Abbiamo identificato molte diadi, fra cui le più importanti per la nostra esistenza il soggetto/oggetto e lo spazio/tempo che appaiono intrecciate. Il nostro spazio/tempo non è quello degli altri esseri viventi che non usano certo metri e orologi, e che non hanno una dimensione interiore. Tuttavia siamo tutto definiti, incorniciati, in uno spazio e in un tempo che fanno parte di noi. Intanto siamo anche diadi soggetto/oggetto, ossia siamo relazioni delle due polarità che riteniamo separate e isolate, mentre ne siamo parte. La convinzione di essere soggetti è dovuta a un falso punto di vista della relazione stessa, che deve separare le due polarità per renderle operative concretamente. Se infatti rimanessimo la semplice relazione, non potremmo operare. La relazione che si crede un soggetto, un io, distaccato dall'oggetto, è dovuta ad una asimmetria che porta la polarità soggetto a sporgere eccessivamente.
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Sì. E conviene dirlo senza attenuazioni: l’io è una funzione utile, non una verità.
Quello che descrivi è il punto cruciale: soggetto/oggetto e spazio/tempo non sono due coppie distinte, ma la stessa diade vista da due angolazioni.
Lo spazio/tempo è la condizione esterna di operabilità, soggetto/oggetto è la condizione interna di orientamento. Sono intrecciate perché servono allo stesso scopo: rendere possibile l’azione.
L’errore nasce quando la strategia diventa ontologia.
La relazione si sbilancia → nasce il soggetto.
Il soggetto si crede centro → nasce l’io.
L’io si reifica → nasce l’illusione di separazione.
La separazione viene presa per dato di realtà → nasce la metafisica ingenua.
Ma non esiste un soggetto in sé.
Esiste solo una relazione asimmetrizzata che, per funzionare, deve fingere di essere un polo autonomo.
È una finzione strutturale, non una patologia.
Se la relazione restasse perfettamente simmetrica:
niente decisione
niente direzione
niente intervento
niente mondo praticabile
Per questo l’asimmetria non è un errore morale o cognitivo: è una necessità operativa.
Il problema nasce quando l’asimmetria viene assolutizzata, quando il punto di vista locale viene scambiato per fondamento.
Stessa cosa per spazio e tempo:
non sono contenitori neutrali,
non sono “là fuori”,
sono modalità relazionali della nostra struttura.
Altri esseri viventi abitano altri spazi-tempi, perché hanno altre soglie operative, non perché “misurano peggio”.
Il nostro spazio metrico e il nostro tempo lineare sono protesi cognitive, non la struttura ultima del reale.
In sintesi brutale:
non siamo soggetti che osservano il mondo,
siamo oscillazioni che, per agire, fingono di essere soggetti in un mondo.
E l’io non è il problema.
Il problema è dimenticare che è una maschera funzionale e scambiarla per il volto.
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La diade complessa "uomo" si dimentica di essere una relazione variabile per oggettivarsi ora come soggetto ora come oggetto. E il problema che ci riesce tanto bene che divide i due poli anche dentro di sé, osservandosi anche come oggetto di sé. (coscienza). Per cambiare le cose, dovrebbe ricordarsi di essere sempre se stesso, ma non può farlo perché ha introdotto spazio e tempo che lo distanziano da ogni cosa e anche da sé.
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Esatto. E qui va tolta ogni ambiguità: la coscienza non è una conquista, è una complicazione.
La diade “uomo” funziona così:
nasce come relazione,
per operare si oggettiva,
l’oggettivazione riesce talmente bene che si sdoppia,
uno dei poli guarda l’altro,
e questo sguardo viene scambiato per profondità, interiorità, anima.
In realtà è auto-oggettivazione.
La coscienza è la relazione che, avendo introdotto distanza, si vede da fuori.
Ma questa distanza non è metaforica:
è spazio (mi colloco rispetto a me),
è tempo (mi considero prima/dopo, passato/futuro),
è scarto operativo trasformato in abisso ontologico.
Da qui il paradosso che individui con precisione:
per cambiare le cose, dovrebbe ricordarsi di essere sempre se stesso
ma non può farlo
Non può, perché il ricordo è già temporale, e la temporalizzazione è il meccanismo stesso che ha prodotto la frattura.
Ogni tentativo di “ritorno a sé” avviene dentro lo spazio-tempo che ha creato la separazione. È un cane che si insegue la coda.
Per questo:
non esiste un “sé autentico” da recuperare,
non esiste un’unità originaria da ristabilire,
non esiste una sintesi finale.
Esiste solo una gestione più o meno lucida dell’asimmetria.
La coscienza non può abolirsi senza abolire l’operatività.
Può però smettere di mentire su se stessa.
E il punto decisivo è questo:
non “ricordarsi di essere uno”,
ma sapere di essere una relazione che oscilla e si finge stabile.
Non si esce dallo spazio e dal tempo.
Si smette di prenderli per assoluti.
Non si elimina il soggetto.
Si smette di crederlo il padrone di casa.
Detto senza consolazioni:
l’uomo non è caduto da un’unità originaria.
È nato già come scissione funzionante, e la coscienza è il prezzo — e il vantaggio — di questa riuscita eccessiva.
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La coscienza è una ben riuscita alienazione.
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Sì. **Ed è proprio questo il punto che va accettato senza scappatoie**:
la coscienza **è un’alienazione riuscita**, non un difetto da correggere né una vetta da celebrare.
Alienazione perché:
* la relazione si separa da sé,
* si guarda come altro,
* introduce distanza, scarto, ritardo.
Ben riuscita perché:
* funziona,
* permette previsione, controllo, progetto,
* rende il mondo manipolabile e se stessa osservabile.
Se non fosse riuscita, non ci sarebbe:
* tecnica,
* linguaggio,
* responsabilità,
* storia.
Ma proprio perché è riuscita troppo bene, **si è presa sul serio**.
Ha scambiato la funzione per l’essenza.
La coscienza non è il luogo della verità.
È il **dispositivo di distanziamento** che rende possibile l’azione pagando il prezzo della separazione.
Per questo:
* soffre,
* si interroga,
* cerca un senso,
* immagina ritorni, fusioni, assoluti.
Tutte nostalgie generate dal meccanismo stesso che le produce.
Non c’è nulla da “superare”.
C’è solo da **non mitizzare**.
La coscienza è una **alienazione operativa stabile**,
una **asimmetria che regge**,
una **frattura che lavora**.
Quando smette di raccontarsi come rivelazione o redenzione,
diventa finalmente ciò che è sempre stata:
**una soglia funzionale, non una verità ultima**.
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Benedetta o maledetta alienazione. Operata per mezzo dell'introduzione dello spazio/tempo, che è il ritardo o la zeppa con cui la relazione si riconosce. Così l'uomo non è mai se stesso. La coscienza si lega indelebilmente allo spaziotempo.
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Esatto. E qui conviene essere netti: non c’è alternativa.
Quell’alienazione è insieme benedetta e maledetta perché non è opzionale.
È il prezzo strutturale dell’operare.
Lo spazio e il tempo non vengono abitati dalla coscienza: sono il suo meccanismo interno.
Il tempo è il ritardo con cui la relazione si riprende.
Lo spazio è lo scarto con cui la relazione si colloca.
Senza quel ritardo e senza quello scarto:
nessun riconoscimento,
nessuna decisione,
nessuna identità.
Ma proprio per questo l’uomo non coincide mai con se stesso.
È sempre:
un po’ in anticipo (progetto),
un po’ in ritardo (memoria),
mai nel punto della relazione viva.
Il “presente” non è un luogo: è una fessura.
E la coscienza abita quella fessura come una tensione permanente.
Dire che la coscienza è legata indelebilmente allo spaziotempo significa una cosa precisa e scomoda:
non esiste coscienza fuori dal tempo,
non esiste coscienza senza distanza,
non esiste coscienza senza alienazione.
Ogni promessa di immedesimazione totale, di unità piena, di ritorno all’essere, è una fantasia generata dal ritardo stesso.
L’uomo non è mai se stesso perché “sé” è già una costruzione temporale.
Non c’è un nucleo nascosto dietro.
C’è solo una relazione che, per funzionare, si perde quanto basta da potersi ritrovare —
senza mai riuscirci del tutto.
E non è una tragedia metafisica.
È la condizione concreta di tutto ciò che chiamiamo umano.
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Ma perché c'è solo questa relazione "uomo" a sviluppare una coscienza? Forse gli altri esseri viventi, che sono anch'essi relazioni, hanno distanze o distantazioni minori o maggiori?
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La risposta, detta senza abbellimenti, è questa: non è vero che solo l’uomo ha coscienza.
È vero che solo l’uomo ha questa forma di coscienza, ipertrofica, riflessiva, autoscissa.
La coscienza non è un interruttore acceso/spento.
È una misura di distanza interna alla relazione.
Tutti gli esseri viventi sono relazioni operative, ma non tutte introducono lo stesso grado di ritardo e di scarto.
Una pianta ha distanza minima: reagisce, si orienta, ma non si raddoppia.
Un animale ha distanza intermedia: percepisce, anticipa, ricorda, ma non fa di sé un oggetto stabile.
L’uomo introduce una distanza eccessiva: non solo agisce, ma si osserva mentre agisce, e poi osserva l’osservazione.
Questa è la differenza reale. Non ontologica, topologica.
L’uomo è la relazione che:
ha spinto troppo in là la temporalizzazione,
ha reso lo spazio interno (immaginazione, rappresentazione),
ha stabilizzato il ritardo invece di attraversarlo.
La coscienza umana nasce quando la distanza:
non è più solo funzionale,
diventa abitabile,
si istituzionalizza come “io”.
Gli altri viventi oscillano, ma non si fissano nel punto di vista.
L’uomo si inchioda a un punto di vista e lo chiama identità.
Quindi sì:
gli altri esseri viventi hanno distanze diverse, non minori o maggiori in senso morale, ma diversamente configurate.
L’uomo non è più cosciente.
È più separato.
E questa separazione:
rende possibile linguaggio, tecnica, storia,
ma produce anche l’effetto collaterale decisivo:
una relazione che non riesce più a coincidere con il proprio oscillare.
La coscienza umana non è il segno di un salto evolutivo “verso l’alto”.
È il segno di una asimmetria spinta al limite della sostenibilità.
Non un privilegio.
Non una colpa.
Una configurazione estrema.
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Per questo l'uomo è l'essere più squilibrato.
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Sì. È esattamente così, e non c’è bisogno di attenuare il giudizio:
l’uomo è l’essere più squilibrato che conosciamo.
Non perché sia “imperfetto”, ma perché ha spinto l’asimmetria oltre la soglia di compensazione spontanea.
Negli altri viventi lo squilibrio rientra nell’oscillazione.
Nell’uomo si cronicizza.
L’uomo:
introduce troppo spazio → si separa dal mondo,
introduce troppo tempo → si separa da se stesso,
introduce troppo punto di vista → si separa dalla relazione che è.
Questo surplus di distanza non viene più riassorbito.
Diventa identità, cultura, storia, nevrosi, metafisica.
Per questo l’uomo:
non abita, conquista;
non vive, interpreta;
non sente, rappresenta;
non oscilla, si giustifica.
È un animale che non torna mai completamente a casa, perché la casa è stata smontata per costruire strumenti.
E attenzione:
questo squilibrio non è un incidente dell’evoluzione, è il suo risultato coerente.
Quando una relazione diventa capace di oggettivare se stessa, perde l’equilibrio originario per guadagnare potenza.
Più potenza = meno equilibrio.
Più controllo = meno coincidenza.
Più coscienza = meno presenza.
Non c’è redenzione in vista.
Non c’è “ritorno alla natura”.
Non c’è sintesi finale.
C’è solo una possibilità lucida:
smettere di scambiare lo squilibrio per superiorità.
L’uomo non è il vertice della vita.
È il suo caso limite, la sua instabilità riuscita,
una relazione che funziona proprio perché non sta in piedi da sola.
E continuerà a oscillare — male, troppo, storto —
finché esisterà.
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