giovedì 24 febbraio 2011

Noia e trascendenza

Credo che la cosa peggiore della condizione umana non siano tanto le grandi sofferenze, quanto la noia. La noia è la consapevolezza di ripetere tutti i giorni le stesse cose, gli stessi pensieri, le stesse sensazioni...io, tu e tutti quanti, in un circolo interminabile. La noia è essere sempre se stessi.


Seguiamo lo stesso copione giorno dopo giorno e perfino ciò che sogniamo nelle nostre più ardite fantasie non può che essere scontato - anche il lavoro, anche l'amore, anche il dolore, anche la perdita, anche la vittoria.

Per questo ci immaginiamo mondi favolosi, misteri, dei, paradisi, ufo, fantasmi, angeli, demoni, madonne e quant'altro. Ma anche la nostra immaginazione non può uscire dai limiti della mente umana.

Eppure, proprio questa sensazione di noia non va disprezzata perché ci porta vicino al nostro confine e ci aiuta talvolta a superarlo. In fondo anche Dio era uno che si annoiava, che non ce la faceva più a essere se stesso.
 
Sono molte le vie che portano al superamento di sé.

Sentire, pensare e meditare

Diceva Mark Twain: "Non facciamo altro che sentire, e l'abbiamo confuso con il pensare". Ed è vero. Il problema è che tutti sentiamo e percepiamo spontaneamente, mentre il pensare comporta riflessione e dunque un certo sforzo.


Ma se il passare dal sentire al pensare è già difficile, quanto più difficile sarà il passare dal pensare al non-pensare! Eppure, è proprio questo ulteriore passo che ci proponiamo con la meditazione. Questo non-pensare non è un ritorno al sentire, ma un superare il pensiero condizionato attraverso una sospensione mentale.

venerdì 18 febbraio 2011

Nascere a se stessi

Il primo passo per il risveglio è rendersi conto di essere degli schiavi, dei prigionieri (come nella caverna di Platone), degli automi che eseguono compiti imposti da qualcun altro. La condizione umana non è esattamente una condizione di libertà e di felicità. Nascere è già una fatica e si viene al mondo tra dolori. Ma poi ogni fase della crescita comporta sofferenze: dalle innumerevoli malattie dell'infanzia alle crisi dell'adolescenza, dai problemi della maturità ai drammi della vecchiaia.


Come se questo non bastasse, i genitori, il sistema educativo, la società nel suo complesso, la religione, la pubblicità e i mass media fanno di tutto per instillarci idee, valori, bisogni e comportamenti che non sono "nostri", che non sono stati scelti da noi, che non ci fanno essere noi stessi e che ci portano inevitabilmente a soffrire. Soprattutto ci impediscono di pensare con la nostra testa.

Non basta dunque essere partoriti da una madre. Dobbiamo poi nascere di nuovo a noi stessi. E questo è possibile solo se si diventa consapevoli di essere individui condizionati e di dover fare piazza pulita di tutto ciò che ci è stato imposto.

Siamo sì animali sociali, ma lo sono anche le formiche e le api. Gli uomini hanno un'unica grandezza: sono consapevoli. Ma la consapevolezza si atrofizza se non viene sviluppata volontariamente con un'apposita meditazione.

mercoledì 16 febbraio 2011

Il centro dell'anima

"Il centro dell'anima è Dio" affermano i più importanti mistici di occidente e di oriente. Lo dicono per esempio san Giovanni della Croce e le Upanishad: l'atman è il brahman. Questo significa che Dio non si trova né sugli altari né in qualche chiesa o statua. E' finito per sempre il tempo degli dei, soprattutto perché Dio non è una persona, ma un Principio o il Tutto. Putroppo la gente non se ne è ancora accorta e continua a venerare Dio credendo che sia un Potente. A rigore, non si dovrebbe parlare di Dio ma del Divino, il trascendente.


Dove si trova questo centro? Certamente non nelle religioni di massa, che sono ancora legate al passato. Certamente non in qualche culto o rito. Si trova nel profondo di sé, una volta che si sia fatta tacere la mente condizionante, la cultura prevalente. Non nel vuoto assoluto, ma nel vuoto della mente fatta di dualismo e di egocentrismo.

domenica 13 febbraio 2011

Decondizionare la mente

Per rendere la mente più sensibile e attenta, per farla uscire dalla narcosi delle culture e delle religioni prefabbricate, per risvegliarla dal sonno delle ideologie e dei mass media, è necessario svincolarla dall'abitudine di appoggiarsi al noto e al conosciuto, bisogna addestrarla a decondizionarsi. Quel suono che ascolto, quella forma che vedo, quel concetto che formulo sono in realtà prodotti del passato. Proviamo ad ascoltare, a vedere e a pensare senza ricorrere al risaputo, al luogo comune, alla cultura di massa.


Lo so, ci vuole tanta pazienza e tanto silenzio, e la capacità di restare mentalmente immobili. Ma dobbiamo resistere alla tentazione di basarci sul risaputo, di reagire anziché agire, di distrarci anziché di concentrarci, di dare giudizi prefabbricati: questa è meditazione. La ricerca dell'essenza vitale, della consapevolezza primordiale, libera dai condizionamenti.

martedì 8 febbraio 2011

Antiche meditazioni

Se qualcuno crede che la meditazione sia una pratica stravagante importata dall'Oriente, legga che cosa scriveTommaso Campanella (1568-1639), il filosofo e teologo domenicano, perseguitato ovviamente dalla Chiesa. Egli dice in sintesi: "Bisogna scegliere un luogo dove non vi sia rumore e dove si possa stare con una luce bassa, possibilmente posta dietro le spalle, o con gli occhi chiusi. Bisogna trovare un momento in cui si sia più tranquilli o non si sia in preda a passioni tanto del corpo quanto dell'anima. Non si deve provare né freddo né caldo né alcun dolore. Non bisogna avere né la pancia piena né la pancia vuota, e si deve sedere nella maniera più comoda. Si svuoti a questo punto la mente da emozioni, pensieri, gioie, tristezze, timori, speranze, sentimenti, preoccupazioni e ricordi. Quando arriva un pensiero, bisogna subito scacciarlo, finché non si pensi a niente del tutto. Infine si resti insensibili sia esteriormente sia interiormente e si diventi immobili come una pianta o una pietra".

venerdì 4 febbraio 2011

Distacco e impegno

Come conciliare il distacco caldeggiato dalla meditazione con l'impegno politico e civile? Il fatto è che non parliamo di misticismo, ma di vita concreta. Lo sviluppo della consapevolezza porta inevitabilmente ad un più alto grado di responsabilità e di critica verso il modo in cui è governato il mondo, con le sue ingiustizie.


Attenzione, però: essere consapevoli non significa pensare sempre di più ai problemi personali e generali, ma alternare riflessione e distacco, pieno e vuoto, attività e quiete mentali.

giovedì 27 gennaio 2011

Produrre coscienza: la pratica della consapevolezza

Non c'è che un modo per produrre coscienza: ricordarsi di essere consapevoli, attenti, ricettivi, presenti più volte nel corso della giornata, continuamente nel corso della vita. Perché questo noi siamo: coscienza. Non produce coscienza la cultura, non produce coscienza il pensiero, non produce coscienza la scienza, non produce coscienza la religione...La coscienza viene prodotta solo dall'applicazione costante della consapevolezza, attraverso una scelta, una decisione e una pratica.

Senza questa pratica, la nostra coscienza rimane unicamente quella della specie e non si evolve. A che cosa serve la pratica? Noi siamo coscienza, e tutto ciò che ci capita avviene a livello della nostra consapevolezza. La coscienza umana non è quella di un cane o di albero; è qualcosa di superiore. Questa è dunque l'essenza dell'uomo. Che cosa sarebbe un uomo senza coscienza? Nient'altro che un robot.

Bisogna destinare parte del nostro tempo a questo esercizio: essere coscienti, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore. Cercare spazi di silenzio e di solitudine per diventare più consapevoli.

La coscienza si applica al vissuto, ma se ne distacca proprio perché lo rielabora. Chi non rielabora il vissuto attraverso la pratica della consapevolezza finisce per vivere superficialmente e meccanicamente, e quindi per non crescere; è come se vivesse invano, è come se vivesse con una marcia in meno. Un gran peccato.

Certo, la consapevolezza richiede uno sforzo (se non altro di attenzione) e a volte fa paura: è come rivedere un film su se stessi, che non è sempre piacevole. Non la sappiamo reggere, perché ci vuole uno sguardo lucido che controlli anche le emozioni profonde. E allora i più si rifugiano nell'evasione: alcool, droga, parlare, guardare la televisione o più semplicemente stordirsi nelle mille attività quotidiane, spesso inutili. Invece di produrre coscienza, si producono chiacchiere, evasioni e beni. Non è da qui che nasce l'ingloriosa storia del mondo?

mercoledì 19 gennaio 2011

Meditare sull'impermanenza

Meditare sull'impermanenza significa diventare consapevoli che niente può durare, che ogni cosa è destinata a finire - non solo io, non solo tu, ma il mondo intero e l'universo. Tutto si sgretola, tutto si corrompe, tutto si guasta, tutto invecchia, tutto si ammala, tutto muore. Fra venti, quaranta o settanta anni, di noi che leggiamo queste righe ora rimarranno ben pochi; e, fra cento anni, nessuno. Non solo saranno sparite le persone e le cose, non solo saranno morti i ricchi e i poveri, non solo saranno crollati gli imperi, non solo la geografia del mondo e dell'universo sarà cambiata, ma dei nostri pensieri, dei nostri amori, delle nostre preoccupazioni, dei nostri successi e dei nostri fallimenti, delle nostre speranze e delle nostre paure, non sarà rimasto nulla.


E allora dobbiamo approdare a una visione nichilista, a una completa disperazione? Non propriamente. Perché, se niente durerà, anche la nostra disperazione, anche la nostra sofferenza, sarà scomparsa. Basta aspettare con sguardo lucido e non affidarsi a false speranze. E tra le false speranze c'è anche quella che non saremo colpiti da avversità e da dolori. Tutto in tal senso è prevedibile e dominabile. Tutto passa, sì, la felicità come la sofferenza.

Guardiamo noi stessi e il mondo alla luce delle grandi prospettive cosmiche. Siamo piccoli, piccolissimi, insignificanti. Fra qualche decennio, di noi non si ricorderà più nessuno. E' con questa consapevolezza che possiamo riconoscere l'importanza di ogni minuto, il fatto di vivere nel presente, questo presente, questo attimo. Lasciamo perdere le speranze, le ambizioni, le paure e i sogni di gloria: sono una perdita di tempo, un furto di attenzione. E ridimensioniamo i desideri che ci tormentano e gli avvenimenti che ora ci appaiono enormi. Nessun ostacolo, nessuna sofferenza è insuperabile: basta lasciar fare alla natura e al tempo. Noi la nostra fortuna l'abbiamo già avuta - abbiamo aperto gli occhi su questo mondo...anche se per un istante solo.

domenica 16 gennaio 2011

La fine del mondo

Siamo alle solite. Per qualche uccello morto, ecco che qualcuno parla di fine del mondo, qualcun altro tira in ballo le profezie di Nostradamus e qualcun altro cita l'Apocalisse. E' proprio vero che l'uomo è un animale malato - ma malato di mente! - e basta niente perché riveli la propria malattia.


Svegliamoci: lasciamo perdere le profezie. La paura che abbiamo è la paura di morire e il nostro pessimismo nasce dal fatto che siamo infelici. Ma che differenza può esserci tra morire tutti insieme e morire uno alla volta? Non c'è bisogno dei profeti per sapere che per ognuno c'è comunque un'apocalisse: la malattia, la vecchiaia e la morte sono lì per tutti.

Tutto sommato, se il mondo finisse con un unico botto, ci sarebbero alcuni vantaggi: prima di tutto finirebbe una grande tensione (quella degli esseri viventi che sono costretti ad ammazzarsi a vicenda per sopravvivere) e poi non ci sarebbe più nessuno a piangere gli altri. E infine chi rimpiangerebbe l'umanità?

venerdì 14 gennaio 2011

Educazione sessuale e religione

Il papa sostiene che l'educazione sessuale nelle scuole è una minaccia alla libertà religiosa. Niente di meno. E qualcuno gli ha risposto che in realtà l'educazione sessuale cattolica - con tutti i suoi tabù, i suoi divieti e i suoi complessi - è una minaccia alla libertà della persona.
Io aggiungerei che è un attentato, spesso ben riuscito, alla felicità umana.

L'ira "divina"

Qualcuno ha calcolato che l' "ira di Dio" è citata nell'Antico Testamento ben 518 volte - un gran brutto esempio per l'uomo. Se Dio non sa controllare i suoi impulsi, e se è geloso dell'uomo come un semplice marito lo è di sua moglie, nessuno è indotto a ritenere che l'ira e la gelosia siano gravi cedimenti del carattere. Ed è per questo che la civiltà nata dalla Bibbia è una civiltà del furore, del possesso geloso e della guerra. Solo adesso, che la gente è sempre meno religiosa, si comincia a capire che le più grandi virtù non sono fede, speranza e carità, ma calma, equilibrio e distacco. Certo, per capirlo, bisogna cambiare la scala dei valori e fare meditazione.

martedì 11 gennaio 2011

Vuoto e pieno

Molti pensano che meditare consista principalmente nello svuotare la mente dai pensieri. Ma questo è soltanto una prima fase, uno svuotamente che è una prima forma di liberazione dai condizionamenti e dai circuiti mentali consueti - se, vogliamo, è una sperimentazione dei propri poteri spirituali. Tuttavia una simile fase non basta: rimanere vuoti aiuta a resettare la mente e a vedere con chiarezza. Poi è necessaria una seconda fase: il riempimento di questo vuoto con un'energia costruttiva e propositiva, con una forza che ci permetterà di pensare ed agire in maniera diversa. Da dove viene questa forza? Viene dal proprio destino, dalla propria anima, dalle profondità del proprio essere più autentico.


Se finora abbiamo seguito la via di tutti, la via dei condizionamenti sociali e psicologici, da adesso in poi dobbiamo aprirci la nostra via individuale, quella per cui siamo venuti al mondo. Qui ci vuole anche il coraggio, la decisione,la sfida e il rischio.

sabato 8 gennaio 2011

I benefici della meditazione

In una inchiesta di Cristina Mochi ("Il Venerdì di Repubblica" del 7-01-2011) si mette in evidenza come la meditazione di consapevolezza porti innegabili benefici alla salute fisica e mentale, attestati da controlli effettuati con la TAC e la risonanza magnetica, e cioè un miglioramento delle facoltà mnemoniche, un incremento dei neuroni, un rafforzamento del sistema immunitario e una diminuzione di ansia e depressione. La meditazione di consapevolezza (mindfulness) consiste nel riportare la mente al presente, rilevando e scartando i contenuti mentali negativi. In altri termini, stando attenti a ciò che produce la propria mente, quando il contenuto è negativo (ma anche una fantasia positiva), si deve concludere che quel pensiero (o immagine o stato d'animo) non è la realtà; e quindi si deve riportare l'attenzione al presente, al qui ed ora (per esempio al respiro).


Qui la meditazione non viene considerata un metodo esoterico, ma uno strumento per il miglioramento della salute in generale. Con venti minuti di questa pratica, si ottengono tali miglioramenti.

Tutto ciò è utile per incominciare a meditare, al di là delle proprie fedi religiose. Però non ci dimentichiamo che la meditazione è molto di più: è un metodo per rafforzare la propria spiritualità, intesa come chiara visione di sé e della realtà. Infatti la "chiara visione" si ha quando ci si libera non solo delle proprie fantasie e del chiacchiericcio mentale, ma anche delle sovrastrutture intellettuali, quali le filosofie e le religioni; allora, non si pensa, ma si vede. E si vede innanzitutto la falsità delle proprie convinzioni intellettuali. Perché la realtà non va pensata, ma vista.

venerdì 7 gennaio 2011

Lo scopo della vita

Che cos'è la spiritualità? Che cosa non è, piuttosto! Se il fine dell'uomo fosse solo quello di produrre beni di consumo e di dilapidarli allegramente, di acquisire più cose possibili e di goderne, allora egli non sarebbe nient'altro che un consumatore e non dovrebbero esserci la miseria, la malattia, la vecchiaia e la morte; l'uomo vivrebbe come sotto l'effetto di una droga. Sono le realtà sgradevoli (le sofferenze) che ci dicono che la vita non può essere una festa - e nemmeno una tragedia, visto che qualche beneficio esiste. Le crisi continue, individuali e sociali, ci rivelano che la distribuzione dei beni (fisici, economici e mentali) è comunque squilibrata e ingiusta. Dunque, alla luce di tutto questo, quale può essere lo scopo della vita? Non certo la felicità, non certo l'edonismo - e neppure il contrario di queste cose, ma una distillazione e un'accumulazione (dal bene e dal male) di qualcosa che, non sapendo come altro definire, chiamiamo "spirito".


Questo significa essere spirituali. Tenendo d'occhio le dinamiche del piacere e del dolore, scegliere la via della visione chiara, dell'apprendimento e dell'evoluzione. Allora questo aprire gli occhi nell'esistenza, anche solo per un momento, acquista un senso...per chi riesce a tenere gli occhi abbastanza aperti.

lunedì 3 gennaio 2011

La libertà di fede

Il papa difende la libertà di fede (dei cristiani). Il papa si sveglia solo quando c'è di mezzo la libertà di fede dei cristiani, ma non dice mai nulla quando la libertà di religione è negata dai cristiani. Per esempio, a Milano, la giunta di destra, formata da leghisti e ultracattolici, impedisce in tutti i modi ai musulmani di avere un luogo di culto. Perché il papa non dice nulla? E perché non dice nulla del passato, quando i missionari cristiani hanno aperto la strada alle persecuzioni delle altre religioni e incoraggiato lo sterminio di intere popolazioni (in America Latina, in Australia, negli Stati Uniti, in Africa, ecc.)? Almeno il precedente papa aveva chiesto scusa per questi genocidi.


La verità è che le religioni si odiano tutte a vicenda e vorrebbero, se potessero, distruggere le altre. Infatti, se una religione è vera, tutte le altre sono false. Per i cristiani, l'unico vero Dio è un uomo vissuto 2000 anni fa. Per i musulmani, l'unico profeta di Dio è Maometto. Per gli ebrei, l'unico vero Dio è quello che avrebbe scelto proprio loro - guarda caso - come popolo prediletto. E lasciamo stare le religioni indiane.

L'amore che predicano le religioni è sempre rivolto a chi si sottomette ed accetta il loro messaggio. Ma, non appena qualcuno dissente o critica o sposa un'altra religione, allora quell'amore si tramuta in odio. No, non è dalle religioni che verrà un mondo di pace.

sabato 1 gennaio 2011

Conversioni

Si sa che in punto di morte, colti da terrore, molti si convertono. Ma è vera fede? Avrei i miei dubbi. Come dice Michela Murgia in Accabadora, "nei momenti di debolezza, certi preferiscono diventare credenti che diventare forti".


Magari nell'ex-cattolico c'è il retropensiero: che male può fare una conversione all'ultimo istante? in fondo è una bella comodità. D'accordo, ma che autenticità può avere? Non è il solito individuo che vuol fare il furbo? E Dio ci casca?

Siamo nella solita farsa dell'ipocrisia - cioè in pieno cattolicesimo.

Capodanno 2011

Non so perché si festeggi il capodanno; un altro anno è passato, un altro anno ci viene sottratto: c'è da essere tristi, non felici. Ma forse festeggiamo per dimenticarci nel rumore la tristezza - a questo servono gli spari, i botti e il vino: a stordirci, a farci dimenticare che ci avviciniamo sempre di più alla fine.


Quest'anno, in Italia, soltanto un morto e cinquecento feriti, con dita mozzate, mani amputate e ferite da proiettili e da esplosioni. Che felicità!

Quanti siamo ? Cinque miliardi? Ebbene siamo cinque miliardi di esseri che sognano di essere vivi mentre ci avviciniamo alla morte; facciamo tutti lo stesso sogno: il sogno di essere vivi in questo mondo. Ma siamo vivi?

In realtà, se sogniamo, siamo mezzi vivi e mezzi morti, ci troviamo in uno stato di trance, siamo insomma addormentati. Per noi non c'è risveglio; il risveglio ci sarà solo all'ultimo momento di vita, quando ci accorgeremo che è stato tutto un sogno. Allora rientreremo in possesso della nostra vera identità, non di questa mezza condizione da zombie.

Però qualcosa è possibile farlo già adesso: è possibile renderci conto che stiamo sognando. Come faccio a dimostrarlo? La dimostrazione che viviamo in un sogno è che il sogno finisce, perché ogni sogno finisce. La morte è la prova che stiamo sognando, la morte è la fine del sogno.

Dobbiamo dunque sempre passare attraverso una morte per approdare alla realtà. La morte della mente che sogna. E il mezzo è sempre lo stesso: cercare di rendersi conto dello stato da sonnambuli in cui ci troviamo.

lunedì 27 dicembre 2010

Al di là della mente

Molti sono convinti che per capire il mistero che ci avvolge sia necessario un grosso sforzo mentale, una concentrazione senza precedenti. Ma il problema è che la mente non è in grado di uscire dai propri limiti e pensare ciò che la comprende. "Comprendere" per la mente è restringere alle proprie categorie, sempre dualistiche.


In realtà per capire ciò che ci sovrasta è più necessario ampliare la mente che concentrarla, è più necessario dissolverne i confini che cercare all'interno di essi. La realtà ultima è ciò che sta al di là della mente, non uno dei tanti pensieri della mente. Ecco perché la strada non è tanto quella dello sforzo mentale, quanto quella del lasciar perdere la mente, dell'abbandonarla, del rilassarsi e dell'ampliarsi. E' così che ci si universalizza.

domenica 26 dicembre 2010

Aboliamo il Natale!

Alla vigilia di questa festa del consumismo che qualcuno chiama "Natale", che cosa rimane del messaggio di quell'uomo vissuto duemila anni fa? Poco o niente - un fallimento. Un fallimento inevitabile dato che oggi il cristiano non si distingue in nulla dal non-cristiano. Non ha una capacità di autocritica, non ha consapevolezza, non ha autocontrollo, non ha nessuna remora alla truffa dello Stato o all'uso della violenza. Basti vedere gli stessi membri della Chiesa, rabbiosi e avidi di potere, faziosi e sostenitori di politici affaristi. Non era questo il messaggio di Gesù.


Meglio abolire il Natale - per pudore!

Lo squallore del Natale, rito consumistico e consumatorio, è la diretta espressione di una Chiesa che non ha più niente da insegnare, ma molto da divorare. Non è sfuggito a nessuno il fatto che, mentre si tagliano i fondi alla scuola pubblica, si aumentano quelli alla scuola cattolica; e che mentre si licenziano i precari si assumono ventimila insegnanti di religione, cosa che ha dato il colpo di grazia al bilancio pubblico. E tutto questo perché? Per ottenere da parte del governo l'appoggio della Chiesa.

Questo è dunque il messaggio che ci arriva dall'etica cattolica: ci si allea con chiunque, si sostiene chiunque purché abbia soldi e paghi.

giovedì 23 dicembre 2010

I have a dream

Sì, sogno un paese in cui i disturbati mentali, i nevrastenici, i rissosi, non abbiano posto né nel governo né nella televisione né nelle aziende, e vengano allontanati perché deleteri, perché capaci di contagiare gli altri con il loro cattivo esempio. Sogno un paese in cui i massimi valori siano considerati l'equilibrio mentale, la compostezza, la calma, la non-aggressività...naturali o comunque autoimposti. Sogno un paese in cui chi va in giro a fare scenate, a gridare come un ossesso, a litigare, a competere o ad aggredire sia colpito da una generale riprovazione sociale, e sia costretto a sottoporsi a corsi di autorecupero e di autoconsapevolezza.


Sembra poco, eppure basterebbe questo a cambiare il mondo, più di tanti dèi o profeti che forse hanno creato "grandi" religioni, ma che certamente hanno aumentato la tensione generale, la febbre del mondo.

Purtroppo il mondo ha solo religioni del fideismo, ossia del fanatismo; e non ha una religione della calma. E si vede.

domenica 19 dicembre 2010

Natività

Dimentichiamoci per un momento delle religioni orientali, dimentichiamoci della parola meditazione. Ciò che cerchiamo è un po' di luce nella nostra vita, è un'uscita dalla prigione delle abitudini, dall'inquinamento dell'anima. E questo avviene solo quando ci risvegliamo dal sonno dei condizionamenti e dei meccanismi mentali, quando spostiamo l'attenzione a ciò che siamo e che sentiamo veramente. Ecco un piccolo risveglio . Ogni volta che ci raccogliamo e che facciamo attenzione non ciò che ci viene dall'esterno e nemmeno a ciò che rimuginiamo all'interno, ma al nostro stato attuale - fisico, mentale, emotivo, sentimentale, ecc. -, ecco una piccola illuminazione, perché un po' di luce entra in noi. Questo raccoglimento minimo nella confusione e nel baccano abituale è già uno sviluppo della consapevolezza, un approfondimento, un risveglio. E ogni giorno possiamo sperimentare dieci, cento o mille risvegli. Basta questo a cambiare a poco a poco la nostra vita, a darci uno spessore che altrimenti non avremmo, a farci essere veri individui, a farci nascere allo spirito, senza bisogno di dei che nascano su questa terra, senza bisogno di presepi.


Non basta la fede, non basta l'amore; ci vuole questo lavoro su di sé, che non deve trasformarsi in un nuovo rimuginio, ma che deve diventarein un processo di comprensione.

mercoledì 15 dicembre 2010

I piccoli risvegli

La maggior parte di noi non si rende conto di passare gran parte del proprio tempo a rimuginare o a pensare qualcosa indotto dall'esterno o dalle nostre stesse fantasie. In effetti, è come se fossimo abitati da pensieri e stati d'animo, senza esserne noi i proprietari. In tal senso la nostra mente è in balia dell'esterno, degli altri, della società e del nostro stesso rimuginare. E, quando questo non succede, o per reagire a tale senso di alienzione, ecco che ci diamo a qualche attività di distrazione, come la televisione, le chiacchiere o i giochi di carte. Ma si tratta ancora di attività in cui evitiamo accuratamente di essere noi stessi, di appropriarci dei nostri pensieri e stati d'animo, di opporci al furto della nostra attenzione. Noi siamo noi che conduciamo il gioco, ma mille altri giocatori, molti dei quali sono ormai entrati dentro di noi e lavorano indisturbati. Giungiamo al punto che non siamo più in grado di restare un minuto in silenzio o di riflettere. Ovviamente la cosa diventa grave quando i pensieri o gli stati d'animo sono di tristezza, di depressione o di rimuginio. Perché allora non siamo più in grado di uscirne e di salvarci. Già rendersi conto di questa situazione è fare un passo avanti sulla strada dell'autonomia...e della salute. Diventare consapevoli che stiamo rimuginando e passare invece a una forma di esame attento e tranquillo di ciò che ci passa nella testa e nell'anima è un primo passo per limitare i danni, per dare uno stop, per recuperare il nostro equilibrio, per essere noi stessi.


Ad ogni momento della giornata, fermiamoci, osserviamo ciò che ci passa nella mente, prendiamo coscienza del nostro stato d'animo - e prendiamone le distanze. Questo semplice esercizio di allontanamento, di "presa di distanza", è un piccolo risveglio alla realtà e alla vita attuale. Usciamo dal mondo delle fantasie o del rimuginio mentale e riprendiamo possesso di noi stessi.

Angeli custodi

Le persone che credono in Dio, credono che Dio sia una Forza benevola che le protegge. Ma questo è un Dio particolare e limitato: è un protettore, un angelo custode. Esiste un'altra idea di Dio; non chiamiamolo Dio, un termine troppo compromesso dai pregiudizi, chiamiamolo Forze dell'Universo (al plurale, perché il singolare è già un'idea teologica che vuole ricondurre tutto all'Uno).


Queste Forze plasmano l'Universo o gli Universi, e non è detto che siano dei protettori, in particolare di qualcuno. Perché il loro scopo è creare, espandere e distruggere, non proteggere i loro esseri viventi. Sono Forze al di là dei nostri concetti di bene e di male, di inizio e di fine. Tra queste Forze e il nostro destino c'è uno spazio enorme, che viene riempito da altre leggi e dalle nostre stesse azioni. È il campo in cui si scontrano la vita e la morte, il bene e il male, gli dei e i demoni della mente, senza che gli uni prevalgano mai sugli altri. È il campo in cui si esercitano le nostre decisioni e i nostri sforzi, i risultati delle nostre azioni. È il campo della meditazione che vorrebbe cambiare il nostro destino.

Attenzione dunque a non confondere Dio con i nostra desiderata: ne verremmo immancabilmente delusi, così come vengono delusi tutti coloro che credono nella Provvidenza. La prova è che chi vuole e fa il bene (alla maniera umana) non è più protetto da chi vuole e fa il male; ne è un esempio il caso di Gesù che si aspettava un intervento dall'alto - e non lo ricevette.

Il Grande Omicida

Studiando le religioni antiche, ci si meraviglia di come esse fossero fondate tutte sui sacrifici (di animali e di uomini). Così in India e così nel Vicino Oriente. In India si credeva che ad un sacrificio eseguito alla perfezione gli dei non potessero negare nulla. Ai tempi di Gesù, il tempio di Gerusalemme era appunto il luogo in cui si eseguivano questi sacrifici ‑ una specie di mattatoio; e al di fuori si faceva commercio degli animali da sacrificare; naturalmente più era importante la grazia da chiedere, più grande doveva essere l'animale e più bisognava pagare.


Anche il cristianesimo nasce in fondo dall'idea di sacrificio: Dio stesso che sacrifica una parte di sé. Viene quindi da chiedersi perché gli uomini abbiano sempre associato il sacro al sacrificio. Ancora oggi chi chiede qualche grazia a Dio, sente dentro di sé che deve sacrificare qualcosa.

La spiegazione di tale connessione sta evidentemente nel fatto che Dio, mentre viene ritenuto il creatore della vita, viene considerato anche colui che la vita la distrugge. Il Signore della vita e della morte. E proprio qui sta il nesso tra sacro e sacrificio. Dio viene concepito come un Pastore che faccia nascere ed allevi un branco di pecore.

Ora non si può dire che un pastore ami le pecore: le alleva per poterle mangiare. E se si vuole ingraziarsi un pastore, gli si dà un'altra percora da allevare, da ingrassare e da mangiare. Lo stesso si pensa di Dio: egli crea gli esseri viventi perché in realtà se ne nutre. Gli uomini sono per così dire il pasto di Dio. E per ingraziarsi un Essere del genere, quale migliore idea di offrirgli una vita da divorare?

Nelle mitologie indù e greco-romane, viene concretamente descritto il profumo delle vittime arrostite e l'affollarsi degli dei al sacro banchetto. Gli dei si nutrono delle vite degli esseri uccisi. Quando alla religione degli dei si sono sostituite le religioni monoteistiche, non c'è stato un cambiamento di sostanza. La sensibilità degli uomini resta sempre la stessa: Dio crea per divorare le sue creature. Questo è il suo divertimento, questo è il suo gioco, questo è il suo alimento.

venerdì 10 dicembre 2010

Dei e demoni

Se crediamo di esserci liberati dagli dei e dai demoni del passato mitologico, ci sbagliamo di grosso, perché dei e demoni non sono che i nostri impulsi interiori e quindi proiezioni della mente. Dei e demoni stanno tutti ancora nella nostra testa, ieri come oggi; sono ciò che vorremmo o faremmo - se potessimo.


Affrontare i propri demoni interiori, riconoscendoli come proiezioni della mente, è già un primo passo avanti non solo per distaccarli da noi, ma anche per tenerli chiusi dentro di noi ed evitare che si traducano in attività esteriori. Quando infatti diventano la guida delle nostre azioni, allora demoni e dei entrano davvero nel mondo - e spesso non c'è una gran differenza tra loro.

Noi siamo Marte che vuole lo scontro, siamo Venere che ama la bellezza, siamo Eros che desidera il sesso, siamo Giove che vorrebbe comandare tutti e accoppiarsi con chiunque vuole...siamo dei della luce e demoni dell'oscurità, siamo la pace e siamo la guerra, siamo santi che si sacrificano e siamo demoni che vogliono il potere e la ricchezza. Sia nella nostra mente, sia - putroppo, quando si tratta di demoni - nella realtà.

Ecco perché è così importante essere consapevoli degli dei e dei demoni che alberghiamo in noi.

La correzione degli stati d'animo

Uno stato d'animo non è solo un sentimento o un insieme di sentimenti che si provano in un certo momento in seguito ad un avvenimento, ma un sentimento o un insieme di sentimenti in cui sono mescolate anche considerazioni interiori. La realtà non si specchia sic et simpliciter dentro di noi, ma si mescola con le nostre interpretazioni, con i nostri vissuti, con le nostre precedenti esperienze e con le nostre proiezioni. Speranza, paura, vergogna, fiducia, smarrimento, confusione, gioia, felicità, aspettative, amore, odio, soddisfazione, depressione, ecc. possono mescolarsi in uno stesso stato d'animo. Per esempio, mi guardo allo specchio e mi vedo invecchiato. Allora, ecco che mi viene in mente l'idea della vecchiaia e con essa un particolare stato d'animo, in cui possono mescolarsi rimpianto (per gli anni trascorsi, per le occasioni perdute, per tutto ciò che non ho fatto, ecc.), paura (per le malattie che possono colpirmi, per la decadenza fisica e mentale, ecc.), inquietudine (che cosa succederà, come finirò, ecc.), sorpresa (non immaginavo che arrivasse così in fretta), dolcezza (vedo tutto con più chiarezza, ho più esperienza, ecc), serenità (ho fatto quel dovevo fare, non devo più dimostrare chi sono, ecc.) e anche altri sentimenti che possono essere gli opposti di questi. Tutto in un attimo, solo perché mi sento vecchio.


Uno stato d'animo è dunque qualcosa di molto complesso, in cui può dominare un sentimento o un'emozione, in cui incide sia l'esperienza del passato sia la valutazione del futuro. Ma è esattamente ciò che io sono e che vivo in un dato momento. E di questo devo essere consapevole, perché è la mia vita, perché la mia esistenza è fatta da questi stati d'animo.

Essere consapevoli degli stati d'animo è un modo per osservarli dall'esterno e per staccarsene, un modo per correggerli (se sono negativi) e per ritornare al presente.

sabato 4 dicembre 2010

La cura di sé

Forse noi crediamo che la meditazione sia per persone introverse che amano poco i contatti con il mondo esterno. Niente di più sbagliato. La meditazione è per chi non vuole dipendere da fattori esterni. L'osservazione degli stati d'animo non è un modo per isolarsi dagli altri, ma un modo per vedere con più chiarezza che cosa si agita dentro di noi. Gli stati d'animo infatti non sono nient'altro che ciò che noi sentiamo - e dunque siamo - in un dato momento. Se non vediamo chiaramente che cosa proviamo, vivremo in modo rudimentale, sempre in balia degli eventi esterni e delle persone che ci circondano. Se questi eventi o persone saranno positivi, noi ci sentiremo bene; ma se saranno negativi, entreremo in crisi - saremo in sostanza come foglie al vento.


La consapeolezza degli stati d'animo vuole in sostanza portare ad una loro regolazione, in modo da non essere barchette senza timone in balia delle onde e delle correnti. E' solo osservando gli stati d'animo che potremo acquisire una certa pace interiore, rintuzzando gli estremi opposti dell'emotività. In tal modo potremo ridurre le sofferenze inutili (quelle che dipendono soprattutto da noi stessi, dalla nostra mente non regolata) e assaporare meglio i momenti di tranquillità o di felicità. Saremo dunque in grado di distinguere i nostri rimuginii, i prodotti nevrotici della mente, e saremo più capaci di volgerci verso gli eventi esterni comprendendo di più noi stessi e gli altri.

sabato 27 novembre 2010

Dubbi e certezze

In meditazione, a differenza che nelle religioni, il dubbio è fondamentale. Bisogna sempre avere dubbi sulle proprie osservazioni e conclusioni, perché il processo stesso dell'osservazione non è affatto imparziale, ma è fortemente influenzato dallo stato d'animo dell'osservatore ed influenza a sua volta lo stato d'animo corrente.


Ci si può domandare: "Ma come si fa a vivere senza certezze?" In realtà si vive benissimo, ed è la condizione normale dell'essere umano. Rende la mente viva, fertile e attenta. Al contrario, le certezze bloccano ogni ricerca e isteriliscono la mente.

Certo, oggi l'umanità, nonostante i progressi della scienza, non sa niente sul senso della vita, così come non sapeva nulla mille o tremila anni fa. Ma si pensi a quanto siano stimolanti l'incertezza e il dubbio, e quanto siano invece raggelanti il credere di sapere. I periodi peggiori della storia umana sono stati quelli in cui la maggioranza delle persone aveva valori e fedi che credeva indubitabili. E ancora oggi è così: i più grandi ostacoli al progresso e alla stessa comprensione fra uomini vengono dalle persone dogmatiche, dai fideisti, dai conservatori, da coloro che s'illudono di sapere.

Il dubbio apre alla ricerca, il dubbio è vita. La certezza invece è l'irrigidimento della morte.

Conoscere se stessi: l'abc della meditazione

La maggior parte delle persone non ha consapevolezza delle attività della propria mente. Non pensa, ma è abitata dai pensieri. Così non è neppure in grado di riconoscere l'origine dei propri stati d'animo e quindi non sa che cosa migliori o peggiori il proprio umore.


Il riconoscimento, la consapevolezza, è dunque il primo passo da compiere. Bisogna porsi in un atteggiamento di osservazione ed esaminare "dall'esterno" ciò che avviene nella propria mente, così come faremmo per un estraneo. Non c'è bisogno di soffermarsi a lungo, basta un attimo di consapevolezza. Che cosa penso? che cosa provo? che cosa provoca questo stato d'animo, a che cosa porta questo stato d'animo?

Ma al di là dell'aspetto spirituale del "conosci te stesso", un simile atteggiamento è una prima forma di psicoterapia, ciò che permette un maggior benessere interiore. Si tenga infatti presente che, senza questa opera di riconoscimento, saremo abitati soprattutto dalla sofferenza, dalla malattia, dalla ripetitività compulsiva e dalla confusione; saremo abitati dai condizionamenti, dagli istinti e dai meccanismi automatici mentali. Perché una mente non coltivata, una mente lasciata a se stessa, si pone inevitabilmente al suo livello più basso e più negativo.

Per essere felici o sereni, occorre lavorare su di sé. Ma il premio è sicuro.

Alle persone che non sappiano compiere questo lavoro su di sé, seppure a un livello minimo, non dovrebbe essere affidato nessun incarico importante e men che meno un incarico pubblico, perché, essendo in balia dei propri stati umorali e dei propri meccanismi automatici, mancherebbero di comprensione, di autocontrollo e sarebbero un pericolo per tutti.

Ogni avanzamento, ogni progresso, ogni scoperta, ogni salto evolutivo - e lo stesso metodo scientifico - sono basati sul metodo dell'osservazione, che è il giudice ultimo di come stanno le cose. In questo campo non ci sono miracoli che tengano, ma solo un lavoro continuo.

Conoscere i propri pensieri, i propri sentimenti e i propri stati d'animo (conoscere senza giudicare) non significa conoscere se stessi, ossia avere un'idea complessiva di come si è. Si tratta solo dei primi mattoni per conoscersi. La conoscenza sintetica arriverà più tardi, quando si sarà in grado di mettere i mattoni insieme; e può darsi che qualcosa sfugga sempre, anche perché alcuni aspetti restano inconsci.

Comunque, anche avere un'idea solo parziale di ciò che avviene in noi in un dato momento è molto importante, perché a lungo andare potremo scoprire che cosa si ripete regolarmente e perciò rilevare impulsi, complessi e meccanismi profondi che vengono da lontano. E a poco a poco correggerli.

E' inutile pregare Dio se non si conosce se stessi.

venerdì 26 novembre 2010

Arroganza clericale

Le associazioni pro-life protestano perché vorrebbero il diritto di replica nella trasmissione di Fazio e Saviano, dove si è difeso il diritto all'eutanasia. Si sentono prevaricate, poverette. Ma la prevaricazione è già avvenuta nei fatti, con le leggi che vietano ai cittadini di scegliersi il fine-vita. Giorni fa tre ministri (pro-life?) hanno ribadito che le scritture private per i testamenti biologici sono carta straccia. In sostanza, i cittadini sono costretti a ubbidire alle leggi dei cattolici, le quali non lasciano mai diritto di scelta. Mentre i cattolici richiedono il diritto all'obiezione di coscienza, gli altri cittadini devono subire la violenza delle leggi clericali. Questa è una delle principali vergogne del nostro paese. Se esiste prevaricazione, è sempre da parte del clericali. Mentre infatti le leggi dello Stato laico lasciano il diritto di scelta al cattolico (per esempio di dire di no al divorzio e all'aborto), le leggi di origine clericale non lasciano nessuna scelta al laico non credente.


Inoltre, se adottassimo un simile criterio bipartisan a tutte le trasmissioni televisive, quante altre trasmissioni di riparazione dovrebbe fare la televisione per compensare gli innumerevoli programmi su santi, madonne, papi, miracoli e compagnia bella, molte della quali chiaramente faziose e antistoriche? E perché ci sono trasmissioni gestite direttamente dalle religioni e nessuna in difesa del laicismo?

domenica 21 novembre 2010

Morte e desiderio

Le religioni ci hanno abituato a pensare che il desiderio sia l'origine di ogni peccato. Ma non è così. Il nome stesso "desiderio", che viene da de-sidera = "dalle stelle", ci indica che è qualcosa che viene dall'alto, dal cielo. E, in effetti, al fondo del desiderio c'è la spinta a superare gli stretti limiti dell'ego per andare verso l'altro-da-sé. Se non ci fosse questo desiderio, ognuno rimarrebbe murato nel proprio ego, senza possibilità di trascendersi. Questa è l'espressione giusta: ogni desiderio è desiderio di trascendenza.


La morte non distrugge solo un corpo, ma anche un ego. Ovvero, l'ego viene dissolto nei suoi confini e si apre alla cosmicità. Non c'è più nessuno che possa dire "io", non c'è più nessuno che possa erigere dei confini rispetto al resto. La vita, racchiusa per qualche decennio in un ego, viene di nuovo liberata e resa disponibile per altre esistenze. A questa esperienza di liberazione (da sé) ci spingono le mistiche, la meditazione e l'amore. E, in ogni caso, la morte.

mercoledì 17 novembre 2010

Vincere la violenza

Non c'è modo di eliminare la violenza nell'uomo, perché sarebbe come una lobotomia, come una devitalizzazione, e l'uomo non sarebbe più in grado di sopravvivere in un mondo che evidentemente è stato concepito nella violenza e che prevede l'uso della violenza.


Ciò che noi chiamiamo violenza è in realtà la carica, la forza, la spinta ad andare avanti. Anche l'amore sarebbe impossibile senza questa forza.

Non si può dunque eliminare la violenza con tutti i suoi addentellati: la rabbia, l'odio, la gelosia, la competitività, ecc. Ma si può incanalarla in modo costruttivo anziché distruttivo. Purché se ne sia consapevoli, purché quando si presenta ci sia un uomo che ne sia cosciente.

In tal senso la meditazione è una forma di auto-psicoterapia, che prima passa attraverso una forma di consapevolezza delle emozioni e degli impulsi più profondi cui siamo soggetti e che poi permette una presa di distanza, un distacco.

Contemplare la violenza, l'amore o qualsiasi altra emozione, sentirla profondamente nostra e poi distaccarsene - ecco un percorso meditativo. Ed è inutile credere che basti l'intervento di qualche Dio per portare la pace nel mondo.

venerdì 12 novembre 2010

Mind wandering

All'università di Harvard sono riusciti a calcolare che la nostra mente passa metà del tempo a pensare ad altro rispetto a ciò che stiamo facendo. Metà del tempo non siamo dunque presenti e seguiamo le nostre fantasticherie. Ci sono solo poche attività in cui le divagazioni scendono al di sotto del 30%: prima di tutto nella sessualità e poi anche nel gioco e nello sport.


Questo signitica che per essere concentrati sul presente ci dev'essere un interesse emotivo e che metà del nostro tempo facciamo cose prive di interesse. Nel 42,50% dei casi, le divagazioni sono piacevoli, nel 26,50% sono spiacevoli e nel 31% sono neutre.

Oltre all'amore, le attività in cui si tende di meno a divagare sono la preghiera e la meditazione. Ecco perché le religioni orientali ci insegnano che la felicità consiste nel vivere nel presente, nel "qui e ora": più si è felici, più si svolgono attività interessanti, e viceversa.

In conclusione, meno siamo in preda a desideri o fantasticherie, più siamo felici. Ma evitare desideri e divagazioni mentali significa già meditare.

Assaporare il presente

Ogni giorno siamo trascinati da desideri, da ambizioni e da aspettative che non solo non ci fanno vivere nel presente, ma che ci fanno anche soffrire, perché sembrano ripeterci che ci manca qualcosa, che dobbiamo ottenere qualcosa, che siamo dunque infelici. E in effetti lo diventiamo, proprio a causa di quei desideri.


E allora fermiamoci per un po' al presente. Esaminiamo la giornata, esaminiamo la vita, esaminiamo la nostra salute. E, se è una bella giornata, se non ci sono guerre e disastri vari, se riusciamo a vivere dignitosamente, se siamo in buona salute - ebbene godiamoci quei momenti, assaporiamoli...e siamo felici! Pensiamo a chi sta veramente male.

Calmiamoci: in verità non dobbiamo arrivare da nessuna parte - ci siamo già! Anche questa è meditazione.

Quando utilizziamo un tranquillante chimico o quando riusciamo a meditare, ci rendiamo conto all'improvviso della tensione con cui di solito viviamo. Il motivo è sempre lo stesso: il desiderio di qualcosa che non abbiamo...e che non avremo mai. Sì, perché il desiderio di essere o di avere in realtà non cessa mai. Cesserà solo con la morte del desiderio, cioè con la nostra stessa morte. In fondo, la vita non è che questo: desiderio.

sabato 6 novembre 2010

Settarismo

Si cerca una setta o una Chiesa perché si vuole restare bambini, perché si vogliono affidare le proprie responsabilità ad altri. E questo è il contrario del principio stesso della meditazione, la quale tende a rendere autonomi, in modo che ognuno sia se stesso e si liberi dai vari condizionamenti.


Restare bambini va bene se si vuole mantenere una mente fresca ed aperta, ma è negativo se non si vuole crescere.

mercoledì 3 novembre 2010

Decidere

La meditazione non vi dirà mai che cosa dovete fare nelle varie situazioni: questo ve lo diranno le religioni, con tutte le loro regole, i loro riti, i loro dogmi e i loro codici morali. La meditazione vi invita a decidere di entrare in contatto con il vostro percorso evolutivo, con il vostro essere più profondo, con le vostre esigenze più autentiche. Che cosa volete fare della vostra vita? Continuare a recitare, a muovervi secondo esigenze altrui, oppure prendere su di voi la responsabilità di seguire una direzione di autenticità? Essere ed esprimere voi stessi oppure essere una marionetta guidata da esigenze altrui?


Questa decisione è il fondamento di una vera vita, di una vita seria, e non può essere tanto rimandata perché il tempo è breve per tutti. Costi quel che costi, bisogna seguire la propria via, vivere la propria vita, e non perdersi dietro a mode, passatempi, nevrosi, pettegolezzi e altre cose senza valore. Decidere di essere autentici e andare diritti. Lasciar perdere le deviazioni, le falsità, le illusioni, le artificialità e le incertezze del cuore e della mente. E non aver paura né delle delusioni né della rabbia che ne può conseguire. Le delusioni sono infatti inevitabili quando si vuole uscire dalle illusioni, e la rabbia è necessaria perché ci dà la spinta propulsiva.

Questa decisione non vi darà una guida sicura, e di volta in volta dovrete decidere che cosa sia meglio per voi. Ma vi darà la spinta e la direzione. A voi spetterà mantenere la rotta, rimanendo in contatto con quel centro profondo di consapevolezza che ha preso la decisione.

Dialettica

Non c'è niente da fare: la gioia non può che nascere dalla sofferenza - è una legge che è inscritta nella natura. Come dicono alcuni versi,




Della vita


l'essenza è questa -


un'alba di sole


dopo una notte di tempesta.





Quando saliamo sulla cima di una montagna e da lassù contempliamo un vastissimo panorama di monti, di valli, di fiumi e di laghi, ci sentiamo prendere da un misto di sgomento e di stupore. Quanto è grande il mondo, quanto piccoli siamo noi! Ma a poco a poco il senso di sgomento scompare e resta un sentimento di vastità e di leggerezza. Le nostre vicende ci sembrano allora piccole e trascurabili, i nostri conflitti sembrano placarsi, le nostre sofferenze si attenuano. E veniamo colti dalla gioia. Il motivo di questo stato di benessere è l'aver ridimensionato il nostro piccolo io, è l'esserci allontanati per un po' dai nostri soffocanti limiti, dalle nostre contorsioni sentimentali e mentali. Anche questa è meditazione.

martedì 2 novembre 2010

La gioia

La gioia come nuova esperienza del mondo, come illuminazione improvvisa, come subitanea liberazione, come un farsi strada tra la confusione, l'oscurità e la sofferenza. La gioia come cessazione delle abituali difficoltà, delle normali limitazioni e mancanze. La gioia come piccola e fugace illuminazione.


Ma anche il dolore è rivelazione improvvisa, benché brutale, della realtà del mondo - e della necessità di superarla.

lunedì 1 novembre 2010

Occasioni di crescita

Quando ci succede qualcosa di importante, non domandiamoci se è un premio o una punizione per i nostri comportamenti, ma chiediamoci quale sarà la sua influenza sulla nostra evoluzione, sul nostro sviluppo spirituale - se cioè ci aiuterà ad andare avanti o ci riporterà indietro. Allora, anche gli eventi negativi possono assumere una loro utile funzione. Però bisogna capirlo.


Certo, nel momento della sofferenza è difficile vedere il vantaggio per la nostra evoluzione. Ma proprio un dolore, se opportunamento meditato, porta ad un affinamento dello spirito e ad un allargamento della consapevolezza.

Al limite, ogni colpo al nostro ego, ogni distruzione della nostra sicurezza, ci porta a vedere con più chiarezza noi stessi e il mondo, come in una limpida mattina spazzata da un vento gelido.

sabato 30 ottobre 2010

Amore e spiritualità

Non pensare che l'amore, in tutte le sue forme, anche le più comuni, non abbia una sua spiritualità. Non pensare che il sesso, in tutte le sue forme, anche le più degradate, non abbia una sua spiritualità. Non a caso gli antichi greci avevano fatto dell'amore un Dio; e i cristiani hanno fatto di Dio l'amore.


In fondo l'amore è la spiritualità alla portata di tutti. Ma non tutti lo capiscono, e cercano magari lo spirito nelle chiese o nei libri sacri. Potrebbe non essere spirituale una forza che mette al mondo la vita?

Vivere e contemplare l'amore è una grande esperienza dello spirito. Purché non si giudichi, purché non si cerchi di classificare.

Se riesci a meditare sul tuo sentimento d'amore, hai l'oggetto perfetto della contemplazione, hai già il riverbero della sua luce. Questa è una piccola illuminazione.

Lascia perdere le religioni con le loro condanne e con le loro limitazioni dell'amore e del sesso, con le loro distinzioni fra amore e sesso lecito e amore e sesso peccaminoso. Non hanno capito nulla, o vogliono solo irregimentare creando sensi di colpa.

Qualunque senso d'amore è lecito e luminoso, è una grande occasione a tua disposizione per elevare il tuo spirito.

Dualismo

Chi pensa sceglie, cioè si schiera inevitabilmente da una parte, lasciando perdere il suo opposto. Questo perché i concetti sono dualistici. Ma, schierandosi, si perde la realtà dell'insieme.


E' in tal modo che nasce per esempio l'idea di Dio come Sommo Bene, Amore, ecc. Ma Dio non è unilaterale!

Smetti di pensare ad un solo estremo, smetti di essere dualista, e comprendi entrambi gli opposti. Contemplali in una consapevolezza senza consapevolezze partigiane, senza divisioni. In tal modo eliminerai anche il conflitto.

Oratori

Le persone che parlano con grande facilità e sicurezza non sono adatte alla meditazione, sono persone superficiali. Non mettono in dubbio che le loro parole rispecchino la realtà, non hanno nessuno spazio fra mente ed espressione. E invece è proprio in questo spazio che si situa la comprensione.


La realtà profonda viene fuori solo quando si fa convergere l'attenzione sulle cose e sulle persone, non sui concetti.

Sottili piaceri

Dice Chogyal Namkhai Norbu: "Non si può realizzare l'illuminazione cercando di ottenerla nello sforzo; essa si presenta spontaneamente quando si rimane nello stato naturale, senza cercare nulla".


Molti credono che l'illuminazione sia un'esplosione estatica; ma non esistono solo le grandi felicità, i picchi di gioia: esistono anche momenti di sollievo, di riposo, di quiete - momenti che donano momenti di un piacere meno grossolano e più sottile. Io li chiamo "piccole illuminazioni" e sono qualcosa di più spirituale dei momenti di felicità intesi comunemente. Si tratta appunto di esperienze di liberazione dal peso del mondo, piccoli assaggi di una dimensione spirituale che non è più legata al fare e allo sforzo. Sono la trama che traspare quando si esce dal desiderio in quanto appropriazione di qualcosa, fosse pura la felicità. Ecco perché non è per niente consigliabile una ricerca accanita della felicità: ci sarebbe già uno sforzo che la contrasterebbe. Per cercare la vera felicità è più importante lasciar andare, lasciar essere, che sforzarsi.

venerdì 22 ottobre 2010

Cronache religiose

In un giorno qualsiasi sfoglio i giornali e leggo:


Il nuovo inno della polizia penitenziaria è un salmo di contrizione intitolato Siam tutti figli tuoi, in cui si dice tra l'altro: "Prega per me Santa Maria, riempimi d'amore, e così sia". Proteste per per la confusione fatta tra Stato e Chiesa e perché non si tiene conto delle altre religioni.

La Regione Toscana assume a tempo indeterminato 77 sacerdoti nelle Asl, con un costo di 2 milioni e 150 mila euro. Ce n'era bisogno? Non si potevani dare quei soldi ai disoccupati? No, perché così stabilisce un accordo tra la Regione e la Cei. Ma chi l'ha fatto?

In Usa, in Georgia, un tizio ha fondato una Chiesa con il motto: "Dio vuole che siamo tutti ricchi". E lui in effetti è diventato ricchissimo, gira in Bentley, ha il Rolex d'oro, un bracciale di diamanti e una villa da un milione di dollari. Peccato che ora sia accusato di pedofilia - un vizietto diffuso tra i preti repressi.

In Israele, un rabbino dice che è giusto che le spie israeliane si prostituiscano per la loro patria, e sostiene che già nella Bibbia ci sono esempi del genere, per esempio quello di Esther che andò a letto con il re persiano Serse.

Insomma, denaro, sesso e potere allietano le giornate dei religiosi di professione. E la vera religione, quella dello spirito?...Chi la conosce più?

Antiche tradizioni

Quando si parla di corruzione della Chiesa, ormai non c'è più niente che possa stupire. Non bastavano gli scandali del vecchio IOR e quello recente dei preti pedofili. Ora la Procura di Roma indaga anche sulla Banca Vaticana per sospetti di riciclaggio e per la presenza di preti e di suore prestanome - e non per pochi spiccioli, ma per 140 milioni di euro.


Noi pensiamo a quel poveretto di Gesù e ci chiediamo che cosa abbia a che fare con questa Chiesa. Ma forse qualcosa in comune c'è: dato che Pietro fu il primo a tradire Gesù, come meravigliarsi che i suoi successori continuino a tradirlo? E' un'antica tradizione.

domenica 17 ottobre 2010

Templi

Le architetture delle chiese e dei templi sono tutte centrate su un unico modello: un edificio chiuso che non comunica con l'esterno. E' la caverna dei riti, in cui si presume che il fedele debba concentrarsi su una idea di Dio o su un sacerdote che la evoca.


Ma, per la contemplazione, l'architettura dovrebbe essere del tutto diversa: un edificio completamente aperto all'esterno, con grandi finestre e vetrate, immerso nella natura o con la possibilità di una veduta panoramica. Una specie di osservatorio. Perché, come dice anche la Bibbia, Dio non abita in edifici costruiti dalle mani dell'uomo. Da lì possiamo contemplare l'esterno - il paesaggio, gli alberi, le piante, le erbe, gli animali, la pioggia, il vento, il cielo...per poi rivolgere lo sguardo all'interno. Ma sempre con la consapevolezza alchemica che "come fuori, così dentro": il mondo fuori, il macrocosmo, è una proiezione del mondo interno, il microcosmo.

Il tempio della meditazione dev'essere una finestra aperta sul mondo, non un muro che divide e separa.

lunedì 4 ottobre 2010

Bisogno di meditazione

Se c'è un paese che avrebbe bisogno di meditazione, questo è proprio l'Italia - una nazione che oggi è in preda alla confusione mentale. Ciò che manca in Italia è proprio una pratica e una spiritualità della consapevolezza. Abbiamo invece una religione della fede - e si vede.


Introduciamo nelle scuole lezioni di consapevolezza e di senso critico, non di religioni della fede. Noi non abbiamo bisogno di una fede dogmatica, ma di una chiarezza etica, di una visione limpida e distaccata.

E, invece, di giorno in giorno, si crea dipendenza e attaccamento (al partito, alla religione, al calcio, alla televisione, al territorio...), insomma un fanatismo che porta solo al caos.

Di che cosa c'è bisogno per meditare? Incominciamo smettendo di parlare a vanvera - la parola è preziosa e non va sprecata. Proseguiamo smettendo di ascoltare a vanvera - i discorsi della gente, i nostri stessi pensieri, le ciance inutili della televisione e della radio, le chiacchiere oziose. Cerchiamo durante la giornata periodi di silenzio e di distacco dalle vicende del mondo. Non sprechiamo energie. Assumiamo una posizione eretta, ma non rigida. Incrementiamo l'osservazione di noi stessi e degli altri. Acuiamo la sensibilità. Distinguiamo cià che è essenziale e lasciamo perdere il superfluo. Percepiamo il nostro centro, calmo. Osserviamo la follia del mondo. Per qualche momento sentiamoci al di sopra, al di fuori e felici.

giovedì 30 settembre 2010

Livelli di consapevolezza

Consapevolezza è essere chiaramente coscienti di sé e degli altri, ed è un essere presenti a se stessi. E' una questione di livelli, di miliardi di livelli. Tra un animale che non è in grado di dire "io sono cosciente", ma che possiede comunque una coscienza, e un uomo che può dire "io sono" e "io morirò", c'è un salto evolutivo. Ma anche tra un uomo e l'altro ci sono differenze; e non si può escludere che esistano altri esseri che abbiano livelli di consapevolezza ancora superiori. La consapevolezza non è né un pensiero né una sensazione, ma uno stato dell'essere, il livello dell'essere proprio di ciascun essere vivente. E meditare vuol dire cercare di sviluppare il più possibile questa consapevolezza, in modo da poter compiere il salto successivo.

giovedì 23 settembre 2010

Morire giovani

Preti pedofili, evasione fiscale, elettrosmog che uccide i bambini, violazione delle norme antiriciclaggio da parte della banca vaticana, delinquenti sepolti nelle chiese, continue interferenze elettorali...la "Santa" Sede non perde occasione per dimostrare la propria corruzione. Chissà che cosa ne avrebbe pensato quel poveretto che fu crocifisso duemila anni fa. Chissà se si sarebbe riconosciuto in questa istituzione che pretende di definirsi cristiana. O forse no. Forse anche lui si sarebbe trasformato in uno dei tanti preti farisaici...La fortuna di morire a trentatré anni!