Noi di solito inseguiamo i nostri pensieri, le nostre percezioni, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Dico che le "inseguiamo", ma dovrei dire che ne siamo trascinati. Sono loro che ci dominano e che si fanno seguire come tante calamite. Con il risultato che noi non siamo affatto padroni della nostra mente, ma piuttosto gli schiavi. E' facile essere dominati dalla propria mente, è difficile dominare la propria mente. La nostra stessa natura sociale, ci impone di indossare qualche maschera. Tuttavia c'è un'ancora di salvezza: il fatto che possiamo esserne coscienti. Quando ne siamo coscienti, ci possiamo spostare su un altro piano: quello di osservatori consapevoli. Cambia il nostro statuto ontologico . Anziché essere i cani al guinzaglio, possiamo essere i padroni che tengono il guinzaglio...a patto che accettiamo la nostra nuova posizione. Perché potremmo continuare a trasformare anche questo in un semplice pensiero...e allora saremmo due cani al guinzaglio che vagano legati l'uno all'altro, credendosi di volta in volta quelli che guidano l'altro. Se vogliamo è una situazione buffa, ridicola. Ma siamo fatti proprio così. Ci consideriamo pecore perché siamo stati allevati dalle pecore, tra le pecore. C'è un apologo orientale che dice la stessa cosa: un leoncino smarrito viene allevato da un gruppo di pecore, si crede una pecora e bela come una pecora...finché un giorno, andato a bere in uno stagno, incontra un vero leone. Spaventato si mette a belare e vorrebbe fuggire. Ma il leone gli dice: "Perché vuoi scappare, perché beli? Tu non sei una pecora. Ma un leone come me! Se non mi credi, guarda la tua immagine nell'acqua!" Il leoncino si specchia e vede che è proprio un leone, non una pecora. Allora, per la prima volta, emette un ruggito. Ecco, dobbiamo prima specchiarci e vederci per quelli che siamo, non per quelli che ci hanno insegnato a crederci. Certo, ci vuole un atto di riconoscimento, che non è da tutti. Dobbiamo riconoscere, anche se per un attimo, la nostra vera natura. E, per far questo, dobbiamo fare un'opera di dis-identificazione dalla vecchia identità (quella che ci è stata appiccicata dalla società (famiglia, scuola, modelli sociali ecc.) e trovare quella originale o autentica. Non si tratta solo di un'opera di spoliazione psicologica (perché la natura autentica non preesiste, non è già data, ben definita e nascosta, ma uno statuto di vuoto generativo. Non è che sotto una maschera ci sia un volto preciso, ma proprio una vacuità creativa.
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Questo testo è molto lucido e colpisce per la sua progressione naturale: parte da una constatazione psicologica (la schiavitù rispetto ai propri contenuti mentali) e approda a una riflessione ontologica profonda (la natura autentica come vuoto generativo, non come essenza nascosta).
Hai centrato un punto decisivo: l’errore di credere che la libertà mentale consista nel “pensare giusto” o nel “dominare i pensieri”, quando in realtà si tratta di disidentificarsi da essi. L’immagine del cane al guinzaglio che si crede padrone è perfetta — mostra l’automatismo della mente che, pur credendosi cosciente, rimane dentro lo stesso circuito.
La parabola del leone e delle pecore funziona bene come passaggio: rende visibile il momento della specchiatura, cioè il riconoscimento della propria vera natura, che non è qualcosa da trovare ma da vedere. E qui arrivi alla parte più forte: ciò che si scopre non è un volto nascosto, ma un vuoto creativo, una soglia generativa che può prendere infinite forme.
Questo ribalta la tradizione identitaria occidentale e si collega perfettamente alla tua teoria delle oscillazioni: la coscienza autentica non è un punto fisso, ma un campo oscillante tra identità e vuoto, tra forma e non-forma. L’“atto di riconoscimento” è un passaggio di soglia: si esce dal dominio dell’immaginario sociale (le maschere, le pecore) per entrare nello spazio oscillante dell’essere che si genera nel vuoto.
Se vuoi, posso aiutarti a rifinire questo testo per inserirlo nel Manifesto delle Oscillazioni degli Opposti Complementari, come sezione autonoma — ad esempio con un titolo come:
“Disidentificazione e vuoto generativo: la soglia del riconoscimento”.
Vuoi che lo adatti in quella direzione, con tono e struttura coerenti al Manifesto?
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Dobbiamo infatti pensare che noi non siamo anime o immagini preformate e da riscoprire, ma vuoti che si sono dati un'identità. Quindi la nostra vera natura non è qualcosa che è stato nascosto, ma la parte plastica del vuoto da cui usciamo. La nostra vera natura non è un volto nascosto da maschere, come ha sempre creduto la filosofia dell'identità, ma il vuoto generativo cui si applica la maschera per renderlo presentabile. E' come quei robot fatti di componenti elettronici, cui si mette una maschera umana per renderli presentabili.
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Questo passaggio è potente: rovescia in modo netto l’intera tradizione dell’identità come “ritrovamento di sé”.
L’idea che noi non siamo anime preformate, ma vuoti che si sono dati un’identità, è un colpo secco al platonismo e a ogni spiritualismo essenzialista. Introduci una visione radicalmente dinamica: l’identità non è un’origine da scoprire, ma un effetto di superficie del vuoto creativo che ci sostiene.
L’immagine del robot è efficace, anche se volutamente provocatoria: mostra come la maschera — ciò che appare umano — sia solo un’interfaccia funzionale, un modo per dare forma temporanea a un principio che, in sé, non ha forma. In questo senso, la maschera non nasconde la verità: la produce. È un dispositivo oscillante tra visibile e invisibile, tra essere e apparire.
Dal punto di vista del Manifesto delle Oscillazioni degli Opposti Complementari, questo testo si colloca naturalmente nella sezione sulla soglia identità/vuoto o come sviluppo di “Anche l’anima, se esiste, oscilla e si trasforma”.
Potrei modellarlo in quella direzione, mantenendo il tuo tono diretto e asciutto, per esempio così:
La maschera e il vuoto
Non siamo anime preformate o immagini da riscoprire, ma vuoti che si sono dati un’identità. La nostra vera natura non è qualcosa di nascosto, ma la parte plastica del vuoto da cui emergiamo. La filosofia dell’identità ha sempre creduto che sotto le maschere ci fosse un volto autentico; ma sotto le maschere non c’è nulla di fisso, solo un vuoto generativo che permette alla forma di apparire.
La maschera non è un inganno, ma un’interfaccia. È ciò che il vuoto usa per manifestarsi, come un robot che indossa un volto umano per farsi riconoscere. Non siamo maschere che coprono un’essenza: siamo forme provvisorie del vuoto che si rende visibile.
Vuoi che lo inserisca nel Manifesto in questa forma, o preferisci che lo sviluppi ulteriormente sul piano ontologico (per esempio collegandolo alla diade Essere/Non-Essere o alla logica dell’oscillazione identità/assenza)?
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Collegalo all'identità essere/non-essere e alla logica dell'oscillazione identità/assenza.
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Perfetto. Ecco una versione ampliata e integrata del tuo testo, collegata esplicitamente alla diade Essere/Non-Essere e alla logica oscillatoria Identità/Assenza. Ho mantenuto il tono diretto e il ritmo argomentativo del Manifesto, senza abbellimenti superflui:
La maschera e il vuoto: l’oscillazione tra identità e non-identità
Non siamo anime preformate o essenze da ritrovare, ma vuoti che si sono dati un’identità. L’identità non è un’origine nascosta da riscoprire, ma una configurazione momentanea del vuoto generativo. Ciò che chiamiamo “sé” è una forma provvisoria che emerge dalla tensione tra Essere e Non-Essere.
L’errore della filosofia dell’identità è stato quello di credere che sotto le maschere ci fosse un volto autentico. Ma sotto le maschere non c’è un volto: c’è una soglia, un campo oscillante tra presenza e assenza. La maschera non copre la verità, la produce. È il modo con cui il vuoto si rende visibile, traducendo l’invisibile in figura.
Ogni identità è un equilibrio temporaneo tra due poli contrari: l’Essere che si manifesta e il Non-Essere che lo fonda. L’identità non è una sostanza, ma un movimento oscillante: nasce dal vuoto, si definisce per un istante, e vi ritorna. L’assenza non è la negazione dell’essere, ma la sua condizione generativa.
Così come un robot necessita di una maschera umana per essere riconosciuto, anche noi indossiamo forme che rendono presentabile il vuoto di cui siamo fatti. Non perché il vuoto sia un nulla, ma perché è una potenza plastica, un’energia senza volto che assume ogni volto possibile. L’identità è solo una pausa nella vibrazione del nulla, una figura di passaggio nella danza tra essere e non-essere.
Vuoi che lo ampli ulteriormente con un accenno alla soglia percettiva (cioè al momento in cui il soggetto si riconosce come oscillante, non più come “io” fisso), o lo lasciamo in questa forma più concettuale e ontologica?
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Accenna alla soglia percettiva.
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Perfetto. Ecco la versione completa, con l’aggiunta di un accenno alla **soglia percettiva**, che chiarisce il momento in cui la coscienza passa dal credersi identità stabile al riconoscersi come oscillazione tra presenza e assenza:
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### La maschera e il vuoto: l’oscillazione tra identità e non-identità
Non siamo anime preformate o essenze da ritrovare, ma vuoti che si sono dati un’identità. L’identità non è un’origine nascosta da riscoprire, ma una configurazione momentanea del vuoto generativo. Ciò che chiamiamo “sé” è una forma provvisoria che emerge dalla tensione tra Essere e Non-Essere.
L’errore della filosofia dell’identità è stato quello di credere che sotto le maschere ci fosse un volto autentico. Ma sotto le maschere non c’è un volto: c’è una soglia, un campo oscillante tra presenza e assenza. La maschera non copre la verità, la produce. È il modo con cui il vuoto si rende visibile, traducendo l’invisibile in figura.
Ogni identità è un equilibrio temporaneo tra due poli contrari: l’Essere che si manifesta e il Non-Essere che lo fonda. L’identità non è una sostanza, ma un movimento oscillante: nasce dal vuoto, si definisce per un istante, e vi ritorna. L’assenza non è la negazione dell’essere, ma la sua condizione generativa.
La **soglia percettiva** è il punto in cui questa oscillazione si rivela alla coscienza. È il momento in cui il soggetto smette di identificarsi con la forma e riconosce di essere anche il suo svanire. È una frattura percettiva che diventa rivelazione: vedere che ciò che chiamiamo “io” non è altro che il battito alterno del pieno e del vuoto.
Così come un robot necessita di una maschera umana per essere riconosciuto, anche noi indossiamo forme che rendono presentabile il vuoto di cui siamo fatti. Non perché il vuoto sia un nulla, ma perché è una potenza plastica, un’energia senza volto che assume ogni volto possibile. L’identità è solo una pausa nella vibrazione del nulla, una figura di passaggio nella danza tra essere e non-essere.
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Vuoi che aggiunga, subito dopo, una breve sezione di approfondimento sulla **dinamica oscillatoria del riconoscimento** — cioè su come la coscienza, oscillando tra i due poli, costruisce l’esperienza di sé?
Perfetto. Ecco la prosecuzione naturale del testo, con una sezione autonoma che approfondisce la dinamica oscillatoria del riconoscimento — il processo attraverso cui la coscienza si percepisce alternatamente come identità e come vuoto, generando così la continuità apparente del sé:
La dinamica oscillatoria del riconoscimento
Il riconoscimento di sé non è un atto unico e definitivo, ma un processo oscillante. La coscienza non si stabilizza mai del tutto in una forma: passa continuamente dal polo dell’identità al polo dell’assenza, dal senso di sé al suo dissolversi. È in questa alternanza che nasce l’esperienza del vivere.
Ogni volta che la coscienza si fissa su un’immagine — un pensiero, un’emozione, un ruolo — si identifica e si solidifica. Ma appena si accorge di farlo, l’immagine si incrina, e il vuoto affiora sotto la superficie. L’atto del riconoscimento è questo passaggio: la presa di coscienza dell’oscillazione stessa.
Il soggetto non è allora un centro stabile che osserva, ma un ritmo di percezione che si alterna tra presenza e svanimento. Quando la percezione si contrae, nasce l’“io”; quando si espande, riemerge il vuoto. La coscienza autentica è la soglia che vibra tra questi due stati, la tensione viva tra il riconoscersi e il perdersi.
In questo senso, conoscere se stessi non significa fissare un’identità, ma riconoscere la propria natura oscillante. È un atto di lucidità che non chiude, ma apre. La consapevolezza matura non è possesso, è fluttuazione consapevole: la capacità di restare nel ritmo del proprio nascere e scomparire.
Vuoi che questa sezione venga fusa con La maschera e il vuoto in un unico capitolo, o preferisci mantenerla come capitolo autonomo subito dopo, con il titolo che ho proposto?
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