dismettere la volontà di acquisizione. Perfino i discepoli di Gesù questionavano su chi fosse “il più grande” nel mondo e nel regno dei cieli. E Gesù li ammoniva a farsi umili e piccoli.

L’uomo è fatto così. È una scimmia che non sta mai ferma, che fugge da se stessa sospinta dal desiderio che crea lo spazio-tempo. Anche la ricerca della verità diventa l’ennesima fuga da ciò che è.

Vediamo in questi giorni di Campionato del mondo che cosa sia l’antagonismo e il nazionalismo. Si dà l’anima per un gol, ci si commuove per l’inno nazionale, si lotta per la prevalenza. Mancano solo le armi per fare una vera guerra.

Tutto è guerra, scontro, lotta per essere i primi, i più forti, i vincitori. Con le buone o con le cattive. E continuamente si passa alla guerra vera e propria, tanto che il mondo rischia la distruzione.

Gli uomini sono fatti così. Hanno una grande aggressività.

Il difetto è talmente evidente che si è inventato il mito della caduta dal paradiso terrestre, in seguito al quale gli uomini sarebbero decaduti. Ma è chiaro che è un mito creato a posteriori, proprio per giustificare tanta aggressività.

In realtà anche altri animali sono aggressivi, perché per vivere è necessario cacciare e mangiare altri esseri viventi. Quindi la vita si basa proprio sull’aggressione, sulla violenza, sull’uccisione. E questo non è un difetto, ma una necessità.

Inutilmente maestri come Gesù e Buddha invitano all’amore e alla compassione. Si tratta di appelli che possono essere accolti da alcuni individui, ma non dalla maggioranza.

Tutti devono mangiare e, per mangiare, devono uccidere e assimilare altri esseri viventi, animali e/o vegetali. Dunque, quello che sembra un difetto è un elemento costitutivo.

Se ci fosse un creatore, la colpa sarebbe sua. Sarebbe un Dio della violenza. Ma, per fortuna, non c’è una Volontà esterna al mondo. Il mondo si è costituito così perché in apparenza non c’era nessun’altra possibilità. Un po’ più buono o un po’ più cattivo, e non avrebbe potuto esistere.

Questo vuol dire che le due forze antagoniste presenti dappertutto e sotto varie forme (attrazione/repulsione, bene/male, alto/basso, amore/odio, crescere/diminuire, eccetera eccetera) devono restare in equilibrio. In parole povere, non può essere che il positivo prevalga definitivamente sul negativo. Come nella corrente elettrica. Senza uno  dei due poli, la corrente-vita non ci sarebbe.

D’altronde questo è evidente in tante istituzioni che predicano o fanno il bene. Non possono che produrre il male ed essere corrotte. Guardate la Chiesa cattolica, piena di pedofili e uomini avidi di potere e di denaro. Ma anche altrove è così.

Non appena fate il cosiddetto bene, fate il male. Lo confermano i pensatori taoisti e perfino un uomo contraddittorio come san Paolo: “Quando voglio fare il bene, il male è accanto a me”.

Perché?

Perché ci deve essere antagonismo.

Questa è una delle leggi della vita.

giovedì 24 novembre 2022

Il bagaglio del passato

 

Il senatore di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, cita la Bibbia in cui si dice che l’omosessualità è un “abominio”. Ma nella Bibbia e negli altri testi sacri delle religioni del mondo ci sono cumuli di sciocchezze. La Bibbia, pochi versetti dopo, dice anche che gli adulteri devono essere messi a morte, e nessuno cita questa affermazione. Oppure il presunto Dio della Bibbia comanda anche di sterminare tutti i nemici, uomini e donne, e perfino i bambini fracassando loro la testa contro una pietra e infine anche gli animali.

Non si possono prendere a prestito le citazioni di libri scritti migliaia di anni fa, che riflettono usi e costumi barbarici, per riferirli alla realtà attuale. Così fanno i fondamentalisti di tutte le religioni.

Non dobbiamo basare le enunciazioni di verità su libri, su ideologie, su dogmi, su maestri, su saggi, su modelli, su utopie, su autorità, su culture, su dottrine o quant’altro. Tutto questo è condizionamento. E, per trovare la verità, noi dovremmo liberarci del condizionamento.

La verità-realtà dovrebbe essere il frutto di una percezione diretta, quando la mente non è annebbiata da pregiudizi.

Ciò che è indefinibile, il senza-nome, richiede che la mente sia immobile e silenziosa. Senza il bagaglio di concetti, idee, fedi e principi del passato.

mercoledì 23 novembre 2022

Fermare la mente

 

Il problema è che noi vorremmo comprendere con la mente razionale e con l’esperienza quotidiana ciò che non segue né le leggi della nostra razionalità né i principi dell’esperienza. Non per nulla, con la morte, muore anche la mente conosciuta. L’illimitato, l’infinito, l’eterno non può essere definito o circoscritto dalla mente abituale. E questo è già un dato di fatto.

Il nostro mondo è compreso dalla mente ordinante e calcolante che ha una certa razionalità ed è immersa nel tempo. Ma la verità ultima non è più comprensibile da questi strumenti. È al di fuori: per questo la definiamo trascendente.

Se vogliamo sapere che cosa succederà dopo la morte, dobbiamo far morire la mente. Altrimenti sarà tutto una proiezione, un’interpretazione della mente stessa, dunque non la verità ultima.

La mente dovrebbe essere quieta e silenziosa, non più dominata dal desiderio sensuale e conoscitivo, nonché dal senso dell’io e del mio. Ma la mente, anche quando vuole conoscere la verità ultima, traduce tutto nel suo linguaggio, non sta mai ferma.

Perciò, quel che conosciamo è sempre una categoria della mente: dei, Iddii, paradisi/inferni, aldilà, reincarnazione, nulla, tutto, finito/infinito, principio/fine, io/altri, perfino il concetto di verità… tutte idee che ci lasciano dubbiosi e insoddisfatti, consapevoli che quella non è la verità ultima.

Ogni volta che ce ne rendiamo conto, siamo già un poco più vicini alla verità-realtà.

Dunque, una teologia negativa per ora: sappiamo ciò che non è, non ciò che è. Almeno finché non cessi l’attività della mente, del suo continuo desiderio, dell’io.

La conoscenza-liberazione arriverà, e allora sapremo. Ma non ci sarà più la mente abituale.

domenica 20 novembre 2022

L'ultima proprietà

 


“Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”: questa frase di Epicuro ci vorrebbe invitare a non aver paura della morte e a “rendere gioiosa la mortalità”. Ma, ahimè, non ci riesce. Perché ciò che rende gioiosa la mortalità non è solo l’assenza della paura della morte, ma l’assenza di tante sofferenze e della nostra stessa limitatezza o incapacità. La morte, il pensiero della morte, è solo la ciliegina sulla torta del nostro malessere, il simbolo di tutto ciò che finisce – e finisce male.

Perché una cosa è certa. Tutto finisce – e finisce male… con la vecchiaia, con la malattia o con un incidente qualsiasi.

L’argomento classico per tentare di rassicurarci consiste nel pensare: “Se c’è una qualche forma di vita dopo la morte, saremo contenti di proseguire la nostra avventura, qui o altrove. Se non c’è niente, e tutto finirà, non ne avremo alcun danno, perché finirà ogni forma di sofferenza.” Ma se questo ci rasserena un po’, riguarda solo la nostra morte, non la morte di qualcuno che ci è caro. Qui non c’è consolazione, se non credere che un giorno ci rivedremo tutti… chissà dove.

Ma si tratta appunto di una fede, non di qualcosa di certo. E noi vorremmo sapere con certezza.

Perché ci dev’essere tanto mistero?

Se morire è cambiare di abito, come dicono alcuni, perché questa verità dev’essere incerta?

Dire che possiamo comunque sparire nel nulla non è forse sostenibile. Perché nulla nasce dal nulla e nulla può ritornare nel nulla. Insomma un nulla totale non può nemmeno esistere, perché possiamo vedere che nulla si distrugge completamente e che tutto si trasforma. Ma in che cosa si trasforma?

Forse c’è una reincarnazione, una rinascita, su questa Terra o in chissà quale altro luogo. E qui di nuovo c’è il mistero e tante opinioni.

Insomma continuiamo ad avere paura, perché temiamo di precipitare nel vuoto, nel nulla.

L’unica certezza è che perderemo quasi tutto. Gli oggetti che possediamo, le persone che conosciamo, il corpo fisico e la mente comune.

Ci basterebbe dunque di non perdere almeno la nostra identità.

venerdì 18 novembre 2022

I limiti della mente

 

I credenti sono tutti d’accordo: Dio esiste ed è solo amore e bontà.

Ma, stando così, le cose, non si capisce da dove verrebbe fuori un mondo che è conflitto.

Si dice che, per dare la libertà agli uomini, bisognava per forza lasciarli sbagliare e quindi scegliere tra bene e male. Un modo, però, per dire che il male ha la stessa fonte del bene. E perciò è proprio Dio che lo avrebbe creato.

Il motore del divenire è proprio il contrasto tra due forze, e, se c’è un Dio che lo ha creato, lui è il responsabile. Non se ne esce. Concepito Dio e il bene, non può che esserci anche il Dio del male. Non il Demonio, ma solo l’altra faccia di Dio.

Dunque, non un peccato originale dell’uomo, ma un difetto di fabbrica – dell’eventuale creatore. Un insanabile conflitto.

In conclusione, comunque la mettiate, Dio non potrebbe essere solo amore e bontà. Dovrebbe essere anche il contrario. Testimoniato dal fatto che avrebbe creato anche l’inferno, la punizione e la violenza.

D’altronde, nei miti stessi degli angeli decaduti o della cacciata dal paradiso terrestre, si ritrova questo male costituzionale, l’impossibilità che tutto sia bene e amore.

Anzi, l’amore non potrebbe nemmeno esistere senza il suo contrario: non ci sarebbe neanche il concetto.

Senza ciò che per noi è male, il mondo non potrebbe esserci. Proprio come il polo positivo dell’elettricità non potrebbe esistere senza il polo negativo.

Lo stesso per l’attrazione e la repulsione, l’avvicinamento e l’allontanamento, la forza centripeta e la forza centrifuga…

Noi vogliamo salvare la totale bontà di Dio, ma, ragionando, ritorniamo alla verità che il male è altrettanto originario, divino.

Non c’è niente da fare: la nostra povera mente non può uscire dalla rete di dualismi, contrapposizioni, dialettiche, schemi, categorie e convinzioni che si è creata e in base a cui funziona. Ecco perché, quando parla dei massimi problemi – Dio, anima, morte, aldilà… -, non fa che proiettare i suoi limiti. E quindi non può conoscere niente di veramente nuovo. Per esempio, quando parla di Dio proietta le proprie idee di Padre, Padrone, Signore, ecc. e quando parla di aldilà concepisce un aldiquà solo un poco modificato.

Non ce la fa a uscire da ciò che ha già sperimentato e conosciuto. Spera sempre in una sorta di continuità.

Non capisce la morte perché non riesce a morire essa stessa. Ma la morte è proprio questo.

lunedì 14 novembre 2022

La gioia della morte

 

Ho visto un film dove si faceva passare la guarigione di un bambino annegato in un miracolo e se ne faceva propaganda religiosa : basta aver fede e pregare perché la vita risorga. Per questa mentalità infantile, Dio sarebbe un potente Padre amorevole che, sollecitato dalla fede di molti, farebbe miracoli e farebbe guarire un bambino già morto. Niente di meno. Peccato che subito dopo il telegiornale desse notizie di attentati e guerre in cui i bambini e gli adulti morivano in gran quantità, senza nessun miracolo.

Dunque Dio, per la mentalità religiosa, è un Essere che salva un bambino, ma ne lascia morire migliaia di altri. Per tutti gli altri non ci sono miracoli, ci sono non-miracoli.

Lo stesso può dirsi per Gesù o per altri uomini santi. Salvano qualcuno. Ma lasciano morire tutti gli altri.

Suprema ingiustizia o suprema trascuratezza? Lazzaro sarà anche risorto. Ma poi sarà dovuto ri-morire.

Ora, secondo voi, ci sono più miracoli o non-miracoli?

La mente umana è fatta così. Molto semplice. Non si avvede della sua stessa ingenuità e sogna sempre Dei, miracoli, Padri e Madri divine, Spiriti Santi e spera nelle preghiere e nelle invocazioni. Recentemente hanno scoperto in Toscana, in una fonte “sacra” 24 statuette votive. Lì si pregava e ci si immergeva nelle acque miracolose, come oggi si fa a Lourdes o un tempo si faceva nei santuari greci o orientali.

Cambiano i tempi, ma si fanno sempre le stesse cose… le stesse illusioni. Siamo così disperati che dobbiamo invocare divinità cui diamo nomi differenti nel corso dei secoli o millenni.

La mente umana vorrebbe sperimentare il trascendente, l’inconoscibile, ma segue sempre certe linee. Si basa sul passato, su ciò che ha accumulato. E quindi non può conoscere il nuovo. Non può conoscere l’incondizionato. Ne ha anche paura.

In tal senso il pensiero è il problema. Non possiamo pensare l’impensabile.

Quindi rimaniamo nei limiti del vecchio e delle sue categorie. Anche nel caso della religione.

Invece l’unica religione dovrebbe essere aprirsi all’incondizionato, al trascendente. Non immaginarci un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, un personaggetto da commedia, che interviene per aiutare qualcuno e basta.

Dio è la forza del mondo ed è dappertutto. È la vita, ma anche la morte.

In un poema sumero, anteriore alle visioni antropomorfe della Bibbia, Gilgamesh, un eroico re, accusa chiaramente gli dei, che hanno per se stessi l’immortalità, ma che hanno riservato la morte agli esseri umani.

Ma la morte serve proprio a questo, a creare il nuovo, a chiudere con il passato, ad avere una nuova mente e una nuova vita.

La morte è una liberazione, la vera liberazione. E può essere una gioia.

 Perciò, tutti coloro che operano per conservare a tutti i costi la vita, questa vita, non sanno quel che fanno.

venerdì 11 novembre 2022

Il Sé più vasto

 

È noto che, quando cerchiamo di sapere chi siamo, abbiamo solo brandelli di verità e che ci manca il quadro complessivo. Il problema è che, quando cerchiamo di cogliere la nostra intera soggettività, non possiamo farlo, perché trasformiamo la nostra conoscenza in qualcosa di oggettivo, qualcosa che viene allontanato da noi… e che non è più “noi”, ma un concetto, un’interpretazione del nostro vero noi.

Però qualcosa possiamo intuire, perché il vero noi, l’io più vasto, è sempre attivo, è sempre presente. Non possiamo coglierlo, non possiamo conoscerlo se non dividendoci in due (soggetto e oggetto), e quindi trasformando il soggetto in un oggetto (di conoscenza) e mancandolo clamorosamente.

Perché il soggetto deve sempre rimanere tale, è ciò che ci sfugge.

Quando cerchiamo di farne un oggetto di conoscenza-esperienza, si allontana di nuovo. Adesso è ciò che conosce, ma non ciò che è conosciuto.

Per uscire da questo infinito inseguimento, non resta che fermarci e assumere un atteggiamento contemplativo. Cioè un atteggiamento in cui mettiamo tra parentesi la mente calcolante, la mente pragmatica, e lasciamo spazio alla mente meditativa.

Così possono sorgere grandi o piccole illuminazioni.

Il bene nel male

 

“Ogni ferita ha la sua saggezza” ho letto in uno testo di Debbie Ford, curatrice di seminari sulla trasformazione interiore. Ed è vero… nel senso che ogni sofferenza – se non ci distrugge  - ci insegna qualcosa.

Almeno, consoliamoci così.

Ma l’importante è essere in grado di imparare. E non sempre succede. Non sempre siamo in grado di osservare la situazione con distacco e di vedere, nel male, qualcosa di positivo, se non altro il fatto di non esserci fatti travolgere dal dolore, di essere sopravvissuti, di aver trovato una forza che non credevamo di avere.

Questo è già qualcosa.

Forse nella vita non c’è evoluzione che non sia dolorosa, forse nella vita le cose non capitano per caso, forse c’è un piano anche per noi. Forse abbiamo ottenuto una saggezza e una forza che ci erano necessari.

Non c’è crescita senza dolore. E certamente capiremo di più.

martedì 8 novembre 2022

L'autostima

 

3. L’AUTOSTIMA

 

“È un grande errore credersi più di ciò che si è e stimarsi meno di ciò che si vale”

                                                                                                          Goethe

 

Niente più dell’autostima ci fa vedere come l’equilibrio sia il perno della saggezza e il fondamento della serenità. Se infatti usciamo da un certo rapporto instabile tra eccessiva stima e troppo disprezzo di noi stessi, finiamo per cadere, da una parte, nel narcisismo e, all’altro estremo, nello sconforto e nella nevrosi. Detto altrimenti, se abbiamo un’eccessiva stima di noi stessi e delle nostre capacità, ci sentiamo invincibili e diventiamo imprudenti; e, se abbiamo poca stima, soffriamo di un complesso d’inferiorità e ci sentiamo sfortunati e tristi. In entrambi i casi sbagliamo.

 

“L’uomo che ha perduto la stima di se stesso, non è più buono a niente di grande né di magnanimo”

                                   Giacomo Leopardi

 

            Potremmo dire che l’autostima è la consapevolezza serena di essere adeguati alla vita, uno stato di auto-approvazione realistica – uno stato che non svanisce quando sbagliamo qualcosa. D’altra parte, come diceva nell’Ottocento Aristide Gabelli, “il credersi da molto è la prima delle condizioni per diventare da qualche cosa.” Infatti, quando qualche avvenimento o qualche critica ci fanno perdere la stima di noi stessi, la ferita può essere destabilizzante.

           

            “Un uomo che ha piegato se stesso, non può raddrizzare gli altri”

                                               Mencio

 

            Trotskij diceva che gli uomini che hanno poca stima degli altri, non ne hanno molta nemmeno di se stessi.  Da una parte, però, ci sono individui che, per ragioni psicologiche (magari per nascondere complessi di inferiorità) diventano superbi e si credono superiori a tutti. E, dall’altra parte, ci sono persone che ritengono di valere ben poco. A questi ultimi si rivolgeva Cechov quando scriveva nei Taccuini: “Valutati di più, ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo.”

            Come sempre, si tratta di una questione di equilibrio. Tra autostima e disistima il confine può essere sottile. Ed è molto difficile stabilire a che punto si debba porre la giusta via di mezzo, lo stato d’equilibrio. Forse, l’unico modo per scoprirlo è impegnarsi concretamente nelle cose… proprio per valutare le proprie capacità. Infatti, come diceva Publilio Siro, “nessuno conosce le proprie possibilità finché non le mette in pratica.”

            Certo, è difficile valutare se stessi, ma bisogna pur arrivare a dire: in questo sono capace e in quello valgo poco. Perché, in effetti, le valutazioni generiche sulle nostre capacità sono insufficienti e imprecise. Tutti abbiamo punti deboli e cose in cui riusciamo meglio. L’importante è arrivare a fare un bilancio complessivo, mettendo i pregi in una colonna e i difetti in un’altra. Non c’è altro modo di fare una valutazione il più possibile obiettiva.

 

“Chi si vanta non ha valore”

                        Lao-tzu

 

            Anche i giudizi degli altri sono utili, ma possono essere inficiati da mille motivazioni e sono soggettivi come le valutazioni che diamo di noi stessi. Tutti proiettano negli altri i propri pregiudizi e le proprie preferenze. Lichtenberg diceva: “Sono sicuro che non solo ci si ama negli altri, ma anche ci si odia”. In altre parole, amiamo e odiamo negli altri ciò che amiamo e odiamo in noi stessi, e viceversa.

 

“Verissimo che la reputazione comincia da noi medesimi, e che quello che vuole essere stimato bisogna che sia il primo a stimarsi”

                                   Galileo Galilei

 

            Molto dipende dal rapporto che abbiamo stabilito con noi stessi, se ci siamo amici o nemici. Diceva a questo proposito Seneca: “Mi chiedi quale sia stato il mio progresso? Sono diventato amico di me stesso”. Sì, perché nessuno può odiarci e criticarci più di noi stessi, e nessuno può aiutarci od ostacolarci più di noi stessi. Se non ci vogliamo bene, se ci disprezziamo, non saremo nemmeno in grado di amare il prossimo. Si domandava Erasmo da Rotterdam: “Può voler bene agli altri chi non vuole bene a se stesso?”.

            Può darsi che l’auto-denigrazione ci sia stata instillata da un cattivo rapporto con i nostri genitori i quali, a forza di critiche, hanno distrutto il nostro senso di autostima. O può darsi che sia avvenuto un passato qualche avvenimento che ci ha fatto perdere la fiducia nelle nostre capacità. Comunque sia, dobbiamo essere così consapevoli da capire che il giudizio che diamo di noi stessi deve essere rimesso in equilibrio.

 

Qual è la massima esperienza che possiate vivere? È l’ora del disprezzo. L’ora in cui vi prende anche lo schifo per la vostra felicità e così pure per la vostra ragione e per la vostra virtù”

                        Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

 

            D’altra parte, non c’è niente di più sgradevole di un individuo che ha un’eccessiva stima di sé, anche perché di solito è una persona che disprezza gli altri. Come diceva Montesquieu, “non stupisce che si provi tanta antipatia per le persone che hanno troppa considerazione di sé: non c'è grande differenza tra lo stimare molto se stessi e il disprezzare molto gli altri.”

            Ma l’autostima non deve dipendere dal giudizio altrui; se lo è, diventa dipendenza. Ognuno deve arrivare ad avere una valutazione autonoma di se stesso: siamo noi che dobbiamo essere consapevoli del nostro valore. L’autostima deve essere la fiducia equilibrata che abbiamo in noi stessi e nelle nostre capacità – fiducia che nasce dalla conoscenza.

 

“Il mio prossimo sono io stesso”

                        Terenzio

 

            Ci vuole dunque senso della misura. Dobbiamo arrivare a studiarci e conoscerci, con i pregi e con i difetti che abbiamo; dobbiamo arrivare a valutarci e a giudicarci così come valuteremmo e giudicheremmo un altro.

 

“Per l’uomo, il soggetto più appropriato di studio è l’uomo”

Alexander Pope

 

 

 

sabato 5 novembre 2022

Lo scopo della vita

 

“Che scopo ha la vita?” ci domandiamo. E questa domanda presuppone che tutto abbia uno scopo, che ogni cosa debba avere uno scopo.

E invece la vita non ha scopo. Cioè, non ha uno scopo oltre a se stessa. Lo scopo della vita è… la vita, è vivere. Non c’è un altro scopo.

Questa domanda fa il paio con l’altra: “Qual è il motore primo?” O, se preferite: “Qual è la sua causa? Chi l’ha creata?” Il che presuppone che tutto abbia una causa, che ogni cosa debba essere creata.

E invece la vita non ha una causa, non è creata da niente e nessuno.

Il problema è che diamo abituati a pensare che tutto abbia uno scopo, che tutto abbia una causa, che tutto sia creato.

Da qui l’idea che ci sia un Dio creatore.

Ma è un’idea nata dall’abitudine e dalla pigrizia. Ovvero dai limiti del pensiero. Che deve pensare  in termini di scopo o causa. Altrimenti si sente perduto.

Ma esiste un pensiero, ossia una condizione di mente che è in grado di pensare i limiti del pensiero. E, quindi, più che un pensiero, è un’intuizione, una consapevolezza.

Potremmo chiamarla un non-pensiero. Ma è uno stato cui si arriva dopo aver pensato tutte le possibilità… e averle scartate.

È un tipo di pensiero che trascende il pensiero abituale, che è una specie di pensiero infantile.

Dunque, usciamo dall’infanzia e allarghiamo la mente. Al non-pensiero, all’aldilà del pensiero, al pensiero trascendente.

Pensiamo a una cosa che non abbia scopo, causa, finalità. Quella noi siamo.

venerdì 4 novembre 2022

L'attesa

 


“Attendiamo sempre, e la vita è passata”

 Pierre de Nolhac

 

Se ci fate caso, siamo sempre in attesa di qualcosa: di una promozione, di un successo, di un amore, di una novità, di un’occasione, di un colpo di fortuna, di una notizia, di un esame, di una sconfitta, di una perdita, del domani, di un cambiamento, della vecchiaia, della morte, di Dio, dell’illuminazione… Noi attendiamo e, intanto, l’esistenza si consuma. In fondo, spesso la vita è ciò che ci capita mentre attendiamo qualcosa che non si verifica mai o che non si verifica come ce l’eravamo immaginati… tra un sogno e l’altro, tra un ricordo e l’altro, tra una speranza e l’altra. Alcuni ritengono che la vita sia esattamente questo: ingannare l’attesa.

 

“ Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa”

Jules Renard

 

Ambrose Bierce sosteneva che l’aspettativa è “lo stato o la condizione di spirito che, nel processo delle emozioni umane, è preceduto dalla speranza e seguito dalla disperazione.” Ma questa è una visione pessimistica: se siamo in attesa, per esempio, di un esame, scolastico, lavorativo o clinico, passerà un po’ di tempo, però, alla fine, l’esito arriverà… e sarà quel che sarà. Tutte le nostre congetture verranno spazzate via in un attimo dall’irrompere della realtà. E, allora, potremo verificare se la nostra mente, anticipando e fantasticando, aveva lavorato bene o male.

 

“Ci si aspetta di tutto, ma non si è mai preparati a nulla”

Anne Sophie Swetchine

Scriveva su questo argomento Gaspare Gozzi: “Ho veduto alcuni a temere e a dolersi non solo di cose presenti, ma cotanto ingegnosi che ingrandiscono con la fantasia tutto quello che deve essere di qui a un mese o di qui a due o più in là ancora, e starsi in perpetua malinconia di quello che non è e che non sarà forse mai”. E aggiungeva un consiglio sul come regolarsi nell’attesa: “Il tempo passato mi pare che sia la regola migliore per governarsi nell’avvenire. Tutte le calamità avvenute sono più certe di quelle che debbono succedere e tuttavia le son trascorse, e tu se’ vivo e sano, e le ti servono oggidì di argomento per intrattenere altrui ragionando e forse per ridere”.

            Però ci sono avvenimenti che non si verificano mai. E allora l’attesa diventa il tempo della nostra stessa vita, una forma di desiderio che non si soddisfa mai, qualcosa di molto simile a un sogno. Se io sogno un riscatto sociale, la ricchezza o un riconoscimento, può darsi che questo non si verifichi mai. Ecco perché bisogna abituarsi a vivere nell’attesa, come se ci trovassimo in una sala d’aspetto delle ferrovie; aspettiamo un treno che chissà quando - o se mai - arriverà.

 

“Cavallo, no morir

che bell’erba ha da vegnir”

                                               Carlo Goldoni, Il campiello

 

 

            Quindi, nell’attesa, bisogna vivere e adattarsi. E questa è proprio la nostra esistenza di tutti i giorni, quella in cui lavoriamo, ci sposiamo e facciamo figli. Non tutte le attese sono premiate. E qualcuna, tutto sommato, è bene che non si realizzi mai, perché talvolta è molto più gradevole il piacere dell’attesa che il compimento stesso del nostro desiderio. Per questa ragione Lessing diceva che “l'attesa del piacere è essa stessa un piacere.”

 

“Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare”

Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo

 

            Ma, per lo stesso meccanismo, anche l’attesa di un male può essere più angosciosa del male stesso.

 

“E l’aspettar del male è mal peggiore,

forse, che non parrebbe il mal presente”

                                   Torquato Tasso, Gerusalemme liberata

 

 

Qualche volta l’attesa è necessaria alla maturazione del desiderio, che, come un buon vino, più invecchia più diventa di qualità. “Non vi pentirete mai di aver aspettato, potreste pentirvi cento volte di aver fatto troppo presto” avvertiva Paolo Mantegazza. Un proverbio italiano dice che “chi non attende, non intende”. Ma altre volte un’attesa troppo protratta fa marcire il desiderio stesso, come un fiore che, per essere stato troppo lento a fiorire, finisce per appassire sulla pianta.

 

“Non riuscirai mai a soddisfare un'attesa”

Goethe

 

 

            Come tutte le cose di questo mondo, l’attesa è ambigua: è imparentata da una parte con il desiderio e con la gioia e dall’altra parte con la noia e con l’ansia. Tutto dipende da chi o da che cosa si attende e da quanto tempo si attende. Infatti, se il tempo dell’attesa è troppo lungo, forse non ne vale nemmeno la pena. Ecco perché Ugo Ojetti, invitava a darsi una mossa: “Non aspettare che il vento gonfi la vela della tua fortuna. Soffiaci dentro te”.

            C’è dunque una vera e propria arte di aspettare, un’arte che si avvicina a quella della pazienza. Rabelais diceva che “tutto viene a taglio per chi sa aspettare.” E, in effetti, aspettare qualcosa è già qualcosa di positivo, perché se non altro alimenta la speranza. L’importante è non fare dell’attesa il fine della nostra esistenza. Sosteneva Pascal: “Noi non cerchiamo mai le cose, ma la ricerca delle cose; non viviamo mai nel presente, ma in attesa del futuro”.

In realtà, qualcuno - per esempio Cesare Pavese - faceva notare come la cosa più terribile non sia aspettare, ma non aspettarsi più niente. Quando non si attende più, non abbiamo più speranze e questo ci porta a una condizione di depressione. Ma qualcosa si può continuare ad aspettare, magari un sorso d’acqua, una giornata di sole o una fine indolore. “Sapere che non si ha più alcuna speranza non impedisce di continuare ad aspettare” sosteneva giustamente Marcel Proust.

 

Piuttosto pessimisticamente Bram Stoker, l’autore di Dracula, scriveva: “La vita in fondo cos'è? Solo l'attesa di qualcosa d'altro. E la morte l'unica cosa che possiamo essere sicuri che viene”. Però non è nemmeno il caso farsi prendere dai pensieri neri. Ogni giorno c’è in fondo qualche cosa di nuovo che può accadere, grande o piccola che sia. E, pur attendendo, è meglio gustarsi il presente – questa è saggezza.

 

“L'attesa è una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio. La realizzazione dell'attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio”

Søren Kierkegaard