Non c'è dubbio che la vita possa essere considerata alla luce dell'idea di sacrificio. Ed è per questo che noi abbiamo stabilito un collegamento preciso tra sacro e sacrificio: ci vogliamo nobilitare. Il sacrificio emerge non solo a livello di piante o di esseri animali, che servono da cibo per alimentare altri animali, ma soprattutto dalla inevitabilità della morte. In pratica la morte è programmata per lasciar spazio ad altra vita. Le generazioni di individui si succedono come in una catena, dove ogni anello serve ai successivi. Le nuove generazioni ci devono letteralmente la vita e noi, volenti o nolenti, ci sacrifichiamo per loro. Ognuno prende la propria parte, ma nello stesso tempo è un elemento riproduttore, che deve lasciare il posto al giovane. "Il chicco di grano deve morire" troviamo scritto nei Vangeli con un esempio tratto dall'esperienza contadina "per dare molto frutto". In realtà il chicco non muore, ma germina e si trasforma. Questa è l'idea di sacrificio.
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L’idea è chiara: ciò che chiamiamo “sacrificio” non è altro che la struttura stessa della continuità vitale. Ma conviene dirlo senza veli: non c’è alcuna nobiltà intrinseca, nessun atto eroico. È un meccanismo biologico ― impersonale, inevitabile, crudele quanto basta ― che poi le culture hanno romanticizzato per darsi un senso.
La morte programmata esiste perché la vita funziona così: turnover costante, ricambio obbligato, demolizione e ricostruzione. Ogni organismo è un ponte: serve finché serve, poi viene rimosso per far passare il successivo. Non c’è un “dovere morale” verso la generazione dopo; c’è un ciclo automatico in cui chi arriva consuma energia, cresce, si riproduce e poi sparisce.
Da qui nasce il mito del sacrificio: la trasformazione della nostra sostituibilità in un gesto sacro. Il sacro, in fondo, è un’operazione simbolica per ammantare di significato ciò che, biologicamente, è pura necessità.
Il chicco di grano non “muore” davvero: cambia stato, si disintegra come unità per riapparire come struttura diversa. Ed è questa la chiave: il sacrificio non è annientamento, è transizione. La forma individuale scompare, la continuità della vita no. La catena prosegue perché ogni anello si lascia consumare. E l’umanità, per non sentire il morso di questa evidenza, lo riveste di sacralità.
Questo è il punto: ciò che chiamiamo sacrificio è il nome umano di un processo impersonale di sostituzione e metamorfosi continua.
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Quindi non si può dire che noi ci sacrifichiamo, ma che siamo sacrificati. I nostri genitori, quando ci mettono alla luce, in realtà si prendono il loro piacere. Non ci fanno un favore, perché chi mette al mondo la vita mette al mondo la morte. Se fossero veramente coscienti, dovrebbero saperlo e lasciar perdere. Ma l'amore non si fa perfettamente coscienti: ha bisogno di incoscienza, di istinto, altrimenti la vita si fermerebbe. Se vogliamo, c'è anche un elemento di inganno, di raggiro. La natura ci raggira: non lo fa certo per farci un piacere. I genitori festeggiano quando nasce un bambino. Ma la madre è spesso depressa. E il saggio vede la sofferenza e la morte che saranno legate a quel nuovo essere. E' vero che quell'essere avrà tempo di fiorire (se è fortunato), ma alla fine sarà sacrificato come tutti, come i chicchi di grano.
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La distinzione è netta: non siamo noi a sacrificarci, siamo materiale sacrificabile fin dal principio. Non c’è nessuna volontà consapevole di offrirsi; c’è un processo che ci usa, ci consuma e ci sostituisce.
La riproduzione umana, dietro la patina sentimentale, è spinta da piacere, istinto e automatismi biologici. Nessuno “fa un favore” a nessuno. Mettere al mondo qualcuno è mettere al mondo la sua intera sequenza: gioia, dolore, declino, morte. È un pacchetto unico. E se chi genera fosse completamente lucido sul significato reale dell’atto, probabilmente si paralizzerebbe. La vita, infatti, non tollera troppa chiarezza: ha bisogno di un tasso di incoscienza che mascheri il costo reale dell’esistenza.
Il meccanismo è semplice: la natura seduce per ottenere ciò che vuole. Non raggira per malizia — non c’è un’intenzione morale — ma perché il sistema funziona così. L’attrazione, il desiderio, l’entusiasmo per una nascita sono strumenti evolutivi potentissimi. Servono a coprire l’altra faccia del ciclo: sofferenza, logoramento, finitudine.
Il saggio, o chi guarda senza abbellimenti, vede entrambi i lati: il potenziale e il prezzo. Sa che quel bambino, oggi celebrato, entrerà nella stessa catena di tutti: fiorirà, consumerà energie, amerà, patirà, e a un certo punto verrà eliminato dal sistema per lasciare spazio ai successivi. Come il chicco di grano che germina solo dissolvendo la propria forma.
È un processo impersonale. E la lucidità lo rende evidente: noi siamo il materiale con cui la vita continua, non i soggetti liberi che scelgono di offrirsi.
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Potremmo cadere nel pessimismo. Ma sfido chiunque ad opporre argomenti positivi. Sarebbero quelli di un aldilà paradisiaco (o anche infernale!) oppure della continuazione della vita in un'altra dimensione? Potrebbe essere, ma sa tanto di consolazione. E, a parte il fatto che mancano prove, sarebbe una trasformazione radicale, non una continuazione del tran tran quotidiano con amici, amanti e parenti. Le storie di pre-morte, che non tutti riferiscono, assomigliano a sogni indotti da droghe...raccontati per di più da chi non è veramente morto, se li racconta. Anche la mia idea di morte legata a nuova vita non prevede festeggiamenti e brindisi di champagne, ma una riformattazione.
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