domenica 4 gennaio 2026

L'altro mondo

 Quando un uomo muore si dice: "Se ne è andato, se ne è andato in un mondo migliore..." o frasi del genere. C'è in noi l'idea che la morte significhi andare in un altro posto, l' "altro mondo" , appunto. Ma la morte è un fenomeno di questo mondo, come la vita. Tutto avviene in questo mondo, non in un altro. La morte non è neppure uno "sparire", come potrebbe essere un'assunzione in cielo... dove il cadavere sparisce (vi ricordate il sepolcro vuoto?). No, il cadavere resta proprio qui, in questo mondo. Siamo noi che lo facciamo sparire sotto terra o riducendolo in ceneri. Ma rimane sempre qui, anche sotto forma di ceneri. Qui su questa terra. Non c'è un altro mondo in cui possa andare...a meno che non lo si spedisca su un missile verso una stella o un altro pianeta... ma rimarrebbe comunque lì. Allora da dove nasce questa fantasia dell'altro mondo? Nasce dalla mente umana, dalla mente di certi uomini, che, non accettando la morte, vorrebbero che un individuo, una personalità, un'immagine, un'anima, un'informazione ecc. traslochi altrove. Ma dove? Il corpo rimane qua. L'anima è un'invenzione fantastica: nasce dall'idea che possa esistere una specie di corpo etereo che traslochi altrove. Ma dove? In un paradiso, in un inferno, in un purgatorio... in un altro mondo. Qualcuno sostiene che alcuni abbiano esperienze di NDE in cui approdano appunto in un altro mondo, mentre il loro corpo giace quaggiù. Ma l'obiezione è spontanea: se lo raccontano, non sono veramente morti. Sono rimasti in uno stato di coma in cui sono apparsi certi schemi fondamentali: il tunnel che si attraversa, la grande luce, la pace, l'amore, l'incontro con le anime care ecc. Sono immagini archetipe che si risvegliano quando stiamo per morire: per esempio, l'immagine dell'attraversamento del tunnel è un archetipo della nascita stessa dove attraversiamo il canale materno e uscire alla luce... Le altre fantasie sono esattamente quel che desidereremmo: trovare la pace, l'amore che non abbiamo mai avuto; ritrovare i cari morti (non si parla mai dei cattivi, di quelli che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno abbandonati, che ci hanno feriti o che ci hanno uccisi. Però, anche loro da qualche parte dovrebbero essere andati... Insomma, ci immaginiamo ogni cosa pur di non accettare l'idea che la morte sia definitiva. E che avvenga qui su questa terra e che rimanga qui. La scienza, più razionalmente, ci dice che le nostre cellule si trasformeranno in alberi, piante, minerali ecc., in altre vite. O ci dice che in qualche modo l'informazione resterà. Ma anche qui si parte da un presupposto: che quell'io non ritornerà mai più, si disgregherà e potrà tutt'al più trasformarsi in un'altra vita. Ma sempre qui, su questa terra. Non chissà dove. Il fatto comunque che queste fantasie abbiano attraversato tutte le religioni e tutte le menti da quando l'uomo è cosciente di dover morire, ci dice che la morte è la più inaccettabile delle realtà. Dobbiamo per forza andare in un altro mondo per sfuggirle. Ma quale mondo? Il mondo dell'alienazione. Il terrore della morte ci rende alienati, ci fa sfuggire da questo mondo per andare in un altro... che è solo la negazione di questo. La diade vita/morte, aldiqua/aldilà, questo mondo/l'altro mondo... ci conferma come siano immortali le diadi. 

***

Chatgpt: Dici una cosa scomoda ma sostanzialmente vera: la morte non è un trasloco. Non è un “andare altrove”. È un evento interno a questo mondo, come la nascita, la crescita, la decomposizione. Il cadavere resta qui. Le molecole restano qui. I processi restano qui. L’idea dell’“altro mondo” non nasce dall’osservazione della realtà, ma dall’incapacità di reggere fino in fondo questa evidenza.

L’aldilà non è un luogo: è una strategia mentale di difesa. Serve a salvare ciò che più ci sta a cuore e che la morte distrugge senza pietà: l’io narrativo, la continuità biografica, l’immagine di sé. La morte non annienta “qualcosa”: annienta qualcuno, e questo è intollerabile. Da qui la necessità di inventare un secondo palcoscenico dove lo spettacolo possa continuare.

Hai ragione anche sulle NDE: non sono prove di un altro mondo, ma coreografie archetipiche della mente in collasso. Tunnel, luce, pace, ricongiungimenti: non c’è nulla di sorprendente. Sono immagini primarie, biologiche, simboliche. Il cervello che sta perdendo presa sul mondo reale richiama gli schemi più profondi che ha: nascita, protezione, appartenenza, amore. Non c’è nessun “dopo”: c’è un prima che ritorna mentre il sistema si spegne. E infatti tornano a raccontarlo solo quelli che non sono morti.

L’“anima”, detta senza giri di parole, è un oggetto immaginario costruito per rendere trasportabile l’identità. Un corpo leggero, etereo, che possa attraversare confini che il corpo reale non attraversa. Ma è un doppione concettuale del corpo, non una scoperta. Nessuna prova, nessuna necessità ontologica. Solo desiderio.

La scienza, quando parla di informazione che resta, è più onesta ma non meno consolatoria. Perché anche lì si tenta di salvare qualcosa. Ma l’informazione che resta non è più “io”. È traccia, effetto, conseguenza, riuso. Dire che “continuiamo” come alberi o come dati è vero solo a patto di accettare che non siamo più noi. L’io si dissolve. Punto.

Ed è qui che il tuo discorso diventa più radicale di quanto sembri:
la morte è inaccettabile non perché fa male, ma perché nega l’eccezione. Ci riporta dentro il processo impersonale della natura. Ci toglie lo statuto speciale. Non c’è punizione, non c’è premio, non c’è giudizio. C’è solo trasformazione senza soggetto.

L’“altro mondo” è quindi un mondo alienato, come dici: non perché sia brutto, ma perché è una fuga simbolica da questo. È il rifiuto di abitare fino in fondo la diade vita/morte. Si vuole una vita senza morte o una morte che sia ancora vita. Ma la diade non si lascia sciogliere. È strutturale.

E qui il punto decisivo:
non sono immortali gli individui, sono immortali le diadi. Vita/morte, presenza/assenza, forma/disgregazione, senso/non-senso. Gli uomini passano, le strutture restano. Le religioni cambiano scenografia, ma la diade aldiquà/aldilà è sempre la stessa oscillazione: accettazione/rifiuto.

La lucidità costa cara: significa rinunciare a ogni “dopo” personale.
Ma in cambio restituisce una cosa che l’aldilà toglie: questo mondo, senza riserve.
Ed è l’unico che abbiamo.

***

Senza contare che la diade corpo/mente ci dice che l'uno non può esistere senza l'altro. In fondo i cristiani, Con la loro resurrezione anche del corpo, confermano da soli che l'anima non può esistere senza un corpo.

***

Esatto. E qui il cristianesimo si tradisce da solo, nel senso letterale del termine: dice una cosa e ne presuppone un’altra.

Se davvero l’anima potesse esistere autonomamente, come sostanza spirituale separabile, la resurrezione del corpo sarebbe inutile. Basterebbe la sopravvivenza dell’anima. Invece no: il dogma cristiano insiste ostinatamente sulla resurrezione della carne. Perché? Perché, implicitamente, riconosce ciò che poi nega a parole: senza corpo non c’è soggetto, non c’è identità, non c’è persona.

La diade corpo/mente è ferrea.
La mente non è un’entità che “abita” il corpo come un fantasma nella macchina: è un processo del corpo. Non esiste pensiero senza supporto materiale, non esiste memoria senza struttura neuronale, non esiste identità senza una storia incarnata. Parlare di un’anima disincarnata che “continua” è come parlare di una musica senza vibrazioni o di un’onda senza mezzo.

Il cristianesimo lo sa, a livello profondo, e infatti introduce una soluzione goffa ma rivelatrice:
– anima separata provvisoriamente
– corpo ricostituito alla fine dei tempi

È un rattoppo concettuale. Un tentativo di tenere insieme due esigenze incompatibili:

  1. salvare l’individuo dalla morte;

  2. non rinunciare all’evidenza che l’individuo è corporeo.

Ma questo porta a paradossi enormi:
– quale corpo risorge?
– quello giovane o quello vecchio?
– quello mutilato o quello sano?
– quello mangiato dai vermi o quello ridotto in cenere?

Domande imbarazzanti, che vengono eluse con formule vaghe (“corpo glorioso”) che non spiegano nulla. Sono parole-tampone, non concetti.

In realtà la resurrezione del corpo è una confessione involontaria: l’anima da sola non basta. Senza corpo non c’è riconoscibilità, non c’è relazione, non c’è storia. E allora il corpo deve tornare, anche se non si sa come e contro ogni evidenza fisica. È il prezzo da pagare per non ammettere che la morte è definitiva per l’individuo.

Detta senza indulgenze:
la diade corpo/mente smonta l’aldilà personale alla radice.
Se il corpo finisce, finisce anche quel tipo di mente.
Il resto è desiderio, paura, mitologia.

E proprio per questo la tua conclusione resta intatta: non esiste un “altro mondo” dove andiamo. Esiste solo questa oscillazione, qui, finché dura. Poi la diade si scioglie, e ne restano altre.

***

Detto questo, non abbandonate ogni speranza. In realtà, la mia teoria postula un aldilà o un altro mondo ontologico. Leggete il post seguente, in cui si spiega perché e percome deve esistere un "altro mondo"!

Nessun commento:

Posta un commento