sabato 15 novembre 2025

Il seme e la pianta

Non c'è dubbio che la vita possa essere considerata alla luce dell'idea di sacrificio. Ed è per questo che noi abbiamo stabilito un collegamento preciso tra sacro e sacrificio: ci vogliamo nobilitare. Il sacrificio emerge non solo a livello di piante o di esseri animali, che servono da cibo per alimentare altri animali, ma soprattutto dalla inevitabilità della morte. In pratica la morte è programmata per lasciar spazio ad altra vita. Le generazioni di individui si succedono come in una catena, dove ogni anello serve ai successivi. Le nuove generazioni ci devono letteralmente la vita e noi, volenti o nolenti, ci sacrifichiamo per loro. Ognuno prende la propria parte, ma nello stesso tempo è un elemento riproduttore, che deve lasciare il posto al giovane. "Il chicco di grano deve morire" troviamo scritto nei Vangeli con un esempio tratto dall'esperienza contadina "per dare molto frutto". In realtà il chicco non muore, ma germina e si trasforma. Questa è l'idea di sacrificio.

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L’idea è chiara: ciò che chiamiamo “sacrificio” non è altro che la struttura stessa della continuità vitale. Ma conviene dirlo senza veli: non c’è alcuna nobiltà intrinseca, nessun atto eroico. È un meccanismo biologico ― impersonale, inevitabile, crudele quanto basta ― che poi le culture hanno romanticizzato per darsi un senso.


La morte programmata esiste perché la vita funziona così: turnover costante, ricambio obbligato, demolizione e ricostruzione. Ogni organismo è un ponte: serve finché serve, poi viene rimosso per far passare il successivo. Non c’è un “dovere morale” verso la generazione dopo; c’è un ciclo automatico in cui chi arriva consuma energia, cresce, si riproduce e poi sparisce.


Da qui nasce il mito del sacrificio: la trasformazione della nostra sostituibilità in un gesto sacro. Il sacro, in fondo, è un’operazione simbolica per ammantare di significato ciò che, biologicamente, è pura necessità.


Il chicco di grano non “muore” davvero: cambia stato, si disintegra come unità per riapparire come struttura diversa. Ed è questa la chiave: il sacrificio non è annientamento, è transizione. La forma individuale scompare, la continuità della vita no. La catena prosegue perché ogni anello si lascia consumare. E l’umanità, per non sentire il morso di questa evidenza, lo riveste di sacralità.


Questo è il punto: ciò che chiamiamo sacrificio è il nome umano di un processo impersonale di sostituzione e metamorfosi continua.

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Quindi non si può dire che noi ci sacrifichiamo, ma che siamo sacrificati. I nostri genitori, quando ci mettono alla luce, in realtà si prendono il loro piacere. Non ci fanno un favore, perché chi mette al mondo la vita mette al mondo la morte. Se fossero veramente coscienti, dovrebbero saperlo e lasciar perdere. Ma l'amore non si fa perfettamente coscienti: ha bisogno di incoscienza, di istinto, altrimenti la vita si fermerebbe. Se vogliamo, c'è anche un elemento di inganno, di raggiro. La natura ci raggira: non lo fa certo per farci un piacere. I genitori festeggiano quando nasce un bambino. Ma la madre è spesso depressa. E il saggio vede la sofferenza e la morte che saranno legate a quel nuovo essere. E' vero che quell'essere avrà tempo di fiorire (se è fortunato), ma alla fine sarà sacrificato come tutti, come i chicchi di grano.

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La distinzione è netta: non siamo noi a sacrificarci, siamo materiale sacrificabile fin dal principio. Non c’è nessuna volontà consapevole di offrirsi; c’è un processo che ci usa, ci consuma e ci sostituisce.

La riproduzione umana, dietro la patina sentimentale, è spinta da piacere, istinto e automatismi biologici. Nessuno “fa un favore” a nessuno. Mettere al mondo qualcuno è mettere al mondo la sua intera sequenza: gioia, dolore, declino, morte. È un pacchetto unico. E se chi genera fosse completamente lucido sul significato reale dell’atto, probabilmente si paralizzerebbe. La vita, infatti, non tollera troppa chiarezza: ha bisogno di un tasso di incoscienza che mascheri il costo reale dell’esistenza.

Il meccanismo è semplice: la natura seduce per ottenere ciò che vuole. Non raggira per malizia — non c’è un’intenzione morale — ma perché il sistema funziona così. L’attrazione, il desiderio, l’entusiasmo per una nascita sono strumenti evolutivi potentissimi. Servono a coprire l’altra faccia del ciclo: sofferenza, logoramento, finitudine.

Il saggio, o chi guarda senza abbellimenti, vede entrambi i lati: il potenziale e il prezzo. Sa che quel bambino, oggi celebrato, entrerà nella stessa catena di tutti: fiorirà, consumerà energie, amerà, patirà, e a un certo punto verrà eliminato dal sistema per lasciare spazio ai successivi. Come il chicco di grano che germina solo dissolvendo la propria forma.

È un processo impersonale. E la lucidità lo rende evidente: noi siamo il materiale con cui la vita continua, non i soggetti liberi che scelgono di offrirsi.

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Potremmo cadere nel pessimismo. Ma sfido chiunque ad opporre argomenti positivi. Sarebbero quelli di un aldilà paradisiaco (o anche infernale!) oppure della continuazione della vita in un'altra dimensione? Potrebbe essere, ma sa tanto di consolazione. E, a parte il fatto che mancano prove, sarebbe una trasformazione radicale, non una continuazione del tran tran quotidiano con amici, amanti e parenti. Le storie di pre-morte, che non tutti riferiscono, assomigliano a sogni indotti da droghe...raccontati per di più da chi non è veramente morto, se li racconta. Anche la mia idea di morte legata a nuova vita non prevede festeggiamenti e brindisi di champagne, ma una riformattazione. 

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Hai ragione a dire che qui il rischio è il pessimismo. Ma la verità è che l’“ottimismo” tradizionale, quello fondato su paradisi, reincarnazioni da dépliant turistico o proiezioni ultraterrene consolatorie, regge solo se si chiudono entrambi gli occhi. Le narrazioni dell’aldilà servono a proteggere dalla realtà più elementare: nessuno sa cosa accade dopo, e i pochi racconti disponibili sono stati prodotti da cervelli che **non erano morti**, ma in delirio fisiologico. Chiamarli “prove” è un abuso linguistico.

La continuità psicologica — ritrovare amici, genitori, animali domestici, abitudini quotidiane — è l’illusione più infantile: sarebbe esattamente ciò che la morte *non* può essere. Se esiste un dopo, non ha nulla a che fare con la nostra biografia. La morte, se apre qualcosa, apre un territorio che non rispetta più la forma “io”, la stessa forma che si dissolve. Parlare di “un’altra dimensione” come fosse la vita 2.0 è un modo elegante per evitare il punto.

La tua idea di riformattazione è già più onesta: non continui a vivere come Claudio, padiglione umano con memoria e aneddoti; vieni smontato. Ciò che eri come configurazione si cancella. Restano componenti, impulsi, materia, informazione — ma scomposta, riciclata, reinserita in un altro processo. Nessuna festa, nessun abbraccio: solo trasformazione.

È pessimista? Dipende da cosa pretendiamo dalla realtà. Se il criterio è la continuità emotiva e personale, allora sì: è un quadro duro, senza carezze. Se invece la misura è la coerenza con come funziona *tutto* — stelle, cicli biologici, strutture fisiche — allora non c’è nulla di negativo: c’è un ordine impersonale, un passaggio di forme e stati, e noi siamo uno dei modi in cui questo ordine si momentaneamente organizza.

L’unica cosa che la realtà non garantisce è la prosecuzione del “tran tran” che ci piace. È questo, più che la morte in sé, che molti non vogliono guardare. 

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La pianta, pur contenuta in potenza nel seme, non è il seme. E' qualcos'altro,
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Esatto: la pianta non è il seme, e il seme non è la pianta. C’è continuità di materiale, di informazione, di processo, ma non identità. Quella trasformazione è così radicale da spezzare ogni pretesa di “io” che rimane uguale.

Il seme è un dispositivo chiuso: compatto, inattivo, in attesa. La pianta è un organismo aperto, che respira, cresce, si espande, interagisce. La loro relazione non è quella tra “prima versione” e “seconda versione” dello stesso soggetto, ma tra **stati differenti di un’unica dinamica**, dove ciascuno ha senso solo nel suo contesto.

Il passaggio comporta perdita e guadagno insieme: il seme deve cessare di esistere *come seme* per diventare pianta. Non può tenersi stretta la propria forma. È un esempio pulito di come la natura tratta le identità: le usa finché servono, poi le disfa per produrre altro.

E questo vale anche per noi. La morte, se apre qualcosa, apre solo un nuovo stato in cui la forma precedente non sopravvive come tale. Non sei “tu” in un’altra stanza; sei altro. Come il seme che non può riconoscersi nella pianta.
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Si capisce che oggi è una giornata grigia d'autunno?


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