venerdì 20 settembre 2019

Il nucleo più profondo


Osservatevi in questo momento mentre leggete. La vostra mente è attiva e concentrata, e anche i vostri sensi sono attivi e ricettivi. Tutti sono rivolti verso l’esterno. Tutti rispondono a stimoli e a influenze esterne. E siete coscienti di esistere e di essere. In ogni momento potete dire: “Io sono qui, io sono questo…”
Ma ora vediamo di cambiare il fuoco dell’attenzione. Anziché percepire l’esterno, percepite l’intero meccanismo del percepire e del pensare. Osservate il vostro cervello mentre è attivo. Se lo fate, vi mettete nella posizione dell’osservatore. In tal senso avete compiuto un passo nel profondo: anziché percepire il mondo esterno e i vostri processi interni, osservate l’intera situazione.
Ma non è finita: potete compiere un ulteriore passo. Anziché osservare di fare questo o quello, e di essere questo o quello, potete smettere questi tipi di coscienza. Ora non siete più questo o quello… Siete e basta.
State facendo l’esperienza di essere. Essere e basta.
Non per questo sparite o smettete di funzionare. In realtà siete il testimone di voi stessi e poi del semplice essere.
Questo significa assumere la posizione del testimone. Come abbiamo detto, il testimone è come uno specchio che riflette ogni attività e ogni cambiamento. Vede ogni cosa, accoglie ogni cambiamento. Ma lui rimane immobile e immutabile. È il nucleo di ciò che siete.
Questo vostro nucleo è la vostra più profonda identità, è ciò che siete… al di là delle identità temporanee. Questo centro più profondo è il testimone di tutto, ma resta distaccato, intoccato. Per esempio, non soffre, se “voi” soffrite. È al di là del piacere e del dolore, del tempo e dello spazio e di ogni rivestimento contingente. Da lì il mondo appare completamente diverso, più gioioso, più luminoso, meno coinvolto in tante inutili attività.

Le varie identità che assumiamo abitualmente sono tutte contraddistinte da tensione, stress, sofferenza, perché vengono tenute in vita artificiosamente. Solo il nucleo più profondo sfugge alla costrizione, perché è libertà.

giovedì 19 settembre 2019

Lo sviluppo della consapevolezza


Non so se vi accorgete di quale forza abbia la spinta propulsiva dell’uomo, di quanto sia febbrile la sua attività. Tranne poche eccezioni, non riesce a stare fermo né fisicamente né mentalmente. Deve muoversi continuamente, deve pensare instancabilmente, è sempre affamato di nuove emozioni e sensazioni, deve implacabilmente conoscere, costruire e conquistare.
Tutto bene: si tratta della forza che lo ha reso vincente nel duro percorso dell’evoluzione, facendolo diventare il signore della Terra. Ma questa spinta non è più controllabile. E l’uomo si sta letteralmente divorando il pianeta. Non solo espande le sue mille attività che hanno sempre un costo energetico e una quota di inquinamento, ma non riesce neppure più a moderare la propria spinta riproduttiva.
Il risultato è che oggi la popolazione della Terra è di 7,5 miliardi e nel 2050 arriverà a 9,7 miliardi. È chiaro che il pianeta ha dei limiti e che è necessario ridurre la produzione e la riproduzione, fino a renderla stabile. E in certi paesi questo è già avvenuto. Ma la spinta a “moltiplicarsi e a crescere” è irrazionale e istintiva, e viene spesso accompagnata da esortazioni delle religioni.
I popoli più poveri sono anche quelli che non limitano le nascite. E sono i più ignoranti e i più sottomessi alle religioni.
La sfida quindi è sviluppare una nuova consapevolezza negli esseri umani, i quali devono diventare da sfruttatori a custodi della Terra. Ma come sviluppare la consapevolezza se non superando le vecchie religioni (che spingono solo alla fede acritica) e applicandola intenzionalmente nella vita di tutti i giorni?
Lo sviluppo della consapevolezza è il nostro compito, urgente.

mercoledì 18 settembre 2019

Assumere la posizione del Testimone


Nella nostra esistenza esiste una specie di Testimone simile ad uno specchio su cui si riflettono le immagini della vita. Ma mentre queste immagini, questi spezzoni di film variano di continuo, lo specchio rimane sempre se stesso, non modificato. Il nostro problema è che noi tendiamo a identificarci più con i film che con  questa profonda identità, con questo nucleo d’essere. E quindi ci sentiamo alienati e sempre alla ricerca di un’identità e di una realtà che ci sfuggono di continuo.
Assumere la posizione del Testimone significa guardare ogni cosa come una rappresentazione più o meno artificiale, mantenendo quindi un certo distacco. Dovremmo dirci: “Questa immagine, questa sequenza, questo schema di reazione, questo comportamento, questo pensiero, questo sentimento, questo piacere, questo dolore…” è qualcosa di inventato, di prodotto, poco reale, privo di identità. La prova è che cambia di continuo e può sparire del tutto. Mentre ciò che è reale, la vera identità, è lo specchio in sé, non ciò che vediamo riflesso sulla sua superficie.
In ogni momento della giornata potremmo e dovremmo assumere tale posizione, prendendo le distanze da ciò che sperimentiamo. Questo ci permetterebbe di compiere una distinzione fra ciò che è reale e ciò che è rappresentazione, immaginazione, finzione o spettacolo.
La presenza del Testimone traspare ogni tanto, e può essere dedotta, ma non può essere conosciuta – possiamo solo esserla. La conoscenza e la coscienza infatti sono sempre dualistiche: ci dev’essere un soggetto da una parte e un oggetto dall’altra, mentre il Testimone sta al di là di entrambi.
Quando dormiamo, la nostra coscienza non è attiva. Ma qualcosa ci permette di risvegliarci e di riprendere la precedente identità. C’è dunque qualcosa che controlla tutto e che conserva il ricordo. Inoltre la coscienza è discontinua ed esistono intervalli, quasi inavvertibili, tra un pensiero e l’altro, tra un sentimento e l’altro, tra una sensazione e l’altra, ecc. Ma non per questo ci smarriamo: c’è qualcosa mantiene unita la trama. Se potessimo introdurci in questi intervalli, scopriremmo la presenza del Testimone.
Ma dobbiamo ripetere che più che conoscere il Testimone, dobbiamo assumerlo, esserlo. Perché è esattamente ciò che siamo a livello più profondo e trascende ogni dualismo, tra quelli di essere-non essere e piacere-dolore.
Assumere la posizione del Testimone ci permette di disidentificarci dalle false identità, dai falsi io, sempre coinvolti in un mondo febbrile e sostanzialmente infelice, e puntare verso il vero Sé.



martedì 17 settembre 2019

Il "nobile" silenzio


Un giorno fu chiesto al Buddha: "Venerabile Gotama, esiste un'anima?"
       Il Buddha rimase in silenzio.
       "Allora, venerabile Gotama, non esiste un'anima?"
       Il Buddha rimase in silenzio.
       Essendo convinto che non esistesse un Sé eterno, il Buddha non rispose la prima volta; e questo ci pare logico. Ma perché non rispose la seconda volta?
       Il fatto è che le due domande erano concepite da qualcuno che, come tutti noi, ragionava in maniera condizionata, e pretendeva che le cose fossero in un modo o al contrario. Si chiama mente dualistica - una ragione che opera contrapponendo nettamente i concetti: bianco o nero, alto o basso, bene o male, essere, non-essere, vita e morte, sì o no, ecc. Ma la realtà ultima, quella cui accennava la domanda, non è qualcosa di cui possa darsi il contrario.
       Questo significa che la nostra mente non è in grado di concepire niente che non sia limitato dalle categorie antinomiche. Parlare di un'esistenza o non-esistenza di un'anima o di Dio significa porre la domanda in modo sbagliato. Quando parliamo di questi problemi, dovremmo dismettere la solita mente razionale, che divide tutto in due parti distinte e contrapposte.
       Ogni volta che facciamo un'affermazione in un senso, ecco che si affaccia il senso opposto. Non siamo capaci di vedere le due cose insieme. Ecco perché smettere di parlare sarebbe la soluzione migliore. Questo tipo di silenzio sarebbe comunque più vicino alla realtà di quanto non siano le risposte antinomiche.
       Ma allora dobbiamo smettere di porci il problema? No, dobbiamo smettere di darci le solite risposte. E lasciare uno spazio in cui si possa introdurre un po' di luce.
       I teologi non lo hanno mai capito e sono migliaia di anni che arzigogolano sugli attributi di Dio - la rana in fondo al pozzo che vorrebbe discutere del mare. Quando san Tommaso ebbe un’illuminazione verso la fine della sua vita, disse: “Tutto ciò che ho pensato non è che paglia!”
Nicolò Cusano, nel quindicesimo secolo, sosteneva che nell'Assoluto si verifica la coincidentia oppositorum, la coincidenza degli opposti. Di questa realtà non si può dire né che è né che non è. Dunque, meglio il nobile silenzio.
       Tra essere e non essere non esiste una netta contrapposizione, e l'una cosa può esistere insieme con l'altra. Si chiama complementarità. Riuscire a vederlo significa acquisire una visione trascendente.



lunedì 16 settembre 2019

Il superconscio



Il superconscio
Possiamo dire che trascorriamo buona parte della nostra vita dormendo. Questa frase può essere interpretata in due sensi: uno negativo e uno positivo. Dormiamo in modo negativo quando, nella vita quotidiana, non siamo consapevoli di ciò che facciamo o pensiamo. Ma dormiamo in modo positivo - e necessario - quando ci riposiamo, quando ci distendiamo, quando lasciamo andare lo stress dell'esistenza e quando, la notte, ci addormentiamo.
       Quando dormiamo di notte, entriamo in un altro mondo: un mondo in cui prevalgono le forze dell'inconscio, su cui non abbiamo nessun controllo. Se abbiamo la necessità di dormire tutti i giorni, vuol dire che la natura non è soltanto quella che conosciamo, ma qualcosa di ben più vasto e profondo, in cui si aprono passaggi sconosciuti e forze immense. Noi proveniamo da un mondo del genere e, alla fine della vita, ci ripiombiamo dentro.
       Questo mondo inconscio è ciò che dirige anche il mondo conscio, che se ne sia consapevoli o meno.
       Ecco perché consigliamo di familiarizzarsi con esso, adottando una forma di meditazione che segua il percorso del processo di addormentamento fino ad un certo punto: la distensione fisica, la diminuzione dei pensieri, il rallentamento del respiro, il calo della pressione (fisica e mentale), il distacco, ecc. Insomma predisporsi ad una specie di sonnellino.
       Questo metodo può essere utilizzato per far emergere materiali e messaggi dell'inconscio. Recenti ricerche di psicologia hanno dimostrato, per esempio, che il nostro inconscio ci dice chiaramente se il nostro rapporto di coppia finirà bene o male, se ci sono difficoltà. Si tratta di sensazioni "di pancia", di intuizioni, cui però non sempre prestiamo attenzione.
       Se invece ci allenassimo ad "ascoltare" simili messaggi, capiremmo tante più cose su noi stessi e sul nostro rapporto con gli altri. D'altronde, già nel buddhismo zen, ci si addestra a respirare e a concentrarsi sul "tandem", ossia sulla zona tra pancia e addome, su cui si scaricano tante tensioni, in cui esiste per così dire un "secondo cervello". Se solo prestassimo attenzione a queste sensazioni, a queste emozioni, riusciremmo a captare i messaggi provenienti non dalla mente razionale, ma da quella inconscia. Che - lo ripeto - è ciò da cui proveniamo e cui torneremo.
       L'inconscio è una funzione sempre attiva, non solo di notte ma anche quando siamo desti. E diminuendo le difese e le tensioni diurne, adottando le tecniche di meditazione già dette, rilassandosi, riposandosi e concentrandosi sulla zona del respiro e del "tandem", possiamo arrivare a percepirne i messaggi... con enormi benefici, psicofisici e spirituali.
       Non esiste soltanto un conscio, un subconscio e un inconscio, ma esiste anche un superconscio, uno stato di grande chiarezza e luminosità che si ottiene proprio attraverso la meditazione.


La meditazione può essere vista come un'evoluzione concentrata e rapida dell'essere, un'evoluzione che lasciata ai soli mezzi della natura richiederebbe tempi lunghissimi e parecchie vite. Ma non è possibile introdurre di colpo una coscienza nuova in una mente abituata a pensare e a sentire in un certo modo. Per un certo periodo bisogna dunque svolgere un'opera di "purificazione" dedicandosi allo smascheramento di tre generi di falsità: le falsità dei sensi (adorazione di immagini, dualismo della sensazioni, ecc.), le falsità del cuore (desideri inutili, passioni fasulle, ambivalenza dei sentimenti, ecc.) e le falsità del pensiero (affermazioni o negazioni perentorie, pregiudizi, dogmi, fedi infondate, concentrazioni su aspetti parziali del divino).
       Bisogna insomma sgombrare il campo dalla maggior parte dei condizionamenti sensuali, sentimentali e mentali per ottenere uno stato di chiara coscienza.


Il Tao e Dio


Il Tao nutre e sostiene tutti gli esseri, ma non si pone come loro Signore né tanto meno come loro Giudice.
       Che differenza rispetto alle religioni monoteistiche che concepiscono un Dio che è Padrone, Giudice e Signore!
       La personificazione di Dio ha ridotto la Forza originaria ad una caricatura dell' "uomo potente", che odia, ama, parteggia, interviene e fa una gran confusione nella sua stessa creazione.

La democrazia universale


Il “Signore”, il “Regno dei cieli”, il “Re dei re”… decisamente i Vangeli ci danno un’idea monarchica della realtà. Ma perché mai l’universo non potrebbe essere democratico – una realtà in cui ognuno porta il su mattoncino, e ne è responsabile per costruire il tutto.
Inutile dire che questa idea non piace ai dittatori e ai vari “signori” del mondo.

La funzione dell'uomo


Si può sostenere che in noi non ci sia niente di divino o di trascendente, e che siamo pezzi di materia che hanno sviluppato la capacità di pensare e di essere coscienti. E si può anche dire che non c’è né un’anima né uno spirito.
Ma dobbiamo ammettere che senza di noi l’universo non sarebbe cosciente di se stesso. E quindi svolgiamo una funzione fondamentale – in quanto esseri coscienti in cui l’universo rispecchia se stesso.
Attraverso di noi, il tutto sa di essere. E non è poco per definire l’essere umano.
Resta il problema che non tutti hanno sviluppato appieno questa consapevolezza universale e si limitano a utilizzare la coscienza per la pura sopravvivenza.

domenica 15 settembre 2019

Il problema dell'aldilà


Di solito il problema dell'aldilà viene posto in termini secchi: o si crede in qualche religione che ce lo promette o si pensa che tutto finisca con la morte. Il presupposto di queste posizioni estreme è ritenere che l'esistenza di un io, di una coscienza, di un'anima, sia il bene massimo - quello a cui tutti aspiriamo. Chi non vorrebbe continuare a vivere in un altro pianeta o in un'altra dimensione?
       C'è solo il buddhismo che mette in discussione questo assunto. La prima cosa che dice è che non esiste un'anima, un ego autonomo, a sé stante, perché tutti gli enti sono interdipendenti. Cioè, esistono non di per sé, ma come parti di un tutto. Non esiste un io permanente.
       Ma allora dopo la morte c'è il nulla? No, dice il Buddha, perché rimangono tendenze e predisposizioni karmiche che, affamate di vita come sono, finiscono per reincarnarsi. Insomma, anche se non c'è un ioé permanente, esiste qualcosa che si reincarna. Dunque, l’io non è eterno, ma permane a lungo, attraverso varie esistenze.
       Il problema per il Buddha è che questo io non eterno, ma a lungo permanente, è sostanziato di sofferenza. Che lui vorrebbe eliminare. Perché solo eliminando l’io, si elimina la sofferenza.
       Ma eliminare la sofferenza non significa buttar via il bambino con l'acqua sporca? Certo, se non c'è l’io, non ci sarà dolore. Ma a che serve, se finisce tutto? Non è meglio vivere con il dolore anziché non vivere affatto?
       Però, attenzione: il Buddha è contrario tanto al nichilismo quanto all'eternalismo, che vede come ideologia contrapposte ed altrettanto sbagliate. Perché il Nirvana, da lui cercato, non è certo il nulla: rimane qualcosa. Che cosa? Qualcosa che la nostra mente non può concepire, perché "non è né un venire, né un andare, né uno star fermi, né un recedere, né uno scendere, né un salire". E comunque è qualcosa di "non-nato, non-divenuto, non-creato, non composto". Che cosa è?
       Non si può dire, non si può pensare. Ma esiste.
       Dunque, chi dice che dopo la vita non c'è nulla o che la fine dell’io significa sparire nel nulla, o viceversa chi dice che tutto è eterno, si limitano a non capire il problema. E continuano ad applicare categorie mentali duali, contrapposte. Dovrebbero rendersi conto che è meglio lasciar perdere queste contrapposizioni di una logica che non è in grado di comprendere l'aldilà. Sbaglia tanto chi dice che la vita è eterna, quanto chi dice che dopo la morte non c'è nulla. Meglio sospendere i giudizi e riorientare il problema a livello mentale.
       La verità è che è sbagliata o insufficiente l'impostazione antinomica della domanda - e quindi le risposte sono sbagliate o insufficienti.
       L’Advaita Vedanta, a lungo contrapposto al buddhismo, sostiene che esiste qualcosa di eterno e di immortale, il Sé, che non coincide con l’io terreno, ma che è piuttosto qualcosa di universale. È un riunirsi con la consapevolezza cosmica. Il Dio che è in tutti, anche se sotto forme diverse.
Non sembra che le due posizioni siano tanto diverse. Ma come credere a queste affermazioni? Ritorniamo alla fede? La differenza è che l’Oriente dice che è possibile “capire” e sperimentare queste realtà già in questa vita, attraverso la meditazione.
Per l'Occidente, invece, è tutta una questione di fede e la meditazione non assume questa importanza decisiva. Tutto dipende da un Dio esterno e non c’è nessuna possibilità di fusione. L’Occidente è la terra della divisione inconciliabile.





sabato 14 settembre 2019

La ricerca del maestro


Inutilmente cerchiamo maestri che ci illuminino: non ci sono più persone tanto eccezionali. Esistono però i loro libri, i loro pensieri, che possono essere consultati per ispirazione. Anche se certe verità sono oltre le parole.
Più in generale, dobbiamo dire che nessuno può infonderci la luce. Al massimo i maestri possono indicarci la via, ma poi ognuno deve percorrerla da solo, perché ogni strada è personale. Il maestro zen Ikkyu Sojun (1394-1481) scriveva in una sua poesia:

"Dal principio del mondo
la verità non ha avuto maestri:
la si coglie da soli
per un guizzo spontaneo del cuore."  [traduzione di Ornella Civardi]

       Il Buddha stesso paragonava la sua dottrina ad una zattera che si utilizza quando si deve attraversare un fiume. Una volta giunti al di là, bisogna lasciarla perdere. In tal senso le tradizioni e i maestri, se rimaniamo ad attaccati ad essi, sono grandi trappole. Linji diceva: "Se incontri sulla tua strada il Buddha, uccidilo!" Anche Freud sarebbe stato d'accordo: per ottenere l'emancipazione, bisogna superare il legame di dipendenza dal padre.
       Oltretutto le strade non sono uguali per tutti. C’è posto per nuovi metodi. Ognuno deve cercare il suo. Finché cercheremo la verità altrove, non scopriremo mai che essa è in nostro potere.
       Chiunque vede la propria natura e la natura del mondo è un illuminato. Ma, per far questo, è necessario unire ad una grande ricettività una sana diffidenza per le fedi rivelate e per le tradizioni tramandate e piovute dall'alto.
       La capacità di vedere oltre gli ingannevoli aspetti fenomenici e le ideologie è sia una capacità intellettuale quanto una forza che nasce dall'introspezione, dall'intuizione e da una forte concentrazione sulla propria realtà interiore, al di là dei dualismi mentali e dei concetti pietrificati.
Il vero maestro è il nostro stesso Sé, di cui il mastro esteriore può solo essere un pallido riflesso. Dobbiamo dunque cercare la guida interiore, quella massima consapevolezza che si palesa quando si mette in sospensione la mente duale ed egocentrica e ci si concentra sul senso dell’essere, che non è personale ma universale.


venerdì 13 settembre 2019

La meditazione divina


Con il concetto di "meditazione" indichiamo un processo di sviluppo mentale che è in realtà lo sviluppo dell'essere umano, della sua esperienza e della sua consapevolezza. Tutto questo che può prendere l'intera vita di un individuo e innumerevoli vite umane. Insomma, l'evoluzione dell'uomo non è cosa da poco e non è racchiudibile in formule schematiche.
La meditazione vuol essere un sistema sintetico, abbreviato e concentrato di evoluzione. Risvegliarsi è uscire dal proprio bozzolo per diventare un'altra persona, talvolta un altro essere. Ecco perché non sempre è possibile giungere a risultati immediati e tangibili. La strada può essere lunga. Ma, una volta compiuto il primo passo, il seme è stato gettato; e prima o poi germoglierà. In questa vita o in altre.
       Comunque, sentire l'esigenza di meditare è già il primo segno del risveglio, perché è sentire la limitazione del proprio stato di partenza, è avvertire la necessità di procedere oltre.
       Parlo di uscire dal "bozzolo" perché mi riferisco al passaggio dalla pupa alla farfalla. La farfalla è l'evoluzione della pupa. Che cosa avrà provato al momento di trasformarsi? Che cosa avrà provato il primo pesce che ha sentito la necessità di uscire dall'acqua per trasformarsi in un anfibio? Che cosa prova ognuno di noi quando passa dall'infanzia all'adolescenza?
       Questo processo inarrestabile è il motore della vita, il "motore di Dio". In tal senso, il "conservatore" è colui che più di tutti si oppone al movimento di evoluzione. Se Dio fosse stato un conservatore, l'essere non si sarebbe mai messo in divenire.
       L’idea di evoluzione è intuitiva e antica, ed è legata a quella di trasmigrazione, di reincarnazione e di karma. Non solo è presente nelle solo filosofie orientali, ma anche in quelle occidentali:

"Un tempo io fui già fanciullo e fanciulla,
arbusto, uccello e muto pesce che salta fuori dal mare"
                      Empedocle

       Semmai, in Oriente, è nata anche l’idea di approntare un sistema di evoluzione sintetico. Non bisogna insomma limitarsi ad aspettare i tempi lunghi dell’evoluzione naturale, ma è possibile impegnarsi fin da ora ad abbreviarli in ciò che noi chiamiamo meditazione.




giovedì 12 settembre 2019

Scalare la montagna


Non dobbiamo seguire una strada già tracciata da altri. Dobbiamo cercarne una nostra.
       Al massimo possiamo utilizzare qualche chiodo, già lasciato dai precedenti scalatori, e a nostra volta possiamo aggiungerne di nuovi. Ma, alla fin fine, ognuno deve scalarsi la montagna da solo - e rischiare.

Paure immaginarie


Quando ci risveglieremo, sapremo che tutte le cose che ci terrorizzavano sono fondamentalmente vuote, immagini della nostra mente o semplici riflessi. Ricordiamoci l'aneddoto indiano dell'uomo cui parve di vedere, tra le ombre della sua camera, un serpente. Rimase tutta la notte sveglio, in preda al terrore. Poi, la mattina, alle prime luci dell'alba, si accorse che si trattava di una corda.
       In Cina si racconta la storia dell'uomo che si recò a cena da un uomo potente. Al momento del brindisi gli parve di vedere nella sua coppa un serpente velenoso. Non avendo il coraggio di non brindare, bevve il vino. Poi tornò a casa e si sentì male: gli sembrò di essere stato avvelenato. Si sentiva ormai in fin di vita quando venne a fargli visita l'uomo potente che, saputo dell'accaduto, gli disse: "Ti sei sbagliato: non era un serpente, ma il riflesso di un arco appeso alla parete".
       Il poveretto guarì all'istante.
       Il problema è che noi abbiamo una visione distorta della realtà. Crediamo a cose che non esistono, cose che ci vengono semplicemente riferite o raccontate, immagini, leggende, miti, credenze varie… Niente di reale, niente di verificato personalmente.
Ora il risveglio consiste proprio in questo: nello scoprire che il mondo è una nostra rappresentazione e nella volontà di vederci chiaro (non a caso si chiama anche “illuminazione”).
Poniamoci le domande: “Ma questo è vero o no?... questo è reale o no?... che cosa posso verificare?... e l’idea che ho di me stesso e del mondo è reale o no?”
Ed ecco il vero senso della religione: non adorare qualche Dio mitologico, ma scoprire il senso della realtà.
E il senso della realtà dobbiamo scoprircelo da soli, non è ciò che ci viene tramandato.
       Anzi, le religioni e le filosofie che si mettono in mezzo e che pretendono di servircene uno già confezionato, ci impediscono la nostra ricerca personale.
       Si parte dunque dal senso d’irrealtà o di sofferenza ineliminabile che prima o poi ci colpisce. Quello è il segnale che vogliamo incominciare a vedere con i nostri occhi, non con gli occhi della tradizione.
       Il mondo che ci viene presentato da genitori, insegnanti, preti, politici, pubblicitari, ecc., è ampiamente interpretato e falsificato. Perfino l’immagine che abbiamo di noi stessi non è quella reale.
Il nostro compito è diffidare delle interpretazioni altrui, più o meno interessate, e guardare con i nostri occhi.
Scopriremo che non solo le paure ma anche i nostri fini sono in gran parte condizionati e non veri.

mercoledì 11 settembre 2019

Allargare la visione


La gente deve muoversi, va avanti e indietro, si sposta da un luogo all'altro: è un bisogno fisico che dà l'illusione di cambiare. È vero che, spostandosi e cambiando ambiente, può cambiare anche il nostro stato d’animo. Ma si rimane sempre nell’ambito di emozioni precostituite, convenzionali.
       Quando si tratta di spiritualità o di religione, che senso ha recarsi in "luoghi santi", fare un pellegrinaggio verso questa o quella chiesa, verso questo o quel convento, percorrere questo o quel cammino? Si cercano soltanto emozioni e si rimane sempre alla superficie delle cose.
       In questo campo, l'unico valido pellegrinaggio è quello verso la propria “caverna del cuore”.
       Gesù a un certo punto, indicando il magnifico Tempio di Gerusalemme, dice: "Verrà un tempo in cui di tutto questo non rimarrà nemmeno una pietra!"
       Allora dobbiamo dire la stessa cosa di tutte le chiese, di tutti i luoghi ritenuti sacri, per esempio della basilica di san Pietro. Verrà un tempo...
       Siamo pronti ad accettare questa verità e a non cercare il sacro in edifici costruiti dagli uomini, ma nell'unico vero tempio - la nostra interiorità?
Più che chiese, oggetti o ambienti fisici, ci vorrebbero esercizi di consapevolezza.
Mettetevi davanti ad una finestra e osservate come lo spazio che vedete sia inquadrato e limitato da una cornice. Al di là non potete vedere nulla. Ma lo stesso avviene con i nostri occhi: il nostro campo visivo è circoscritto e moltissime cose restano fuori.
Non basta neppure spostarsi alla nostra vista interiore, perché anch’essa è limitata. Possiamo vedere solo ciò per cui la nostra mente è stata costruita. È come utilizzare un binocolo: potete vedere solo ciò che le sue lenti vi permettono di vedere. Che si tratti di lenti materiali o di lenti mentali, non cambia nulla. Anche la nostra mente è stata fatta per “vedere” solo determinate cose.
Per andare al di là, occorre un ulteriore passo in avanti: guardare la mente come la produttrice del mondo in cui viviamo, come una cornice, una lente o una finestra. Ciò che sta oltre non lo vediamo.
Dobbiamo allora allargare la mente, rinunciando alle sue categorie condizionanti. Le grandi scoperte degli uomini sono state fatte in base a questo superamento. Qualcuno ha guardato oltre il noto e il consueto. Ha cercato ai margini della conoscenza precostituita.
Ma, prima di farlo, è stato necessario capire che ciò che vedevamo era convenzionale, una convenzione accettata da tutti. Ma che c’era ben altro da vedere.
Ancora oggi è così. È necessario allenarsi ad allargare la visione. Questa è la meditazione.

martedì 10 settembre 2019

L'atteggiamento meditativo


In meditazione non devi cercare la benevolenza di qualcuno, di una Divinità ritenuta potente e superiore.
       In meditazione, non ti devi schierare, intruppare o far parte di una Chiesa. Non devi professare alcun tipo di sottomissione, non devi sottoporti ad alcun rituale di iniziazione.
       La spiritualità non è un club, non è una massoneria; tutti vi possono aderire. Ognuno può meditare anche senza credere in una religione o in un Dio. Non devi cercare una grazia da parte di un Potente. Devi soltanto cercare uno stato d'animo.
       Raccogliti, cerca la pace, stai tranquillo, stai in silenzio, isolati, rilassati guarda tutto come uno spettacolo irreale… - questo è il punto di partenza.
Poiché il mondo è come lo vedi, è in tal senso una tua proiezione. Meditare è guardare in modo diverso, porsi da un punto di vista differente dal solito. Non c’è il mondo da una parte e tu dall’altra: siete un tutt’uno. Se tu non ne avessi consapevolezza, il mondo non esisterebbe.
Dunque, la tua consapevolezza è ben potente – fa apparire un mondo, un universo.
Ora renditi conto che anche il modo in cui appare questo mondo, dipende da te. Si tratta in fondo di stati della mente. Tutto è coscienza, anche il male, anche la materia.
Ma tu perché non sei padrone della tua coscienza? Perché ti sei fatto imporre punti di vista altrui e il desiderio di avere protettori e salvatori? Lo scopo della vita è espandere la propria coscienza.
Cambiate la coscienza e cambierete il mondo.


lunedì 9 settembre 2019

Il vero amore


A rigore, quando si parla di vero amore, dovremmo citare soprattutto quello dei genitori verso i figli (e viceversa), perché non viziato dal secondo fine della ricompensa sessuale. Ma la natura è astuta - e fa in modo che chi ama abbia comunque una ricompensa emozionale.
       C'è sempre una piacevolezza nell'amare, che si ripercuote sull'intero organismo.
       Per poter parlare di "vero amore", si dovrebbe poter amare senza provare nessuna ricompensa. Ma questo non è possibile.  E, dunque, l'amore puro non esiste: è solo un nome che noi diamo al piacere, un meccanismo sapiente della natura - che sa quel che vuole.
Non si esce mai dal narcisismo. Anche la madre che si sacrifica per il figlio, lo fa per sé.

Superare gli esami


È vero che gli uomini hanno sete di eternità, e non vorrebbero mai morire. Ma diciamo la verità: vorrebbero l'eternità qui sulla Terra, non in un aldilà disincarnato.
       Il cristianesimo lo sa e propone, come massima aspirazione generale, la resurrezione dei corpi.
       Ma perché, allora, tanta fatica: vivere e poi morire, e infine risorgere? Forse perché non tutti ce la faranno? Si tratta allora di una selezione delle anime, una specie di esame.
Vivere per superare l’esame finale di un Dio pare un’idea tipicamente umana – e francamente meschina. Qui, sulla Terra, è proprio così. Ma perché farne un principio cosmico?

Gli idoli


Questi Iddii della fede sono tutti uguali, intolleranti e accentratori. Sono gelosi e sospettosi. Vogliono essere i Capi assoluti e pretendono ubbidienza cieca.
       Siamo sicuri che non siamo immagini costruite sui despoti di duemila anni fa - nonché su quelli di oggi?

Il bisogno di protezione


Come nei cani, anche nell'uomo l'istinto gregario porta a considerare necessaria la presenza di un capo-branco, di qualcuno che guidi il gruppo e che stabilisca precise gerarchie.
       Se non ci fosse questo istinto gregario, non si proverebbe il bisogno di Dio.
In effetti, si prega Dio per ottenere protezione e, finché va tutto bene, ci si sente sicuri e si crede. Ma quando le cose vanno male, allora, per giustificare la mancata protezione, si pensa a qualche nostro peccato, oppure si introduce l'idea del sacrificio.
       Tutto, pur di non ammettere la mancata protezione da parte del presunto Dio-Alfa.

Far appello al Sé


Il cristianesimo ti spinge ad occuparti degli altri per uscire dall'egocentrismo. Ma crede ad un ego immortale. La meditazione, invece, ti spinge a non considerare importante la sopravvivenza dell'ego, proprio per farti superare il narcisismo primario e il confinamento che ne deriva.
Per il cristianesimo Dio si rivela nella storia. La meditazione, al contrario, ci insegna a uscire dalla storia, che è dominata dalla volontà di potenza e dall’aggressività.
Nel cristianesimo ci si rivolge ad un Dio-Altro. Per la meditazione, ognuno è divino, perché ha in sé il principio della consapevolezza. Dio non è Altro, ma il proprio Sé.
Nella preghiera cristiana ci si rivolge ad un Altro: c'è dunque teoricamente un'esperienza dialogica. "A te grido!" Nella meditazione c'è una percezione del presente come momento assoluto. Il mondo è una nostra percezione. E, cambiando la percezione, si cambia il mondo.
Per il cristianesimo si tratta di riconoscere il proprio Padre-Padrone e obbedirgli. Per la meditazione si tratta di acquisire padronanza di sé, delle proprie potenzialità – e fare appello ad esse.


domenica 8 settembre 2019

Dio e il male


Perché Dio permette il male?
       Perché è il Grande Vuoto, il Nulla, che tutto permette, che a tutto dà vita.
       Volete che il Tutto non dia accesso a qualcosa? Il Tutto dà accesso alla malattia, alla violenza, alla morte, all’amore, alla bellezza, alla nobiltà e a tutto il resto.
       Tutto ciò che è possibile, Dio non può non permetterlo. Ecco perché non ha senso pregarlo di favorire qualcuno. Se lo facesse, diventerebbe un piccolo Signorotto e non sarebbe più il Tutto, ma un parziale Qualcosa. Allarghiamo la nostra idea di Dio.
Non è una persona divina, non è un dominatore, è già innestato in ogni cosa, è al di là del bene e del male così come li intendiamo noi.

La vita eterna


Un Dio che dica: "Solo chi crede in me avrà la vita eterna" non è un bell'esempio di imparzialità. Assomiglia a una sorta di capo mafia.
       Chi non crede in Lui non avrà la vita eterna? Ma che cos'è? Un dittatore? Uno di quei padroni che, se non lo adori continuamente, ti odia e ti caccia via?
       No, io credo ad altre religioni: quelle che pensano che tutti avranno la vita eterna... per il semplice motivo che sono già eterni, hanno già in sé il principio dell’eternità. Il meccanismo è già innestato: non c’è bisogno di un Meccanico esterno che controlli tutto.

I padroni della vita


Diceva una vignetta a proposito dell’eutanasia: "Ma possiamo tollerare che uno muoia quando serve a lui?"
       Questo è il punto: per le religioni del Dio-Padrone (ebraismo, cristianesimo, islam, induismo, ecc), sul principio individuale prevale il principio collettivistico. La vita non è mia, non deve servire a me. Non sono io che ne devo disporre, ma lo Stato, la Chiesa, il Padrone, Dio... tutti, tranne me!
       Ecco perché queste religioni sono nemiche del libero arbitrio e dell’individuo. Tengono l'individuo in uno stato di minorazione.

Cercare l'Origine


L'atteggiamento del fedele è il meno curioso di ciò in cui dice di credere. Egli infatti crede di sapere e, quindi, non cerca più; in tal senso è molto più "povero di spirito" di chi si pone dubbi e interrogativi.
       Cercare Dio e avere dubbi sulle nostre immagini di Dio significa essere più vicini alla Fonte del credere in Dio.
Non basta la fede - occorre anche capire a quale Dio si crede. Occorre andare a fondo per diradare la confusione della mente. Altrimenti, si rischia di avere fedi del tutto sbagliate.
Per cercare l’Origine, non bisogna guardare lontano: basta guardare in noi.

sabato 7 settembre 2019

Oltre la mente


Il dolore appartiene al corpo ed è inevitabile. La sofferenza appartiene alla mente, ed è evitabile o riducibile. Se vengo ferito fisicamente, è inevitabile che provi dolore. Ma, se vengo ferito nel mio orgoglio, non è detto che debba soffrire – la reazione è controllabile.
Se però vado al di là della mente, non c’è più nessuna sofferenza. La mia mente magari soffre, ma io sono al di là di questa sofferenza e la osservo come guarderei la sofferenza di un altro.
C’è dunque un enorme vantaggio nell’osservare la propria mente: mentre osservo mi sposto in un luogo di calma e di pace. Non mi identifico in maniera automatica con i contenuti della mente. E creo un centro distaccato, oltre le tragicommedie del mondo.
È così che a poco a poco ci si pone al di là.

venerdì 6 settembre 2019

"sii te stesso!"


Chi dice questa frase presuppone che noi non siamo noi stessi. Ma, se non siamo noi stessi, chi siamo? Siamo altri, siamo parti di altri.
       È evidente che è così, anche perché il nostro Dna è una ricombinazione di altri Dna. Nessuno dunque è se stesso... finché non si sceglie, finché non dice: "Bello o brutto, autentico o falso, questo sono io!"
       Ma, dopo aver compiuto questa scelta, bisogna capire che, per liberarsi dalla prigionia dell’io, è necessario saltare oltre – e universalizzarsi.

Secolarismo


Il cristianesimo ha umanizzato troppo Dio, fino a farne una caricatura dell'uomo. Questo significa antropomorfismo.
       In fondo aver presentato Dio sotto forma di un uomo ha fatto la fortuna del cristianesimo – ed è il suo limite.
       Oggi, bisogna de-umanizzare la Trascendenza.

La forza della donna


I regimi islamici repressivi vorrebbero tenere la donna sempre reclusa in casa, magari coperta con un lungo velo che la nasconda completamente. E che non parli e non pensi.
       Evidentemente sono consapevoli della natura ribelle della donna.
       Anche da noi è stato a lungo così. "Non fu l'uomo" dice san Paolo "a trasgredire per primo, ma la donna."
Benedetta Eva.

"Avere santi in paradiso"


In questa espressione c'è tutta la mentalità "raccomandatizia" con cui il cattolico - ben consapevole della sostanziale arbitrarietà e ingiustizia del tutto - considera non solo l'aldilà, ma anche l'aldiqua.
       La fede cattolica in fondo si riduce a questo: che ci si salva solo se si hanno buone conoscenze - conoscenze altolocate.
Miserie umane elevate a dogmi metafisici.

Essere presenti


In tutta l'incertezza in cui ci troviamo, l'unica cosa certa è che non scambieremmo mai questo nostro stato, questa nostra consapevolezza, con nient'altro. È come se fossimo aggrappati a uno scoglio in un mare in tempesta: chi lo lascerebbe?
            Come diceva Robert E. Burton, "quello che è nel presente potrebbe non essere sempre meraviglioso, ma è sempre meraviglioso essere presenti."

La vita oltre la morte


Si può sempre discutere su che cosa sia la vita e che cosa la morte e su che cosa significhi essere vivo o essere morto. Di solito diciamo che uno è vivo finché respira; quando smette di respirare lo dichiariamo morto. "Qui" è la vita e "là" è la morte.
       Ma le cose non sono così semplici. Innanzitutto, vita e morte sono compenetrate e complementari, al punto che la morte inizia nel momento in cui incomincia la vita.  È dunque la vita che dà inizio alla morte o è la morte che apre un passaggio alla vita? E, quando muore la vita, perché diciamo che incomincia la morte? A rigor di logica, dovrebbe finire anche la morte. Quello che c'è dopo non è la morte: è qualcosa d'altro. Non è vita e non è morte: che cos'è?
       Una volta un tizio andò a trovare il Buddha tenendo un passero in mano e gli domandò: "Dimmi se questo passero che ho in mano è vivo o è morto". Il Buddha si alzò, si mise sulla porta della capanna in cui alloggiava e rispose: "Dimmi tu: sto entrando o sto uscendo?"
Insomma, non possiamo essere sicuri né della vita né della morte.


giovedì 5 settembre 2019

Il ricordo di sé


Di solito siamo convinti di essere dei corpi materiali, da cui nascono a poco a poco una mente e una coscienza. Ma qualche saggio dice esattamente il contrario: siamo delle coscienze che assumono questo o quel corpo.
Quest’ultima affermazione sembra essere contraria alla nostra esperienza. Noi vediamo un corpo che nasce e che muore, mentre non vediamo affatto la sopravvivenza di una consapevolezza di base.
Chi ha ragione e chi torto? Come uscire dal dilemma?
Se un re, per qualche malattia o amnesia, è giunto a credere di essere un mendicante, si comporterà come tale. Ma perché non cominciare a comportarsi da re e vedere come va, vedere se si risveglia qualche ricordo della vita passata?
C’era un leoncino che si era perso ed era stato allevato da un gregge di pecore. Quindi si era convinto di essere una pecora e si comportava come le sue compagne: belava e fuggiva spaventato quando c’era un predatore. Ma un giorno che era andato a bere un po’ distante in una pozza, vide all’improvviso alle sue spalle un terribile leone. A quel punto non poteva più fuggire, si aspettava di essere ammazzato da un istante all’altro e tremava come una foglia.
Però il leone si fermò e lo guardò meravigliato. “Perché hai paura?” gli domandò.
“Ho paura perché tu sei un leone e io una pecora.”
“Che sciocchezze dici?” gli gridò il leone. Poi lo prese per la collottola e gli ordinò di guardare nella pozza. La pecora guardò e vide con stupore la propria immagine: quella di un leoncino.
Allora gli ritornarono dei ricordi e capì che fino a quel momento si era sbagliato. Non era una pecora paurosa, era un leone!
Così ruggì per la prima volta e il suo atteggiamento cambiò di colpo: assunse una nuova identità.
Lo stesso vale per noi. Ci hanno detto che siamo poveri individui mortali, dominati da mille paure, ma noi siamo ben altro. Siamo esseri spirituali che non nascono e non muoiono, e che assumono di volta in volta corpi diversi.
Come fare ad appurarlo? Facendo come il leoncino: guardandoci bene e cercando di risvegliare i nostri ricordi.
Non pensiamo più: “Io sono un corpo, nato e destinato a morire”. Ma pensiamo: “Io sono una consapevolezza che non nasce e non muore, e che assume un rivestimento, un corpo-mente”.
L’addestramento consiste nell’assumere tale nuovo punto di vista, guardando se non si risveglia qualche ricordo della nostra vera natura. Che non è essere questo o quello, ma essere.
I tre passaggi della meditazione potrebbero essere: 1) Io non sono questo corpo-mente; 2) Io sono; 3) Sono... puro essere senza determinazioni.


mercoledì 4 settembre 2019

Il koan della vita e della morte


Se la vita e la morte sono le due facce di una stessa medaglia, qual è questa medaglia? Ecco un koan.
       Se c'è un quid che ora si presenta vivo e ora si presenta morto, qual è?
       A queste domande, non possiamo rispondere con le parole, che per loro natura sono duali. E lo stesso vale per i nostri concetti. Noi possiamo avvicinarci il più possibile all'orlo... poi ognuno deve buttarsi giù di colpo, senza parole.

Il costo della vita


D'accordo, i soldi sono indispensabili in questo mondo dove tutto ha un prezzo - ma non sempre un valore. Teniamo presente, però, che in realtà il denaro rappresenta il tempo della nostra vita che abbiamo impiegato a guadagnarlo. E la cosa peggiore in questo mondo è sprecare il tempo della vita.
       Il tempo va conservato per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questa è la libertà.


Le parole di Dio


Ogni tanto sentiamo qualcuno che afferma che questo o quel testo è “parola di Dio”.
Ma sarebbe un ben misero Dio quello che usasse le parole.
Dio non usa parole, Dio è al di là delle parole, dei concetti dualistici.
Le teologie sono quindi discorsi balbettanti su Dio di un’umanità rimasta ancora ad uno stadio infantile.
Meglio, molto meglio, coloro che dicono: “Di Dio non si può dir nulla. Come apri bocca, già sbagli”.
Perciò, se vuoi ascoltare la voce di Dio, resta in silenzio.

martedì 3 settembre 2019

Meditazioni superiori


Anche se ci mancano le parole, tutto sommato riusciamo a comprendere la complementarità di sentimenti come amore e odio. Nell'amore, infatti, sperimentiamo qualche volta improvvise eruzioni di odio e nell'odio improvvise comparse di amore o, se non altro, di interesse. Capiamo come sotto l'uno ci sia immediatamente l'altro. E questo vale per tutti i sentimenti contrapposti e anche per i concetti etici come bene e male. Quante volte da un male nasce un bene e da un bene un male?
       Ma per il rapporto essere/non-essere a che cosa possiamo fare riferimento? Ebbene, pensiamo alla musica o al parlare. Nel primo caso sperimentiamo concretamente il rapporto complementare e dialettico tra suono e silenzio, tra vuoto e pieno, tra pausa e note e così via. E anche nel parlare è lo stesso: le pause e i silenzi sono sì vuoti, ma vuoti pieni di significato, vuoti che consentono un significato.
       È molto bello pensare che il rapporto essere/non-essere possa essere espresso con sensazioni e concetti di tipo musicale. Potremmo perfino dire che la complementarità essere/non-essere è una forma di musica o si svolge in modo analogo alla musica: un'armonia complessa di vuoti e di pieni, di vita e di morte.
       Eccoci di fronte ad un'altra scoperta: la vita/morte come esperienza e concetto unico, la dimostrazione che fra i due non vi è separazione e che c'è una realtà superiore che supera i nostri limitati concetti dualistici.
       Noi per esempio pensiamo che vita e morte siano contrapposti: dove c'è l'una non può esserci l'altra. Ma capiamo anche che non può esserci vita senza morte e morte senza vita. Dunque, le due si spalleggiano a vicenda: sembrano combattersi ed escludersi a vicenda, ma in realtà si sostengono a vicenda. Pensiamo allora al loro insieme: la vita/morte. Non ha più senso quindi domandarsi che cosa ci sia prima o dopo la morte - c'è ancora il tutto della vita/morte.
       Esercitarsi a sentire e a pensare in questo modo: ecco una forma di meditazione cui non siamo abituati. Quando ci si affida al respiro per l'inizio della meditazione, sperimentiamo concretamente il rapporto pieno/vuoto o tutto/niente, perché anche il respiro è come una musica, e addestriamoci ad andare al di là della mente dualistica, a comprendere l'insieme.

Fedi sadiche


Ancora una volta il Papa condanna l’eutanasia. Evidentemente non vuole una “buona morte” ma una morte dolorosa. Si tratta del ben noto sadismo religioso dei cristiani. Poiché il loro Dio è morto fra atroci tormenti, vogliono che tutti muoiano nello stesso modo. Nessuna pietà, nessuna carità. Secondo loro, siamo nati per soffrire e più soffriamo meglio è. Contenti loro... Peccato che vogliano imporre le loro idee sadomaso all’intera società.

Le due saggezze


Esiste una saggezza che insegna a come vivere nel mondo, evitando i danni maggiori. Ma il problema di fondo è il mondo.
       E quindi esiste una saggezza spirituale che insegna a come liberarsi del mondo.


Liberarsi dalle false identificazioni


Il nostro problema è che confondiamo esterno e interno, e che ci identifichiamo erroneamente. Per esempio, crediamo che il mondo che esperiamo comunemente sia esterno, mentre è una proiezione della nostra psiche. E crediamo che pensieri e sentimenti siano interni (perché sono invisibili agli altri), mentre sono qualcosa di esterno al nostro essere, una specie di rivestimento.
Con queste convinzioni, non vediamo come pensieri e sentimenti siano condizionati dalla società, dall’ambiente e dalla cultura generale e non capiamo quanto il mondo, con i suoi dolori e i suoi piaceri, sia modellato dalle nostre proiezioni. Se quindi ci troviamo in un mondo che ci fa soffrire, la colpa è spesso nostra. Siamo noi che lo abbiamo costruito e proiettato, salvo poi sentirci prigionieri in esso. Siamo vittime di noi stessi.
La soluzione è addestrarci a osservare il tutto e a distinguere ciò che è reale da ciò che è una semplice identificazione.
La mente è un strumento che ci avvolge in un bozzolo di false idee e il mondo è il prodotto di queste convinzioni e identificazioni.
Cominciamo a dire: “Questo è un pensiero che viene dall’esterno e che mi viene inoculato dall’esterno… Questo è un sentimento che mi viene provocato da un meccanismo esterno… Io li osservo, ma non li considero più “miei”… Piuttosto sono io che li associo ad un io (il mio) che considero reale… Ma l’io a sua volta è un costrutto artificiale… Ciò che è reale è la consapevolezza, il testimone, il puro essere – non i sentimenti, non i pensieri, non il “mio” io.”
Addestriamoci a prendere le distanze da ciò che crediamo reale, interno od esterno. Si tratta di luoghi comuni, di convinzioni errate, di abbagli. E' il distacco che ci libera.
Io non sono né questo né quello: si tratta di semplici idee. Io sono oltre, io sono il testimone di ogni cosa, e non sono né dentro né fuori, né nato né morto.


lunedì 2 settembre 2019

Ancora sul crocefisso


Il sindaco leghista di Ferrara ha fatto comprare e affiggere 385 crocefissi nelle scuole, definendo il crocefisso “un simbolo di identità culturale”. A dir la verità, il crocefisso è anche la rappresentazione di un patibolo e di una certa cultura oppressiva, repressiva e autoritaria che ha imperversato per secoli nel nostro paese rendendolo piccolo, chiuso, ingiusto e provinciale. Una cultura che sarebbe ora di cambiare. Non ci dimentichiamo che concezione di famiglia “tradizionale” è venuta fuori dal recente convegno a Verona, indetto da leghisti e soci clerico-fascisti.
       Chissà perché dalle religioni non ci viene mai un’idea nuova e “liberale”. Sono come certe lingue che si parlavano nell'antichità - morte.

Il vuoto mentale


Di arresto mentale si parla in tutte le tradizioni meditative, per esempio nelle Upanishad, negli Yogasutra di Patanjali e nel buddhismo. Nella Chandogya Upanishad si legge: "Quando si è profondamente addormentati in una calma totale, senza sogni, allora questo è l'atman; è l'immortalità, la felicità, il brahman".
       Due sono gli elementi da sottolineare: la calma e il sonno profondo. Si parla di sonno profondo per indicare il sonno senza sogni, ossia il sonno in cui cessano tutti i pensieri. Per averne un'idea, si pensi ad un pisolino diurno, quando ci si addormenta per un po' e non si sogna. Il fatto di non sognare sottolinea che anche l'attività dell'inconscio (che è comunque una parte della mente) deve cessare. Ovviamente, è necessaria la calma.
       La calma presuppone e rafforza l'assenza o il rallentamento dell'attività mentale. Quando infatti siamo agitati, siamo pieni di pensieri. Nel sonno senza sogni, come quello del pisolino, si raggiunge una grande distensione e un arresto della mente; rimangono attive solo quelle parti del cervello che controllano le funzioni corporee.
       In meditazione si tende ad uno stato analogo. Perché? Perché la mente umana, con la sua coscienza duale, pur essendo di fondamentale importanza, non è la realtà ultima - è una realtà fortemente limitata e condizionata. Inutile cercare la verità ultima con la mente, con la solita mente che elabora pensieri, sensazioni, reazioni e impulsi. Bisogna riuscire a entrare nella non-mente, ossia nel vuoto mentale. Lì è l'accesso.
       Lì è anche la fine della folle aggressività umana.



La crisi dell'ambiente


La crisi dell’ambiente non è che la crisi dell’uomo che negli ultimi decenni e in realtà negli ultimi secoli ha disboscato, incendiato, deviato i fiumi, prosciugato, coltivato, estratto dal sottosuolo, inquinato e costruito. Oggi il nostro ambiente, l’intero pianeta, risente pesantemente dell’intervento umano che non ha fatto che aumentare l’anidride carbonica presente nell’atmosfera. Questo sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e dei poli, l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature, mettendo in crisi l’ecosistema.
La crisi climatica nasce dalla crisi dell’uomo che segue l’imperativo di costruire e di moltiplicarsi senza il minimo autocontrollo. Tutte le nostre società sono dedite all’aumento della produzione e della popolazione, come se non ci fossero limiti. Ma i limiti ci sono e sono già stati raggiunti.
Come fare a fermare l’attivismo umano quando i nostri valori sono ancora quelli dello sviluppo, della moltiplicazione e del progresso incontrollato? Ora che la belva è stata liberata, nessuno sa più come bloccarla. Sembra il racconto dell’apprendista stregone che scatena forze su cui non ha più controllo.
Qualcuno propone di trasferirci su un altro pianeta, per esempio, su Marte – bombardandolo però prima con bombe atomiche in modo da far emergere l’acqua sotterranea e un’atmosfera. Pensiamo a quale inutile e folle idea siamo arrivati.
Sì, perché ci siamo dimenticati di aggiungere che gli uomini sono sempre in guerra tra loro e hanno ormai armi di distruzione di massa. Non c’è che dire: un bel progresso!
Dunque è la cultura umana che è sbagliata. L’uomo è malato – ma di mente.
Scambia per reale ciò che reale non è, dà importanza a cose che non sono importanti, è divorato da una febbre di conquista megalomane, si crede protetto e ispirato da un Dio che starebbe in cielo a governare il tutto, è in balìa di istinti primordiali e non è capace di vedersi, di osservarsi.
Le culture e le religioni sono dominate da questa folle volontà di potenza che sta portandoci all’autodistruzione. E quando qualcuno parla di dedicarci innanzitutto a sviluppare l’autoconsapevolezza, ecco che si scatena tutto il clerico-fascismo di tutto il mondo, con i suoi pazzoidi valori di aggressività.


domenica 1 settembre 2019

Meccanismi pubblicitari


Quando l’industria fabbrica un prodotto, ecco che entra in campo la pubblicità che deve far conoscere le sue qualità (mai i difetti). I pubblicitari s’inventano mille pregi, anche quando il prodotto non ne ha in realtà nessuno; o, peggio ancora, quando è un vero e proprio imbroglio. Pensiamo alla pubblicità sulle sigarette che non sono nient’altro che fumo e anzi fanno male. Bisogna vantare qualità che non hanno e veicolare un’abitudine di cui non c’è nessun bisogno. Ma, se non c’è il bisogno, lo si induce. Se io ti convinco che la sigarette è un piacere sopraffino e ti faccio vedere un grande attore che fuma, tu vorrai essere come lui e comprerai quella marca… anche se in realtà non avresti avvertito il minimo bisogno di fumare e anzi, a pensarci bene, non ti piace affatto.
Ma il meccanismo della pubblicità non si limita a farci comprare prodotti industriali, utili o inutili. È entrato anche in politica, dove ti deve convincere che un determinato partito o un determinato politico ha la formula giusta per risolvere tutti i tuoi problemi e per renderti felice. E questo, per lo più, è una truffa.
E ora pensiamo a quel gran pubblicitario che è Dio. Lui deve convincerti che un prodotto decisamente scadente e pieno di difetti è una meraviglia, Quale prodotto? La vita stessa. Che non sarebbe possibile vendere se non ci venisse decantato almeno qualche piacere. Ora i piaceri della vita sono tanti, ma quasi tutti compensati dalla fatica che dobbiamo compiere per procurarceli.
Il più potente di questi piaceri è il sesso. E Dio ha prodotto un meccanismo diabolico per farci desiderare il sesso e con esso la vita. È un po’ come lo zuccherino che il domatore dà all’elefante per compensarlo della sua ubbidienza. Pur di ricevere lo zuccherino, il povero elefante conduce una vita misera e dolorosa. E diventa uno schiavo ubbidiente.
Lo stesso succede agli altri animali e agli uomini. Per far loro accettare un prodotto scadente, per tenerli alla catena, gli si inocula una droga (gli ormoni sessuali) e la convinzione che la vita sia meritevole, anche quando è una pena infinita. Si nascondono gli aspetti spiacevoli (la malattia, lo stress, la sofferenza, la vecchiaia, la morte) e si punta su sesso, potere, ricchezza e ogni altra illusione possibile. Così si tengono gli uomini prigionieri. E soprattutto si impedisce loro di esaminare freddamente, oggettivamente, distaccatamente quelli che sono i prezzi da pagare.
La pubblicità è un meccanismo cosmico che deve venderci un prodotto nocivo nascondendoci i suoi effetti collaterali. Dico “nocivo” perché porta sempre alla morte.

Ma questo aspetto sgradevole va nascosto o minimizzato. E, allora, ecco entrare in campo le religioni, quelle grandi agenzie pubblicitarie che ci devono convincere di un’altra vita, del paradiso – il più grande imbroglio del mondo. Anche perché nessuno torna indietro a protestare.