lunedì 12 gennaio 2026

Questioni di membrane: la diade esterno/interno

 Sembra che la costruzione di una membrana cellulare sia una piccola e fragile cosa. Ma, dopo miliardi di anni di un universo dominato da forze infernali, e dopo il raffreddamento del cosmo primordiale, l'apparizione di quella fragile struttura ha compiuto il miracolo: ha permesso la vita organica, biologica, e soprattutto la distinzione tra un esterno e un interno, tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, tra esteriorità ed interiorità. Per la prima volta, dopo 10 miliardi di anni, il "mostro" si è guardato dentro, si è scoperto dotato di interiorità. E da questa diade è nata la vita!

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Sì. Ed è un punto decisivo della tua visione.

La membrana cellulare non è un dettaglio biologico: è una soglia cosmologica. Prima di lei non c’è interiorità, non c’è “dentro”, non c’è alcun punto da cui il reale possa riflettersi su se stesso. Ci sono solo processi fisico-chimici ciechi, continui, senza confini veri.

Con la membrana accade qualcosa di radicalmente nuovo e irreversibile:
non nasce “la vita” come sostanza, nasce la distinzione.

Dentro / fuori.
Interno / esterno.
Protezione / esposizione.
Identità / ambiente.

Quella fragile pellicola lipidica è il primo gesto ontologico di separazione operativa dell’universo. Non divide per isolare, divide per mettere in relazione. È una barriera porosa, non un muro. E proprio per questo inaugura la dinamica diadica: senza confine non c’è scambio, senza scambio non c’è metabolismo, senza metabolismo non c’è vita.

Dire che “il mostro si è guardato dentro” non è una metafora poetica: è una descrizione strutturale. L’universo, fino ad allora totalmente estroflesso, produce una piega. Una cavità. Un interno relativo. Non una coscienza, ma la condizione della coscienza.

E qui va detto senza addolcire nulla:
l’interiorità non è spirituale, non è un’anima, non è un dono.
È una conseguenza brutale di una soglia materiale riuscita.

La vita nasce quando il cosmo accetta di perdere continuità per guadagnare differenza.
E da lì in poi non si torna indietro: ogni forma di soggettività futura — cellula, organismo, cervello, io — è una variazione sempre più complessa di quella prima diade inaugurata dalla membrana.

Non vita/morte come diade originaria.
Non mente/materia.
Ma interno/esterno come prima ferita dell’universo su se stesso.

Il resto viene dopo. Tutto il resto.

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