sabato 25 marzo 2023

La nostra vera identità

 

La luce del sole compare e scompare, ma, quando scompare, non possiamo certo dire che è morta. Così è per il nostro comparire e scomparire: non possiamo dire che siamo morti. Certo, qualcosa scompare: il corpo e la mente. Ma c’è qualcosa che non muore, per il semplice fatto che non era mai nato.

C’è qualcosa che, per “essere”, non ha bisogno neppure di esistere. Dico “essere” perché non ho una parola adatta a definirlo.

Possiamo rifiutarci di nascere? Possiamo impedire lo scorrere del tempo? Possiamo rifiutarci di “morire”? Possiamo farci amare da chi non ci ama? Possiamo amare ciò che non amiamo?

Dunque la nostra libertà a che cosa si riduce? A svoltare a destra anziché a sinistra? Ben poco… C’è da chiedersi se siamo veramente gli autori delle nostre azioni, o semplicemente degli automi che reagiscono.

Questi automi hanno il terrore di morire, perché pensano di scomparire nel nulla. E quindi si sono inventati religioni che negano la morte e fantasticano di un aldilà in cui saremmo di nuovo tutti vivi e con la nostra solita identità. I cristiani affermano addirittura che, alla fine dei tempi (quando?), ricupereremo i nostri corpi!

Tralasciando tutti i problemi che ne nascerebbero, ci sarebbe comunque il problema di chi si è comportato male. E allora ecco le fantasie dei purgatori e degli inferni. Non parliamo del paradiso dei musulmani dove ci sarebbero vergini a disposizione dei fedeli. Insomma si riprodurrebbe nell’aldilà ciò che vorremmo o abbiamo vissuto nell’aldiqua.

Così viene negata la morte stessa.

Invece la morte è la fine del corpo, della coscienza e dell’identità abituale, che sono in realtà la nostra schiavitù, un sogno o un’illusione. Non per nulla si parla di liberazione.

Che cosa rimane?

Rimane la nostra vera identità, che non è definibile in termini umani.

In realtà, tutto ciò che è definibile con la mente non è vero, è una falsificazione.

Nel sonno profondo, nel samadhi e nella morte si verifica l’oblio di ciò che siamo attualmente. Ma, anziché essere una perdita, è una conquista.

Conquistiamo la realtà, la fine della separazione.

Noi ci crediamo individui separati. Ma in effetti siamo un tutt’uno.

La verità è che non siamo né la coscienza né le cose di cui siamo coscienti, ma ciò che le conosce. Questa è la nostra vera identità.

martedì 21 marzo 2023

La gioia della morte

 

Se ci fate caso, siete felici solo quando non pensate a voi stessi. Quando invece ci pensate, siete infelici o preoccupati.

La vita è talmente faticosa che è necessario dormire tutti i giorni. Il sonno dunque serve a smettere di pensare, di essere consapevoli di sé, per riposarsi.

Quando infine diventate vecchi, il sonno non basta più per recuperare le energie, fisiche e psichiche, e deve subentrare la morte. Che giustamente è vista come il riposo eterno.

Non importa che lo stato di veglia sia piacevole o spiacevole: la fatica è enorme in entrambi i casi.

Ma resta il fatto che il sonno, per dare un vero riposo, deve essere un dimenticare tutto. Anche la coscienza comporta un enorme dispendio di energie. Al di là della fatica fisica, c’è la fatica di essere.

Quando dormite profondamente (senza sogni), entrate in uno stato di beatitudine, per il semplice fatto che non ci siete più.

Quindi, il non esserci più è uno stato di vero riposo rispetto allo stress della vita.

Da ciò si desume che, per essere veramente felici (al di là della felicità e del dolore), non c’è bisogno di esistere, neppure di essere.

In conclusione, la morte va vista non come un evento tragico, ma come una vera gioia, la realizzazione della nostra vera identità.

Voi mi direte: ma senza io, senza senso di essere, come facciamo a gustare la gioia? Appunto…

lunedì 20 marzo 2023

Lo spettacolo della coscienza

 

Per sopportare questa vita, di solito chiedete aiuto a qualche dio o santo. Ma in realtà chiedete aiuto a voi stessi, cercate di farvi coraggio e di raccogliere le vostre forze.

Siamo un minuscolo granello di coscienza, come un chicco di sabbia in un’immensa spiaggia. Ma la sua potenza è tale che non riusciamo a sopportarla. Ci abbaglia come una luce troppo forte.

Quindi dobbiamo chiudere gli occhi e quel che vediamo è il nostro abituale stato di veglia.

Infatti, quando nasciamo e usciamo dal canale vaginale, la luce è troppo forte e noi ci mettiamo a piangere. Ben venuti in questo mondo!

Il fatto è che prima non sapevate di essere. E ora vi trovate coscienti.

Ma quello che voi chiamate esistenza è un errore di valutazione, un sogno a occhi aperti, una realtà dimidiata, l’illusione primaria. Anche Platone, nel mito della caverna, afferma che gli uomini non vedono che ombre, riflessi. Qualcosa che vive in modo dimidiato, dice di essere sveglio e vivo. Niente di meno. Che pretesa!

Dobbiamo ammettere che il nostro io, la nostra identità attuale, è insoddisfacente. Non è compos sui.

Il fatto è che non potete fare della coscienza un oggetto di conoscenza. Ciò che voi siete non può essere fatto oggetto, perché è ciò per cui esiste la coscienza. Non una forma di supercoscienza o di supersoggetto. Ma uno stato anteriore all’essere o al non essere, alla nascita o alla morte.

Il resto – lo spettacolo della coscienza – è un romanzo, un film o un sogno: un prodotto della mente.

Ma chi lo dice? Chi ne è il testimone.

Quello siete voi.

Nessuno può far nulla per far sorgere la coscienza. La coscienza è dappertutto, come la pioggia che, dove arriva, fertilizza tutto. Nessuno la controlla. È legata alla vita. Si produce spontaneamente.

Di solito, noi pensiamo a dei che facciano apparire tutto. Ma gli dei o sono funzioni delle forze naturali o sono funzioni della coscienza stessa. Senza coscienza, non ci sarebbero.

Questa coscienza, che per voi non esisteva, è apparsa all’improvviso e si è consolidata. Prima non sapevate di essere. Ora lo siete.

Ma questa coscienza è una grande dea dell’illusione e muta di continuo. Non è affidabile ed è destinata a finire.

Che cosa rimarrà allora?

Qualcosa che non è né essere né non essere, oltre tutte le parole, oltre tutti i concetti.

Perché resta il fatto che noi non riusciamo a “capire” che cosa sia la morte. E questo vuol dire che ciò che resta è al di là della mente.

sabato 18 marzo 2023

L'anima malata

 

Ci illudiamo che il nostro karma – il destino che ci attende – debba essere rigorosamente individuale. Invece non è così. Gran parte del karma è collettivo. Come noi soffriamo per le colpe altrui, gli altri soffrono per le nostre.

Dobbiamo metterci in testa che l’umanità è una, e le azioni dell’uno si riflettono sul destino anche degli altri.

Come individui abbiamo limiti precisi, abbiamo identità indefinite e compartecipate.

Non è vero che siamo individui separati.

Guardate per esempio quali conseguenze abbia la guerra di Putin in tutto il mondo.

Il compito di un eventuale dio della giustizia sarebbe molto complicato. E anche lui avrebbe le sue colpe per come ci ha creato.

L’aggressività, la violenza, la continua contesa, la guerra, la concorrenza, la selezione delle specie, da dove vengono? Sembrano essere un impulso naturale in ogni essere vivente. Dunque, di chi è la colpa? Sarebbe di un eventuale creatore. Per questo, è meglio pensare che le cose si siano fatte da sole, spontaneamente, illusoriamente.

Il muoversi, il divenire, il competere, fanno parte del senso di essere un io.

Ma essere un io non è facile, non è gratis, è uno sforzo.

La coscienza nasce con una sensazione di dolore.

È difficile sopportare la consapevolezza di se stessi. Questo nessuno ve lo dice. Già i genitori che si sono accoppiati lo hanno fatto per darsi un sollievo.

E adesso che il pasticcio è stato fatto e siete apparsi voi con un mondo problematico, voi vi illudete che la situazione non sia dolorosa. E che ci sia un dio cui potete appoggiarvi.

Ma è un’illusione, come la vostra sensazione di esserci.

Dove siete?

L’errore è stato fatto con la nascita. Siete nati in un nulla riempito di vuoto.

Ritornate alla situazione di prima della vostra apparizione e della vostra anima malata.

 

giovedì 16 marzo 2023

La coscienza infelice

 

Senza la coscienza, che ne è dell’io, del mondo, del tempo, di Dio? Nessuno ne saprebbe niente. Dunque il mondo appare con quella particolare sensazione che è il senso di essere. È proprio il nostro senso di essere che fa apparire il mondo. Come una luce che si accenda all’improvviso e faccia vedere le cose.

E non è che l’abbiamo cercata o che l’abbia accesa qualche dio. È apparsa da sé, spontaneamente, inconsapevolmente, senza che ne sentissimo il bisogno.

Dunque, il mondo appare con il nostro senso di essere, siamo noi i creatori. Ma quanto dura? Dura finché siamo svegli. Quando poi ci addormentiamo ne appare un altro, il mondo di sogno. E, quando non sogniamo o siamo morti, tutto scompare. Scompare in un attimo, con le stelle, le galassie, i pianeti, le nebulose, i buchi neri e le comete.

Scompare come quando si spegne la luce e non si vede più nulla.

Non si vede più nulla perché era come un film o un sogno. Un gioco illusionistico, una fantasmagoria di luci e colori. Che sparisce in un attimo, portando con sé il corpo, l’io, la coscienza, il tempo, la mente.

Di conseguenza, tutto ciò che conosciamo e amiamo è temporaneo, è destinato a durare poco. E questo è un pensiero angosciante. Quando si accende la coscienza, si accende l’angoscia o un amore disperato. Anche la nostra identità è evanescente, confusa.

Ma che cosa c’era prima? Non possiamo dire “nulla”, perché ciò che se rende conto non può essere nulla. È colui che percepisce, il testimone.

D’altra parte, il nulla assoluto non può esistere, perché, se affermo che esiste, come faccio a dire che non esiste?

Dunque, prima c’era qualcosa che non era consapevole di sé e all’improvviso lo è diventato. Un soprassalto dell’essere che ha dato origine a noi e a tutto quel che vediamo.

Solo che prima non c’erano mancanze, desideri, sofferenze, malattie, morti, nessun bisogno. E poi sono apparsi. Come fare a uscirne?

Con la morte ne usciremo e ritroveremo la nostra identità. Quella che abbiamo sempre avuto e che non può né nascere né morire.

Ma sarebbe meglio rendersene conto subito, finché siamo in vita, in modo da non cadere in false credenze che ci possono confondere le idee e destabilizzare a lungo.

martedì 14 marzo 2023

Prima della coscienza

 

L’unica vera meditazione è concentrarsi sulla propria coscienza, grazie alla quale sentiamo di esistere. Dobbiamo cogliere il senso di esserci e scoprire da dove viene, cosa significa e che cosa c’era prima.

La nascita coincide con questo apparire, con cui sorge anche tutto il mondo. Non è la coscienza che emerge nel mondo, ma è il mondo che emerge dalla coscienza.

Si parte dalla propria coscienza individuale, ma la sfida è scoprire l’universalità della coscienza, che è il vero dio di questo mondo, in quanto lo plasma come vuole. Esiste un’unica coscienza frammentata in una miriade di esseri.

La “realtà” è quanto immagina la coscienza che si è accesa a poco a poco nel corpo umano e ci fa vedere ogni cosa. Ma di per sé non è visibile: è solo presente nella sensazione di esserci. È come il sole, che fa vedere se stesso e ogni cosa.

Sembra paradossale ma la coscienza emerge inconsapevolmente. Ma questo ci dice che la realtà ultima è qualcosa prima della coscienza.

 La cosa cui siamo più attaccati è la coscienza, e ci spaventa l’idea di doverla perdere con la morte. Ogni mattina, quando ci svegliamo, ci ripresenta il mondo e noi stessi. Quando però eravamo addormentati, non c’erano né noi né la coscienza né il mondo. E anche quando moriremo.  

Quindi la coscienza  ci presenta un mondo inconsistente, che può sparire da un momento all’altro. E, soprattutto, nasconde la nostra vera identità, che non era neppure cosciente di esistere, che non aveva bisogno della consapevolezza duale.

La nostra vera identità non è duale, come tutto ciò che appare alla coscienza.

sabato 11 marzo 2023

L'identità fondamentale

 

Il mondo è popolato di religioni, con i loro dogmi, i loro riti e le loro fedi. C’è chi si dice cristiano, musulmano, ebreo, induista, buddhista e così via. Ma che cosa c’era prima di queste religioni? Ce n’erano altre o credenze in altri dei, per lo più personificazioni delle forze della natura. C’erano sacrifici animali o umani. Avete presente gli dei egizi, greco-romani o incaici? Pensate che gli incas furono distrutti perché scambiarono gli invasori spagnoli per dei. E ci furono culti strani, come quelli del sole, della luna o del fuoco, in tutto il mondo, che lasciarono monumenti quali le piramidi o i templi megalitici. Insomma c’è stato di tutto.

E ci sono stati dappertutto sacerdoti, indovini, sciamani e profeti che hanno detto di aver portato la verità o la salvezza. “Credete in me e sarete salvi.” Ma da che? Evidentemente dalla morte, dalla fine, dall’estinzione.

Il che ci riporta al motivo di queste credenze: poter sfuggire alla morte.

Peccato che non ci sia nessuna prova delle loro promesse, dato che comunque i morti non ritornano a raccontarci le loro esperienze. Ci sono sì i resoconti di qualcuno che è stato dato per morto e poi è ritornato a vivere. Ma resta il fatto che non sono veramente morti, che non tutti hanno queste esperienze, che i racconti sono differenti (luci, tunnel, senso di amore, auto-giudizio…), che nessuno dice di aver incontrato Dio in persona, che si riferiscono pure esperienze terribili, che tutti sono tornati malvolentieri in questa valle di lacrime e che nessuno – tranne pochi fanatici – parla di religioni.

In realtà l’unica cosa su cui possiamo contare è la nostra coscienza. È lei che ci dice che siamo vivi. È lei che parla di Iddii. E, senza di lei, non ci sarebbe nessun dio.

Ma che cosa c’era prima della coscienza?

Qualcuno che non esisteva e che è spuntato fuori dal nulla con la coscienza, magari creato da qualche dio? O qualcuno che già esisteva ma non ne era consapevole?

Perché in questo caso l’errore può essere stato creato dalla coscienza stessa, che si ritiene legata ad un corpo e ad una mente specifici.

E se invece la nostra vera identità fosse quella che c’era prima della coscienza?

Quando moriamo, non è l’identità a finire, ma il tempo. Il tempo e il mondo sono nati con la coscienza, sono sue proiezioni.

La vera identità non nasce e non muore. È stato solo travisata dalla coscienza, che l’ha scambiata per un corpo e una mente.

L’identità originale non può essere conosciuta né pensata perché non è duale. E noi possiamo conoscere e pensare solo ciò che è diverso da noi. Ma l’identità fondamentale è esattamente ciò che siamo. Dunque…

 

giovedì 9 marzo 2023

Immergersi in se stessi

 

Dunque, non pregate Dio come un essere esterno, ma immedesimatevi in voi stessi, alla ricerca dell’unità trascendente. È sulla vostra coscienza che dovete far perno, anche perché senza coscienza non ci sarebbe nessun Dio.

Inoltre, se il mondo fosse stato creato da qualche “Signore” (e non spontaneamente) dovremmo chiedergli conto della particolare ferocia con cui è stato fatto, della spietata selezione del più debole (altro che amore!) e dell’indifferenza verso la sorte degli individui. Certo, agli occhi di Dio, tutto si tiene, tutto è armonico e coerente, tutto va bene, ma agli occhi del singolo (che non vede l’insieme) la sofferenza e l’angoscia sono devastanti.

Un ipotetico Creatore sarebbe responsabile di tutto questo. E sarebbe responsabile della morte.

Se invece tutto si crea da sé, si capiscono le ingiustizie. Il mondo non è stato creato per la felicità dei singoli, ma per il funzionamento compensativo delle parti.

E poi Dio avrebbe creato per sé l’immortalità e per tutti gli esseri la mortalità. Un bell’egoismo.

Invece, ciò che noi riteniamo creato da Dio è in realtà immaginato dalla coscienza, che è sempre divisa e divisiva tra bene e male.

Ma il vero Dio sta al di là di questa lotta dei contrari. E lo sei tu stesso. Cioè, sei la sostanza di cui è fatto il divino.

mercoledì 8 marzo 2023

Trascendere la mente

 

Le nostre religioni monoteistiche ci hanno abituato a considerare Dio come una persona, tant’è vero che, soprattutto nel cristianesimo, si ritrae Dio come un uomo, magari come un vecchio barbuto o un giovane luminoso. Ma qui siamo nell’ultimo aspetto del paganesimo, quando si raffiguravano gli Dei come uomini o donne, con le nostre stesse passioni, il nostro modo di pensare e le nostre reazioni. Ed ecco il fiorire di statue e dipinti che vorrebbero raffigurare niente di meno che Dio in persona.

Altri, più prudentemente, si limitano a raffigurare una luce, rammentandosi che Dio non può essere un uomo. Il cristianesimo, comprendendo il problema e cercando di risolverlo, ci presenta un uomo, Gesù, che dovrebbe essere un Dio incarnato.

Ma resta il fatto che Dio non può coincidere con tutte queste immagini, perché dovrebbe essere trascendenza. Non può essere un uomo. Non può essere una qualsiasi immagine. Non può neanche avere la nostra stessa mente.

E allora ci rivolgiamo all’Oriente le cui religioni non cadono così in basso. Parlo del Buddhismo e del Vedanta, perché l’induismo ha un sacco di incarnazioni dell’Assoluto, più o meno come noi.

Se però prendiamo le religioni che non si sognano di farsi nessuna immagine di Dio, vediamo che queste parlano di una specie di stato divino interiore o di Sé, che gli uomini hanno dentro di loro e che può essere in qualche modo ottenuto.

C’è dunque una bella differenza fra un Dio concepito come un Essere comunque esterno, da adorare e da ingraziarsi, come fosse un potente, e uno stato di trascendenza che sta all’interno dell’uomo. Perché questa differenza segna una radicale diversità di approccio. È la differenza tra preghiera e meditazione. Si prega un potente da cui si vuole un favore o si medita su di sé per elevarci noi stessi a livello divino.

Il termine “il Signore” la dice lunga sulla personificazione che facciamo del divino. Vorremmo che fosse una specie di Monarca che possa esaudire i nostri desideri e con cui si possa comunicare da persona a persona.

Ma Dio non è così. Non è un potente che esista di per sé. È esattamente ciò di cui siamo fatti noi stessi, lo abbiamo in noi stessi, non davanti a noi.

Quindi non c’è preghiera che tenga. Ma la possibilità di immedesimarci in lui. Questa si chiama meditazione.

La meditazione fondamentale è quella sul nostro stesso essere. Ma non sull’essere Tizio o Sempronio, non sull’identificazione con corpo e una mente, bensì sul nostro essere universale. O, meglio ancora, su ciò che precede il duo essere-non essere.

Dunque, il vero Dio è la nostra stessa coscienza, che crea tutto il vasto mondo come un enorme spettacolo. E, poi, ancor prima della coscienza.

Quello che c’è prima anche del duo coscienza-incoscienza.

Certo, la mente umana non è adatta a simili meditazioni. E, infatti, i mistici consigliano di abbandonarla, trascenderla.

lunedì 6 marzo 2023

Prima della coscienza

 

Quando cercate di conoscere voi stessi, vi trovate di fronte al paradosso che ciò che conoscete non è mai colui che conosce. Perché ciò che conoscete è comunque un oggetto della vostra conoscenza-esperienza e non il soggetto conoscente. Però voi volete conoscere proprio il soggetto conoscente.

Dovete allora chiedervi chi è consapevole di questo paradosso, perché voi siete quello: il testimone che si rende conto del paradosso.

E dovete concludere che quel testimone è oltre la coscienza  stessa, è al di là dello spazio-tempo.

All’origine del mondo, con le sue miriadi di forme e di apparenze, c’è la coscienza. Ma la coscienza, con il suo corpo, dura poco: dura quanto il corpo e la vita.

La coscienza può immaginarsi e rendere credibile ogni sua immaginazione, al punto che, quando sogniamo, riteniamo vero anche il sogno. Salvo poi svegliarci.

È il risveglio che ci fa render conto che anche la vita è un sogno.

Ma c’è sempre un testimone che ci fa accorgere che si tratta di potenti immagini della mente. Se non ci fosse il testimone, chi potrebbe svegliarsi?

Coscienza significa tempo, coscienza significa io, coscienza significa senso di esserci.

Il che significa che il testimone è  al di fuori del tempo, dell’io e del senso di esseri. C’era prima di tutto questo, prima della coscienza.

Qui è l’eternità, qualcosa che non nasce e non muore, al di là del dualismo della coscienza.

Non resta che stabilizzarsi in tale stato. Questa è meditazione.

venerdì 3 marzo 2023

Voi siete dei

 

Il senso di essere appare all’improvviso, non si sa come; nessuno l’ha chiesto, se non i genitori. Con esso appare la coscienza. Con la coscienza appaiono il mondo e l’io. E con essi appare il dualismo di vero-falso, bene-male, conoscente-conosciuto, piacere-sofferenza, ecc.

Ma che cosa c’era prima?

Dobbiamo presumere che non ci fosse né essere né non-essere, né coscienza né incoscienza, né sapere né ignoranza – uno stato unitario. E nessuno sentiva mancanze, anche perché tutti erano uniti.

Invece adesso ci sono dei genitori che sentono una mancanza: quella di essere individui finiti e di aver bisogno di figli che proseguano la vita. Dunque la vita, attraverso gli individui, difende se stessa. E di conseguenza affonda nel dualismo delle emozioni e dei pensieri.

Se però ci identifichiamo nel e col senso di essere, sappiamo che lo perderemo, con la morte.

Ma la nostra vera identità è quella del testimone di questo senso di essere, perché ciò che dice “io sono” deve essere prima del senso di essere. È quello che non nasce e non muore.

Se ci identifichiamo con il corpo, con la mente, con il senso di essere e con la coscienza che fa apparire il mondo, è certo che perderemo tutto.

Le cose che hanno un inizio nel tempo, avranno una fine.

Ma se ci identifichiamo con il testimone di tutto, non lo perderemo. Siamo a casa.

Ma, per farlo, occorre immergersi nella meditazione, insediarsi stabilmente nel Sé e liberarsi di tutti i condizionamenti e tutte le idee false.

Purtroppo le religioni vivono di riti, di tradizioni, di libri sacri, di comandamenti e di devozione a Iddi immaginari. E così, impediscono la concentrazione sull’unico vero essere, che è dentro di noi, in noi, che è noi, non sugli altari o nelle chiese.

Voi siete Dio, non l’idoletto esterno che venerate.

mercoledì 1 marzo 2023

Quello sei tu

 

In campo spirituale, si rileva che si può essere molto colti rimanendo però ignoranti. Perché ciò che conta non è la quantità di conoscenze che si hanno, ma la consapevolezza.

Bisogna essere consapevoli del proprio senso di essere. Noi confondiamo il senso di essere con il senso di esistere. Ma il senso di esistere è ovvio, mentre il senso di essere è oscurato.

Il nostro mondo ha nascita con la comparsa della coscienza. Tutte le meraviglie dell’universo sono contenute in una scintilla di coscienza, compresi il senso dell’io, il tempo-spazio e il concetto di Dio. Ma tutte sono destinate a sparire, con la morte. Muore il corpo, muore la mente, muore la coscienza. Rimane solo il senso di essere, che è la nostra vera natura.

Le meraviglie di questo mondo sono dunque forme senza sostanza, illusorie. E l’unica meditazione che aiuta è la meditazione sulla consapevolezza di essere. Chi è il testimone? Quello sei tu.

Non puoi però conoscerlo. Puoi solo esserlo.

lunedì 27 febbraio 2023

Esperienze d'unione

 

Noi vorremmo che ci fosse un Dio anche perché vorremmo che ci fosse qualcuno che distribuisse premi o punizioni. Abbiamo paura che i cattivi restino impuniti o che i buoni venissero ricompensati.

Non c’è bisogno però di un Essere esterno per emettere questi giudizi. Tutto avviene spontaneamente.

La logica della trascendenza non è duale.

Con la morte ognuno assume la sua vera identità e abbandona il dualismo mentale. Perché abbandona la mente.

In tal senso la morte è una liberazione dalla vecchia identità, fatta di bene e male, fatta di contrasti. Non ci si porta appresso il dualismo di bene e male. Tranne nel caso che, per mancanza di consapevolezza, non si ritorni indietro… ad un corpo.

Se però si è evoluti, si assume una visione e una identità unitaria. Se mantenessimo una divisione buono-cattivo, non sarebbe trascendenza, ma solo un’ennesima formula mentale. Come quella del Dio causa-prima.

Le nostre immaginazioni sono infantili, e proiettano il dualismo mentale che affligge la nostra coscienza. Ma, se così fosse, i morti cercherebbero di comunicare con noi. Quale muro glielo impedirebbe?

La verità è che tutto è spontaneo, senza causa e senza scopo.

I nostri sensi e la nostra mente ci danno un’immagine distorta della realtà, sostanzialmente falsa. Esiste tuttavia un senso d’essere che è reale e immutabile. E noi dovremmo dimorare il più possibile in esso. Questa sarebbe vera meditazione.

Non il senso di essere questo o quello, ma il senso di essere e basta.

Questo senso di essere è amore e felicità. Dunque le cose che ci danno felicità, senza contrasti, senza dualismi, sono più vicine alla trascendenza. L’amore per qualcuno è una di queste, ma si tratta di un pallido riflesso dell’amore per l’essere stesso. Quando siamo più felici, siamo più vicini alla vera identità, quella che si è liberata dall’identificazione con il corpo e con il dualismo della mente.

Le esperienze di gioia sono esperienze di unione. Le altre sono esperienze di divisione e di infelicità.

venerdì 24 febbraio 2023

Vedere chiaramente

 

Di solito noi abbiamo paura di perdere, con la morte, il corpo, la mente, la coscienza e l’identità. E tutto questo è evidente, perché un morto sembra perdere ogni contatto con noi e con la sua vecchia identità.

Per reagire a questa paura, ci inventiamo paradisi/inferni e un Dio e compia l’operazione di salvare la nostra anima. Insomma la vita dovrebbe proseguire sotto qualche forma. Perché non sopportiamo l’idea di scomparire definitivamente e di non rivedere più nessuno. L’idea ci terrorizza.

Ma dobbiamo riflettere sul fatto che l’attuale identità è quanto mai incerta e labile. Sappiamo di essere fatti in qualche modo, però non ci conosciamo bene.  Come se avessimo una visione sfocata, quasi vivessimo in una specie di sogno, di recita o di incubo. Come diceva Pirandello nei sei personaggi in cerca di un autore-soggetto.

Già, qual è il nostro vero soggetto? È definito. Sa da dove viene? Ha una sostanza, un’anima?

Il fatto è che l’anima è il cercatore. E in un mondo dove tutto è duale, il soggetto, per essere conosciuto, deve diventare oggetto. Quindi non può essere conosciuto.

È per questo motivo che ci sentiamo sempre orfani di realtà: è come se ci mancasse qualcosa.

Possiamo esserlo, non conoscerlo. È questa l’alienazione di base. Dobbiamo sempre essere altro: non possiamo conoscere noi stessi.

La situazione è disperante. Dovremmo fare a meno della mente conoscitiva. La nostra attuale identità è scissa.

Dunque, dobbiamo ammettere che la nostra vera identità ci sarà chiara solo con la fine della mente. Cioè, con la morte.

La morte, lungi dal cancellare la nostra identità, ce la rivelerà.

Questo è il potere liberatorio della morte.

Il problema che tutto questo è il frutto di un ragionamento, ossia di quella mente che non può cogliere la realtà ultima. Sappiamo ciò che non siamo, ma non ciò che siamo. Se non in maniera confusa. È un po’ la situazione di chi vorrebbe vedere chiaramente qualcosa, ma non può togliersi degli occhiali che ne distorcono la visione. Può solo cercare di intuire, indovinare, perché qualcosa comunque vede. Come scrive san Paolo, “ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo a faccia a faccia”.

Non si tratta però di vedere qualcuno, ma di reintegrarsi nella propria vera natura. E questa natura è comunque in noi, anche adesso.

lunedì 20 febbraio 2023

Il sogno della coscienza

 

Ma che cosa c’era prima della coscienza e della nascita dell’io sono? Questa è la domanda giusta. Perché noi pensiamo che qualcuno ci crei dal nulla. Crediamo che ci sia sempre uno scopo e una causa. Ma questo non è possibile. Dal nulla non nasce nulla.

In realtà c’è uno stato precedente, lo stato originale, dal quale deriviamo – uno stato che non può essere cosciente o supercosciente.

Non c’è mai nessuno che crei. Se no, sarebbe responsabile di questo decadimento.

Nasciamo da un altro organismo vivente. Non c’è nessuno che venga creato dal nulla.

Ci viene consegnato un corpo e noi ci identifichiamo con esso.

Più tardi, nel bambino, nasce anche la coscienza e l’io sono.

Dunque non dobbiamo raggiungere nulla. Ciò che siamo, lo siamo già. Solo che non possiamo conoscerlo. E qui il nostro dramma.

Di dramma è giusto parlare, perché la nostra condizione attuale è simile a una recita, a un sogno, a un’illusione. Come in un sogno siamo sicuri che quella è la nostra realtà, ma poi abbiamo dei dubbi e sappiamo che tutto finirà. Allora ci inventiamo dei e paradisi (e gli inferni?) dove saremo finalmente felici.

Ma nessuno sa dirci perché siamo infelici, ora.

Lo saremmo comunque, perché siamo coscienti che tutto è destinato a scomparire, le gioie come i dolori, gli amori come gi odi.

Quando moriremo scomparirà anche la nostra identità o, per meglio dire, perderemo questa identità fasulla. E riavremo la vera identità, che non sarà più quella di un io-corpo separato.

Se non c’è coscienza non c’è universo. Se non c’è coscienza non c’è Dio.

La coscienza ci fa apparire tutto. Ma alla fine scomparirà anche lei.

Su questo dobbiamo meditare. E recuperare ciò che siamo prima.

sabato 18 febbraio 2023

L'identità

 

La coscienza che hai di te stesso varia nel tempo, perché cambia il tuo corpo e cambia la tua mente. Ma c’è qualcosa che rimane sempre lo stesso: la coscienza dell’”io sono”.

Si badi bene: cambia la coscienza dell’essere questo o quello, perché è legata allo spazio-tempo e ai mutamenti degli avvenimenti che ti plasmano. Ma non cambia la sensazione di essere. Che tu sia giovane o vecchio, sano o malato, felice o infelice, la tua coscienza di essere ( di essere essere) è sempre la stessa, perché è svincolata da qualsiasi esperienza o conoscenza.

Questa è la base della tua coscienza, colui o ciò che sa di essere cosciente.

Ma che cosa c’è prima di questa conoscenza? Prima che la coscienza e il senso di essere si formassero, prima che potessimo conoscere, che cosa c’era?

Se riduciamo tutto alla nostra coscienza-conoscenza, rimaniamo nell’ambito dei concetti e dunque della nostra mente duale. Ma se vogliamo conoscere che cosa c’era prima della coscienza-conoscenza, dobbiamo accedere a ciò che non è conoscibile.

Come è possibile?

In realtà dobbiamo ammettere che ciò che non è conoscibile, lo stato ultimo o primo, c’è sempre, perché al di fuori dello spazio-tempo. Ma noi vorremmo conoscere con una mente che è nello spazio-tempo e nel limitato.

Non ci rimane che dimorare in questo stato, senza fare sforzi per pensarlo.

In effetti vi ritorniamo quando moriamo, quando cessa il corpo e la mente. Non dobbiamo pensare o fare nulla, perché l’atto stesso di conoscerlo, lo nasconde.

Chi ce lo dice?

Questo stato c’è, perché coincide col nulla del conoscere o essere cosciente. Non ci sarebbe se ci fosse qualcosa, un Dio, una Supercoscienza, il paradiso o chissà che cosa. C’è perché c’è il nulla che tanto temiamo. È il nulla, il vuoto, la non-coscienza, la non-conoscenza. È quella cosa lì. Potremmo chiamarlo l’Assoluto, ma è un’etichetta come un’altra.

È ciò da cui viene il tutto.

Senza desideri, senza bisogni, senza coscienza. Un niente assoluto. Nessuna identità. Ma, proprio per questo, il tutto, precedente alla coscienza che hai di te. Non conosce neppure se stesso.

Ad un certo punto, da una vibrazione nasce spontaneamente il dualismo soggetto-oggetto, la coscienza, l’io sono e lo spazio-tempo.

Ci piacerebbe che l’Assoluto fosse una perfetta e onnipotente coscienza. Ma non può esserlo, perché, per esserci coscienza, ci dev’essere dualismo di soggetto-oggetto. Dunque, l’Assoluto non conosce se stesso – lo è.

Il risultato che ciò che conosci, non lo sei; mentre ciò che conosci, lo sei. Un bel paradosso.

Ciò che conosci, compresi l’io e Dio, è un prodotto della mente cosciente. Ma non è la realtà ultima.

Se abbiamo paura di perdere la nostra identità, dobbiamo riflettere che l’Assoluto è vera identità, mentre ciò che per noi è la nostra identità è divisione.

martedì 14 febbraio 2023

Lo stato ultimo

 

Se credi di trovare la felicità in questo mondo dove il piacere deve alternarsi al dolore e tutto deve continuamente cambiare, sei sulla strada sbagliata. Al massimo puoi tentare di assaporare momenti o periodi di felicità. Ma devi essere preparato anche a soffrire.

Se cerchi una felicità duratura, devi in realtà lasciarti alle spalle questo mondo dell’instabilità e del divenire. È soprattutto la mente che costruisce un mondo di contrari, di spazio-tempo e di dualismo. E quindi devi metterla il più possibile da parte.

Conosci senza i limiti della mente. Come?

Ricorrendo non alla coscienza duale, ma alla consapevolezza unitaria, senza ansie e senza paure, senza soggetti e senza oggetti.

Queste sono parole, lo so. Ma nella tua esperienza ci sono già brevi sprazzi di tale stato.

Perché è il tuo stato ultimo.

lunedì 13 febbraio 2023

L'egoismo dei morti

 

Quello che mi colpisce dei morti è che, anche se ci hanno amato moltissimo, appaiono del tutto assenti e non fanno nessun tentativo per mettersi in comunicazione con noi. Anche nei racconti di chi è “ritornato” dopo essere “morto” per qualche minuto si evidenzia che nessuno vorrebbe ritornare in questa valle di sofferenza. Si sono trovati troppo bene per pensare di tornare indietro. Ma vi sono costretti.

In parole povere, c’è una specie di “egoismo” dei morti. Possono aver abbandonato figli carissimi, genitori, coniugi tanto amati e amici, ma è come se se ne dimenticassero immediatamente. Non solo, ma non fanno nemmeno nessuno sforzo per comunicare con noi o per aiutarci.

Questo può voler dire tre cose: o che sono stati annullati completamente o che vivono in uno stato di oblio, quasi drogati, o che è loro impedito – e quindi non possono essere felici. Come fa una madre ad abbandonare i figli o l’amante l’amato?

Resta il fatto che i sopravvissuti soffrono e si sentono abbandonati. E anche l’aldilà si presenta crudele – una separazione brutale cui non c’è rimedio… se non aspettare a nostra volta la morte.

Rispetto a ciò che pensiamo, può esserci una grande sorpresa. Dato che la nostra mente non riesce a pensare la realtà ultima.

Ma la sorpresa, la meraviglia, sono l’inizio della nuova consapevolezza.


Conoscere se stessi

 

Se vi domandassi chi credete di essere, la vostra identità, incomincereste a parlarmi della vostra nascita, dei vostri genitori, della vostra famiglia e poi passereste agli studi fatti, al vostro corpo, alla vostra mente, alla vostra personalità, ai vostri valori, alle vostre credenze e così via. Quella persona siete voi e siete unici nel mondo.

Ma alcuni filosofi, religiosi o saggi direbbero che tutta questa massa di informazioni non basta a definirvi. Già Freud affermò che esiste anche un livello inconscio di cui non vi rendete conto e che vi porta ad agire, a reagire e a sognare in una certa maniera. Dunque i confini della vostra persona sono molto più vasti e indefiniti di quel che credete. E, nel migliore dei casi, una parte di voi stessi vi sfugge.

Ma non è finita. Qualcuno parla anche di un’anima o di un sé. Che non solo sfuggirebbero al nostro controllo ma costituirebbero un ulteriore livello di noi stessi.

Dobbiamo quindi ammettere che la nostra conoscenza di noi stessi è per lo meno limitata. E che siamo costituiti da una persona in parte sconosciuta.

Rimanendo comunque a quel che conosciamo, vediamo bene che è destinato a durare poco e che, dopo la morte, non si sa che fine farà.

C’è chi parla di un paradiso/inferno, chi del nirvana, chi di una vita eterna e chi del nulla. Ma anche questi sono  concetti, credenze, ipotesi, che non sono dimostrate.

Il fatto è che certe parole – come nulla o tutto – per noi hanno poco significato, perché non ne abbiamo esperienza. Che cos’è il nulla? Immaginiamo qualcosa, che comunque non è un vero nulla, ma una nostra idea. E lo stesso per il tutto. Noi abbiamo esperienza solo di poche cose, non del tutto.

Dunque, usiamo concetti che non sono verificabili. Così è per altri concetti come anima, Dio, aldilà, ego, ecc. E quindi viviamo in un mondo immaginario di idee, che non sono comunque le cose che indicano e spesso sono del tutto virtuali.

Se vogliamo un approccio alla realtà, dobbiamo essere consapevoli che viviamo in un modo di parole, cui spesso non corrisponde niente. Quando i saggi ci invitano a “conoscere noi stessi”, ci invitano in realtà a uscire dal mondo della mente e a trovare il nostro più profondo essere, che è al di là perfino della coscienza o della non coscienza.

Non dobbiamo però pensare ad esperienze sovrannaturali o mistiche, ma al semplice stato di chiarezza e lucidità, che talvolta acquisiamo nella vita di tutti i giorni, come nei primi attimi di risveglio da un sonno ristoratore o in certe mattine limpide in cui siamo liberi da ansie e paure.

Della realtà non possiamo dire nulla, se non vogliamo trasformarla in un ennesimo concetto. Possiamo solo dire che cosa non è. Scartare tutto il contenuto mentale, legato alla cultura, al passato e alla memoria. E guardare con freschezza.

sabato 11 febbraio 2023

I miracoli

 

Così sono fatti gli uomini. Gridano al miracolo quando estraggono dalle macerie di un terremoto un sopravvissuto, trascurando le migliaia di non-miracolati finiti morti.

Da un Dio che si curasse del modo e degli individui, i miracoli li vorremmo prima e non dopo. Non fare accadere le tragedie; salvare prima, non dopo.

Se proprio deve avvenire un terremoto, vorremmo che lo facesse accadere in Russia, non in paesi già flagellati da guerre e povertà.

Ma un Dio del genere è una nostra illusione che, nonostante le disillusioni continue, sosteniamo ancora. Quando la Terra finirà distrutta, l’ultimo dei sopravissuti griderà al miracolo… prima di soccombere anche lui.

Masse di ingenui e di illusi, che non hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Siamo soli e dobbiamo salvarci da soli. Innanzitutto riconoscendo ciò che è falso, finendo di illuderci che ci sia un Papà buono in cielo. E poi superando il dualismo della nostra mente.

Il mondo che ha alla sua base la coscienza non può che essere duale, in un contrasto e in una lotta continua. Bene contro male, soggetto contro oggetto, dolore contro piacere, luce contro oscurità, coscienza contro incoscienza, vita contro morte, alto contro basso, guerra contro pace, amore contro odio, guadagno contro perdita, crescita contro declino, aldiqua contro aldilà e così via. E mai che l’uno possa avere la meglio contro l’altro… se non temporaneamente.

Ma la vera realtà non è affatto duale e dialettica. È unitaria.

Se osservate bene, scoprirete che gli opposti contrastanti sono complementari. Si combattono, ma si sostengono a vicenda. L’uno non potrebbe esistere senza l’altro, l’uno alimenta l’altro.

Il contrasto è apparente, una commedia, un gioco. Siamo noi che adottiamo di volta in volta punti di vista diversi, in base ai nostri interessi, ma si tratta di due facce della stessa medaglia. Così, per esempio, l’amore nasconde l’odio e il bene il male. E lo sappiamo.

Addestriamoci quindi a vedere l’unità nell’apparente contrasto. Il maschile per esempio non potrebbe esistere senza il femminile. E dunque all’origine c’è qualcosa che è entrambe le cose o aldilà di entrambe.

Proviamo a usare un pensiero e un linguaggio trascendente, unitario, fuori dai contrasti che compongono il mondo abituale. Un linguaggio unitario e olistico, vedendo nei contrasti un gioco delle parti.

La Realtà di fondo non è contrastante, non distingue per esempio fra soggetto e oggetto. Il conoscente è il conosciuto. E niente nasce né muore.

La Realtà è puro essere che si diverte a mascherarsi. Un Uno che si diverte a moltiplicarsi, a frammentarsi, ad apparire ciò che non è. Questi giochi illusionistici sono i veri miracoli.

  

martedì 7 febbraio 2023

La violenza sulla Terra

 

Tutti si appellano a Dio. Il Papa va in Africa (anche per contrastare le Chiese evangeliche) e prega Dio. Gli ucraini pregano Dio, per non essere distrutti. I terremotati pregano Dio (per ringraziarlo di non averli uccisi). Ma con scarso successo.

Il grande assente è sempre Dio, inteso come un Reggitore universale e quindi come una sorta di padrone. Questo proprio non risponde.

Se ci fosse un Dio che avesse creato il mondo e lo controllasse, qualcuno potrebbe chiedergli conto di questa sua assenza. I cristiani, per esempio, basano la loro fede sull’idea di un Dio che interviene negli eventi del mondo. Ma dove sono questi interventi?

Tuttavia, fa molto comodo questa idea, perché dà l’illusione che qualcuno si curi dell’individuo e dà a molti mascalzoni il pretesto di agire a nome di Dio.

Ma Dio non risponde perché non c’è, perché è una creazione della mente umana, che ha sempre bisogno di una causa prima, di un giudice, di una pezza d’appoggio.

Questo se si intende Dio come un Dominatore. Ma se si intende Dio come Realtà ultima, allora c’è e lo siamo tutti.

Dunque, siamo tutti responsabili. Ci siamo creati da soli, in qualche modo, con molti difetti, soprattutto con una coscienza duale.

Stando così le cose, ci dobbiamo salvare da soli. Ciò che avviene nel mondo non è il frutto di qualche imperscrutabile Volontà divina, ma della nostra coscienza duale, che deve procedere per contrasti.

Perfino la violenza dei terremoti non è causata da qualche Dio, ma dalla nostra coscienza. Le perturbazioni della natura sono innanzitutto le perturbazioni della coscienza.

Se coltivassimo la calma, la quiete e il silenzio, tutto cambierebbe.

Ricordiamoci che sulla terra ci sono esseri viventi che vivono 200 o 400 anni o che sono potenzialmente immortali, come certe meduse.

La comparsa della coscienza

 

Per chi conosce la verità, la morte dovrebbe essere un lieto evento, una gioia, un sollievo, una liberazione, la fine della schiavitù di un essere legato a un corpo e a una mente. Ma per noi è la massima paura, ciò da cui derivano tutte le altre paure. L’abbandono di tutto.

Anche l’io dobbiamo abbandonare e la coscienza. Ma non forse l’identità ultima, che non dovrebbe essere legata al dualismo, perché mai nata e mai morta, perché unitaria.

L’identità ultima ha poco a che fare con la coscienza abituale, ma con la consapevolezza, che non è uno stato duale.

Ci siamo identificati con un corpo e con una mente, che dobbiamo perdere. Ma, una volta dis-identificati, siamo liberi.

La logica è che, se vogliamo l’infinito, dobbiamo passare per il finito; e, se vogliamo l’immortalità, dobbiamo passare per la morte.

Ma perché questa contorsione? Non eravamo già infiniti e liberi? Mai nati e mai morti?

La verità è che abbiamo a che fare con la stessa realtà… conosciuta dualisticamente da punti di vista differenti. Tutto dipende dal nostro modo di osservare: non potremmo pensare l’infinito e l’immortale se non passando dal finito e l’immortale.

Dunque il finito e il mortale servono a conoscere la totalità della Realtà.

Se partiamo dall’infinito e dall’immortale, dobbiamo conoscere per forza il finito e il mortale. Se partiamo dal finito e dal mortale, dobbiamo per forza aspirare all’infinito e all’immortale.

Questo lo diciamo partendo dal finito e dal mortale.

Se partiamo dall’infinito e dall’immortale, abbiamo già tutto. Ma non la coscienza.

La realtà ultima è al di là di tutte le aporie. E quindi non è neppure cosciente. Se dunque si apre la stagione della coscienza, cioè del dualismo soggetto/oggetto ecc. e dello spazio-tempo, compaiono il finito e il mortale. Ma tutto questo dovrà finire, un bel o brutto giorno.

Non domandate chi vuole tutto questo. Non c’è nessuno che lo voglia. Si vuole.

venerdì 3 febbraio 2023

La vera identità

 

Esistono differenze fondamentali tra pregare e meditare. Si prega sempre un presunto dio, usando parole precise. Quando invece si medita, non ci si rivolge a nessun dio esteriore, ma a se sessi, a se stessi in quanto sé che fa parte del divino, in quanto sostanza ultima. E, per far questo non si usano parole, ma si cerca di retrocedere prima della parola, oltre la parola. Là dove si trova un oceano sconfinato di silenzio.

Per la nostra mente esistono l’essere e il non essere, il cosciente e l’incosciente, la vita e la morte, il bene e il male, il piacere e il dolore. Ma in meditazione si va là, dove non esiste il dualismo e la contrapposizione.

Con la mente comune, non possiamo conoscere che cosa ci sia in questo cosmo e come si possa esserne consapevoli. Ma possiamo e dobbiamo dedurlo proprio dalle nostre esperienze duali.

Presupponiamo che all’origine ci sia qualcosa che sfugge a ogni nostra definizione, La mente gira in tondo se pensa che all’origine ci sia un non essere o un super essere. È una soluzione troppo elementare, addirittura infantile, che non risolve il dualismo. Così non può cogliere la fonte di tutto, che sfugge invece a ogni nostra classificazione perché è trascendente.

Parliamo di trascendenza rispetto alla nostra mente limitata,

Allora si tratta di una semplice supposizione? In un certo senso è così. Se non vogliamo rifugiarci in mitologie e religioni senza veri fondamenti.

Trascendere la mente usando la mente sembra impossibile… se non fosse per certi elementi.

Innanzitutto la mente, consapevole di se stessa e della propria incapacità,  aspira naturalmente ad andare al di là di se stessa. E poi ha un funzionamento discontinuo che lascia spesso spazio ad un vuoto (di pensieri) che sembra indicare una via di trascendenza.

Quando si usa la penetrazione meditativa del “reale,” si vede bene che sotto c’è un altro stato o strato. Il pensiero si arresta e si apre un varco come in un fertile buco nero.

Infine, esiste uno stato di sonno profondo in cui la mente, con i suoi contenuti, sembra sparire. E temporaneamente fa sparire anche la coscienza e la sensazione dell’ “io sono”. Ma qualcosa mantiene il senso d’identità.

Di solito, per avvertire tale stato, ci vuole una situazione di quiete e silenzio, sia sensuale sia mentale. Ma può avvenire anche in situazioni di particolare concitazione, per esempio nell’orgasmo sessuale, in cui si verifica un’intensificazione della consapevolezza priva dell’ “io sono”.

Tutto procede secondo natura, una natura libera di autodeterminarsi in base alla legge di azione-reazione. L’ordine non è imposto da nessuno. Non c’è bisogno di un architetto, di un poliziotto o di un giudice. Tutto avviene da sé.

Il problema è che la natura si occupa della specie, non dell’individuo. Dell’individuo deve occuparsi l’individuo.

Poiché la coscienza è discontinua, ci deve essere qualcos’altro che mantiene il senso d’identità. E non può che essere qualcosa che supera la coscienza, che è al di là.

Si può perdere il senso dell’identità costituito dalla coscienza “io sono”, ossia dalla coscienza di essere una determinata persona delimitata dal tempo e dallo spazio, ma non il senso dell’identità non condizionata. Questo ci fa ben sperare per la morte.

Quando dici o pensi “io sono”, ti rendi conto che quell’io è solo una parte di te. Ammetti la scissione. Questa è la coscienza. Il conoscitore non è l’io conosciuto, è qualcos’altro.

Il conoscitore, il Sé, è al di là delle parole e dei pensieri, e ne è consapevole.

Questa consapevolezza di base è dunque confermata. Ma non può essere conosciuta con i normali mezzi. È il conoscitore stesso.

Ma che cos’è questa consapevolezza che non può essere indagata? È qualcosa che non è diviso, dissociato, che non conosce la normale dialettica dei contrari, che è al fuori dello spazio-tempo. In tal senso, non nasce e non muore.