venerdì 12 luglio 2019

Presenza aperta e presenza chiusa


Oltre alla ben nota distinzione fra meditazione di quiete (shamata) e meditazione di visione profonda (vipassana), esiste quella tra una consapevolezza concentrata e una consapevolezza aperta. Nella prima cerchiamo di interrompere ogni pensiero (magari sospendendo anche il respiro), nella seconda ci mettiamo in osservazione di ogni evento che ci accada esternamente e/o interiormente, notando semplicemente il film delle esperienze che ci scorrono davanti. In quest’ultimo caso, possiamo guardare fuori tenendo d’occhio ciò che si riflette o sgorga all’interno della mente.
La presenza aperta può insomma rivolgersi agli eventi (esterni e mentali) oppure alla consapevolezza stessa, il che la trasforma in meta consapevolezza.
Teniamo comunque presente che tutte queste forme di meditazione non si escludono a vicenda, ma sono utili per meditare in modo completo. Può darsi che in periodi diversi debbano essere utilizzate tecniche diverse. L’una arricchisce l’altra.
Tutto questo non per confondervi. Qualunque cosa pratichiate – concentrazione sul respiro, ripetizione di mantra, monitoraggio di pensieri e sentimenti, generazione di compassione, tecniche di rilassamento, riduzione della tensione psicologica, attenzione aperta o attenzione chiusa, vuoto mentale, ecc. – state lavorando sulla mente per il vostro progresso umano e spirituale.

giovedì 11 luglio 2019

La sacra famiglia


In questo tempo di caduta di valori, sembra restare la famiglia come punto fermo. E la nostra religione la sacralizza, al punto di immaginarsene una anche in cielo.
Ma talvolta anche la famiglia umana sembra quella delle iene o dei lupi – in branco si preda meglio.
Resta il fatto che spiritualmente non ci si salva in branco. Ma singolarmente.

L'interiorizzazione


Oltre alla meditazione di quiete (shamatha) e a quella di consapevolezza (vipassana o mindfulness), esiste la meditazione yoga. Non esiste una forma di meditazione migliore dell'altra. Ma ogni individuo deve cercare quella per cui è più adatto.
Nella meditazione yoga, non si analizza nulla e ci si dimentica del soggetto e delle sua reazioni. Ma si cerca una unificazione improvvisa e violenta dove si trascende la mente comune. Si possono tenere gli occhi aperti o chiusi, oppure un po’ aperti e un po’ chiusi. Se teniamo gli occhi aperti, in realtà guardiamo tutto e niente, oppure guardiamo un oggetto specifico. In ogni caso non si tratta di un guardare comune, ma di un “fissare l’attenzione”.
Se teniamo gli occhi chiusi, l’interiorizzazione avviene meglio. Si possono puntare gli occhi su una zona che va dalla radice del naso al punto fra le sopracciglia. E tutto ciò deve essere accompagnato da una respirazione profonda. Ogni tanto espiriamo più a lungo fino a svuotare i polmoni, tratteniamo il respiro e fissiamo lo “sguardo” (che non vede nulla o vede luci interiori) proprio davanti a noi. Ecco l’istante di maggior interiorizzazione. È come se volessimo scendere sempre in un pozzo sempre più profondo che, all’improvviso, si apre alla vastità.
In quell’istante, realizziamo.

mercoledì 10 luglio 2019

La sconfinata vastità


Siamo talmente limitati nella nostra attenzione, siamo talmente confinati nel nostro io, siamo talmente chiusi ad ogni novità, siamo talmente condizionati dai nostri sensi e dai nostri preconcetti che non riusciamo neppure a immaginare quale potrebbe essere la vastità della nostra esperienza. Al massimo possiamo immaginare qualche paradiso fatto a misura d’uomo, sempre dominato e delimitato da qualche Padrino o Padrone cosmico. Ma è in meditazione che possiamo avere assaggi di che cosa possa significare una vera liberazione.
Se attraverso la concentrazione riusciamo a saltare oltre i limiti della nostra mente, possiamo approdare ad una sconfinata vastità che non è più delimitata da niente e da nessuno. È un po’ come ritrovarsi non in un pianeta qualsiasi ma in uno spazio di nuda e trasparente consapevolezza, in uno stato di vuota e spaziosa chiarezza, completamente aperto, rilassato, privo di sforzo e perfettamente vitale, libero da schemi e da fissazioni.
È una ricca consapevolezza, non più legata a questo o a quello, una presenza aperta, leggera e gioiosa.
Ecco una semplice esperienza di meditazione che è riferita da tanti meditatori e che è alla portata di chiunque voglia cimentarsi in questa avventura che sconvolge ogni nostro luogo comune.

martedì 9 luglio 2019

Fusione e differenziazione


Provenendo da un’unica fonte, tutte le cose si differenziano conservando, però, la tendenza alla fusione. Per esempio, la semplice operazione del mangiare, al di là della violenza che la contraddistingue, è un tentativo di fusione. Infatti chi mangia introietta la materia vitale di ciò che mangia. Il sangue, la carne, le sostanze vegetali, le molecole e tutte le parti vitali di ciò che si mangia vengono non solo introiettate ma letteralmente assorbite dall’organismo. La vita insomma si nutre di altra vita. L’individuo mangiato viene ucciso, ma la sua morte permette la vita di chi lo mangia.
       È un meccanismo di una grande crudeltà, ma, dal punto di vista generale, è un atto d’amore. Anche gli esseri che si accoppiano cercano di fondersi per dar vita ad un unico individuo. Non riuscendoci, danno comunque vita ad un terzo individuo che è pur sempre una fusione dei due genitori.
       I due che si uniscono vorrebbero tornare ad un rapporto fusionale, come quello che si ha prima della nascita. Il bambino, per esempio, è quasi fuso con la madre e anche dopo il parto i due sono uniti in un modo particolare. L’uomo che vuole accoppiarsi con una donna, vorrebbe in realtà tornare a quell’unione originale. Deve entrare nel suo corpo e cerca almeno per qualche istante la fusione.
Gli amanti hanno spesso l’impulso a mangiarsi a vicenda. Mangiare con lo sguardo. Mangiarsi le reciproche carni. È di nuovo un tentativo di fusione che fallisce ma che viene ripetuto di continuo. Una madre che ama il suo bambino dice o pensa che è così bello che vorrebbe mangiarlo.
Nel rito cattolico, il fedele crede in un certo senso di mangiare il corpo del suo Dio. E anche questo è un tentativo di fusione. E quale miglior fusione di un atto di nutrimento? In certe società selvagge si mangiava il cervello o il corpo del nemico ucciso nella speranza di acquisire le sue capacità.
Nella meditazione si tenta di ovviare alla differenziazione tra soggetto e oggetto in uno sforzo di fusione che dà origine al samadhi, che è la ricostituzione dello stato fusionale in cui non esisteva ancora la divisione, la contrapposizione, la coscienza.
Nell’universo assistiamo continuamente a questo impulso contraddittorio: differenziarsi e fondersi. Ci si differenzia per trovare l’individualità, ma poi rimane la nostalgia della fusione. A dimostrazione che tutto è uno, e tutto, dopo essersi differenziato, vuole tornare all’unione.
In questo processo sembra non esservi mai un miglioramento, un valore aggiunto. Ma, ogni volta che si ritorna alla fusione, la totalità non è più quella originale. Qualcosa è cambiato. Ognuno porta il suo piccolo contributo a far evolvere il tutto. E questo perché non c’è niente che non cambi di continuo. Alla fine ci sarà qualcosa di diverso da ciò che c'era all'inizio.
      

lunedì 8 luglio 2019

La gioia della meditazione


Quando entriamo per le prime volte in meditazione, e ci mettiamo a seguire il respiro, percependolo magari nelle narici o nei movimenti dei polmoni, noi crediamo che basti questo esercizio per accedere alla concentrazione di accesso. E cerchiamo di tener duro, di proseguire, di non farci distrarre. Ma prima o poi ci distraiamo, perché il respiro non è così interessante. Quando invece facciamo l'amore o guardiamo un bel film, non abbiamo difficoltà a restare concentrati.
Il problema è che non è il respiro ciò che dobbiamo seguire. Dobbiamo concentrarci su ciò che il respiro manifesta: la consapevolezza, la coscienza di essere, qui e ora. È questo il vero "oggetto" di meditazione, non il respiro in sé, che non è così interessante. Dunque, è l'essere consapevole, la nostra stessa consapevolezza, che ci interessa di più, perché è lei che illumina e dà un senso a tutte le cose.
Tuttavia l'essere consapevoli dell'essere consapevoli (la meta consapevolezza) non è facile. Si deve creare un cortocircuito, perché il soggetto e l'oggetto di meditazione sono la stessa cosa. C'è sempre infatti un divario. Se faccio della consapevolezza un oggetto, automaticamente non è più il soggetto, e viceversa. Devo fare un salto, ovvero devo superare la distinzione fra soggetto e oggetto.
E questo è possibile solo in stati particolari, quando non penso ad altro e non perdo nello stesso tempo il mio essere consapevole. Stati di grazia, stati di sollievo, stati di intensa concentrazione. Allora, se chiudo gli occhi, vedo la luminosità che è l'aspetto materiale della consapevolezza e il respiro si ferma. Allora mi sento sollevato, liberato, lucido, calmo e gioioso.


Il peccato di presunzione


Si credono "chiamati" da Dio. Credono che l'Onnipotente si interessi a loro, parli con loro, diriga i loro passi. E non è cosa da poco.
              Così si sentono più importanti dei comuni mortali. Loro sono stati "scelti da Dio"... niente di meno. Preti, monaci e suore, in tutte le religioni. Non parliamo dei Papi.
              Ah, che gran peccato la presunzione! Credersi eletti da Dio. Credere di avere una missione divina. E magari pensare di essere umili.
              In realtà queste persone sono ancora al servizio dell'ego.
              Rinunciano a tutto, ma non a questa presunzione. Le donne si sentono addirittura "spose del Signore".
              Sì, questi sedicenti "religiosi" sono i più lontani da Dio.

"E il Demonio sorrise, perché il suo peccato preferito
è l'orgoglio che scimmiotta l'umiltà"
                              Coleridge, I pensieri del demonio

La carità pelosa


Un tempo bastavano il Verbo e lo Spirito Santo. Ma oggi non bastano più: oggi c'è la pubblicità, che è molto più invasiva e potente. Così, la Chiesa cattolica, in tempo di dichiarazioni dei redditi, per raccattare soldi, non si affida ai suoi santi ma a note agenzie di pubblicità, pagate a suon di milioni di euro, che confezionano spot televisivi tutti più o meno fatti allo stesso modo: musiche celestiali, carrellate patetiche su poveri e bisognosi che naturalmente ricevono aiuto da eroici sacerdoti  e slogan accattivanti che mettono in evidenza il ruolo caritatevole della Chiesa. Date il vostro otto per mille, date il vostro cinque per mille... date, date... e così, con una legge truffaldina, anche chi non ha dato finirà coattivamente per dare. Eh sì, perché l'otto per mille non viene dato soltanto da chi sceglie la Chiesa (il quaranta per cento), ma anche da tutti coloro che non hanno espresso nessuna preferenza. Il che, scusate, è un vero imbroglio... degno di menti gesuitiche. Caso unico in tutto l'Occidente cristiano.
              Quello che non si chiarisce mai è che il denaro raccolto va solo in minima parte alla carità: un venti per cento. Tutto il resto, l'ottanta per cento, finisce in tasca alla Chiesa, che lo usa per i motivi più vari, per esempio per pagare la pubblicità o per difendere nei processi i preti pedofili. Se poi si aggiunge che la cifra complessiva si aggira attorno al miliardo di euro, c'è da chiedersi se non sarebbe il caso, in un momento in cui con un miliardo euro si darebbe lavoro a tanti giovani e si risolverebbero tanti problemi economici, che anche i preti andassero a lavorare e  non venissero mantenuti dallo Stato italiano. Insomma, invece di fare un po' di carità, potrebbero aiutare molto di più i loro "fratelli" se rinunciassero a spillare soldi a noi tutti.
              Chi non sarebbe disposto a investire un venti per cento di opere di carità in cambio di un ottanta per cento di incasso? E non è questo il meccanismo perverso di tante opere caritatevoli, che fanno la "carità" soprattutto a chi organizza la carità?
              L’unico modo per non aderire a questo modo disonesto per accumulare soldi è quello di indicare espressamente a chi vogliamo destinare il nostro contributo.


domenica 7 luglio 2019

L'angelo decaduto


No, non siamo angeli decaduti. Ma bruti poco evoluti. All'Origine non c'è la perfezione , ma l’imperfezione. Proveniamo non dalla suprema Bontà, ma dalla suprema Brutalità.
D'altronde, non ha avuto tutto origine da una grande esplosione?
È dai tempi di Platone che giudichiamo la realtà in base a miti. Non siamo capaci di guardare la realtà per quello che è, senza pregiudizi.
Ancora oggi le masse parlano in termini di “Signori perfettissimi”, di paradisi perduti, di cadute cosmiche, di angeli ribelli, di peccati originali, di Paradisi e Inferni… insomma di qualunque mito, pur di non parlare della semplice ed evidente realtà. Che il mondo sta emergendo faticosamente da una feroce esplosione cosmica e che tutto è affidato non a una provvidenza divina, non a un disegno intelligente, ma alle nostre povere forze, ostacolate da istinti belluini.
Se non meditiamo su questi problemi e ci basiamo su miti religiosi, rimarremo eterni scimmioni senza futuro.
L’unica nostra forza è quella della coscienza. Ma dobbiamo esercitarla in modo continuo e consapevole per farla avanzare. Questa è la funzione della meditazione.

sabato 6 luglio 2019

Il riposo della mente


Le tecniche di meditazione hanno molto a che fare con le tecniche di distensione. Infatti, tensione significa stress, malessere, malattia, febbre, distorsione e sofferenza; mentre distensione significa rilassamento, benessere, salute, mente chiara, obiettività e gioia. E con la meditazione noi cerchiamo di uscire dallo stato di malessere e si confusione in cui viviamo abitualmente.
Di solito, senza riflettere su queste cose, cerchiamo istintivamente mezzi di rilassamento, come vacanze, hobby, sesso, riposo, contatto con la natura o con ciò che ci piace. Ma la difficoltà sta nel fatto che la mente con le sue febbri continua, pur rallentando, a dominare la nostra vita. Perfino quando dormiamo, non riusciamo a distenderci perché sogniamo tutti gli incubi della vita da svegli. Non ha senso cercare di rilassarsi con uno sforzo di volontà - è contraddittorio.
              Ecco perché urge un vero rilassamento, protratto nel tempo o comunque periodico. Un buon  sistema è quello di sfruttare i momenti di stanchezza del corpo e del cervello. Utilizzarli per far riposare l'intero organismo, fisico e psichico.
              Se, nei momenti di stanchezza, mi metto tranquillo, magari seduto in una comoda poltrona, e cerco non di addormentarmi ma di rallentare la tensione, il desiderio e il rimuginio, avrò a mia disposizione uno stato di relax che mi aiuterà a uscire dallo stress fisico e mentale. Il corpo si distenderà, la pressione diminuirà, i disturbi psico-somatici diminuiranno e la mia mente si riposerà. Anche se schiaccio alla fine un pisolino, questo sarà l'unico tipo di sonno che non vedrà agire sogni e incubi: un vero riposo della mente, uno svuotamento, che, al risveglio, mi permetterà di vedere le cose con più chiarezza e serenità.
              La stanchezza, il vuoto, il nulla, il riposo... sono di grande aiuto per il meditante. E fanno capire tante cose…

"Per chi abbia dissolto le funzioni mentali e stia entrando in uno stato di sonno, in virtù della non percezione degli oggetti, nasce l'arresto" Svabodhodayamanjari.

"Se lo yogin riesce a cogliere quello stato in cui il sonno non è ancora sopraggiunto e gli oggetti esteriori sono tuttavia spariti, allora si illumina" Vijnanabhairava Tantra.


venerdì 5 luglio 2019

Al di là dell'io


Émile Cioran, lo scrittore rumeno-francese, diceva: "Sono attratto dalla filosofia indù, il cui proposito essenziale è il superamento dell'io; eppure tutto quello che faccio e tutto quello che penso è solo io e disgrazie dell'io".

Questa frase centra l’aspirazione di religioni come l'induismo e il buddhismo, un’aspirazione che appartiene in realtà a tutte le spiritualità: uscire dal campo ristretto dell'io e riuscire a guardare se stessi, i fatti, i pensieri, i sentimenti e il mondo come semplici dati di fatto; non qualcosa che è "mio".
              In effetti, neppure il mio io è mio, dato che è costituito da un insieme di cause e di condizioni. Anche Gesù afferma che chi vuole seguirlo deve rinunciare a tutto, "anche a se stesso". Dunque, il punto è l'abbandono del nostro modo di essere uomini: l'accentramento egoico, il vivere rapportando tutto all'io e al suo interesse. Basterebbe seguire questa indicazione per costruire un mondo migliore.
              Mentre però in Occidente non esistono tecniche per addestrarsi a vivere senza io e per trascendere la visione egoica, in Oriente ci si affida a tecniche di meditazione che hanno proprio lo scopo di abituare l'individuo a sentirsi e ad agire in modo quasi impersonale, guardando, più che al proprio interesse, all'interesse generale.
              Certo, non è facile, perché la nostra è la civiltà dell'ego e nessuno ci prepara a vederci come esseri universali. Non solo tutti i nostri pensieri e i nostri interessi sono incentrati sull’io, ma anche tutte le nostre azioni. Con il magro risultato, però, che siamo dominati dalla paura – paura di perdere l’io e il mio.
              Noi siamo convinti che, senza questa preoccupazione, il nostro io si dissolverebbe. Non teniamo conto del fatto che le nostre migliori esperienze sono quelle in cui superiamo il senso dell’io e tutti i suoi melodrammi. Noi siamo così attaccati al nostro ego che ci rinchiudiamo in un mondo asfittico e infelice.
              In meditazione dobbiamo arrivare ad allentare la presa dell’io e a considerare tutte le nostre esperienze (pensieri, emozioni, impulsi…) come eventi mentali transitori che passano e vanno via. Li contempliamo lasciandoli andare via, senza pretendere di appropriarcene. È questo il sentiero della liberazione.
              Se un pensiero si affaccia, noi lo osserviamo con distacco, come se non ci appartenesse. In fondo, non sono io che penso, ma è quel pensiero che si produce da solo. Quando siamo concentrati su qualcosa, ci dimentichiamo di ogni altra cosa e soprattutto dell’ego. E ci sentiamo liberi e gioiosi.
              Impariamo a prendere le distanze dall’io e ne trarremo solo vantaggi.




giovedì 4 luglio 2019

Liberarsi dell'io e del mio


Facciamo tanta fatica a costruirci un io (ci vogliono anni e una sacco di condizionamenti), ma poi non sappiamo come liberarci della sua oppressione. Sì, perché l’io è come una corazza o un confine che ci chiude e ci immobilizza tutta la vita. Si può anzi dire che la liberazione spirituale sia essenzialmente un liberarsi dai limiti che ci impone l’io. Ben presto ci accorgiamo che se io sono “questo”, non posso essere nient’altro. Sono imprigionato, immobilizzato in uno spazio ristretto.
Tutti i percorsi spirituali mirano a questo obiettivo. I mistici di un tempo dicevano: “Se sono occupato dall’io, sono separato da Dio”. Cioè, mi ritaglio un’identità (psicologica, sociale, ecc.), ma poi resto chiuso lì dentro e non posso più uscirne. Come diceva il saggio indiano Vasubandhu, “finché resto aggrappato all’io, sono legato al mondo della sofferenza.
Il problema dell’io è proprio questo: la sofferenza che provoca. Perché essere rinchiusi in un io significa doversi difendere in continuazione, dover arrivare continuamente al cancello e non poter uscire. “Io” e “mio” sono qualcosa di cui ci siamo appropriati e che temiamo ci possano essere strappati ogni momento.
Ecco il paradosso. Siamo dominati dalla paura. Conservare l’io vuol dire combattere accanitamente, essere continuamente in tensione, avere la mente piena di preoccupazioni. E una mente piena di preoccupazioni è una mente infelice.
Quando ci dedichiamo a qualche impresa o sport rischiosi, lo facciamo con la speranza di far tacere questa mente piena di pensieri e di preoccupazioni, di paure e di ansie. Per una volta riusciamo a far tacere le chiacchiere di una mente basata sull’io e sul mio – e ci occupiamo di cose serie. E otteniamo la piena concentrazione. Allentiamo la presa.
Noi non siamo i nostri pensieri, noi non siamo le nostre preoccupazioni. Noi non siamo neppure il nostro “io”, che è una costruzione posticcia.
E scoprire ciò che siamo al di là delle nostre solite identificazioni è il nostro compito.


mercoledì 3 luglio 2019

Il bisogno di meditazione


Chi non sente l'esigenza di rimanere periodicamente solo con se stesso è un alienato. In altri termini, è estraneo a se stesso, non vuole conoscersi, ha paura di sé.
              Ed è lecito sospettare che non si ami. Ma, se non sta bene con se stesso, come farà a star bene con gli altri?
Ora, questo bisogno di star soli con se stessi è già un bisogno di meditazione.
              L'uomo è un animale sociale, d'accordo. Ma anche le api e le formiche lo sono. La differenza è che l'uomo è un animale sociale che ama anche starsene solo, perché cerca se stesso, perché si riconosce come singolo.
              "L'uomo solitario o è una bestia o un dio" diceva Aristotele.
              In effetti, più si rivolge l'attenzione all'esterno, più ci si disperde. Più si rivolge l'attenzione all'interno, più ci si concentra e si vede con chiarezza.
              La contemplazione interiore è un'osservazione focalizzata, immobile e silenziosa, che punta al centro delle cose.
              La meditazione deve nascere da un'esigenza interiore, come dipingere o suonare, non dal desiderio di raggiungere un obiettivo. Anzi, nel momento stesso in cui si medita, si raggiunge l'obiettivo, si soddisfa l'esigenza. A lungo andare, comunque, i benefici sono due: quiete interiore e visione più chiara.
              La meditazione "serve" a comprendere meglio la nostra vita, a guardare con coraggio e con distacco la realtà che ci circonda e il destino che ci attende - qualunque esso sia.


Politiche fallimentari


Non mi sembra che la politica antimigranti di Salvini abbia un gran successo. Per uno che ne blocca, gliene entrano altri cento. In Sicilia, in Calabria e in Puglia arrivano di continuo barchini i cui viaggiatori si dileguano velocemente. E di notte nessuna sa che cosa succeda sulle nostre coste, che non vengono controllate.
Ultimamente, poi, abbiamo scoperto che altri migranti entrano dalla Slovenia e altri ci vengono restituiti graziosamente dalla Germania e dalla Francia. Alla fine saranno migliaia. I conti presentati dallo stesso Salvini sono chiaramente falsi. Tanto per farsi propaganda.
In effetti Salvini è bravo solo a farsi propaganda. Per il resto annaspa e non sa che pesci pigliare. Come se non bastasse, non è stato capace di stringere accordi con nessun paese per restituirgli i clandestini. E, alle riunioni europee per cambiare il trattato di Dublino (che non dimentichiamolo era stato firmato da Berlusconi e Lega), non si presenta mai nessun rappresentante italiano. Come qualcuno ha spiegato candidamente, loro non vogliono ridiscutere il trattato per ridistribuire i migranti, ma vogliono impedire che entrino, proprio come gli ungheresi e i polacchi. E siccome non ci riescono, perché noi non possiamo erigere muri in mare, imbarchiamo come sempre tutti.
In più ci si mettono anche i magistrati che se ne fregano delle leggi volute da Salvini e continuano a ritenere che chiunque possa approdare anche illegalmente in Italia.
Intanto si sta ridisegnando la nuova Europa in cui francesi e tedeschi eleggono chi vogliono e i sovranisti, come l’Italia, non contano nulla.
Per fortuna abbiamo Di Maio che, sul fronte del lavoro, si impegna molto. Però, siccome non ha esperienza ed è incapace, sta per far fallire parecchie aziende, fra cui l’Ilva di Taranto.
Consiglio dunque di non affondare i barchini, ma di tenerli pronti. Presto, con questi governanti, toccherà a noi prenderli per emigrare.








martedì 2 luglio 2019

La morte negata


In Francia, i medici hanno deciso di interrompere i trattamenti a Vincent Lambert, un uomo tetraplegico in stato vegetativo da 11 anni. La moglie aveva sostenuto che il marito non avrebbe mai voluto finire in quello stato, ma i genitori avevano insistito.
Casi del genere sono avvenuti anche in Italia e in tutto il mondo in cui la tecnologia può tenere “in vita” un corpo. Ma nessuno si occupa più dell’anima. Pensiamo all’orribile condizione di un’anima che non può morire.
Quando non si approvano leggi sensate sull’eutanasia, si arriva a simili assurdità. Per mantenere in vita un corpo, si tortura l’anima. E pensare che sono proprio le persone che si definiscono “religiose” che compiono questo scempio.

Gesù e Satana


Riporto qui un capitolo del mio libro L'altro Gesù:

Gesù era fermamente convinto che il mondo fosse il regno di Satana. In tre punti del Vangelo di Giovanni, definisce inequivocabilmente il Demonio «principe di questo mondo»:
«Ora ha inizio il giudizio del mondo: ora il principe di questo mondo sta per essere buttato fuori» (Gv 12, 31).
«Non parlerò più a lungo con voi, perché sta per venire il principe di questo mondo» (Gv 14, 30).
«Quanto al giudizio, il principe di questo mondo è già stato giudicato» (Gv 16, 11).
Dunque, Satana – secondo Gesù – è il dominatore della condizione terrena, è colui che tiene imprigionati gli uomini – con l'ausilio di un folto stuolo di diavoli – in questo «impero delle tenebre»:
«Io stavo con voi ogni giorno nel Tempio, eppure voi non mi avete arrestato. Ma questa è la vostra ora: è l'ora dell'impero delle tenebre» (Lc 22, 53).

Secondo tale concezione fortemente dualistica, di probabile origine iranica, Satana è la personificazione del male, è un vero e proprio anti-Dio.
I Vangeli registrano una presenza massiccia del Demonio. Fin dalle mitiche tentazioni nel deserto, Satana viene descritto come colui che ha il potere nel mondo e sul mondo:
«Di nuovo il Diavolo lo portò sopra una montagna altissima e gli mostrò tutti i regni del mondo e il loro splendore, e gli disse: "Ti darò tutto questo se mi adorerai in ginocchio"» (Mt 4, 8-9).
Il mondo sembra quindi stabilmente in mano al Maligno, che è riuscito a scacciare Dio, insediando il proprio impero. I Vangeli sono densamente popolati di indemoniati e di demoni, uno dei quali ha perfino un nome – Legione – che sta a indicare appunto un numero molto alto:
«Appena Gesù scese dalla barca, gli venne incontro, uscendo dal cimitero, un uomo posseduto da uno spirito maligno. Costui dimorava fra i sepolcri e nessuno riusciva più a tenerlo legato nemmeno con catene, perché, nonostante fosse stato più volte imprigionato con ceppi e catene, egli li aveva sempre spezzati. Cosi non si poteva più domarlo. Notte e giorno, di continuo, vagava fra i sepolcri e sui monti, gridando e percuotendosi con pietre.
«Vedendo Gesù da lontano, arrivò di corsa, gli si gettò ai piedi e si mise a urlare: "Che cosa vuoi da me, Gesù, Figlio dell'Altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi!" Gesù infatti gli diceva: "Spirito maligno, esci da quest'uomo!" Poi gli domandò: "Come ti chiami?" E quello rispose: "Mi chiamo Legione, perché siamo in molti". E continuava a pregarlo insistentemente di non scacciarlo da quella regione.
«Ora, in quel luogo, sul monte, c'era un grosso branco di maiali al pascolo. E gli spiriti scongiurarono Gesù: "Mandaci da quei maiali, lascia che entriamo in essi".
«Gesù lo permise loro. E gli spiriti uscirono dall'uomo e penetrarono nei maiali. Allora l'intero branco, di circa duemila animali, si precipitò dal burrone nel lago, e tutti affogarono» (Mc 5, 1-13).
Questo episodio ci mostra lo scontro fra il potere del Demonio e il potere di Gesù. In apparenza, Gesù sembra molto forte e riesce a far retrocedere i vari spiriti maligni che trova sulla sua strada. Ma il potere di Satana è vasto e diffuso e, per quanti diavoli vengano sconfitti, molti di più sono in azione: ecco perché essi si chiamano «Legione», perché sono numerosi come un esercito.
Il potere di Satana è tale che attenta allo stesso Gesù; è una forza che si oppone continuamente alla sua.
Innanzitutto, egli porta via la «parola» detta da Gesù, rendendo vana la sua predicazione: «Quando uno ascolta la parola sul regno di Dio e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore» (Mt 13, 19).
Poi, semina la zizzania nel campo del Signore: «Il regno dei cieli può essere paragonato a un uomo che ha seminato una buona semente nel suo campo. Ma una notte, mentre tutti dormono, venne il suo nemico a seminare zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13, 24-25).
Quindi, cerca di influenzare gli apostoli: «Simone, Simone, guarda che Satana ha cercato di passarvi al vaglio come il grano!» (Lc 22, 31).
E, in effetti, riesce a mettere il tradimento nel cuore di uno di loro: «Si avvicinava intanto la festa degli Azzimi, detta anche Pasqua, e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di eliminare Gesù ma temevano il popolo. Allora, ecco che Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era uno dei Dodici [...]» (Lc 22, 3).
Infine, non contento di aver tentato Gesù all'inizio, cerca di dissuaderlo dal suo sacrificio insinuandosi nello stesso Pietro: «Via da me, Satana! Tu non ragioni seguendo Dio, ma seguendo gli uomini» (Mc 8, 33).
Il suo potere, dunque, non si esaurisce nel tormentare questa o quella persona e nell'impossessarsi di un'anima, ma è una vera e propria forza delle tenebre che ingaggia un duello cosmico, mortale, con Dio.
La sua abilità consiste nel sapersi mascherare sotto apparenze benefiche, confondendo le menti degli uomini, i quali non sanno più chi stia dalla parte del Maligno e chi dalla parte di Dio. Gesù e i suoi nemici si scambiano spesso accuse di servire Satana. Gli scribi di Gerusalemme dicevano del Nazareno: «Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni con l'aiuto del capo dei demoni» (Mc 3, 22). Altri dicevano: «Ha un demonio dentro di sé, è pazzo; perché lo state ad ascoltare?» (Gv 10, 20).
E Gesù risponde con lo stesso linguaggio: «Voi avete per padre il Diavolo e vi sforzate di soddisfare i suoi desideri. Egli è stato omicida fin dall'inizio, e non è mai stato dalla parte della verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, esprime se stesso, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8, 44).
La menzogna, l'ipocrisia, ecco l'opera di Satana; il suo capolavoro consiste nel far passare la propria volontà per volontà di Dio. I suoi più fedeli servitori sono quei farisei, quegli scribi e quei sacerdoti, che coscientemente o incoscientemente, predicano come dottrina di Dio ciò che è sostanzialmente la dottrina di Satana: la volontà della conservazione egoistica, il prevalere dell'apparenza, la schiavitù degli uomini.
Essi sono tanto più responsabili quanto più dominano le coscienze dei semplici, che li seguono come guide. Molti di loro – come abbiamo visto – decretano la morte di Gesù, convinti di fare il bene del loro popolo. Ecco il trionfo di Satana!
Sono questi i «peccati contro lo Spirito» che, secondo Gesù, non saranno perdonati:
«Tutti i peccati e le bestemmie degli uomini potranno essere perdonati, ma non la bestemmia contro lo Spirito. Chiunque avrà parlato male del Figlio dell'uomo, potrà essere perdonato; ma chi avrà parlato contro lo Spirito non sarà perdonato, né ora né in futuro» (Mt 12, 31-32).
La colpa di questi "figli di Satana» è la più grave: non solo non entrano loro nel regno dei cieli, ma non vi fanno entrare nemmeno gli altri (cf. Mt 23, 13).
Nella confusione dei valori diabolicamente creata, il potere di Satana arriva fino al cielo e ne mina le fondamenta. E non risparmia nemmeno l'opera di Gesù e i suoi uomini.
Chi è la vera incarnazione del Maligno? I farisei accusano il Nazareno di scacciare i demoni utilizzando proprio il potere di Beelzebul.
Gesù giudica quest'accusa molto pericolosa e si sente in dovere di difendersi:
«Se un regno è in preda alla discordia, cade in rovina e, se una città o una famiglia è discorde, non può reggersi in piedi. Se perciò Satana scaccia Satana, egli è discorde con se stesso; come potrà durare il suo regno? Ora se io scaccio i demoni in nome di Beelzebul, i vostri seguaci in nome di chi li scacceranno?» (Mt 12, 25-27).
Tuttavia, come Gesù non può dimostrare di essere Figlio di Dio, così non può dimostrare di poter sconfiggere Satana.
«Giudicatemi dalle mie opere» egli dice. «Se non compio le opere del Padre mio, non credete in me; ma se le compio, e se non volete credere in me, credete almeno alle mie opere» (Gv 10, 37-38).
Eppure, queste opere non risultarono sufficienti a convincere la gente, nemmeno i suoi discepoli. Giuda lo tradì non certo per qualche moneta d'oro, ma perché non credeva più in lui. E anche gli altri apostoli lo abbandonarono.
Perché tanta sfiducia? Non erano stati tutti testimoni dei suoi miracoli?
Evidentemente, questi prodigi non erano in grado di provare ciò che a Gesù stava più a cuore: che il regno di Dio stava per arrivare.
Come dirà san Paolo, «anche Satana si traveste da angelo di luce» (2 Cor 11, 14).
Inutilmente Gesù ripeteva di essere il più grande avversario di Satana. Inutilmente sosteneva di essere venuto a distruggere l'«impero delle tenebre»: «Se io scaccio i demoni con lo Spirito di Dio, allora è giunto fra voi il regno di Dio» (Mt 12, 28).
In realtà, Satana (e tutto ciò che egli rappresenta) era ben lungi dall'essere sconfitto.
Chi aveva vinto? Gesù, che era stato abbandonato da tutti e crocifisso; o i farisei, gli scribi, i sacerdoti, gli ipocriti e i detentori del potere, che si erano sbarazzati di lui e avrebbero continuato imperterriti a comandare, a dominare le coscienze del popolo e a costruire Chiese e religioni?
Chi aveva vinto? Gesù o Satana? 
Certo è facile attribuire tutto il male a una figura mitologica. Ma resta il fatto che il male di cui si lamenta Gesù esiste fin dalle origini, come elemento costituzionale del mondo. E Gesù non si pone mai il problema del perché questo potere sia così forte, onnipresente e invincibile. Che sia solo il volto nascosto dello stesso Dio Padre?


 Riporto qui un capitolo del mio libro L'altro Gesù:


Gesù era fermamente convinto che il mondo fosse il regno di Satana. In tre punti del Vangelo di Giovanni, definisce inequivocabilmente il Demonio «principe di questo mondo»:
«Ora ha inizio il giudizio del mondo: ora il principe di questo mondo sta per essere buttato fuori» (Gv 12, 31).
«Non parlerò più a lungo con voi, perché sta per venire il principe di questo mondo» (Gv 14, 30).
«Quanto al giudizio, il principe di questo mondo è già stato giudicato» (Gv 16, 11).
Dunque, Satana – secondo Gesù – è il dominatore della condizione terrena, è colui che tiene imprigionati gli uomini – con l'ausilio di un folto stuolo di diavoli – in questo «impero delle tenebre»:
«Io stavo con voi ogni giorno nel Tempio, eppure voi non mi avete arrestato. Ma questa è la vostra ora: è l'ora dell'impero delle tenebre» (Lc 22, 53).

Secondo tale concezione fortemente dualistica, di probabile origine iranica, Satana è la personificazione del male, è un vero e proprio anti-Dio.
I Vangeli registrano una presenza massiccia del Demonio. Fin dalle mitiche tentazioni nel deserto, Satana viene descritto come colui che ha il potere nel mondo e sul mondo:
«Di nuovo il Diavolo lo portò sopra una montagna altissima e gli mostrò tutti i regni del mondo e il loro splendore, e gli disse: "Ti darò tutto questo se mi adorerai in ginocchio"» (Mt 4, 8-9).
Il mondo sembra quindi stabilmente in mano al Maligno, che è riuscito a scacciare Dio, insediando il proprio impero. I Vangeli sono densamente popolati di indemoniati e di demoni, uno dei quali ha perfino un nome – Legione – che sta a indicare appunto un numero molto alto:
«Appena Gesù scese dalla barca, gli venne incontro, uscendo dal cimitero, un uomo posseduto da uno spirito maligno. Costui dimorava fra i sepolcri e nessuno riusciva più a tenerlo legato nemmeno con catene, perché, nonostante fosse stato più volte imprigionato con ceppi e catene, egli li aveva sempre spezzati. Cosi non si poteva più domarlo. Notte e giorno, di continuo, vagava fra i sepolcri e sui monti, gridando e percuotendosi con pietre.
«Vedendo Gesù da lontano, arrivò di corsa, gli si gettò ai piedi e si mise a urlare: "Che cosa vuoi da me, Gesù, Figlio dell'Altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi!" Gesù infatti gli diceva: "Spirito maligno, esci da quest'uomo!" Poi gli domandò: "Come ti chiami?" E quello rispose: "Mi chiamo Legione, perché siamo in molti". E continuava a pregarlo insistentemente di non scacciarlo da quella regione.
«Ora, in quel luogo, sul monte, c'era un grosso branco di maiali al pascolo. E gli spiriti scongiurarono Gesù: "Mandaci da quei maiali, lascia che entriamo in essi".
«Gesù lo permise loro. E gli spiriti uscirono dall'uomo e penetrarono nei maiali. Allora l'intero branco, di circa duemila animali, si precipitò dal burrone nel lago, e tutti affogarono» (Mc 5, 1-13).
Questo episodio ci mostra lo scontro fra il potere del Demonio e il potere di Gesù. In apparenza, Gesù sembra molto forte e riesce a far retrocedere i vari spiriti maligni che trova sulla sua strada. Ma il potere di Satana è vasto e diffuso e, per quanti diavoli vengano sconfitti, molti di più sono in azione: ecco perché essi si chiamano «Legione», perché sono numerosi come un esercito.
Il potere di Satana è tale che attenta allo stesso Gesù; è una forza che si oppone continuamente alla sua.
Innanzitutto, egli porta via la «parola» detta da Gesù, rendendo vana la sua predicazione: «Quando uno ascolta la parola sul regno di Dio e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore» (Mt 13, 19).
Poi, semina la zizzania nel campo del Signore: «Il regno dei cieli può essere paragonato a un uomo che ha seminato una buona semente nel suo campo. Ma una notte, mentre tutti dormono, venne il suo nemico a seminare zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13, 24-25).
Quindi, cerca di influenzare gli apostoli: «Simone, Simone, guarda che Satana ha cercato di passarvi al vaglio come il grano!» (Lc 22, 31).
E, in effetti, riesce a mettere il tradimento nel cuore di uno di loro: «Si avvicinava intanto la festa degli Azzimi, detta anche Pasqua, e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di eliminare Gesù ma temevano il popolo. Allora, ecco che Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era uno dei Dodici [...]» (Lc 22, 3).
Infine, non contento di aver tentato Gesù all'inizio, cerca di dissuaderlo dal suo sacrificio insinuandosi nello stesso Pietro: «Via da me, Satana! Tu non ragioni seguendo Dio, ma seguendo gli uomini» (Mc 8, 33).
Il suo potere, dunque, non si esaurisce nel tormentare questa o quella persona e nell'impossessarsi di un'anima, ma è una vera e propria forza delle tenebre che ingaggia un duello cosmico, mortale, con Dio.
La sua abilità consiste nel sapersi mascherare sotto apparenze benefiche, confondendo le menti degli uomini, i quali non sanno più chi stia dalla parte del Maligno e chi dalla parte di Dio. Gesù e i suoi nemici si scambiano spesso accuse di servire Satana. Gli scribi di Gerusalemme dicevano del Nazareno: «Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni con l'aiuto del capo dei demoni» (Mc 3, 22). Altri dicevano: «Ha un demonio dentro di sé, è pazzo; perché lo state ad ascoltare?» (Gv 10, 20).
E Gesù risponde con lo stesso linguaggio: «Voi avete per padre il Diavolo e vi sforzate di soddisfare i suoi desideri. Egli è stato omicida fin dall'inizio, e non è mai stato dalla parte della verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, esprime se stesso, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8, 44).
La menzogna, l'ipocrisia, ecco l'opera di Satana; il suo capolavoro consiste nel far passare la propria volontà per volontà di Dio. I suoi più fedeli servitori sono quei farisei, quegli scribi e quei sacerdoti, che coscientemente o incoscientemente, predicano come dottrina di Dio ciò che è sostanzialmente la dottrina di Satana: la volontà della conservazione egoistica, il prevalere dell'apparenza, la schiavitù degli uomini.
Essi sono tanto più responsabili quanto più dominano le coscienze dei semplici, che li seguono come guide. Molti di loro – come abbiamo visto – decretano la morte di Gesù, convinti di fare il bene del loro popolo. Ecco il trionfo di Satana!
Sono questi i «peccati contro lo Spirito» che, secondo Gesù, non saranno perdonati:
«Tutti i peccati e le bestemmie degli uomini potranno essere perdonati, ma non la bestemmia contro lo Spirito. Chiunque avrà parlato male del Figlio dell'uomo, potrà essere perdonato; ma chi avrà parlato contro lo Spirito non sarà perdonato, né ora né in futuro» (Mt 12, 31-32).
La colpa di questi "figli di Satana» è la più grave: non solo non entrano loro nel regno dei cieli, ma non vi fanno entrare nemmeno gli altri (cf. Mt 23, 13).
Nella confusione dei valori diabolicamente creata, il potere di Satana arriva fino al cielo e ne mina le fondamenta. E non risparmia nemmeno l'opera di Gesù e i suoi uomini.
Chi è la vera incarnazione del Maligno? I farisei accusano il Nazareno di scacciare i demoni utilizzando proprio il potere di Beelzebul.
Gesù giudica quest'accusa molto pericolosa e si sente in dovere di difendersi:
«Se un regno è in preda alla discordia, cade in rovina e, se una città o una famiglia è discorde, non può reggersi in piedi. Se perciò Satana scaccia Satana, egli è discorde con se stesso; come potrà durare il suo regno? Ora se io scaccio i demoni in nome di Beelzebul, i vostri seguaci in nome di chi li scacceranno?» (Mt 12, 25-27).
Tuttavia, come Gesù non può dimostrare di essere Figlio di Dio, così non può dimostrare di poter sconfiggere Satana.
«Giudicatemi dalle mie opere» egli dice. «Se non compio le opere del Padre mio, non credete in me; ma se le compio, e se non volete credere in me, credete almeno alle mie opere» (Gv 10, 37-38).
Eppure, queste opere non risultarono sufficienti a convincere la gente, nemmeno i suoi discepoli. Giuda lo tradì non certo per qualche moneta d'oro, ma perché non credeva più in lui. E anche gli altri apostoli lo abbandonarono.
Perché tanta sfiducia? Non erano stati tutti testimoni dei suoi miracoli?
Evidentemente, questi prodigi non erano in grado di provare ciò che a Gesù stava più a cuore: che il regno di Dio stava per arrivare.
Come dirà san Paolo, «anche Satana si traveste da angelo di luce» (2 Cor 11, 14).
Inutilmente Gesù ripeteva di essere il più grande avversario di Satana. Inutilmente sosteneva di essere venuto a distruggere l'«impero delle tenebre»: «Se io scaccio i demoni con lo Spirito di Dio, allora è giunto fra voi il regno di Dio» (Mt 12, 28).
In realtà, Satana (e tutto ciò che egli rappresenta) era ben lungi dall'essere sconfitto.
Chi aveva vinto? Gesù, che era stato abbandonato da tutti e crocifisso; o i farisei, gli scribi, i sacerdoti, gli ipocriti e i detentori del potere, che si erano sbarazzati di lui e avrebbero continuato imperterriti a comandare, a dominare le coscienze del popolo e a costruire Chiese e religioni?
Chi aveva vinto? Gesù o Satana? 
Certo è facile attribuire tutto il male a una figura mitologica. Ma resta il fatto che il male di cui si lamenta Gesù esiste fin dalle origini, come elemento costituzionale del mondo. E Gesù non si pone mai il problema del perché questo potere sia così forte, onnipresente e invincibile. Che sia solo il volto nascosto dello stesso Dio Padre?

















lunedì 1 luglio 2019

Dio e Diavolo


Poiché Dio e Satana sono entità spirituali, esistono solo in chi è dotato di spirito, ossia nelle menti umane. Se quindi la mente crede in Dio, Dio esiste; e, se crede in Satana, Satana esiste. Ma, in sé, Satana non esiste, così come non esiste Dio. Questo è il gioco delle fedi e delle religioni - che fanno essere mentalmente ciò in cui credono. Ovviamente, poiché Dio e Satana sono le due facce di una stessa medaglia, chi crede in Dio finisce per credere anche in Satana e viceversa.
Recentemente si ritorna a parlare del Diavolo perché è stato eletto un Papa che viene da un paese sottosviluppato; e si sa che la religione, mentre è in dissoluzione nei paesi europei, è in espansione nei paesi del terzo mondo: nazioni sudamericane, Filippine e così via. Ecco perché i futuri Papa verranno tutti da questi paesi.
In fondo, l'abdicazione di Ratzinger è il riconoscimento che nella cultura europea non può più albergare una vera fede, ma solo politica e assistenza. Per far credere in una religione, ci vuole tutta l'ignoranza del terzo mondo. E allora rassegniamoci a sentir riparlare del Diavolo e di esorcismi: il Medioevo non è finito.
Ma non è solo il Medioevo che credeva in Satana; ci credeva anche tutto il mondo antico, in Occidente e in Oriente. Nei Vangeli, per esempio, Gesù nomina di continuo il Demonio e i vari demoni, contro cui si sente in lotta e che identifica di volta in volta nei suoi nemici. I farisei lo accusano di essere figlio di Satana e lui ribadisce l'accusa: sono loro i figli di Satana.
Ora, poiché il vero potere del Diavolo è quello di far credere che una menzogna sia una verità, io credo che il suo capolavoro sia stato quello di aver trasformato il cristianesimo in una sua opera. E così milioni di persone che credono di adorare e servire Dio, cioè il Principio del bene, adorano e servono Satana, il Principio del male… anche perché i due non possono essere disgiunti.
Certo, se gli uomini uscissero da questo sterile dualismo mentale (il prefisso "di" di Diavolo e di Dio sta appunto a indicare la "divisione") entrerebbero nell'età adulta e uscirebbero dal fantasma delle loro menti.


Piacere e dolore


Dirò una cosa ovvia: nessuno vuole provare sensazioni spiacevoli e tutti vogliono provare sensazioni piacevoli. La ricerca della felicità è tutta qui.
Ma, approfondendo la questione, anche le sensazioni spiacevoli sono incostanti, effimere e stressanti - e quindi alla fine producono, anche loro, insoddisfazione e sofferenza. Da questo punto di vista, e il piacere e il dolore sono come le due facce di una stessa medaglia.
Dunque, una vera ricerca della felicità non va intesa come una semplice ricerca di sensazioni piacevoli, che ci riporterebbero al loro contrario, ma come una presa di distanza dall'intera medaglia.
Io contemplo con distacco e con equanimità tanto il piacere quanto il dispiacere. A questo bisogna allenarsi. Questa è una visione intelligente, trascendente, saggia. Non accontentiamoci del solito dualismo attrazione/repulsione. In meditazione bisogna evitare i dualismi e scegliere la contemplazione dell’intero quadro.