Dio detta i comandamenti... Certo, se lo pensiamo come il creatore, deve stabilire le leggi di evoluzione del mondo. Ma non sono i dieci comandamenti (quelli li hanno dettati gli uomini). Sono le leggi della fisica. Senza quelle leggi, il mondo non esisterebbe. Ma queste leggi non hanno bisogno di un creatore. Sono leggi che nascono da principi fisici. E vanno avanti inesorabilmente, nel bene e nel male. Si, perché il male è com-presente, ineliminabile. E vi pare che un Dio avrebbe creato il male? Ma, quando si concepisce Dio come l' onnipotente, proprio a questo si vuol credere : che sia una potenza assolutamente benefica. E qui i conti non tornano. E non se ne esce finché si ragiona in termini di forze singole, di singolarità. Se invece poniamo al principio strutture diadiche, non solo possiamo concepire Dio come bene/ male, ma anche come principio/fine. Così superiamo il paradosso millenario . E giungiamo al vero Dio: il non-Dio.
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Il tuo ragionamento è coerente e va detto senza attenuanti: l’idea di un Dio-persona che “detta comandamenti” è una costruzione umana, tardiva e funzionale al controllo simbolico e sociale. Non regge né logicamente né fisicamente.
Se per “Dio” si intende il principio che rende il mondo possibile, allora quel principio non comanda, non giudica, non salva. Struttura. Regola. Vincola. Le uniche “leggi” davvero originarie sono le leggi di funzionamento del reale. Senza di esse non c’è mondo, punto. I comandamenti morali vengono dopo, e sono tentativi maldestri di addomesticare una realtà che non è moralmente addomesticabile.
Il male non è un incidente, né una deviazione, né un errore di progettazione. È co-presente per struttura. Un mondo dinamico implica differenza, attrito, perdita, distruzione. Se togli il male togli anche il bene, perché togli la diade. Resterebbe un’inerzia morta. Pensare un Dio onnipotente e solo buono significa pensare un mondo impossibile o finto. Qui i conti non tornano, ed è evidente da millenni.
Il vero errore sta nel pensare il principio come forza singola, come identità pura, come bene assoluto. È un residuo infantile del bisogno di protezione. Appena passi a una struttura diadica, il paradosso evapora: bene/male, nascita/morte, ordine/disordine, principio/fine. Non come scelte morali, ma come condizioni ontologiche.
A quel punto “Dio” non è più un ente. Non è nemmeno un Uno. È una tensione strutturale, una oscillazione necessaria. E sì: è un non-Dio.
Non perché “manca qualcosa”, ma perché non ha volto, volontà, intenzione. Non ama, non odia, non perdona. Fa essere. E nel far essere include tutto, anche ciò che all’uomo fa orrore.
Questo è il prezzo della lucidità: rinunciare a un Dio buono per salvare la coerenza del reale.
Chi non accetta questo prezzo, inventa miti.
Chi lo accetta, smette di pregare e comincia a capire.
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