sabato 23 marzo 2019

Sofferenza e piacere


Ogni tanto seguo l’insegnamento buddhista, perché mi sembra molto logico. Quando il Buddha afferma che la vita è dukkha (dolore) non intende dire che in questo mondo tutto è sofferenza, ma che non è possibile eliminare uno stato di insoddisfazione praticamente permanente.
Innanzitutto, ci sono le quattro fasi dell'esistenza da cui nessuno può sfuggire: la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. E poi ci sono varie forme di dolore: la sofferenza di essere separati da coloro che amiamo, la sofferenza di vivere con coloro che odiamo, la sofferenza di non poter avere quello che vogliamo e tutte le sofferenze del corpo. Vi risulta di essere stati risparmiati da qualcuno di questi dolori?
Ma se pensiamo che la sofferenza sia semplicemente una sensazione spiacevole e che sia eliminabile con una sensazione opposta di piacere, ci sbagliamo. È proprio questo che noi facciamo: cerchiamo tutta la vita sensazioni piacevoli, fisiche e mentali. Però sappiamo anche che questo non basterà a cancellare il dolore. E, in effetti, qualunque sensazione piacevole ha un aspetto per così dire negativo: non dura. Non dura, è fugace, è temporanea; e, quando sparisce, lascia un senso di mancanza e di insoddisfazione. È un po' come una droga: sul momento dà un senso di euforia, ma poi l'effetto sparisce e rimaniamo più scontenti di prima. E già questo ci dice che viviamo in un mondo duale, in un mondo effimero, in cui niente è stabile (per fortuna nemmeno la sofferenza).
       Ora, il Buddha ci dice che all'origine della sofferenza c'è il desiderio, ossia una specie di sete o di bramosia che non si accontenta mai. Desiderio di essere, desiderio di diventare, desiderio di crescere, desiderio di felicità, desiderio di amore, desiderio di figli, desiderio di perdurare, desiderio di essere ricchi, desiderio di potere, desiderio di riconoscimento... l'elenco è infinito. C'è anche il desiderio di non-essere quando le cose ci vanno male e pensiamo alla morte come via di liberazione. Insomma la vita è tutta un desiderare - è questo il suo carattere distintivo. Ma desiderare significa soffrire, perché chi desidera prova dentro di sé una mancanza.
       A questo punto, la logica suggerisce che la via d'uscita sarebbe sopprimere il desiderio. Ma qui bisogna stare attenti a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Perché tra i tanti desideri c'è anche quello che animava il Buddha e tanti altri: il desiderio di sopprimere il desiderio, il desiderio di liberazione da questo ciclo ripetitivo e dualistico. Come quando diciamo: non ne posso più di questa situazione, voglio uscirne! È chiaramente un desiderio anche questo, e ben forte.
Ma bisogna arrivarci - e i più non ci arrivano affatto: continuano a inseguire le sensazioni piacevoli, continuano a sognare uno stato di felicità durevole, continuano a correre lungo questa riva del fiume senza tentare di andare oltre. Tutto sommato, anche sognare un qualche paradiso rientra tra i desideri meschini. Il Buddha lo ha previsto: secondo lui esistono altri piani di realtà o altri mondi popolati da esseri che si trovano in uno stato migliore del nostro (d'altronde, non ci vuole molto), ma - attenzione - neppure loro sfuggono alla morte e forse sono troppo instupiditi dalla vita facile; un po' quello che succede ai nostri ricchi, che a forza di essere serviti e riveriti diventano sempre più fragili e scemi. Ed è possibile che i nostri dèi appartenessero a questa categoria – perché, alla fine, come è evidente, sono defunti...
       Ma fra le tante nostre sventure, una fortuna ce l'abbiamo. Siamo in un mondo mediano, che proprio per le sue caratteristiche e per le sofferenze ben calibrate con le gioie, è il più adatto a tentare la via della liberazione. Abbiamo tutte le doti per farlo - ci manca solo un po' di consapevolezza e di buona volontà. Però, piantiamola di farci trascinare da desideri di bassa lega: liberazione non significa approdare in qualche terra beata, in qualche paradiso di idioti che stanno tutto il giorno a biascicare le lodi del Potente di turno. Ne abbiamo già troppi di questi lacché sulla terra. Almeno miriamo in alto. Sbarazziamoci di tutto il baraccone - vita, morte, paradisi, religioni e gerarchie comprese.
       E seguiamo non i dogmi, ma solo quelle vie che ci sembrano sensate e che possiamo verificare di persona.


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