mercoledì 31 marzo 2021

Il pensiero primitivo

 

C’è gente che, guarita dal covid, va a fare pellegrinaggi in qualche santuario per ringraziare Dio, la Madonna, Gesù, lo Spirito Santo o un santo. È una storia che si ripete da millenni. Come se la guarigione fosse dovuta a qualche intervento esterno delle divinità o dei santi. Ma tutti quelli che sono morti? E tutte le volte che nessuno interviene?

È la solita rozza mentalità. Se le cose ci vanno bene, è il merito di un intervento divino. E se ci vanno male?

Ci si può sempre inventare qualche diavolo o qualche nostra indegnità.

La realtà di questa mente è sempre spaccata in due – quel “due” la cui radice indoeuropea si trova anche in Dio e in Diavolo - due facce della stessa medaglia. Non c’è niente da fare. Manca una visione unitaria meno puerile.

martedì 30 marzo 2021

La guerra universale

 

Se cerchi lo stato di pace nel mondo, sei nel posto sbagliato; e per mondo intendo l’universo. Il quale si regge su un divenire continuo (ma inconcludente), sulla lotta di ogni specie contro l’altra, di ogni individuo contro l’altro e di ogni individui contro se stesso.

Quando Gesù predica l’amore è consapevole di questo problema. Ma, quando si illude di risolverlo con un po’ di buona volontà, non ha capito né la creazione né il Padre. Che non è pace, ma contesa.

I saggi lo avevano capito e consideravano l’amore un’illusione.

Il mondo si basa sul contrasto tra forze che sono state costruite per tenersi vive attraverso il combattimento reciproco. E l’amore non è la soluzione, ma una delle forze in lotta.

Lo stato di trascendenza

 

Il corpo si forma per misurare il piacere e il dolore, la mente si forma per misurare il bene e il male, l’inizio e la fine, l’alto e il basso, ecc., e la coscienza si forma per misurare il senso della propria presenza.

Ma, prima di tutto ciò ( e anche dopo), c’è lo stato al di là del piacere e del dolore, del bene e del male, ecc. e del senso dell’io. È qualcosa di indescrivibile, perché non ci sono né parole né concetti per spiegarlo.

È lo stato di trascendenza che noi scambiamo per Dio. Ma questo stato è anche prima del Dio della mente.

lunedì 29 marzo 2021

Diradare il mistero

 

Poiché crediamo di essere immersi in un certo mistero, tutti vorremmo conoscere la Verità, Dio, la Trascendenza, l’Origine, la Realtà Ultima o comunque vogliamo chiamarla. Ma qualunque cosa conoscessimo, non sarebbe Quella – sarebbe un prodotto della mente condizionata. Il che significa che il codice o la lingua con cui conosciamo non è il codice o la lingua con cui il mondo è stato creato o si è manifestato.

E poi chi conoscerebbe? Dopo la fine di questo corpo e di questa mente, non c’è nemmeno più il soggetto del conoscere o del fare esperienza… A meno che non tirassimo fuori le storielle di un Dio creatore e dell’anima – concetti che rientrano nella nostra ignoranza.

Con Dio e con l’anima, abbiamo dato una certa spiegazione… che però non spiega niente. Perché sono concetti che non sappiamo se corrispondano a qualcosa di reale.

Comunque non c’è bisogno di ricorrere a figure mitologiche né a concetti mentali. Seguiamo il filo della realtà. Ciò che resta dopo la morte non ha bisogno né conoscere né di fare esperienza. E quindi le nostre attuali spiegazioni sono inutili, una pretesa della mente, un sogno, un’illusione. Lì è l’origine dell’ignoranza.

Allora non rimane più nulla?

Ecco un altro concetto.

sabato 27 marzo 2021

La nostra volontà

 

Essere consapevoli è avere il senso della nostra presenza. Ma è veramente nostra, o questa è l’illusione primaria?

Ci attribuiamo una coscienza individuale senza accorgerci che ci ritagliamo erroneamente un pezzetto della coscienza universale. E da qui discende l’illusione di essere degli io dotati di una volontà propria. Ma quale controllo abbiamo sulla nostra esistenza?

In realtà siamo all’interno di un tutto unitario che determina ogni evento, compreso ciò che riteniamo nostro.

Una nuova verità

 

Leggo che “per il principio di sovrapposizione quantistica, la relazione di causa ed effetto tra due eventi è indefinita: vale a dire che può essere simultaneamente vero sia che A è la causa di B, sia che B è la causa di A”. E mi domando: Dio è la causa dell’uomo o l’uomo è la causa di Dio? O entrambe le cose?

In tal caso la ricerca di una verità univoca andrebbe gettata via.

La realtà è molto più complicata, sorprendete e difficile da capire per una mente che è limitata dai principi di non-contraddizione, di causa ed effetto e dal dualismo dialettico.

C’è ancora chi ricerca la verità in questo modo.

Bisogna rifare la nostra scienza e la nostra filosofia, cioè dobbiamo rivedere struttura della nostra mente.

venerdì 26 marzo 2021

Una trinità piccola piccola

 

Il Dio uno e trino… capolavoro della cultura cattolica italiana – quella del trasformismo. Un po’ di qua e un po’ di là, un po’ su e un po’ giù, un po’ a destra e un po’ a sinistra, un po’ angelo e un po’ demone, un po’ onesto e un po’ mascalzone… Oppure il gioco delle tre carte: solleva una carta e dimmi dov’è Dio!

E poi il gioco della famiglia divinizzata: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (che in ebraico, ruah, è femminile). Cioè il Padre, il Figlio e la Madre. Tipicamente italiano: anche Dio tiene famiglia…

Neanche tanto originale, visto che anche nella religione egizia c’era lo stesso triade divina di padre, madre e figlio.

Ma il vero limite è la mancanza di trascendenza, fare del cielo un proiezione della struttura umana. Qui siamo alla mediocrità, all’incapacità di immaginare qualcosa di non terragno.

Nessun dubbio sull’impossibilità della cultura cristiana di concepire un Dio trascendete.

D’altronde, l’incarnazione di Dio, cioè la riduzione a misura umana, è ciò che la contraddistingue e che è all’origine del suo successo.

Lasceremo ad altre religioni il compito di capire che cosa sia la Realtà Ultima.

giovedì 25 marzo 2021

La vittoria sulla morte

 

I cristiani credenti dicono che Gesù è morto e risorto. Ma noi come facciamo a saperlo? Dobbiamo dar fede alle favole evangeliche?

E, in ogni caso, dopo è morto ancora.

E allora cos’è stato? Uno spettacolino illusionistico?

La verità è che non c’è vita senza morte e viceversa. Se volete capire la Realtà Ultima, dovete percepirla al di là dei concetti duali di vita e di morte, al di là del gioco illusionistico vita-morte.

Se vuoi vincere la morte, devi vincere anche la vita.

Il Dio di questo mondo

 

Un tempo pensavo che Dio fosse una specie di supercoscienza o supermente. Poi mi sono accorto che non è così. In verità, il Dio di questo mondo è sì la coscienza, ma la coscienza non è la Realtà Ultima.

Il Dio di questo mondo è la coscienza nel senso che l’intera manifestazione è una proiezione della coscienza, una specie di spettacolo illusorio.

Ma la Realtà Ultima è al di là del potere proiettivo della coscienza che, come in un cinematografo o in uno spettacolo pirotecnico, fa apparire le cose, senza però dar loro alcuna consistenza.

La Realtà Ultima

 

Dio non ha bisogno di esistere per essere. A dir la verità, non ha neppure bisogno di essere per… (mancano le parole).

Ma perché continuare a chiamarlo Dio? Il concetto di Dio è troppo usurato per impiegarlo ancora. Meglio chiamarlo Realtà Ultima (RU).

La Realtà Ultima non è il Dio delle religioni tradizionali. Non serve niente pregare la Realtà Ultima, che è al di là di tutti i nostri concetti, fra cui quelli di essere e di non essere, di inizio e di fine.

È la nostra stessa realtà: dobbiamo trovarla “in noi” e percepirla. A quel punto, tutto avverrà spontaneamente e sarà la vera pace.

 

Non c’è modo in questo mondo, in questa vita, di trovare una soddisfazione duratura. Perché un essere vivente è sempre contrassegnato da desideri, da mancanze, da bisogni continui.

L’essere è essere insoddisfatti.

Se rimaniamo all’interno di questa realtà, saremo come foglie al vento. Qui non c'è niente di fisso e di duraturo - siamo in preda ad un vorticoso divenire.

mercoledì 24 marzo 2021

Esseri divini

 

Il nostro atteggiamento fondamentale è quello dell’accumulo. Come accumuliamo denaro, così accumuliamo concetti, nozioni e conoscenze. In tal modo pensiamo di diventare sempre più forti, più sapienti e più potenti – fino a diventare esseri divini. Per noi, infatti, Dio è colui che può tutto e sa tutto, l’Onnipotente e l’Onnisciente.

Quanto ci sbagliamo! Dio è ciò che non può niente e che non sa niente… perché non ha bisogno né di ottenere né di sapere.

A noi serve il potere perché ci mancano tante cose e ci manca la vera comprensione, la quale non è un accumulo di nozioni, ma la liberazione da tutti i concetti e le immagini.

Dio è ciò che non ha bisogno di esistere per essere. A dir la verità, non ha neppure bisogno di essere per… (ci mancano inevitabilmente le parole), perché è al di là tanto dell’essere quanto del non essere.

lunedì 22 marzo 2021

L'informale

 

Quando si invita ad aver fede in qualcosa è perché non c’è modo di esperirla. Questo vale per esempio nel caso di un Dio esteriore, altro da noi.

Ma, se l’Assoluto è in te, allora non c’è bisogno di nessuna fede. Devi esserlo e basta. Dimorare nel Principio ultimo è esserlo.

Realizzare il Sé non significa diventare o raggiungere qualcosa, ma scoprire in sé questa dimensione. Lasciamo dunque da parte l’idea che Dio sia un personaggio determinato, finito, in un tempo e in luogo preciso, alla maniera dei Cristo, dei Krishna o dei Buddha divinizzati dagli uomini.

C’è chi è limitato in un tempo, in un luogo, in una persona storica, in un ego, in un corpo, ecc., e c’è chi è al di là di tutto questo. Ecco il Principio ultimo.

Nel Vangelo di Giovanni, a Gesù viene fatto dire: “Prima che Abramo fosse, io sono”. Non si riferiva ad una priorità della sua figura, ma a ciò che è eterno e che non è qui o là o nel tempo o nello spazio, ma al fondamento ultimo di ogni cosa.

domenica 21 marzo 2021

La malattia mortale

 

Quando scopriamo che una persona cara è stata colpita da una grave malattia che, presumibilmente, la porterà alla morte, veniamo presi da paura, disperazione, angoscia, rabbia. Pensiamo a quanto ingiusto e implacabile sia il mondo e a quanto soffriremo. E piangiamo forse più su noi stessi, che veniamo abbandonati, che sulla persona cara.

Ma, a pensarci bene, ci troviamo sempre in questa situazione, sia noi che gli altri. Infatti siamo tutti affetti da una malattia mortale che si chiama vita.

Ci consoliamo pensando che tutti dovremo morire, perché questa è la volontà divina. Ma come può essere l’opera di un Dio trascendente questa mortalità? Come può dall’eterno e dall’immortale nascere la morte?

No, c’è certamente qualcosa che non va nella nostra idea di Dio.

Dio ci fa nascere e poi ci fa morire? Ma cos’è, un crudele gioco di prestigio?

Se l’Assoluto, l’Origine, è al di là tanto della vita quanto della morte, allora questo stupido gioco in cui le cose prima appaiono e poi scompaiono è il prodotto di una mente che ha perso di vista la realtà - o immagina o sogna.

Svegliamoci, e usciamo dal sogno della vita-morte. Non è reale.

venerdì 19 marzo 2021

La grande inciviltà cattolica

 

Finalmente un paese cattolico come la Spagna approva l’eutanasia: chi soffre di una malattia che risulta incurabile e che provoca sofferenze intollerabili può chiedere il suicidio assistito. Da noi, invece, ci si può buttare solo dalla finestra o spararsi un colpo in testa.

Da noi la politica non arriva nemmeno a discutere la legge, perché l’Italia è un paese assoggettato alla Chiesa cattolica, un paese che ha rinunciato alla propria autonomia in campo etico e lascia campo libero alla grande inciviltà cattolica.

I cattolici amano tanto la sofferenza. Poiché il loro Dio è morto torturato, vogliono che tutti vengano torturati prima di morire. E, a questo scopo, hanno inventato l’idea che la sofferenza aiuti a redimere. Ma di sofferenze ce ne sono tante in vari momenti della vita e particolarmente alla fine dell’esistenza. E nessuno migliora per questo.

La vita la si difende non facendo “vivere” qualche giorno di più i malati terminali e gli incurabili o impedendo perfino gli aborti terapeutici, ma togliendo le sofferenze inutili.

L’eutanasia non è una “resa alla morte” – come dice qualche prelato. È chi mette al mondo la vita che mette al mondo la morte. E la resa alla riproduzione senza limiti sta portando alla distruzione del pianeta. Perché è chiaro che molti problemi attuali – comprese le pandemie - nascono dalla sovrappopolazione, da chi non vuole porre il problema delle nascite.

giovedì 18 marzo 2021

Giudicare per condannare

 

“Chi sono io per giudicare?” aveva esordito il Papa argentino alla sua elezione riferendosi agli omosessuali. Ed ecco che ora si smaschera. Non solo giudica ma aggiunge che non si possono benedire le unioni gay.

Questi sono i metodi della Chiesa cattolica, nata proprio per discriminare e giudicare, come tutte le organizzazioni del genere delle varie religioni. Distinguere tra noi e gli altri, stabilire ciò che è permesso e ciò che è vietato e, naturalmente, imporre comandamenti e condannare.

Come se Dio fosse un giudice e loro fossero autorizzati a farne le veci (e scusate la modestia). È così che si acquisisce potere nelle coscienze umane. È così che nasce il Dio della Bibbia, che subito condanna la prima coppia, tanto per stabilire chi comanda.

Ma Dio non giudica, Dio non è un curato di campagna. L’Assoluto non emette né giudizi né condanne. Non ha niente a che fare con i preti e con le religioni, con i premi e con i castighi.

Dio è al di là del bene e del male e non sa che farsene dei nostri giudizi. Dio comprende tutti, nel duplice senso di capirli e di vederli uniti.

D'altronde, qualcuno non aveva detto: "Non giudicate per non essere giudicati!"?

I piccoli individui riducono il Divino alla loro dimensione.

mercoledì 17 marzo 2021

Oltre la coscienza divisiva

 

Uno dei percorsi meditativi più comuni è chiedersi spesso: “Chi sono io?” rendendosi conto che ogni volta che rispondiamo non siamo soddisfatti. Infatti non siamo mai ciò che crediamo di essere. L’unica cosa certa è che abbiamo un certo corpo, una incerta personalità e una mobilissima mente. Ma chi siamo veramente non lo sappiamo. Siamo solo sicuri che tutto ciò non è permanente e finirà presto.

Siamo orgogliosi della nostra consapevolezza, però sappiamo che anche quella coscienza finirà con la nostra morte. Se perciò cerchiamo qualcosa di duraturo (non oso usare la parola “eterno”), dobbiamo andare al di là del corpo, della mente, dell’io e della stessa coscienza.

Il fatto è che la coscienza non è in grado di rispondere a domande sul soggetto ultimo o primo perché è la fonte di ogni dualismo. Ciò che conoscerà sarà un altro oggetto o concetto.

Allora, c’è qualcosa che per esistere non ha bisogno neppure della coscienza?

Sembrerebbe impossibile. Ma dobbiamo ammettere che in teoria, per uno stato assoluto, la coscienza, in quanto funzione dualistica, sarebbe uno stadio degenerativo. L’Uno non ne avrebbe bisogno.

La coscienza è emersa spontaneamente un giorno da una non-coscienza.

C’è dunque uno stato ulteriore oltre quello della consapevolezza.

lunedì 15 marzo 2021

La conoscenza duale

 

È impossibile per noi conoscere ed essere consapevoli senza dividere e contrapporre – questo è il problema. Ecco perché tutta la nostra conoscenza risulta viziata in partenza: non siamo in grado di capire che la nostra comprensione è impotente a conoscere come stanno veramente le cose.

Il punto di partenza è la distinzione primaria fra soggetto e oggetto. Il soggetto vorrebbe conoscere se stesso, ma non può farlo, perché si trasforma ogni volta in un oggetto per se stesso. E dunque ciò che conosce non può essere il soggetto conoscitore.

E poi la nostra conoscenza prosegue per contrapposizioni: verità contro falsità, buono contro cattivo, inizio contro fine, alto contro basso, vita contro morte, amore contro odio, giusto contro ingiusto, ecc. È come avere in mano i due capi di una corda e non riconoscere che non sono due elementi diversi, ma sempre la stessa cosa; oppure le due facce della stessa medaglia.

Noi continuiamo a dividere e a contrapporre ciò che invece è una realtà unitaria.

Proviamo per esempio a capire che bene e male o inizio e fine non sono contrapposti. Non è facile perché per noi l’uno estremo esclude l’altro. Non vediamo l’unità, frammentiamo e spezzettiamo.

Il nostro modo di conoscere non riguarda solo il significato, non è solo un fatto concettuale. Ma crea veramente un mondo duale. Poiché tutto ciò che esiste è determinato dalla coscienza, se la coscienza è duale, tutto ciò che conosciamo lo è.

Come fare a uscire dal dilemma?

Il mondo è un’apparenza distorta, una proiezione mentale. E anche noi per noi stessi.

In realtà è l’atto stesso del conoscere che spezzetta tutto. Ma, all’inizio, tutto è uno.

Infatti in origine c’è qualcosa che non è consapevole e che non conosce se stesso. E la coscienza, di cui ci vantiamo tanto, ne è una degenerazione.

Come facciamo a saperlo? Lo intuiamo a malapena.

domenica 14 marzo 2021

L'ignoranza primordiale

 

Noi crediamo che la coscienza e la conoscenza siano le massime facoltà degli esseri umani, ed è vero rispetto alle altre forme di vita; noi possiamo essere consapevoli di noi stessi e possiamo conoscere tante cose. Però non ci dimentichiamo che la coscienza e la conoscenza nascono per sopperire a mancanze. In tal senso nascono da un’ignoranza primordiale.

Quando nasciamo siamo ignoranti, di noi stessi, degli altri e del mondo.

Possiamo quindi supporre che esista uno stato che, per “essere” non abbia bisogno né di coscienza né di conoscenze. Questo sarebbe lo stato perfetto. Non avrebbe bisogno di queste facoltà perché “vivrebbe” ad un altro livello di “esistenza”. Non avrebbe bisogno di coscienza perché sarebbe unitario, non frammentato.

Con la nascita in questo mondo, tutto ciò cambia, ed ecco la necessità di una coscienza (inevitabilmente duale) e di tante conoscenze (frammentarie).

Anche quando diciamo: “Conosci te stesso”, ammettiamo che partiamo da una condizione di ignoranza.

In conclusione il mondo nasce nell’ignoranza e dall’ignoranza, ed ha poi bisogno di arrancare faticosamente per recuperare qualcosa dello stato originario. Ma è un’impresa disperata: più accumuliamo conoscenze, più diventiamo consapevoli, più siamo confusi e perdiamo unità e coerenza.

Più conosciamo, meno sappiamo – dicevano i saggi.

In realtà avremmo bisogno di un atto di sintesi suprema, sia a livello di coscienza sia a livello di conoscenze.

giovedì 11 marzo 2021

Immagini di Dio

 

Non basta dire che si crede o non si crede in Dio, bisogna vedere a quale immagine di Dio si crede o non si crede. Noi occidentali purtroppo abbiamo un’immagine di Dio tramandataci dalla Bibbia ebraica – francamente un’idea ridicola: quella di un Dio che parla come un uomo, che stringe alleanza con un popolo (e gli altri?), che dà ordini e comandamenti, che si arrabbia, che litiga, che interviene nelle guerre, che è geloso degli altri dei, che cambia idea, che comanda gli eserciti… insomma una specie di pupazzo ispirato all’immagine degli antichi despoti orientali e che pretende lo stesso tipo di fedeltà e ubbidienza.

Qualcosa del genere c’era già stata con gli dei greco-romani, tanto vari quanto cialtroni, anche loro capaci di scendere sulla terra e accoppiarsi con donne e uomini comuni dando origine a strani individui, mezzi divini e mezzi umani.

Queste immagini saranno poi riprese dal cristianesimo, con il suo Dio mezzo divino e mezzo umano, che nasce da una madre terrestre, che soffre, che viene crocifisso, che muore e che, naturalmente, risorge… per poi sparire di nuovo…

Dall’Oriente ci viene un’idea completamente diversa: non un personaggio, non una personalità, non un Creatore, non un Capo potente, arbitrario  e bizzoso che vuole premiare e punire coloro che lui stesso ha fatto, che vuole dirigere la storia (con esiti infausti), che ha un disegno per tutti e per tutto (addossandosi una pesante responsabilità) - ma uno stato dell’essere.

Uno stato dell’essere (anzi, al di là anche dell’essere e del non-essere) non dà ordini, non interviene a favore di qualcuno o contro qualcuno, non dà premi o castighi, non crea un mondo basato sul dualismo e sulla contesa e, soprattutto, non è un Dio separato che se ne sta in cielo o in qualche empireo ad aspettare e a giudicare i morti. Si può dire quello che non è, ma non quello che è. Neti neti è scritto nelle Upanishad: né questo né quello. Non si può nemmeno dire che esista, perché è al di là tanto dell’esistere quanto del non-esistere.

Siamo lontanissimi dagli Iddi greco-romani, biblici, cristiani, islamici, induisti o di qualunque altra religione. Abbiamo a che fare con un vera Trascendenza che non può essere pregata, ma solo ritrovata “dentro di noi” (in quanto nostra vera natura) quando rinunciamo a definirla e ci mettiamo in meditazione, ossia quando cerchiamo di percepirla al di là della mente pensante con la sua individualità e razionalità limitate.

martedì 9 marzo 2021

Le colpe di Dio

 

Gli autori della Bibbia volevano sì esaltare la grandezza, la potenza e la condiscendenza del loro Dio, ma si rendevano conto che il mondo non era affatto un posto pacifico e piacevole. Come superare la contraddizione? Inventando la storia del peccato originale. Avendo disubbidito al loro padrone, Adamo ed Eva erano stati puniti.

Qui usciamo dalla mitologia ed entriamo nella realtà: tu, donna, partorirai con dolore; e tu, uomo, lavorerai col sudore della tua fronte. In breve, il mondo è un luogo di sofferenze per tutti: buoni e cattivi, fortunati e sfortunati. Chi più chi meno. La verità salta fuori – e non è bella.

Ma da buoni partigiani, quegli antichi autori compiono una nefandezza attribuendo solamente all’uomo la colpa del dolore terrestre. E non è così. Anche se tutti gli uomini fossero dei santi, il male non sparirebbe, così come si evince da quell’altro mito di Giobbe, dove il poverette viene torturato da Dio pur essendo un uomo retto.

Dunque la verità viene fuori: bene e male, piacere e dolore, gioia e sofferenza, vita e morte, ecc., sono sempre compresenti, e se vuoi l’uno devi accettare anche l’altro.

Ma di chi è la colpa di questo meccanismo duale?

Se credi in Dio, la colpa non può che essere la sua. Se non ci credi, è comunque delle leggi costitutive dell’universo.

lunedì 8 marzo 2021

Bisogno di protezione

 

Perché gli uomini credono in Dio? Fondamentalmente per un bisogno di protezione e per dare un senso (semplicistico) alla loro vita.

Ma perché c’è tanto bisogno di protezione e di senso? Perché la vita è incerta e spesso finiamo in situazioni da cui non sappiamo come salvarci. Ed ecco il bisogno del salvatore.

Se però Dio è proprio il creatore di tutto questo, che senso ha rivolgerci per protezione proprio a Lui? È un po’ come una resa senza condizioni. Proprio come il Cristo sulla croce. Io mi arrendo, sia fatta la tua, non la mia, volontà.

Ma, così facendo e credendo, non hai lo stesso nessuna certezza. Tutto è nelle mani di un Potere che non capisci e su cui non hai alcun controllo. Devi aspettare la sua misericordia o i suoi inspiegabili capricci. “Gesù abbi pietà di me peccatore” invoca la preghiera del cuore.

 Per fortuna ci sono buone probabilità che il mondo sia nato spontaneamente. E dunque non c’è più bisogno di pregare un Creatore che non interverrà mai.

Quindi, anziché sprecare energie e tempo a umiliarci, riconosciamo che il potere che ha dato vita al mondo è in tutte le cose e anche dentro di noi – e rimbocchiamoci le maniche.

 

Ci sono voluti secoli e millenni a riconoscere che gli dei non esistevano. Eppure gli uomini ci credevano innalzando templi e facendo sacrifici propiziatori.

Dove sono finiti tutti quegli dei?

Nello stesso posto in cui finirà l’attuale Dio unico.

Adesso ci vorranno secoli e millenni a capire che Dio non è il Padrone o il Creatore del mondo, ma uno stato dell’essere. Non c’è quindi nessuno da pregare, da invocare e di fronte a cui genuflettersi, inchinarsi e umiliarsi.

Dobbiamo in realtà recuperare quello stato fondamentale che abbiamo perso nel rumore, nell’ignoranza e nella confusione del mondo - o che non abbiamo ancora acquisito.

Credere a qualcosa di errato, fosse puro piacevole e consolatorio, è sempre sbagliato, perché prima o poi ha conseguenze dolorose.

 

Cinema, teatro, televisione, romanzi, viaggi, feste, droghe, religioni… evadiamo, evadiamo, perché per guardare in faccia la realtà ci vuole coraggio. Nietzsche diceva: “Se tu guardi nell’abisso, l’abisso guarderà in te”.

Eppure è proprio questo che dobbiamo fare, perché è dall’abisso che noi veniamo, perché l’abisso è dentro di noi.

 

domenica 7 marzo 2021

Quando la recita è finita

 

Il mondo è come uno spettacolo di luci, forme, odori, sapori, contatti e tante tante immagini che ci abbagliano e ci coinvolgono. E gli uomini sono tanto spettatori quanto attori. Recitano la loro parte sul palcoscenico ridendo, piangendo, amando, odiando…

Ma poi lo spettacolo finisce e gli attori si ritrovano smarriti – non sanno bene chi sono. Quando recitavano una parte lo sapevano, ma ora?

Ed ecco che subentrano la depressione e lo smarrimento.

Finché rimanevano l’eccitazione e l’energia della recita, andava tutto bene. Però ora devono fare i conti con se stessi. E scoprono che non sanno chi sono.

Sanno solo che non sono i loro ruoli, i loro personaggi. E intuiscono che sotto c’è qualcos’altro, qualcun altro. Ma non riescono a trovarlo.

Il problema è che cercano un’altra parte, un altro personaggio, qualcosa da recitare. E qui non si recita più. Qui sono finiti tutti i ruoli. Qui bisogna trovare qualcosa di autentico, ossia quel qualcosa o quel qualcuno che non ha bisogno - per essere - di esistere, di dimenarsi, di fare, di apparire, di recitare.

Un rozzo Dio

 

Vorrebbero convertirci, vorrebbero convincerci che esiste un Dio e che si è incarnato in un uomo preciso, nato il giorno tale e morto il giorno tale, con tanto di madre e di padre (terreno e celeste – un po’ di confusione.

Mai una religione è stata così piccola, così terragna, così materiale.

E poi vorrebbero farci credere che questo uomo-dio abbia fondato una religione e una Chiesa.

Siamo ancora a livello di religioni pagane, con i loro dei che vanno e vengono, che salgono e scendono, che s’accoppiano con donne terrestri e partoriscono figli.

Questa fantasia ha milioni di credenti, il che ci dice a che basso livello si trovi ancora l’umanità.

È come la moneta cattiva che scaccia la buona - questa rozza immagine di Dio, concepita dagli antichi ebrei e tramandata a cristianesimo e Islam, ha scacciato un’idea più elevata di trascendenza. E i più sono ancora fermi lì.

Eppure ci sono religioni ben superiori a questa grossolana immagine del Divino.

giovedì 4 marzo 2021

Esiste Dio? La qualità dell'esistere

 

"Esiste o non esiste Dio?"

"C’è o non c’è Dio?"

Sono queste le domande che masse ignoranti si pongono da millenni. Non sanno le poverette che il vero Dio – non il pupazzetto che si adora sugli altari ma l’Assoluto – è ciò che non ha bisogno né di esistere né di essere.

Infatti è proprio ciò che è al di là dell’esistere e del non esistere, dell’essere e del non essere. Non abbiamo il verbo giusto perché per noi, per il nostro linguaggio, per la nostra mente, le cose o sono o non sono.

Pensiamoci un po’: oltre all’essere e al non essere, che cosa “c’è”, che cosa “è” possibile?Non riusciamo neanche a immaginarlo.

Tutto il contrario della prova ontologica di sant’Anselmo, per la quale l’ente più grande che si possa pensare (Dio) non può non avere l’attributo dell’esistenza. Ignorava il meschino che l’attributo dell’esistere o dell’essere non sono gli attributi più grandi, ma qualcosa già di decaduto. “C’è” qualcosa di più grande e non pensabile, che non è mai nato e mai morirà.

Adesso, quanti millenni ci vorranno perché le masse lo capiscano e smettano di attribuire all’Assoluto la qualità dell’esistere?

La realtà trascendente non può essere così piccola da ridursi a essere.

martedì 2 marzo 2021

Il sogno della vita

 

Quando facciamo un sogno, ci sembra di muoverci, di spostarci, di viaggiare, di volare… Ma poi, quando ci svegliamo, ci rendiamo conto che non ci siamo mossi dal letto e che tutto è avvenuto nella nostra mente.

Lo stesso accade in quel lungo sogno che è l’esistenza. Tutto ciò che avviene si verifica solo nella nostra mente. Non a caso esiste un’analogia fra la struttura della mente e la struttura dell’universo.

Un giorno ci sveglieremo e scopriremo che la nostra vita non è stata che un sogno e che noi – il nostro vero Sé – è sempre stato lì, senza muoversi né cambiare.

La vita dunque ha la stessa consistenza di un sogno – e, per i più sensibili, di un incubo.

Non a caso l’illuminazione viene chiamata anche “risveglio” e può essere assaggiata già ora.


Come cani

 

Certi credenti sostengono che c’è un Creatore che ha fatto il mondo e tutti gli esseri viventi, che li sorveglia e che un giorno li giudicherà. Darà loro premi o castighi non solo in base a come si sono comportati, ma anche se sono stati fedeli o no. Se avrai avuto fede in Dio, sarai premiato; se non lo avrai fatto, sarai punito.

La fede dunque come fedeltà – neanche fossimo dei cani.

Ma che c’entra questo con l’Assoluto? L’Assoluto non distribuisce premi e castighi. Non ha bisogno della nostra fedeltà. E non segna su un taccuino le nostre mancanze. È al sopra, è aldilà. Non è un curato di campagna con il suo confessionale.

E noi non siamo come cani. Non abbiamo bisogno di Padroni cosmici cui essere fedeli. Abbiamo bisogno di liberarci di ogni servaggio.

Un triste Dio

 

È impossibile credere ad un Dio tutto bontà e amore che crea un mondo dove nascere è sofferenza, divenire è sofferenza, invecchiare è sofferenza e morire è sofferenza. Tutti gli esseri viventi stanno soffrendo perché mancano sempre di qualcosa, se non altro di cibo o di aria – provate a restarne senza e ditemi se non è una sofferenza.

La creazione è sofferenza, perché si basa sulla privazione e sul conseguente desiderio, perché ogni attimo che acquistiamo ne perdiamo un altro… fino alle perdita finale. Se fosse l’opera di un Creatore, questi sarebbe un triste Dio.

È invece evidente che il mondo si è creato spontaneamente, con tutte la mancanze e gli errori del caso.

domenica 28 febbraio 2021

Liberarsi

 

Liberarsi, d’accordo. Liberarsi da tutti i condizionamenti mentali – e già questa è un’impresa disperata. Ma poi cosa succede?

Resta sempre la convinzione d’essere un individuo. Non è questo il dogma fondamentale, l’ancora cui ci attacchiamo?.. L’io, l’io sono? A tutto siamo disposti a rinunciare, ma non a questa fede. Che ne sarebbe di noi, della nostra identità?

C’è però un’altra possibilità: che la nostra vera identità sia un’altra, sia oltre. Qualcosa che non ha neppure bisogno di esistere, di essere, di essere coscienti.

E il bello è che questa vera natura è sempre lì, è sempre presente e disponibile. E siamo noi che, con tutte le nostre attività, fisiche e mentali, la occultiamo.

Allora la meditazione diventa un dimorare in essa.

Spesso ripetiamoci: “Io non sono questo, io non sono quello, io sono altro…” E osserviamo.

In quel momento, siamo colui che osserva e che non aderisce più alla personalità abituale, all’io. Siamo ciò che osserva il gioco del mondo e della coscienza. “Tutto è maya, tutto è lila, il gioco dei contrari… Ma io non lo sono. Io sono oltre”.

Ecco, dobbiamo ricordare la nostra prima origine e radicarci in questo oltre, da cui le parole  e i concetti – come dicono le upanishad - recedono.

sabato 27 febbraio 2021

Il contagio del male

 

Quasi tutti deprecano la morte. Ma quasi nessuno depreca la nascita. Eppure dalla seconda deriva la prima.

Quando muore qualcuno, si piange. Ma quando nasce qualcuno, si fa festa. Come mai? Non c’è coerenza! Tutti sappiamo che dalla nascita deriva la morte.

Ma forse non è così. Forse, quando ci nasce una nuova vita, per un attimo, sentiamo che ci siamo messi una corda al collo – e l’abbiamo messa a qualcun altro.

È come quando si subisce una violenza e poi, per uno strano meccanismo psicologico, la applichiamo noi a qualcun altro. È il male che si auto-riproduce - e che è contagioso.

Questa è una delle leggi della vita-morte.

venerdì 26 febbraio 2021

La notte oscura dell'anima

 

Tutti vorremmo conoscere la verità, perché sentiamo che senza di essa non abbiamo né la pace né una base solida, nemmeno per il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni. Ma, per conoscere la verità, dobbiamo prima di tutto riconoscere che non sappiamo niente, che siamo ignoranti. Ciò che noi riteniamo conoscenza è un’espressione dell’ignoranza primaria.

Questa ammissione ci mette in uno stato di disperazione e di sconforto. È il periodo più buio dell’anima. Abbiamo abbandonato ogni appiglio e brancoliamo nel vuoto.

Da questo buio vuoto non si esce però, come nella mistica tradizionale, cercando una luce o qualcuno che ci illumini, ma riconoscendo che è quello il nostro stato originale. All’origine c’è proprio quel buio, là dove non ci sono né individualità né coscienza, ma dove non manca niente.

Quando sono nati l’essere e la coscienza con il loro dualismo, è venuto al mondo l’errore. Anzi, il mondo è proprio l’errore. E adesso la nostra mente, frutto di quell’errore, vorrebbe conoscere la verità.

Ma la verità, in quanto semplice concetto, non può risolvere il nostro dilemma, non può darci pace.

Dobbiamo invece riconoscere la confortante profondità di quel buio. Nella luce ci troviamo adesso e non siamo felici. Perché siamo come scarafaggi abbagliati da un chiarore cui non potranno abituarsi mai.

“Venire alla luce”, “dare alla luce”… ma noi siamo creature delle tenebre! Questa è la verità.

 


L'essenza della meditazione

 

La coscienza, di cui andiamo tanto orgogliosi, è in realtà un principio di differenziazione, perché colui che è cosciente può conoscere soltanto ciò che è diverso da lui. In senso generale è dunque il processo della creazione duale, quello che dà forma al mondo e alla molteplicità. Ma non è la meta ultima. È solo uno stato temporaneo.

Prima c’era qualcosa d’altro: l’unicità, l’unità, la totalità, la singolarità, l’indifferenziato, il non-manifestato. Questa è l’origine.

Se vuoi “conoscerla”, devi compiere il percorso inverso: fonderti in te stesso, in uno stato non-duale, rimanendo silente. Devi dis-identificarti dal corpo-mente e rientrare nell’intero.

Questa è l’essenza della meditazione, prima ancora della coscienza.

martedì 23 febbraio 2021

Il non-coinvolgimento

 

Il problema di tutti è che siamo troppo coinvolti, identificati, attaccati noi a noi stessi, come pezzi di scotch, come adesivi. Non so se capite.

Siamo talmente aderenti che non riusciamo a distinguere quale sia il nostro vero sé. Crediamo che tutto ciò che proviamo costituisca ciò che noi siamo, il nostro ego, la nostra mente, la nostra personalità psico-fisica. Quelle esperienze siamo noi?

Fino a un certo punto. Sono esperienze che appartengono alla nostra individualità. Ma c’è una distinzione fra la nostra individualità e ciò che veramente siamo.

C’è chi vive in prima persona, c’è chi è cosciente – ma c’è anche chi osserva tutta questa attività e se ne sta in disparte, senza partecipare. C’è chi conosce il mondo e c’è chi conosce il conoscitore. Diamogli un nome: atman, Sé.

Non dobbiamo scoprirlo con un ragionamento astratto. Mentre piangiamo, ridiamo, calcoliamo, speriamo, amiamo, odiamo, cioè mentre viviamo la nostra vita abituale, c’è chi osserva e rimane distaccato, non coinvolto.

Osservatevi mentre vivete tutte queste esperienze e scoprirete che c’è un osservatore in voi che rimane separato. Lui non è coinvolto e non viene sbattuto qua e là come il vostro povero ego che assomiglia a una foglia al vento. Lui non si identifica con gli stati altalenanti del vostro animo e se ne sta imperturbabile a osservare il caos della vostra vita.

Fate questo esperimento varie volte durante la giornata, fino a trovare questo centro di pace. Dis-identificatevi dal vostro corpo-mente e radicatevi in questo soggetto trascendentale che è il vostro ultimo Sé. Ne trarrete benefici immensi. Salirete al di sopra del piccolo ego e del piccolo mondo, e da lassù osserverete immobili il mobile panorama dei disastri umani.

lunedì 22 febbraio 2021

Un errore cosmico

 

Quando sentiamo parlare di covid, scopriamo che la gente è arrabbiata. Ma con chi prendercela? Si tratta di un’epidemia naturale. Dovremmo quindi prendercela con la natura o con Dio. Anche perché non è una novità nella storia umana: di epidemie ce ne sono state tante e talvolta l’umanità ha rischiato l’estinzione.

Con chi prendercela, allora? Con chi ha concepito questo infernale meccanismo per cui ogni organismo deve sopravvivere a spese degli altri. Lo facciamo noi e lo fanno i virus e gli altri patogeni. Chi ha creato questo mondo ha proprio voluto che tutti gli essere viventi, per sopravvivere e riprodursi, debbano uccidere gli altri, animali o vegetali.

Ecco perché non si può pensare che il mondo sia stato creato da un Dio benevolo e protettore. Se proprio volessimo farne un identikit, ne verrebbe fuori una specie di macellaio, uno che ama uccidere. La vita si basa sull’assassinio. Perciò non ci inventiamo un Dio che sia solo amore e pace. Qui e in tutto l’universo vige lo stato di guerra.

Quindi le nostre speranze di costruire una vita pacifica e felice si rivelano per quello che sono – illusioni. Come si spiega chiaramente nella Bhagavad Gita, noi siamo costretti a star sempre in guerra, volenti o nolenti.

Le idee religiose che Dio sia bontà e amore sono infondate, semplici speranze, cioè illusioni. La verità è che viviamo in un mondo violento, dove dobbiamo sempre combattere e uccidere… ed essere uccisi.

Alla fine infatti tutti verremo uccisi.

Di fatto dobbiamo concepire il mondo come una specie di sbaglio cosmico, un tentativo di emersione dal nulla che finirà in un fallimento.

Ma non siamo pessimisti. Quando tutto scomparirà, la piccola individualità umana rientrerà nel Tutto e svanirà ogni sofferenza, subita o inflitta.

venerdì 19 febbraio 2021

Qual è la nostra vera natura?

 

Noi siamo convinti che questo stato di esistenza, pieno di limiti fisici e mentali, tra la nascita e la morte, sia l’unica realtà e consideriamo con orrore la perdita dell’individualità e il ritorno in uno stato indifferenziato, dove mancherebbero sia l’io sia la consapevolezza.

Ma poiché l’esperienza di essere vivi comporta sgradevoli esperienze di divisione e di isolamento, ci domandiamo se il vero stato assoluto (e beato) non sia proprio quello indifferenziato, totale, al di là della nascita e della morte, senza limiti, mentre questa esperienza di essere vivi non sia un’illusione fugace o addirittura un malfunzionamento cosmico, un’uscita temeraria dal Tutto.

Per noi, oggi, la massima paura è la perdita della sensazione di essere. Ma forse questa sensazione di essere è una spia che siamo malati, decaduti, soli e incompleti.

Comunque sia, lo stato illimitato e indifferenziato è sempre presente e, quando l’esistenza attuale terminerà, riprenderà il sopravvento. Dunque, potrebbe davvero essere la nostra vera natura.

giovedì 18 febbraio 2021

Il piacere di vivere

 

Non c’è dubbio che gli esseri viventi amino la vita. Non vorrebbero mai morire, non vorrebbero mai perdere la loro identità, la loro individualità. Ma vivere significa anche soffrire – talvolta parecchio. Ecco allora che ci sono dei casi in cui la sofferenza è talmente forte che si preferisce rinunciare all’esistenza.

In un senso più lato, noi moriamo proprio perché, invecchiando, ci deterioriamo e soffriamo a tal punto da desiderare anche la morte.

La morte è già inscritta nella vita.

Dunque, anche l’amore per l’esistenza, la spinta a vivere, ha in sé il suo contrario. Freud se n’era accorto e aveva identificato, accanto ad Eros (la pulsione della vita), Thanatos (la pulsione della distruttività e della morte).

Se gli uomini desiderano la vita, vogliono in realtà anche la morte.

Come succede sempre, come avevano già scoperto i taoisti, le pulsioni contrapposte (yin-yang) sono sì antagoniste, ma si sostengono a vicenda. L’una non potrebbe esistere senza l’altra. Dobbiamo quindi concludere che chi ama la vita è portato anche (senza rendersene conto) alla  distruttività e alla morte.

Per capire questo paradossale meccanismo, dobbiamo pensare che all’inizio c’è qualcosa che vuole emergere, assumere una forma, individualizzarsi e perpetuarsi, ma, con il processo di invecchiamento e con l’aumento della sofferenza e della consapevolezza, arriva a voler disfarsi di tutto e innesca il processo opposto: quello della dissoluzione e del recupero dell’unità originale con il Tutto.

Questi due movimenti agiranno lungo l’intera esistenza finché prevarrà di nuovo il processo di riunificazione con l’Uno magmatico, da cui ogni cosa esce e rientra.

Il mondo non è affatto semplice. È paradossale, E le spinte contrapposte sono sempre presenti. Questo è un dato di fatto.

Volendo essere ottimisti, diciamo che anche la morte va vista come un desiderio di piacere – il piacere di liberarsi del peso dell’io e della vita individualizzata.

 

 

mercoledì 17 febbraio 2021

La fine delle illusioni

 

Che il mondo sia un’illusione dei sensi e della mente non ci vuol molto a capirlo. E non solo perché la Terra, i pianeti, le stelle e le galassie sono specie di fuochi d’artificio di atomi e particelle che brillano per un po’ e poi si dissolvono trasformandosi, ma anche perché, per continuare a vivere, è necessario illudersi di continuo – illudersi di vivere a lungo e felici, illudersi che eviteremo grandi sofferenze, illudersi che troveremo il compagno e il lavoro ideale, che tutto finirà bene, che c’è un Dio che vede, provvede e ci protegge, che ci sarà un’altra vita dopo la morte e così via.

Se cadessero tutte queste illusioni, non riusciremmo a sopportare l’esistenza nemmeno per un giorno. Ma il problema è che noi viviamo di fantasie infondate. E, tuttavia, guardare coraggiosamente in faccia la realtà non è spiacevole: dà un senso di chiarezza e di effervescenza.

L’importante è non sognare ad occhi aperti e sbarazzarsi di tante inutili credenze. I più le chiamano speranze, noi le chiamiamo illusioni.

Bisogna dunque cambiare paradigma. Passare dalle falseualcuno Passare dal concetto di speranze (con le loro dolorose delusioni) alla fine delle illusioni. Tornare al "principio di realtà".

Meditare è prima di tutto sbarazzarsi delle illusioni che qualcuno ci ha instillato. Non a caso si parla di liberazione.

lunedì 15 febbraio 2021

Oltre noi stessi

 

Che cosa distingue ciò che è reale da ciò che non lo è? Semplice. Ciò che non è reale (o poco reale) ha una breve durata e poi scompare. Per esempio, un sogno può sembrare reale, ma, quando ci si sveglia ed entriamo in un’altra dimensione, ci si accorge che non era reale.

Ne consegue che tutto ciò che vediamo e viviamo, il mondo stesso e noi stessi, non è reale: è solo un sogno che dura un certo numero di anni e poi svanisce. In tal senso, le cose sono più o meno reali, ma mai del tutto. Noi viviamo nella dimensione del provvisorio, non in quella dell’assoluto e dell’eterno, dell’ “adesso e sempre”.

Paroloni che per noi significano poco, perché non abbiamo esperienza di altro. Se crediamo di capire il senso del tutto, ci illudiamo. Le nostre parole e i nostri concetti non ce la fanno – sono troppo limitati. Dovremmo abbandonare la mente stessa. Ma questo avverrà con la morte o col samadhi.

Lo stato di cui parliamo è anteriore alla mente e alla coscienza stessa. Non nasce e non muore, non è né questo né quello.

Bisogna esserlo, non pensarlo. Qualcosa si può cogliere già adesso, purché si sappia far silenzio e andare oltre noi stessi.

domenica 14 febbraio 2021

Pregare e meditare

 

Un’altra differenza tra preghiera e meditazione è che, quando preghiamo Dio e non riceviamo una risposta soddisfacente, non sappiamo più che cosa pensare e a chi rivolgerci, o ci diciamo che non eravamo meritevoli di riscontro, mentre, quando meditiamo e non ci riusciamo, la responsabilità è solo nostra. Siamo noi che non sappiamo meditare e ottenere ciò a cui miravamo; non siamo abbastanza evoluti, siamo ancora attaccati alle cose.

Però, a un livello più elevato, sia la preghiera sia la meditazione, sono fini a se stesse e non dovrebbero chiedere niente a nessuno. Dovrebbe essere sufficiente lo stato che otteniamo. Ma noi non siamo dei santi e cerchiamo sempre qualcosa.

Un problema che riguarda la meditazione è che noi eleviamo la consapevolezza a stato divino, ma dobbiamo ammettere che anche la coscienza è legata al corpo-mente ed è destinata a finire. Dobbiamo dunque concludere che lo stato divino è al di là della stessa coscienza legata ad un io.

Il fine della meditazione è comprendere che la realtà ultima è al di là della stessa consapevolezza individuale e vedere la dissoluzione di corpo, mente, coscienza ed ego come l’ingresso nello stato di trascendenza.

Nella preghiera, invece, rimane la speranza della conservazione individuale.

sabato 13 febbraio 2021

Pregare Dio

 

Quando sentiamo parlare di Dio, ce lo immaginiamo come una grande Forza, un immenso Potere, l’Onnipotente, il Creatore, il Padre di tutto, il Signore o, a seconda della religione, un personaggio più o meno storico, come Gesù o  Krishna. Comunque sia, è sempre qualcosa di esterno, qualcosa di “altro” rispetto a noi.

Ma la verità è che noi non abbiamo la minima esperienza diretta di questo “personaggio”. Qualcuno ce ne parla o ci fa vedere delle immagini sacre, e noi ci crediamo.

Ne consegue che, quando lo invochiamo per chiedere aiuto in un frangente difficile, ci rivolgiamo a un’immagine della nostra mente, più o meno astratta. Se lo concepiamo come potere, forza o energia, ci riesce difficile farcene un’immagine precisa, e dunque pregarlo. Più semplice pregare un suo intermediario, un profeta o qualche santo. Ma anche qui siamo nel vago, perché sappiamo che tutte le nostre immagini sono sfocate  o inventate di sana pianta. In conclusione, ci manca l’ “oggetto” cui rivolgerci.

Dio non si vede, Dio non si può immaginare.

Se però concepiamo Dio come creatore, dobbiamo ammettere che tutto il potere, la forza o l’energia derivano da Lui. E, in particolare, la nostra vita, la nostra coscienza, il nostro io, la nostra forza vitale. Qui entriamo più nel concreto, perché ci riferiamo a nostre esperienze. Noi sappiamo di essere vivi perché siamo coscienti. E questa nostra coscienza è l’unico potere che ci sembra “divino” – il divino in noi. Senza di esso, non sapremmo di essere e non potremmo neppure pensare o credere a Dio.

Ci sembra dunque sensato ritenere questa nostra coscienza come il vero Dio o una sua diretta emanazione.

Solo che, essendo dentro di noi, e anzi noi stessi, non possiamo invocarlo come un Essere esteriore. Dobbiamo per forza immedesimarci in Esso, evocarlo in noi, suscitarlo e percepirlo in noi.

Questa non è più preghiera. Ma meditazione.

L’operazione però è resa difficile dalla nostra inveterata tendenza a rivolgerci a qualcuno o a qualcosa di esterno. Si tratta più che altro di percepire questa forza dentro di noi e cercare di dirigerla a nostro vantaggio. Ci riusciamo?

venerdì 12 febbraio 2021

Una scoperta sensazionale

 

Gli uomini sono tutti convinti che, senza legami e attaccamenti, l’esistenza sarebbe vuota e inutile. Ed è vero. Ma che cos’è l’esistenza se non uno spazio di tempo che va da un minuto  a cento anni? E tutto il resto?

Il primo attaccamento è quello alla madre che ci nutre, ci cura e ci fa crescere. Potremmo non esserle attaccati? E subito dopo si forma l’attaccamento a noi stessi, al nostro stesso io. Come potrebbe esistere la vita senza questo primo e fondamentale sentimento? Da quell’attaccamento primario derivano tutti gli altri. Pensiamo che, se non ci fosse, non saremmo attaccati a niente e a nessuno.

Ma sarebbe l’inferno – o piuttosto il paradiso?. Sì, perché, nel paradiso, non potrebbe esserci nessun attaccamento, tanto meno a noi stessi. E dunque non ci sarebbe bisogno di amore.

Questa è la scoperta: dell’amore abbiamo bisogno qui e ora, in questo mondo, in questa vita del desiderio e della mancanza. Ma nell’assoluto no.

Nell’assoluto non ci sarebbe bisogno né di ego né di amore, perché saremmo riunificati al tutto.

L’amore è proprio il segno di una realtà povera, di un mondo sempre bisognoso.

I “bisognosi” sono proprio quelli che mancano del necessario.

martedì 9 febbraio 2021

Il Dio amore

 

Sembra che l’amore sia il massimo dell’altruismo. Da noi ne hanno fatto perfino un Dio. Ma all’origine non è così. Una forma di vita che vuole esistere vuole anche riprodursi. E riprodursi è la spinta a perpetuare se stessi – dunque il massimo dell’egocentrismo. È sempre il “gene egoista” che dirige l’intero processo.

Il mondo appare all’insegna dell’io. E combatte per affermare se stesso. L’amore per la vita e quindi l’amore per l’altro appaiono perché c’è un ego che vuole farsi strada. Perciò deve dividersi in due dando origine alla coscienza… per poi riunificarsi.

Ma poiché l’io non riesce a vincere la morte, resta qualcosa di incompiuto: un’apparenza illusoria, fallimentare, che rientra là da dove è uscito. Un fallimento. Il fantasma non riesce a farsi realtà durevole.

Prima c’è un’oscurità magmatica e informe. Poi appare una forma che vuole individuarsi. Ma da dove nasce una volontà del genere, se non dal magma stesso? Oggi la chiamano fluttuazione quantistica.

C’è dunque una tensione fin dall’inizio. E così torniamo al dualismo dinamico di yang-yin, tenebre-luce, bene-male, amore-odio, attrazione-repulsione, altruismo-egoismo, ecc.

Questo significa che siamo ai limiti della ragione. In ogni caso, anche l’Uno vuol perpetuare se stesso. L’Origine non cede, l’immanifesto non lascia campo libero alla manifestazione. E se la riprende. Il massimo dell’egocentrismo.