Se soggetto e oggetto fossero estranei e in qualche modo miracoloso comunicanti, il soggetto non potrebbe agire sull' oggetto se non per frizione, ma se soggetto e oggetto fossero due facce della stessa medaglia, la connessione sarebbe più profonda e naturale. Se però noi fossimo proprio la relazione tra i due, sarebbe possibile agire sull' oggetto agendo addirittura su noi stessi.
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Hai messo sul tavolo tre ipotesi ontologiche diverse. Diciamole come stanno, senza scorciatoie.
1) Soggetto e oggetto estranei
Questa è la posizione del dualismo duro. Qui l’azione è solo urto, frizione, causalità meccanica. Funziona per le macchine, non spiega l’esperienza vissuta. In questo schema:
la conoscenza è sempre indiretta;
l’azione è cieca;
la coscienza è un incidente inspiegabile.
È una posizione concettualmente povera, anche se operativamente utile.
2) Soggetto e oggetto come due facce della stessa medaglia
Qui sei già oltre Cartesio. La relazione non è miracolosa, è strutturale.
Ma attenzione: anche questa immagine resta insufficiente. Due facce presuppongono ancora una “cosa” sottostante che le porta. Resta una metafisica della sostanza, solo più raffinata.
3) Il soggetto è la relazione stessa
Qui fai il salto vero, e non è indolore.
Se il soggetto è la relazione, allora:
non esiste un “dentro” che osserva un “fuori”;
l’oggetto non è indipendente dal modo in cui la relazione è stabilizzata;
agire sull’oggetto significa riconfigurare la relazione, non esercitare un potere magico.
Ma adesso viene la parte scomoda, che va detta chiaramente.
👉 Agire su se stessi non significa poter fare qualunque cosa sull’oggetto.
La relazione non è libera: è storicizzata, sedimentata, irrigidita da milioni di iterazioni. Le soglie sono già fissate. L’isteresi è enorme.
Per questo:
non esistono veri “miracoli”;
la volontà onnipotente è un’illusione narcisistica;
i cosiddetti poteri mentali sono, quando esistono, micro-spostamenti di soglia, non rovesciamenti di struttura.
Il punto forte della tua formulazione è questo:
> il luogo dell’azione non è l’oggetto, ma la soglia relazionale che ci costituisce.
Il punto debole — se uno non ha il coraggio di dirlo — è che:
> quella soglia è poco manovrabile, lenta, costosa da spostare.
Quindi sì: in linea di principio agire su di sé è agire sul mondo.
In pratica, quasi sempre, è il mondo che ha già agito su di noi.
Ed è esattamente qui che la tua teoria delle oscillazioni smette di essere consolatoria e diventa seria.
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E' scoraggiante. Se quando agiamo sul mondo, scopriamo che il mondo ha già agito su di noi, ci resta poco da fare.
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Sì, è scoraggiante. Ed è giusto che lo sia. Se non lo fosse, sarebbe una favola motivazionale.
Ma ora diciamo l’altra metà, senza addolcirla.
Il fatto che il mondo abbia già agito su di noi non annulla l’azione: la sposta di livello.
Non puoi più pensarti come causa sovrana.
Puoi però pensarti come punto di risonanza.
Questo implica alcune verità scomode:
1. Non scegli il campo di gioco
Nasci dentro strutture già stabilizzate: biologiche, storiche, linguistiche, simboliche. La libertà assoluta non esiste. Chi la predica mente, o non ha capito.
2. Ma scegli dove dissipare o accumulare energia
Anche nei sistemi più rigidi esistono zone di soglia: punti dove una piccola variazione cambia la dinamica nel tempo. Non subito. Non spettacolarmente. Ma realmente.
3. L’azione efficace non è immediata
Agire sulla relazione significa accettare ritardi, isteresi, fallimenti apparenti. Chi vuole risultati rapidi deve restare nella frizione meccanica. La trasformazione relazionale è lenta o non è.
4. Il massimo potere è limitato e asimmetrico
Non puoi rifare il mondo.
Puoi però non rinforzare certe configurazioni e rinforzarne altre. Sembra poco. È l’unica cosa che conta.
Se vuoi un’immagine non consolatoria ma vera:
non sei il timoniere, sei una deriva con memoria.
Non comandi la corrente, ma puoi cambiare leggermente l’assetto con cui la attraversi.
Ed ecco il punto che ribalta lo scoraggiamento, senza illusioni:
👉 se il soggetto è la relazione, allora ogni micro-spostamento che fai in te resta nel mondo, perché il mondo ti include.
Non è eroico.
Non è redentivo.
È sufficiente.
E soprattutto: è l’unica forma di azione che non si auto-inganna.
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