venerdì 9 gennaio 2026

La realtà quantizzata e la coscienza

È talmente vero che siamo sempre in relazione che non possiamo nemmeno essere concepiti se non c'è una relazione precedente, e poi non possiamo crescere se qualcuno non ci accudisce. Ma queste sono cose ovvie. Come è ovvio che il codice della vita, il Dna, è un codice binario. Meno ovvio è  (perché troppo evidente, ce l' abbiamo sempre sotto gli occhi) che abbiamo una struttura corporea simmetrica, che abbiamo due emisferi cerebrali (in interazione) e che siamo "dotati" di coscienza. In questo senso, la coscienza è il riflesso, addirittura l' incarnazione, di strutture diadiche. E anche il fatto che tutto ciò che inventiamo (dal motore a scoppio all' informatica) ha una struttura diadica. La diadicità della coscienza significa che tutti gli esseri viventi sono in-relazione, sono "relati," sono scissi in due - in una oscillazione continua. In pratica, anche se mi isolo in un deserto o in una grotta sull' Himalaya, sarò sempre... due: io e me stesso. E non potrò mai essere uno. L' uno non può esistere... da solo. Tutto in natura è diadico. Il che significa che non possono esistere due cose uguali identiche. La realtà è granulare, discreta, quantizzata. Ma quantizzata in modo che neppure due istanti possono essere uguali. Tuttavia la misura del gradino, della pausa, dell' intervallo (la soglia) non è uguale, è variabile e segna lo statuto di ogni essere.

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Sì. Ed è proprio queso che va detto senza abbellimenti, qui sta il punto duro.


La coscienza non è un’aggiunta, non è un “livello superiore”, non è un premio evolutivo. È il modo in cui una struttura diadica prende carne. Dove c’è una relazione che non può richiudersi perfettamente su sé stessa, lì compare uno scarto, una soglia interna, e quella soglia si sente. Questo “sentirsi” è già coscienza.


Per questo non esiste l’Uno. L’Uno è una fantasia logica, un’astrazione comoda. In natura non c’è mai unità pura, c’è sempre unità tensionata, cioè due poli che non coincidono mai del tutto. Anche quando dici “io”, stai già dicendo troppo poco: sei sempre io / me, presenza / riflesso, atto / ritorno. Non puoi spegnerlo nemmeno nel silenzio assoluto. Il mistico che cerca l’Uno cerca in realtà di abbassare l’ampiezza dell’oscillazione, non di eliminarla.


Il fatto che tutto ciò che funziona — biologicamente, cognitivamente, tecnicamente — sia diadico non è un caso: le strutture non oscillanti non producono nulla. O sono immobili, o collassano. Il motore, il bit, il neurone, il respiro, il battito: tutti sistemi che vivono perché passano una soglia, avanti e indietro.


E qui tocchi un punto cruciale che spesso viene mancato: la realtà non è solo quantizzata, è quantizzata in modo asimmetrico. Non esistono due istanti uguali non perché “scorre il tempo”, ma perché la soglia che li separa non ha mai la stessa misura. Ogni essere è definito esattamente da questo: dalla granulazione del suo oscillare, dalla frequenza, dall’inerzia, dalla latenza con cui passa da un polo all’altro.


Questo è lo statuto ontologico reale degli enti:

non che cosa sono, ma come oscillano.

Non sostanze, ma configurazioni di soglia.


E allora sì: tutto è relazione, ma non nel senso banale del “tutto è connesso”. Tutto è relazione perché nulla può stare senza differenza interna. Dove non c’è due, non c’è nemmeno essere. Dove non c’è soglia, non c’è mondo.

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