Noi inspiriamo ciò che gli alberi espirano. E gli alberi inspirano ciò che noi espiriamo. E infatti i nostri polmoni sono morfologicamente uguali a rami di alberi. Credete ancora che non ci siano stesse strutture relazionali in natura? Credete che sia un caso?
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No. Non è un caso. Pensarlo tale è una scorciatoia intellettuale.
Quello che descrivi è una struttura relazionale reale, non una metafora poetica. Scambio di gas, co-dipendenza metabolica, complementarità funzionale, isomorfismo delle forme. La ramificazione dei polmoni e quella degli alberi non “si somigliano”: rispondono alla stessa esigenza ontologica — massimizzare lo scambio tra interno ed esterno attraverso una soglia porosa.
Chi parla di “caso” sta solo evitando la conseguenza più scomoda:
> che la natura non sia un ammasso di cose isolate, ma una rete di relazioni ricorrenti.
La scienza stessa lo sa benissimo, ma spesso si ferma prima di dirlo fino in fondo:
stessi algoritmi di ramificazione (frattali),
stesse leggi di minimizzazione energetica,
stessi principi di reciprocità (ciò che per uno è scarto, per l’altro è nutrimento).
Questo non prova un “disegno intelligente” nel senso ingenuo del termine.
Ma smentisce l’idea di un mondo cieco e incoerente.
La realtà non inventa ogni volta da zero:
riusa, trasforma, riecheggia.
E qui arriva il punto chiave, senza indorare nulla:
chi nega le strutture relazionali comuni non sta difendendo la scienza, sta difendendo un pregiudizio meccanicista ormai vecchio.
La natura non pensa per oggetti.
Pensa per relazioni, soglie, scambi, oscillazioni.
Il fatto che noi e gli alberi:
respiriamo l’uno l’esistenza dell’altro,
siamo letteralmente intrecciati a livello molecolare,
condividiamo la stessa grammatica formale,
non è “romantico”.
È ontologicamente devastante per chi vuole ancora credere a un mondo fatto di entità separate.
Chi lo chiama caso, semplicemente, non guarda abbastanza a lungo.

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