domenica 17 marzo 2019

La singolarità del buddhismo


Il buddhismo lancia una sfida alle altre religioni, tutte costruite più o meno allo stesso modo, con un Dio da adorare e il suo profeta o messia, con l'eterna lotta fra bene e male, e con un paradiso e un inferno che ci vengono assegnati dal Giudice divino.
L’Oriente in genere non ci dice solo di fare il bene (ovvio), ma di andare al di là del bene e del male; non ci dice di cercare solo il paradiso, ma di andare al di là di paradiso e inferno; non ci dice di cercare la vita eterna, ma di andare al di là della vita e della morte. E ci dice che il nostro sé, pur essendo in grado di sopravvivere da una esistenza all'altra, non è la realtà ultima.
Per il buddhismo la realtà ultima è il nirvana, che può essere definito solo in termini negativi (ciò che non è), ma non in termini positivi, pur assicurandoci che è comunque qualcosa, non un nulla. Tutte idee che la mente non riesce a comprendere, ma tutt'al più a intuire in una sorta di vertigine della ragione.
       Il fatto è che il buddhismo non è solo una religione, ma anche una filosofia, dato che ci presenta una spiegazione delle leggi e delle strutture fondamentali della realtà. Le altre religioni, ogni volta che si sono azzardate a parlare delle leggi fondamentali del mondo, hanno detto solo grandi sciocchezze.
Invece il buddhismo ha lasciato una visione del mondo che ancora oggi interpella la nostra ragione. Questa religione non crede né a Dio né ad un sé eterno. Tuttavia individua leggi che sembrano eterne, come quella della retribuzione karmica, della sofferenza e del desiderio. Più che leggi fisiche sembrano leggi evolutive. Il mondo - dice il Buddha - è fatto così, e io ve lo descrivo. Anche l'uomo è fatto in un certo modo, e io ve lo descrivo. Nessuna di queste leggi è stata creata da un Dio, però esistono, e con esse dobbiamo fare i conti. Non c'è un Dio che premi e castighi: siamo noi stessi, con i nostri atti, che ci prepariamo il futuro, in questa vita e nelle altre.
       Lo scopo del buddhismo è la liberazione dalla sofferenza, che può essere eliminata solo con la soppressione del desiderio. Il desiderio nelle sue varie forme, l'attaccamento, i legami e i condizionamenti agiscono automaticamente, istintivamente, oscurando la ragione e facendoci comunque proseguire il ciclo delle nascite e delle morti.
Finché l'individuo non ne avrà abbastanza e finché non capirà che non si può uscire dalla sofferenza se non estinguendo il desiderio egocentrico (di essere, di non essere, di divenire, di godere, ecc.), continuerà a stare male. A quel punto, estinto anche il karma del passato, l'uomo potrà approdare ad un piano dove non c'è più né vita né morte, né io né Dio, uno stato nirvanico senza divisioni e senzacondizionamenti. In fondo, l'ego non è nient'altro che una separazione e delimitazione dell'incondizionato.
       Ma il punto centrale di questo processo di liberazione è una chiara presa di coscienza che tutte le cose sono impermanenti e che tutte sono soggette al dolore. È da qui che nasce la saggezza e la volontà di liberarsi dell'insensato ciclo della vita-e-della-morte. Se non lo facciamo, il ciclo continuerà ad andare avanti all'infinito. E noi continueremo a illuderci, a desiderare e a soffrire. In sostanza, è su questa consapevolezza che bisogna lavorare. Tutto il resto - il comportamento e le decisioni da prendere nell'esistenza - sono conseguenti.
       Certo, siamo a un passo avanti rispetto alle altre religioni, che ci fanno sognare paradisi e salvatori divini. Per il buddhismo, tutte queste cose possono anche esistere, ma sono comunque soggette al ciclo delle nascite e delle morti, sono impermanenti. Anche gli dei sono impermanenti.
È come se il Buddha guardasse molto ma molto più lontano delle altre religioni. Inoltre egli non dice che bisogna accettare queste spiegazioni per fede, ma solo dopo averle capite e sperimentate personalmente.

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