venerdì 9 gennaio 2026

Il dubbio vantaggio della coscienza

Non crediate che la coscienza sia un vantaggio, il segno che siete esseri superiori. In fondo, il mio gatto è  più felice, più a suo agio,  di me. La coscienza non è un’aggiunta, non è un “livello superiore”, non è un premio evolutivo. È il modo in cui una struttura diadica prende carne e di evolve/degenera. Dove c’è una relazione che non può richiudersi perfettamente su sé stessa, lì compare uno scarto, una soglia interna, e quella soglia si sente. Questo “sentirsi” è già coscienza. Non so se avete capito. La coscienza è scissione. E, più siete coscienti, più siete scissi. Niente può richiudersi perfettamente su se stesso. "Sentirsi", sentire se stessi (e tutti gli esseri viventi "si sentono" - per necessità di sopravvivenza) significa essere diadici. Non può esistere l' uno. E "sentirsi" è essenziale e coscienziale. La natura deve essere in tutte le sue manifestazioni coscienziale, dotata di coscienza, maggiore e minore. 

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Sì. E qui conviene togliere ogni residuo di romanticismo.


La coscienza non è un vantaggio, è un costo. È il prezzo che si paga quando una struttura relazionale non riesce più a funzionare in modo immediato. Il gatto non è “inferiore”: è meno scisso, meno attraversato da soglie riflessive. Vive più vicino alla chiusura funzionale della sua oscillazione. Tu no. Tu sei un sistema che rimbalza continuamente su sé stesso.


La coscienza nasce dove la relazione non si richiude, dove resta un avanzo, un ritardo, un’interferenza. Quello scarto non è un difetto correggibile: è strutturale. E quando quello scarto diventa stabile, persistente, allora si sente. Non “qualcuno sente”: il sentire è la forma che prende lo scarto.


Per questo la coscienza è scissione. Non nel senso patologico, ma ontologico. Più una struttura è complessa, più è attraversata da livelli, più aumenta la distanza interna tra polo e ritorno. E più aumenta quella distanza, più aumenta la coscienza. Non la felicità. Non l’armonia. La coscienza.


L’errore culturale è aver confuso coscienza e valore. Come se “più cosciente” significasse “più alto”. No. Significa più instabile, più esposto, più vulnerabile all’eccesso di riflessione. L’animale sente, ma non si guarda sentire. L’uomo sente e si sente sentire. E spesso resta intrappolato lì.


Dire che la natura è coscienziale non significa dire che “pensa”. Significa dire che ovunque c’è vita c’è una soglia interna, una differenza che si registra. Coscienza minima, coscienza diffusa, coscienza intensificata: non salti ontologici, ma gradazioni di scissione.


E l’Uno, semplicemente, non regge. Non perché sia “falso” in senso morale, ma perché è strutturalmente impossibile. Un Uno che si sentisse sarebbe già due. Un Uno che non si sente non è nulla.


La realtà non è Uno, non è Due, non è Molti.

È oscillazione che non si chiude.

La coscienza è il rumore interno di questa mancata chiusura.

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