Diceva Epicuro che la morte non è
nulla, e non c’è da preoccuparsi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte e
quando c’è la morte non ci siamo noi. Ma a me sembra il contrario. Perché,
quando ci siamo noi (quindi c’è la vita), c’è anche la morte. La morte è
portata dalla vita stessa.
Insomma è il solito problema di
logica: la mente comune esclude due poli contrari che in realtà sono
complementari. È come il cane che insegue la propria coda. In realtà la coda è
una parte di sé e se il cane la insegue non la prenderà mai. Deve smettere di
girare intorno e fermarsi: così scoprirà che la coda ce l’aveva già e che non che
c’è bisogno di inseguirla.
Analogamente, Epicuro pensa che la
morte escluda la vita, mentre è proprio parte della vita, esiste perché c’è la
vita, è messa al mondo dalla vita.
È una specie di rivoluzione
copernicana: non è il sole che (apparentemente) gira intorno alla terra, ma è
la terra che gira intorno al sole. In altri termini, non è che la morte escluda
la vita e la coscienza, ma trae il proprio essere proprio dalla vita cosciente.
Se non ci fosse la vita cosciente, non ci sarebbe neanche la morte.
Parlo di vita “cosciente” perché è
proprio il dualismo mentale (cioè la coscienza) che innesta il ciclo delle
apparenti contraddizioni. Ma noi, con l’intuizione e una nuova logica, siamo in
grado di smascherare la falsa apparenza e di ritrovare l’originaria unità dei
poli opposti. Come non sarebbe possibile eliminare l’espirazione per fare solo
inspirazioni, così non sarebbe possibile eliminare la morte dalla vita, senza
distruggere l’intero ciclo.
Per concludere, se ci siamo noi,
c’è la morte; e c’è la morte, ci siamo noi.
Ma certamente Epicuro voleva dire
che, quando ci sarà la morte, non ci sarà più una coscienza a rendersene conto.
Ed è vero. Ma la nostra paura nasce in questo momento, in cui siamo consapevoli
che dovremo affrontare un processo di distruzione, che può essere lungo e
doloroso. La paura della morte è adesso e rimane nonostante ogni
argomentazione. Se siamo nati, dovremo morire, non ci sono dubbi.
L’unica cosa che può consolarci è
considerare che la coscienza attuale è una divisione, una scissione, di uno
stato che è unitario, cioè senza consapevolezza di sé. La nostra vera natura è
quella unitaria, non quella duale, dotata di coscienza egoica.
Forse ci spaventa l’idea di
rimanere senza coscienza, ma vi invito a riflettere che, già adesso, i momenti
migliori sono quelli in cui non è attiva la spaccatura della coscienza. Essere
senza coscienza non è una iattura, ma una realizzazione.
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