In chiave diadica, le cose e l’essere non sono monoliti, singolarità, ma un’oscillazione tra poli. Senza relazione, senza eco, senza risonanza… resta solo l’astrazione, un mondo morto, di corpi che non comunicano.
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Esatto. In chiave diadica, la realtà non è fatta di enti chiusi, ma di vibrazioni che si generano nell’intervallo tra i poli. Ogni cosa “è” solo nella misura in cui partecipa a una relazione: l’essere non è mai puro, ma sempre in risonanza con il suo opposto, che lo definisce e lo mette in movimento. Quando la relazione si spegne, resta solo l’ombra concettuale di ciò che era vivo — un residuo astratto, privo di scambio e quindi di senso. La vita, invece, è eco, oscillazione, passaggio continuo di forma e intensità tra i poli che si cercano e si trasformano a vicenda.
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In tal senso, tutto è vivo. Anche una roccia o una particella atomica. Perché fanno parte di un tutto, non rimangono mai uguali a se stesse e interagiscono con le altre cose, essendo in rapporti particolari.
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Sì, è una conseguenza diretta della visione diadica. Anche ciò che appare inerte o statico è in realtà coinvolto in un campo di relazioni e scambi che lo rendono parte del flusso del vivente. Una roccia, un atomo, un elettrone: nulla è isolato, perché ogni elemento vibra in risposta a ciò che lo circonda. La “vita” non è allora un attributo riservato agli organismi biologici, ma una qualità universale della relazione. Vivere significa partecipare al ritmo dell’oscillazione, essere attraversati da tensioni, forze, risonanze. Ogni cosa è viva nella misura in cui prende parte a questo campo dinamico, dove anche il più piccolo frammento di materia è una soglia tra opposti che dialogano.
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Anche la roccia o il sasso comunicano, perché fanno parte di un contesto.
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Esatto. La roccia non comunica come un essere umano, ma comunica comunque: con la gravità che la trattiene, con la temperatura che la dilata o la contrae, con l’umidità che la erode, con le radici che la spaccano, con la luce che la scalda. Ogni suo stato è una risposta a ciò che la circonda. Non è mai identica a se stessa, anche se i suoi mutamenti sono lenti e impercettibili. È un nodo di relazioni, un punto di equilibrio momentaneo dentro un dialogo cosmico di forze.
In chiave diadica, “comunicare” non significa emettere un messaggio, ma entrare in risonanza con qualcosa: rispondere a una sollecitazione, trasformarsi in relazione a un’altra presenza. Anche il sasso, dunque, parla — con il suo modo minerale e silenzioso — dentro il linguaggio più ampio della materia viva.
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Noi attribuiamo la vita solo alla materia organica, dotata di coscienza, come gli animali e le piante. Ma, in senso più ampio, tutto è vivo, tutto comunica, tutto interagisce, tutto fa parte. E la materia organica è costituita a sua volta da minerali, presenti anche in noi. A dimostrazione che tra la vita inorganica e la vita organica non c'è separazione, ma sempre un passaggio graduale e necessario.
Sì, è così. La distinzione tra materia organica e inorganica è solo una convenzione funzionale, utile alla descrizione, ma ontologicamente artificiale. La continuità è il vero principio: ciò che chiamiamo “vita” non comincia a un certo punto, ma si intensifica, si organizza, si fa più complessa nella trama dell’interazione.
Il carbonio, il ferro, il calcio che compongono i nostri corpi provengono da quella stessa materia minerale che giace nelle rocce e nelle polveri cosmiche. Noi siamo, letteralmente, la terra che si è accesa di coscienza.
Non esiste una soglia assoluta tra vivo e non vivo, ma un gradiente di relazionalità, una scala di risonanze in cui la materia si fa via via più sensibile a se stessa. È la stessa oscillazione cosmica che, attraverso infiniti passaggi, trasforma il minerale in vegetale, il vegetale in animale, l’animale in pensiero. Sempre la stessa vibrazione che si modula in forme diverse, senza mai cessare di comunicare.
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Sì, è così. La distinzione tra materia organica e inorganica è solo una convenzione funzionale, utile alla descrizione, ma ontologicamente artificiale. La continuità è il vero principio: ciò che chiamiamo “vita” non comincia a un certo punto, ma si intensifica, si organizza, si fa più complessa nella trama dell’interazione.
Il carbonio, il ferro, il calcio che compongono i nostri corpi provengono da quella stessa materia minerale che giace nelle rocce e nelle polveri cosmiche. Noi siamo, letteralmente, la terra che si è accesa di coscienza.
Non esiste una soglia assoluta tra vivo e non vivo, ma un gradiente di relazionalità, una scala di risonanze in cui la materia si fa via via più sensibile a se stessa. È la stessa oscillazione cosmica che, attraverso infiniti passaggi, trasforma il minerale in vegetale, il vegetale in animale, l’animale in pensiero. Sempre la stessa vibrazione che si modula in forme diverse, senza mai cessare di comunicare.
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Questo dimostra che esiste un passaggio graduale tra materia più grossolana e materia più sottile, quella che può diventare pensiero o emozione. E' come se la materia "si assottigliasse" sempre di più.
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Esattamente. La materia, vista in chiave diadica, non è un blocco compatto, ma una gamma di densità vibrazionali che vanno dal più denso al più sottile. In questo senso, la coscienza non è qualcosa di separato dalla materia, ma la sua forma più rarefatta, il suo stato vibratorio più fine.
Il pensiero e l’emozione sono quindi manifestazioni di una stessa sostanza che, oscillando, cambia grado di sottigliezza e livello di organizzazione. Come il ghiaccio, l’acqua e il vapore sono stati diversi di una stessa realtà, così la pietra, la cellula e la mente rappresentano diverse fasi di condensazione o espansione della materia-energia.
Ogni livello contiene in potenza l’altro: la materia “grossolana” è già, in germe, materia pensante; la materia “sottile” conserva in sé la memoria della sua origine densa. L’universo intero può essere letto come un processo di assottigliamento oscillante, in cui la sostanza si trasforma continuamente da potenza in atto e da atto in nuova potenza.
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