martedì 18 giugno 2019

Da dove veniamo


A volte, l’esperienza e le conclusioni che ne traiamo sono completamente opposte alla realtà. Per esempio, noi vediamo il sole che sorge e tramonta, ma la verità è esattamente il contrario – non è il sole che gira intorno al nostro pianeta, è la Terra che gira intorno al sole. Analogamente siamo convinti che tutte le cose siano autonome, isolate e indipendenti, mentre è esattamente il contrario - le cose sono tutte interdipendenti: nascono in seguito a cause e condizioni e muoiono in seguito a cause e condizioni.
Non c’è niente che esista in sé e per sé. Non c’è niente che sia indipendente dal resto. Non c’è niente di isolato. E non c’è niente di durevole. Certo ci sono cose che durano di più ed altre che durano veramente poco. Ma tutto è fuggevole e temporaneo. E, fra un po’, saremo scomparsi anche noi che scriviamo o leggiamo queste parole.
Se niente esiste di per sé, se tutto fa parte di un flusso continuo, è impossibile trovare una specie di nucleo solido nelle cose e negli esseri del mondo. La loro essenza non esiste, è assente, è vacua.
Non è quindi strano che la fisica quantistica concluda che tutto nasce da un immenso vuoto. È la stessa verità che avevano colto i taoisti o i pensatori della Prajnaparamita:
“La forma è vuoto, il vuoto è forma. La forma non è differente dal vuoto, il vuoto non è differente dalla forma. E lo stesso è per le sensazioni, per le percezioni, per gli impulsi, per la coscienza.” [Sutra del Cuore]
Tutto è vuoto di esistenza intrinseca. Ed è inutile andare a cercare anime o essenze eterne. Anzi, un’anima, un’essenza o un Dio eterno sarebbero la negazione della fluidità, della trasformazione, del divenire e della stessa creatività. Se ci fossero piccole entità eterne, sarebbero prive di eventi. Non potrebbero né venire in essere né venire di nuovo amalgamati per dar vita a forme diverse.
È la vacuità – non l’eternità immobile – che dà origine alla pienezza multiforme e liquida degli esseri. Realizzare in noi la vacuità è tornare all’Origine da cui nasce ogni cosa.
Ma gli uomini non lo capiscono. E restano abbarbicati alle illusioni della durevolezza e dell’isolamento.
I saggi sanno invece da dove veniamo e dove andiamo.

lunedì 17 giugno 2019

Allungarsi la vita


Da una parte sappiamo che il tempo è composto da un certo numero di momenti, calcolabili matematicamente; ma dall’altra parte sappiamo che non tutti i momenti sono uguali. Se per esempio ripensiamo al passato, ci ricordiamo di determinati momenti importanti in cui è successo qualcosa di rilevante. Ma di tanti altri, evidentemente anonimi, non ci rimane nulla.
Più sono stati i momenti che ci ricordiamo, più vuol dire che la nostra vita è stata ricca e lunga. Quello che non sappiamo è che esiste la possibilità di moltiplicare gli eventi memorabili. Non si tratta di aspettare passivamente che succeda qualcosa. Si tratta di essere più consapevoli dei e nei momenti che ci sembrano più banali.
Se diventiamo più presenti, possiamo notare dei particolari che ci sarebbero sfuggiti. Soprattutto scopriamo una nuova profondità. Non perché compiamo o vediamo qualcosa di eccezionale, ma perché l’eccezionalità è dappertutto se la sappiamo scoprire.
Se ti fermi a osservare con una intensa presenza mentale, ti si rivelerà anche nel semplice fatto di respirare o di vedere una luce o una scena qualcosa di memorabile.
Ti ricordi il momento in cui hai guardato in solitudine quel maestoso albero o una spiaggia deserta o una cima montana? Non era successo niente, ma il tuo sguardo, per cause interiori, per un’acuita sensibilità, era cambiato.
Non sono gli avvenimenti in sé che sono importanti. È l’intensità del tuo sguardo, la freschezza della tua consapevolezza, che rende memorabili certe esperienze, anche comuni.
Moltiplicare questi momenti con una maggiore attenzione significa allungarsi la vita, trasformarla in una continua epifania.

domenica 16 giugno 2019

L'atteggiamento del Testimone


Esiste un rapporto tra felicità e meditazione, nel senso che molti si avvicinano alla meditazione per calmarsi, per abbassare la pressione e la tensione, per essere più equilibrati e comunque per sentirsi meglio, per aumentare il benessere personale. Questo utilizzo della meditazione è certamente lecito, soprattutto in tempi come i nostri in cui domina un senso di insoddisfazione e di incertezza generale. Così facendo, vorremmo almeno godere di lunghi periodi di tranquillità. Non c'è niente di male in questo, poiché tutti cerchiamo di essere il meno infelici possibili.
La vita, però, ci pone prima o poi di fronte a grandi difficoltà e dolori, che non possiamo in alcun modo evitare. Nessuno può evitare malattie, vecchiaia e morte - degli altri e di noi stessi. Il nostro benessere prima o poi se ne va e noi ci troviamo ad affrontare rabbia, paura, disperazione e tanta sofferenza. A cosa serve a quel punto la meditazione?
Bisogna farsi una "filosofia" di vita e capire che dobbiamo essere pronti a soffrire. Dovremmo essere così saggi da comprendere che la vera felicità non consiste nell'evitare i dolori, ma nell'essere sereni anche quando ci sono esperienze negative.
Dobbiamo imparare ad essere presenti in qualunque esperienza ci si presenti, bella o brutta che sia. Questo è il punto. Il vero scopo della meditazione non è tanto quello di essere felici, ma di essere consapevoli con saggezza. E noi possiamo e dobbiamo essere consapevoli in e di qualunque esperienza.
Anzi, le esperienze dolorose vanno affrontate come mezzi per imparare di più e per scacciare l'illusione che il dolore sia necessariamente qualcosa di negativo e che noi dobbiamo essere sempre felici, imperturbabili e perfetti.
La vita è stata fatta così, con alti e bassi continui, con esperienze positive che si alternano ad esperienze negative.
Ma se noi adottiamo l'atteggiamento meditativo di colui che vuole imparare ed essere consapevole di tutto ciò che gli capita, saremo sempre presenti.
Insomma conviene adottare l'atteggiamento dello spettatore che va a teatro: vuole assistere a tutto ciò che accade nella scena, sia agli episodi piacevoli sia a quelli spiacevoli. Non va a vedere una commedia, ma una rappresentazione della vita stessa, in cui il bene e il male, il piacere e il dolore sono sempre mescolati. E lui osserva tutto, con interesse, con "piacere".
Ecco, questa è la "felicità" di cui si parla nella meditazione, non quell'altra che è il semplice contrario dell'infelicità.

Se la morte...


Ho visto un film dove un padre muore, si ricongiunge con la figlia già morta e i due mano nella mano se ne vanno nell'aldilà. Certo, se la morte fosse solo questo, saremmo tutti felici di vivere e di morire. Ritroveremmo i nostri cari e saremmo felici e contenti. Magari potremmo fare anche nuove esperienze e conoscenze, e passare successivamente in un’altra dimensione. Nessuno ci dice infatti che tutto finisca lì. Secondo la teoria del karma, per esempio, gli stati e gli stadi in cui potremmo passare sono innumerevoli.
Peccato che non ci sia nessuna certezza, neppure che ci sia un aldilà o un’altra vita. Potremmo semplicemente finire nel nulla.
Se ci fosse la certezza che c’è un aldilà, basterebbe farlo sapere per rendere migliore la vita terrena e migliori gli uomini.
Perché non lo sappiamo, perché nessuno ci informa? Forse qualche Dio maligno vuole tenerci in sospensione, in modo da farci vivere male e da avere il terrore di morire. Puro sadismo? O pura fantasia? E quelli che si sono comportati male? E quelli che devono essere puniti? E quelli che hanno amato più persone... con chi si ricongiungeranno? Quanti problemi per questa nostra piccola mente!
Certo il fatto il fatto di non sapere ci dice già che la vita non ci tratta bene. Fino all’ultimo non sapremo - e poi, forse, non potremmo neanche avere una mente in grado di conoscere e di riconoscere. Oltre a tutte le sofferenze che ci toccano, c’è anche la sofferenza di non essere sicuri di niente.

sabato 15 giugno 2019

La guerra tra i sessi


Una volta si parlava di "guerra tra i sessi" come di una metafora. Ma oggi ci accorgiamo che si tratta di una vera e propria guerra, con morti e feriti. Si dice che la causa sia l'emancipazione della donna che non viene accettata da certi uomini. E sarà anche così; ma questa guerra è molto antica, non è un portato della modernità - è sempre esistita. Tutto parte da una lotta di potere in cui tutti cercano di prevalere sugli altri e di comandare, cioè di imporre la propria volontà. Ma perché qualcuno vuole farlo? Chi ha stabilito che debbano esistere gerarchie?
Il problema del maschilismo è vecchio quanto il mondo. Per esempio, perché si concepisce Dio - che guarda caso è la suprema autorità, il supremo potere - come maschile? In alcune culture antiche, Dio era concepito come femminile: la Grande Dea, la Grande Vagina, la Grande Vacuità che contiene tutto. Ora, perché il principio generatore dovrebbe essere maschile? Eppure è la donna che partorisce.
In realtà, Dio non è né maschile né femminile, così come non è né maschile né femminile l'energia. Che senso ha allora il maschilismo? Nessuno. Ma andate a dirlo alle persone che credono in Dio. Il 99% vi dirà che è maschile, il Maschio Alfa.
Incominciamo a riformulare i miti antichi. Prendiamo per esempio la Bibbia, e diciamo che la sua rappresentazione di Dio è una falsificazione deleteria. Quante vittime continua a mietere?


Il Dio biblico


"Io sono il Signore, tuo Dio... Non avrai altri dei all'infuori di me... Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza o alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per coloro che mi amano e osservano i miei comandi" (Esodo 20).
E voi vi assoggettate ad un Dio del genere? Un Dio arrogante, presuntuoso, pieno di sé, possessivo, geloso, vendicativo, ingiusto, l'immagine perfetta del satrapo orientale che fa quel che gli pare senza render conto a nessuno? Questo sarebbe il Padrone del mondo che i credenti pregano?
Un Dio divisivo, pronto a punire chi non gli si sottomette.
Ma un personaggio del genere andrebbe mandato da uno psichiatra, altro che adorato! Poi ci lamentiamo se il nostro mondo è popolato da tanti dittatorelli del genere?
Su, un po' di dignità, un po' di sano orgoglio! Ribelliamoci ad idee così balorde, chiaramente di origine umana – e di un’umanità deteriore!

Uscire dal finito


Retrocedendo dall'asfittica esperienza egoica, collegandoci ad un senso più ampio del presente, uscendo dai limiti imposti dalla natura e auto-imposti, ci saranno momenti in cui sentiremo di essere quella vastità, quella spaziosità. Uscire dal tempo finito per entrare nell'esperienza del qui e ora, che è sempre presente e potenzialmente infinito.
Come fare? Cogliere la realtà fisica del momento, magari seguendo il respiro e le altre percezioni.
Vivere l'istante presente, anziché pensarlo.
Domandarsi: "Che cos'è questo?" Ma non rispondere con le normali categorie mentali. Se si guarda bene, a fondo, si trova una realtà molto più vasta.
L'uomo è esigenza di infinito: questa è la sua grandezza. Non può fermarsi alle consuete esperienze del suo attuale piccolo io.

venerdì 14 giugno 2019

Il mistero da scoprire


Il problema non è il mistero - un mistero è pur sempre qualcosa che affascina ed interessa. Il problema è la mancanza di mistero. Quando tutto è chiaro e sembra che non ci sia più niente da scoprire.
Quando tutto è spiegato, avanza il disinteresse, e con esso lo squallore della realtà. È come avvicinarsi a una splendida donna e scoprire che non ha niente di strano o di affascinante; è una come tutte. Dov'è la magia?
Ma forse lo squallore è in noi, nel nostro sguardo che non trova più niente, nel nostro sguardo che si fa superficiale e piatto.
Dunque, anche la magia dev'essere in noi, in uno sguardo che riesce a vedere cose sempre nuove anche in ciò che guardiamo abitualmente, anche nelle piccole cose quotidiane.

Produzione e riproduzione


Quando ti sposi, sposi un intero apparato riproduttivo edentri nel meccanismo della produzione. In altri termini, se sposi un apparato riproduttivo, devi entrare nell'apparato produttivo, con tutti i suoi obblighi e i suoi modi pensare. Diventi insomma anche tu un fattore della produzione.
In tal modo, siamo tutti al servizio delle finalità riproduttive della natura, che impone i suoi doveri e le sue regole. Siamo tutti rotelline di un immenso ingranaggio.
Niente di strano allora che la produzione, con le sue leggi economiche, regoli ogni istante della nostra vita. E questo è talmente vero che noi applichiamo alle concezioni dell'aldilà, della giustizia divina o della retribuzione karmica idee e principi economici, primo fra tutti quello del pareggio di bilancio. È così che abbiamo divinizzato l'economia.
In fondo il nostro Dio è una specie di grande banchiere, con tanto di ragioneria e di calcolo dei profitti e delle perdite. Vi ricordate le parabole cristiane sui talenti? Non si trattava di investimenti? Per l'uomo, l'aldiqua e l'aldilà sono sempre soggetti ad un principio economico. È l'economia che domina le nostre menti.
Faccio questa osservazione per invitare a guardare il mondo con occhi diversi da quelli dell'economia e della ragioneria. Oppure, dobbiamo accettare l’idea che Dio sia una specie di supremo Ragioniere che tiene conto dei nostri guadagni e delle nostre perdite e che alla fine compili il nostro bilancio?

Religione e coscienza


In un articolo sul “Fatto Quotidiano”, Francesco Antonio Grana rileva come la maggioranza dei cattolici praticanti (quelli che vanno a messa, ecc.) vota Lega e sostiene che sarebbe ora che si facessero un esame di coscienza. È vero che Salvini si presenta come un difensore dei valori cattolici e della famiglia tradizionale. È vero che invoca la protezione dei santi e della Madonna. È vero che bacia platealmente croci e rosari. Ma, secondo voi, Salvini la sera dice il rosario? E la sua chiusura verso gli emigranti è conforme ai valori predicati da Gesù? Come non vedere la sua ipocrisia?
Il problema dei cattolici praticanti è che, aderendo ciecamente ad una fede, non pensano con la loro testa. Da tempo hanno appaltato la loro coscienza ai dettami della Chiesa.
Il cattolico non deve ubbidire alla propria coscienza, ma agli ordini che vengono dai preti. Quindi non sono abituati a fare esami di coscienza. Quando hanno un problema etico, non s’interrogano – vanno da un confessore. Sono quindi massa di manovra per ogni regime autoritario.
Se volete spiritualità che sviluppino veramente l’autocoscienza, dovete rivolgervi altrove.

giovedì 13 giugno 2019

Il deficit d'attenzione


Per noi oggi è difficile meditare perché la nostra società è basata su un deficit d’attenzione generalizzato, su una distrazione continua dalla nostra interiorità. Siamo sempre impegnati a fare o a pensare qualcosa, senza poter dimorare a lungo in ogni singola attività. Ci muoviamo da un oggetto all’altro, da un luogo all’altro. L’idea di rimanere fermi a lungo ci fa sentire male.  
Per gli scolari irrequieti è stata coniata l’espressione “disturbo da deficit di attenzione”, perché questi bambini non possono soffermarsi su nulla e sono iperattivi. Ma ormai l’intera società è così. È come se si fuggisse sempre da qualcosa, soprattutto da se stessi e da una visione integrale del mondo.
Sono stati inventati miriadi di lavori, di giochi e di passatempi che ci permettono di distrarci di continuo, di essere sempre altrove, di non essere mai presenti in quello che facciamo o pensiamo. Molti di noi sono perfettamente alienati. Si muovono e saltano ininterrottamente da una persona all’altra, da un argomento all’altro, da un luogo all’altro, da un pensiero all’altro, da una sensazione all’altra, pur di non rimanere più di qualche secondo su un unico punto, pur di non concentrarci su niente, pur di non stare attenti a nulla e a nessuno.
Ecco perché il rimedio a questa malattia mentale consiste essenzialmente nello stare fermi, fisicamente ma soprattutto mentalmente.
Provate a stare fermi e presenti per un po’. Vi si allargherà all’improvviso la visione.

mercoledì 12 giugno 2019

Dio e la creazione


Quando sento gli scienziati che ci spiegano che l'universo è nato da un gigantesco big bang, ossia da un'esplosione, mi sembra che il loro cervello ripeta gli stessi schemi della Bibbia: "...E la luce fu!" Poca fantasia - la dimostrazione che anche la mente scientifica ricorre a preconcetti ideologici. Non siamo ancora nella scienza; siamo nella vecchia mitologia.
Ma c'è un piccolo particolare: manca Jahvé. Infatti in tutti questo immenso universo, in tutti questi corpi celesti desolatamente vuoti e inutili, manca l'alito dello spirito. A che serve questo scassatissimo baraccone, a che servono questi miliardi di pianeti e di stelle, tutti in preda a una furia violenta?
Domanda: non si poteva fare qualcosa di meglio - magari di più contenuto ma di più intelligente? Tutto ciò sembra l'opera non di una mente divina ma di un apprendista stregone che non domina ancora la sua potenza. Un excessus mentis, uno che non riuscendo a stare in se stesso è esploso in mille pezzi, un pazzoide che non sa contenersi, un immenso coito.
Ripeto: dov'è il senso, dov'è la sensibilità? Forse in questo fiore che sboccia? E, per far sbocciare questo fiore, c'era bisogno di tutto questo sconquasso? No, le nostre idee sulla creazione sono ancora fantasie da bambini.

La società malata


Anche le società sono organismi, un po' come i corpi. E proprio come i corpi umani, se c'è un malessere generale, un malcontento, un'insoddisfazione, un'angoscia, subito ne risente qualche organo. Oggi l'Italia è in crisi - una crisi economica e anche morale. Ecco perché assistiamo a suicidi o a omicidi legati alla situazione generale. Queste persone che uccidono se stesse o che uccidono qualcun altro, apparentemente senza un motivo, sono gli organi malati dell'organismo che soffre.
     Per altri motivi, anche gli Stati Uniti sono in crisi. Ed ecco che la patologia sociale si sfoga in stragi che non sembrano avere una giustificazione. Qualcuno si mette a sparare e a uccidere persone che non conosce. In realtà si tratta degli organi più fragili di un'intera società malata. Sono i punti di cedimento, presenti in tutte le società umane, dalla famiglia alle nazioni.
     Come fare a uscirne? L'intera società deve prendere coscienza del suo stato di malattia. E perché ciò sia possibile, tutti devono guardarsi dentro.
Ciò che si oppone a questa presa di coscienza è l’ottimismo incosciente di certi credenti, è l’immagine stessa di un Dio che vede e provvede.

Nessuno vede e provvede. Siamo noi che dobbiamo farlo.
Nessuno ci garantisce nulla. Siamo noi che dobbiamo perfezionarci, fino a diventare il Dio del futuro. Questo è il nostro compito.

Il Dio che verrà


Il mondo è tutt’altro che perfetto. Ma si va perfezionando, almeno a livello evolutivo e in alcuni individui. Dunque non può essere stato creato da un Essere perfetto, a meno che esso non si sia divertito a creare qualcosa di primitivo che a poco a poco si perfezionasse…a prezzo però di enormi sofferenze e disastri naturali.
È quindi più probabile che si sia fatto da solo. E che Dio non sia all’inizio, ma alla fine.
Questo “Dio” è il tutto che, a forza di perfezionarsi e di potenziarsi, è in grado di farsi perfetto. Ma, nel frattempo, quanti sacrifici saranno necessari!

C’è bisogno di calma e di un retto modo di vivere, non per un motivo etico, ma per il fatto che ogni altra alternativa induce tensione, confusione, disagio, distrazione…

La coscienza è uno specchio. Ma non c’è specchio che non sia deformante. Ecco perché sarebbe necessaria una mente che superi il dualismo interiore, perfino la coscienza… almeno quel tipo di coscienza.

martedì 11 giugno 2019

L'affannosa ricerca della felicità


Nella nostra civiltà, si punta sempre alla ricerca della felicità, come se fosse un obiettivo a portata di mano che ci sfugge per qualche piccola mancanza. E si scrivono libri e trattati  per indicare una via sicura. Addirittura nella costituzione americana si dà per scontato che ogni individuo abbia il diritto alla felicità.
Ma, non appena cerchiamo la felicità, ci imbattiamo nell’infelicità nelle sue varie espressioni: malessere, stress, angoscia, disagio, disadattamento, ansia, alienazione, ecc. E ci sembra che siano imperfezioni destinate ad essere eliminate definitivamente dalla nostra esistenza. Come mai non ci riusciamo? Ci sentiamo allora sempre più frustrati o sfortunati.
Pur cercando di nascondere o di dimenticare tutte queste sofferenze, loro non se ne vanno e continuano a riemergere.
Il fatto è che non si tratta di accidenti della nostra vita, ma di presenze ineliminabili – l’altro volto della felicità. In altre parole, felicità e infelicità stanno fra loro in un rapporto dialettico, e nessuna delle due può essere eliminata. Anzi, più cerchiamo di rimuovere l’infelicità, più essa diventa permanente.
Se poi addirittura preghiamo qualche divinità suprema perché ci doni la felicità, siamo sulla strada più sbagliata.
Dobbiamo allora cambiare tipo di approccio e capire che l’una è legata all’altra. Anziché cercare di nascondere o di rimuovere le parti spiacevoli, dobbiamo prendere coscienza che ci sono e osservarle bene da vicino. Non si tratta di masochismo, ma di una saggia attenzione. Dobbiamo prenderne coscienza e affrontarle. Non per drammatizzare, ma per non farcene travolgere. Non per suicidarci, ma per essere saggi.
La saggezza consiste in una visione equilibrata di come funzioni il mondo e la nostra psiche. La via è l’autoconoscenza, l’autoindagine, l’autosservazione.
Perché una cosa è certa. Se non vogliamo diventare essere consapevoli della nostra infelicità, se nascondiamo la spazzatura sotto il tappeto, quella prima o poi salterà fuori, più velenosa di prima. E distruggerà le nostre speranze di felicità.
Dobbiamo innanzitutto essere consapevoli che felicità e infelicità sono intrecciate e indivisibili, come le sue facce di una stessa medaglia.
Dunque, la strategia giusta non è rimuovere, nascondere, far finta di nulla, ma illuminare le parti oscure con l’occhio della saggezza.
L’idea che la felicità sia raggiungibile senza pagare pegni, senza incontrare il suo contrario, è un’illusione. E il modo migliore per ottenere una felicità matura è diventare consapevoli delle infelicità che ci tormentano, osservandole proprio mentre si manifestano. Dall’osservazione viene o la conoscenza della causa o comunque un principio di distacco. E il distacco è una prima forma di cura.
Non ci dimentichiamo che i verbi “medicare” e “meditare” hanno la stessa radice etimologica.

lunedì 10 giugno 2019

Il Dio di Pascal


“Il supremo passo della ragione” scrive Pascal” sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano.” Ineccepibile. Ma, a questo punto, egli mette in campo “cuore e istinto”. “È il cuore che sente Dio, non la ragione. Ecco cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione.”
Ma il cuore e l’istinto non sono più intelligenti della ragione. Sono semplicemente più condizionabili. Non sono in grado di pensare niente di nuovo. Anzi pongono in essere essi stessi ciò di cui sentono il bisogno. Sono ripetitivi, hanno sempre le stesse ragioni e forme. Il cane, per esempio, che sente la necessità di avere un capobranco e una gerarchia, li crea automaticamente. E questi esistono solo per lui, non per altri esseri. Anche la “persona amata” esiste solo per chi la ama.
Se il mio cuore non “sente” Dio, Dio non esiste per me. Se il mio cuore ha bisogno di Dio, Dio esiste per me.
Dio, dunque, appartiene a quella categoria di figure che esistono solo per chi ne sente il bisogno.
Ci sono cose che esistono, cose che non esistono e cose che esistono solo nella misura in cui esistono per qualcuno. Questo perché il cuore non può dimostrare nulla, non può giungere a nessuna conoscenza oggettiva.

domenica 9 giugno 2019

Psiche e soma


Psiche e soma
Importante nelle tecniche di meditazione è riuscire a stabilire un collegamento tra i pensieri e il corpo. Sappiamo che ogni emozione ha un riflesso fisico; la rabbia, l'ansia, la paura, ecc. hanno caratteristiche ripercussioni sul ritmo del respiro, sui visceri, sulla pressione sanguigna e quant'altro. E questo lo riconosciamo tutti. Ma le ripercussioni esistono anche per i pensieri. Certe idee scatenano senza che ne accorgiamo reazioni sottili di rabbia, di odio, di fastidio, di avversione e, ovviamente, dei loro contrari.
Noi dovremmo essere così attenti da non farcele sfuggire - e porvi rimedio. Porvi rimedio significa individuare prima i pensieri nocivi e poi cercare di distogliere da essi l'attenzione. “Questa è rabbia. Via!” Distogliamo il pensiero, respiriamo a fondo, facciamo due passi…
Percepire il correlato somatico di un pensiero consente di evitare di cadere in stati d'animo negativi e, magari, di utilizzare a nostro vantaggio i pensieri e le emozioni positive.
Anche questa è meditazione consapevolezza. Ma, certo, ci vuole attenzione. Dobbiamo osservare noi stessi, così come osserviamo gli altri.

sabato 8 giugno 2019

Dio sul banco degli accusati


È nota l’arroganza con cui il Dio biblico risponde alle accuse di Giobbe che si lamenta perché viene colpito da sventure senza avere la minima colpa. Chi sei tu per giudicare? gli risponde Dio. E incomincia a enumerare le cose grandi che ha fatto, proprio come un qualsiasi potente terreno. Io ho fatto questo, io ho fatto e quello… e tu vuoi giudicarmi? “Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra? Dillo se hai tanta intelligenza!”
Ma l’ “accusatore di Dio” ha le sue buone ragioni. E Dio non sa rispondere, non sa minimamente giustificare il male che si abbatte sul povero Giobbe e, in realtà, su tanti esseri viventi. Non sa spiegare il male che si abbatte sugli innocenti.
E noi, se credessimo in un creatore, potremmo aggiungere varie accuse cui Dio non saprebbe rispondere, potremmo mettere in evidenza tanti difetti della sua creazione. Per esempio, oltre ai bambini uccisi senza colpe, il modo brutale della riproduzione (una vera e propria droga pesante), il modo brutale di nutrirsi (per cui ognuno deve uccidere altri esseri viventi, “gli atti scellerati del nutrimento” di cui parlava Empedocle) e il modo crudele di morire.
Un creatore sarebbe colpevole di tutto ciò. E, al tribunale dell’intelligenza, dovrebbe essere condannato.
È per questi motivi che l’idea di un Dio creatore non regge.

La rovina dell'Europa


Di Maio afferma che il fallimento dell’unione fra Fca e Renault è colpa dell’interventismo francese. È piuttosto colpa del nazionalismo o sovranismo francese che non ammette che aziende straniere comprino quelle francesi.
Come si vede, è il nazionalismo la vera palla al piede dello sviluppo dell’Europa. Così facendo, non avremo mai aziende leader del mercato e l’Europa sarà superata dalle altri grandi potenze. Comportamento miope e autolesionista. Peccato che sia anche quello del nostro governo.
Oltretutto, i francesi sono i veri nazionalisti che difendono le loro aziende. I nostri sovranisti, invece, non proteggono nessuno e si fanno comprare e poi chiudere tante importanti aziende. Dovrebbe essere proprio il ministro Di Maio a occuparsi dei tavoli di crisi. Ma non ne è capace.

venerdì 7 giugno 2019

Il rilassamento


Riuscite mai durante la giornata a rilassarvi veramente? Non semplicemente a dedicarvi a un hobby, ma a rilassare completamente il corpo e la mente.
       Riuscite a trovare un po' di tempo per starvene da soli, in silenzio, senza mogli, fidanzate, figli, radio, telefonate, televisione, ecc.? Ora, ammesso che possiate trascorrere un'ora senza interferenze o impegni, come vi rilassate? Rilassare il corpo è relativamente semplice: basta mettersi in una posizione comoda, per esempio su una poltrona o su un letto, e non muoversi. Il respiro si calma, il cuore rallenta, la pressione diminuisce, ecc.
       Ma la mente? Riuscite a rilassarla? Riuscite a farla riposare come il corpo? Non è facile, perché la mente lavora sempre: ricordi, conversazioni interiori, progetti, speranze, riflessioni, rimorsi... come fermarli?
       In realtà, se state ben fermi e rilassati con il corpo, anche la mente incomincia a rallentare. Provate per un po' a seguire il respiro: osservate come si calma. E un po’ ci calmerete anche voi.
       A questo punto, di solito, incomincia un po' di sonnolenza. Lasciate fare. La sonnolenza è un effetto del rilassamento fisico e mentale. Poiché in qualche misura siamo tutti stanchi, poiché tutti dormiamo poco o male, questo tipo di sonnolenza è positivo; è voluta dall'organismo e fa bene.
       Lasciatevi andare. Semmai, ad occhi chiusi, concentratevi sui punti del corpo che sentite più tesi (gambe, braccia, faccia, mascella...) oppure su un punto visivo davanti a voi, in uno spazio che va dalla radice del naso alla fronte. Oppure su un’immagine rilassante.
       Ogni tanto, ritornate con l'attenzione al corpo o al respiro.
       Il rilassamento può essere interrotto da suoni provenienti dall'esterno, che vi colpiranno sfavorevolmente. Voi ritornate alla sensazione di rilassamento o mettetevi dei tappi nelle orecchie.
       Se siete stanchi, vi assopirete sempre di più. Notate come a questo punto si riducano anche i pensieri: a volte attraversano la mente come meteore. Ma poi si diradano.
       Lasciateli passare e andate avanti. Probabilmente schiaccerete un pisolino. Va benissimo.
       Quando emergerete dal sonno, rendetevi conto di due cose: prima, lo stato di perfetto rilassamento del corpo, del respiro, del cuore (se misurate la pressione scoprirete che è diminuita) e, seconda cosa, siete stati senza pensieri per un po' di tempo. Se non avrete sognato, la vostra mente avrà raggiunto uno stato di attività minima. Avrete raggiunto il vuoto mentale.
       Poiché la mente era inattiva, non vi ricorderete nulla di che cosa è accaduto in quei minuti. Il sonno è come una morte temporanea - che non risulta così terribile. Anzi, l'arresto della mente vi ha portato altri benefici. Vi sentite in forma, siete distesi e vedete le cose con più chiarezza. Capite così che cosa significhi rilassare la mente: è questo lasciar andare pensieri, ricordi, preoccupazioni, fantasie, ecc.
       La mente si svuota come la cache di un computer e, subito dopo, funziona molto meglio: è più pronta e più lucida.
       Vi consiglio di seguire questo metodo, perfettamente naturale, per capire che cosa sia la meditazione e quali siano i suoi benefici - i benefici di un arresto o di un riposo della mente. Se non altro, ristora il corpo, placa la psiche, fa vivere meglio.
       Poi, un giorno, potreste arrivare a non assopirvi più, ma a mantenere desta l'attenzione durante l'esercizio. Allora entrereste nella meditazione vera e propria.


L'antropoformismo


L’antropoformismo è la tendenza della mente a ridurre a dimensione umana ciò che non conosciamo. Lo abbiamo fatto con tutto. Anche con Dio.
E lo abbiamo fatto a tal punto che i cristiani hanno direttamente immaginato Dio come un uomo.
È evidente che si tratta della nostra incapacità di concepire qualcosa di completamente diverso da noi. È ridicolo!
Alla stessa stregua, se le cavallette potessero pensare a Dio, lo immaginerebbero come una cavalletta.

giovedì 6 giugno 2019

Trovare la serenità


Quando soffrite per qualche dolore, provate a diventarne consapevoli. E, in quel momento, vi accorgerete che nella vostra consapevolezza non c’è dolore. In altri termini la consapevolezza registra il vostro stato d’animo. Ma non ne viene influenzata. Ecco perché è importante riuscire a saltare dal piano dell’io che vive ed esperisce al piano dell’io che ne è consapevole. In tal senso esiste la possibilità di uscire, anche se per poco, dagli stati di sofferenza.
In altri termini, c’è un io che osserva e un io che vive. Naturalmente è lo stesso soggetto che passa da un piano all’altro. Con il vantaggio che il piano dell’osservatore/testimone è privo delle emozioni negative.
Quando si parla dei saggi orientali che rimangono calmi e sereni senza farsi travolgere dalle preoccupazioni, ci si riferisce ad una situazione del genere, a individui che riescono a dimorare nello stato dell’osservatore. Ma noi viviamo in società dell’ansia, da cui non riusciamo a liberarci perché non siamo capaci di stabilirci a lungo sul piano della consapevolezza.
E tuttavia anche noi possiamo addestrarci, fino a vedere le cose e noi stessi in maniera più distaccata.

mercoledì 5 giugno 2019

Il suicidio dei giovani


Si fa un gran parlare del suicidio assistito della diciassettenne olandese, e qualcuno ne fa una ragione di scandalo. Ma chi siamo noi per giudicare? Sappiamo quanto era stata traumatizzata dalla violenza infantile? Sappiamo quanto soffriva? Sappiamo che non si alimentava più?
Non si poteva fare più nulla per lei? Probabilmente no.
La nostra coscienza accetta l’eutanasia e il suicidio solo per le malattie terminali dei vecchi.
Ma sappiamo che sono centinaia i giovani che si suicidano in ogni paese?
Dobbiamo ammettere che la vita non è né un dono né un pasto gratis e che per alcuni sarebbe meglio non essere mai nati. Dobbiamo ammettere che certe esistenze non meritano di essere vissute perché troppo brutte e terribili.
Dobbiamo ammettere che qualcuno dica “no!” e se ne vada. Sono persone che, dopo aver assaggiato la vita, decidono che non fa per loro. Troppa violenza, troppa sofferenza. Le anime più sensibili non riescono a sopportarla.
Rispettiamo la loro volontà.
Il Papa scrive che “l’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti.” Sì, soprattutto per chi ha creato qualcosa che spesso non è che un inferno.

La grande attenzione


Quando nelle scuole o altrove si fa l’appello, noi rispondiamo: “Presente!”. Il che vuol dire che siamo lì in quel momento e che siamo attenti a ciò che ci viene detto. Però in meditazione essere presenti significa non solo essere lì in quel momento, ma anche mantenersi consapevoli di esserlo. In pratica colui che medita si impegna ad essere sveglio, attento e consapevole di essere lì in quel momento.
Sembra facile, ma non lo è. Se prestate attenzione, vi accorgerete che dopo un po’ la vostra mente comincerà a vagare in varie attività: ricordare, fantasticare, pensare a tante cose, ascoltare, guardare, eccetera eccetera. Insomma la vostra mente sarà altrove. Il che significa che la meditazione è fallita.
Il problema è che la nostra capacità di attenzione è molto limitata. Pochi secondi e passiamo ad altro, soprattutto se rimaniamo fermi senza fare nulla. Ma la sfida è proprio questa: cercare di mantenersi presenti mentalmente al fatto di essere lì in quel momento e di essere consapevoli.
Di solito si usa qualche oggetto di meditazione, un mantra o il respiro proprio per avere qualcosa su cui indirizzare l’attenzione. Ma alla fine il nostro compito e rimanere presenti senza oggetti di appoggio, senza nessun altro programma o scopo. Dobbiamo stare attenti al solo essere, al semplice fatto di essere lì in quel momento.
Questo addestramento mentale è utilissimo, sia a livello spirituale, perché la realtà prima è questa presenza, sia a livello pratico, perché porteremo nella nostra esistenza una qualità di attenzione che ci farà uscire dal nostro solito esistere in maniera assonnata, casuale, dispersiva e di disattenta.
Se abbiamo sonno, dormiamo pure. Ma quando dobbiamo essere presenti, svegliamoci del tutto. Non a caso l’illuminazione si chiama anche “risveglio”.

martedì 4 giugno 2019

Essere più vivi


Molti pensano che vivere consista nel muoversi e nel cambiare. Ed è vero. Ma c’è anche un attivismo che è semplicemente confusione mentale e instabilità. Quindi una perdita di vitalità, uno spreco. Se non riusciamo a concentrarci su nulla, se vaghiamo da un posto all’altro, da un pensiero all’altro, da una sensazione all’altra… in realtà non combiniamo nulla, siamo dispersivi, siamo superficiali. Non siamo presenti.
Ma non essere presenti è molto grave. Significa in sostanza non essere vivi.
Perciò, nel tentativo di afferrare ogni stimolo, finiamo per perdere il senso della vita. Non siamo più a contatto con la realtà.
Ed è per questo che la meditazione, nonostante le apparenze, si rivela un tentativo di essere più autenticamente vivi. Paradossalmente, vi fermate e vi concentrate per assaporare meglio le esperienze.

La Chiesa divisa


Nella Chiesa cattolica è in atto una vera e propria guerra. Per esempio, il cardinale tedesco Gerhard Müller, capofila dei cristiani conservatori che si oppongono in Vaticano a Bergoglio, sostiene in un’intervista al Corriere della Sera, che non si può criticare Salvini sull’immigrazione, perché basta che uno sia battezzato e cresimato per essere cristiano. Dunque anche il ministro dell’interno lo è. E aggiunge che, mentre molti vogliono scristianizzare l’Europa, almeno Salvini si rifà ai patroni dell’Unione Europea e alle sue radici cristiane.
Altro esempio: il Papa recita il “mea culpa” in Romania sui Rom. Ma ecco che Antonio Socci, un altro conservatore, lo critica e sostiene che ha sbagliato a non dire nulla sul regime comunista.
Ma non vi meravigliate. Esistono due generi di cattolicesimo: il reazionario e l’ultrareazionario. E il secondo va molto d’accordo con l’autoritarismo e con i governanti più o meno fascisti.
D’altronde l’interpretazione del messaggio di Gesù dipende dai gruppi e dagli individui. Non sarebbero nati altrimenti vari cristianesimi. Tutto dipende dai Papi, dagli intrighi personali, dalla volontà di potere dei singoli, dalla politica e dalle epoche. Perfino san Pietro e san Paolo litigarono. “Cristo è stato forse diviso?” troviamo scritto nella Prima lettera ai Corinzi.
Pare proprio di sì.

Governanti criminali


Poiché Trump è arrivato in Gran Bretagna proponendole di uscire dall’Europa senza pagare i debiti, dobbiamo considerarlo una specie di gangster. Chiunque suggerisse un piano del genere sarebbe considerato un criminale, un predatore, un nemico della civiltà. Ma non è una novità. Il Presidente americano vuole imporre con prepotenza le sue idee: prima l’America e poi tutti gli altri paesi, che devono ubbidire pena sanzioni economiche. Grande e grosso, concepisce solo la tattica della prepotenza: io sono il più forte e voi dovete subire. Mai il mondo ha avuto un capo così rozzo. Per lui sono tutti nemici, Europa compresa. Da una parte è un isolazionista, ma dall’altra vorrebbe che tutti si sottomettessero alla sua volontà.
Che sia poco intelligente, lo dimostra la sua unica strategia: l’imposizione di dazi a chi si ribella. Non gli viene in mente che se lui pone dazi, anche gli altri lo faranno. E tutti ci perderanno.
Purtroppo, questo atteggiamento prevaricatore ha avuto vari imitatori. In Europa abbiamo Salvini, la Le Pen e Orban. Tutti credono che con la prepotenza si vincano le elezioni e che siano gli altri a dover pagare per i loro progetti più o meno demenziali. Salvini per esempio è convinto che basti abbassare le tasse ai ricchi (flat tax) per far ripartire l’economia. E quando gli si fa notare che, così facendo, lo Stato rimarrà senza gettito fiscale, risponde che noi non dobbiamo osservare nessun accordo internazionale e che in ogni caso basterà fare un po’ più di debito, che pagheranno gli altri - gli altri paesi e le nuove generazioni. Un ragionamento banditesco.
Il rischio che corre l’Italia è gravissimo, perché se si abbassa il gettito fiscale, non avremo più i soldi per pagare pensioni, scuole e sanità pubblica. E cadremo a livello della Grecia.
Gli italioti lo votano soprattutto per essere difesi dagli immigrati. Peccato che solo in un giorno siano sbarcati a Genova in cento e a Taranto in settanta. Quanti ne arriveranno questa estate? Nonostante le invocazioni alla Madonna, Salvini non ha né un piano in testa né la capacità di frenare gli arrivi e di rimandare indietro quelli già sbarcati, che gironzolano in Italia e altrove aumentando il caos e la delinquenza.
Resta dunque un mistero perché tanti italioti votino questo bruto. Forse cercano inconsciamente un “uomo forte” che li domini e faccia tacere ogni opposizione? Che tipo di popolazione abbiamo mai allevato? È vero che questo è il paese delle mafie, della Chiesa e del fascismo storico, ma è deprimente scoprire quanti amino questi fenomeni di banditismo politico e psicologico.


lunedì 3 giugno 2019

L'invidia


“Come il ferro è consumato dalla ruggine, così gli invidiosi sono consumati dalla loro passione”
                                            Plutarco

Se siamo invidiosi di chi ha di più o di chi è di più, vuol dire che guardiamo fuori, facciamo confronti, evitiamo l'introspezione e siamo dominati da un sentimento di avversione e di competitività che blocca la nostra evoluzione. E noi sappiamo bene che di questo sentimento c'è da vergognarsi. “Spesso si fa mostra delle passioni più delittuose” diceva La Rochefoucauld, “ ma l'invidia è una passione timida e vergognosa che non si osa confessare.” In effetti, l'invidioso è un individuo che soffre spesso di un complesso di inferiorità. Vede nell'altro quel che lui non è o non ha avuto, e si strugge per il confronto. Vorrebbe essere o avere come l'altro, e, se non può farci nulla, finisce per odiarlo. In tale senso l'invidia è la più involontaria delle lusinghe.
Se uno ti invidia, vuol dire che ti considera superiore o migliore - il che è un bel complimento. Tu, però, che ti conosci nel profondo, sai che non è il caso di invidiarti. Come osservava La Rochefoucauld, “la nostra invidia dura sempre più a lungo della felicità di coloro che invidiamo.” Ma è proprio per questo che l'invidia è un sentimento meschino e superficiale. Quasi nessuno è veramente da invidiare, perché, se si guardasse più a fondo, si scoprirebbe che anche lui ha i suoi problemi.
Anche quando ci rallegriamo o ci complimentiamo con qualcuno, possiamo essere invidiosi. Diceva a questo proposito Ambrose Bierce: “Congratularsi vuol dire esprimere con garbo la propria invidia”.
Però, non c'è niente da fare: che l'oggetto della nostra invidia sia vero o puramente immaginario, questo sentimento è ancora più potente dell'odio. Si può invidiare qualcuno o qualcosa che non esiste per niente, che è un parto della nostra fantasia, ma non si può fare a meno di farlo. Come diceva Schopenhauer, “l'invidia è naturale nell'uomo, ed è contemporaneamente un vizio e una disgrazia. L'invidia degli uomini indica quanto essi si sentano infelici, e la loro continua attenzione al fare a al non fare degli altri quanto essi si annoiano.”
       Dunque, il mezzo migliore per combattere l'invidia è la conoscenza - il più possibile approfondita - di chi invidiamo. Quando si conosce a fondo qualcuno, quando si vedono pregi e difetti, quando si scopre il prezzo che paga per la sua posizione, allora si scopre anche che non c'è niente da invidiare. Anzi, spesso c'è da compatire.
“O invidia, radice di mali infiniti, verme roditore di tutte le virtù!”
Miguel de Cervantes

domenica 2 giugno 2019

Il declino italiano


Ormai il declino italiano è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo perso la posizione che avevamo in Europa, ci siamo chiusi su noi stessi e ci siamo affidati a pifferai (non) magici, a imbonitori di se stessi.
Non si tratta di un fenomeno improvviso ma di una realtà che dura da decenni. Nel periodo in cui governavano la Democrazia Cristiana e i Socialisti di Craxi, si è accumulato un enorme debito pubblico, dovuto a motivi elettorali. In sostanza si comprava il voto degli italiani assicurando loro magari pensioni a quaranta anni (dopo solo dieci anni di lavoro). E si assicuravano ai politici stipendi e vitalizi senza pari in Europa. Il risultato è il debito pubblico, uno dei maggiori del mondo e un ostacolo adesso a ogni ripresa economica; quale famiglia potrebbe sopravvivere spendendo il doppio o il triplo di quanto guadagna?
Solo politici irresponsabili hanno potuto fare questo. Purtroppo gi italiani dormivano e non volevano accorgersi che il loro benessere veniva pagato a caro prezzo, rimandando al futuro i problemi che creava. E infatti oggi i giovani devono emigrare per trovare lavoro.
Poi è venuto il ventennio berlusconiano che ha aggiunto al degrado economico il degrado morale. Un imprenditore di settanta anni ha pensato soltanto alla difesa dei propri interessi e delle proprie televisioni, che gli hanno dato una larga base elettorale. Come milioni di italiani non vedano che Berlusconi con i suoi alleati leghisti sia il principale responsabile della crisi italiana attuale e lo votino ancora (anche se sempre di meno), resta un mistero, spiegabile solo con una psicopatologia dell'elettore, che vede nel capo carismatico, qualunque cosa faccia, il salvatore cui aggrapparsi.
Oggi la situazione è peggiorata ancora. Per comprare il voto, invece degli 80 euro di Renzi si è passati al reddito di cittadinanza, ben più costoso, e a sgravi fiscali per chi sta già bene. Il tutto a debito delle future generazioni che non avranno nulla.
       In questi decenni i partiti si sono configurati come vere e proprie bande organizzate che hanno occupato i gangli del paese non per governarlo ma per depredarlo. Che ci fanno i politici nella sanità e nelle banche? Non certo gli interessi degli italiani ma gli interessi personali dei partiti stessi. Si sono appropriati di funzioni  e di ricchezze che non appartenevano loro.
Perché ultimamente la Lega si è appropriata di 49 milioni di rimborsi elettorali?
       È difficile vedere come si possa uscire dal declino attuale. Ci vorrebbe un soprassalto di moralità che gli italiani, educati in un cattolicesimo corrotto, bigotto, esteriore e privo di consapevolezza, tutto dedito anch'esso alla conquista del potere e della ricchezza, non possiedono più. Al massimo, producono movimenti velleitari come quello di Grillo, che si oppongono a tutto e a tutti e che sognano soltanto la presa di un potere assoluto - un pericolo per la democrazia.
       E un pericolo per la democrazia è anche Salvini, che ha per modello Putin.
       Poiché gli italiani non hanno un'interiorità e non sono capaci di autocritica, se la prendono con gli altri, e non si accorgono di essere loro ad aver votato per decenni grandi imbroglioni; e di continuare a farlo. In realtà, dovrebbero mettersi davanti ad uno specchio e bastonarsi da soli. Ma, mancando di senso critico, continueranno a considerare gli altri, le altre fazioni di questo popolo alienato e dilaniato, i veri colpevoli.
       Non è così. Tutti sono corresponsabili.



Non cedere alla reattività meccanica


In meditazione è fondamentale non reagire meccanicamente, secondo schemi convenzionali. Questo non significa non essere spontanei, ma non cedere al condizionamento sociale e naturale, che vuole che a determinati eventi seguano sempre determinate reazioni. Occorre interporre, tra stimolo e risposta, un intervallo di riconoscimento. Il riconoscimento deve rispondere velocemente alla domanda: "Che cos'è questo?" Ossia che cos'è ciò che provo e qual è la reazione che mi viene sollecitata in automatico?" Subito dopo sorge la seconda domanda: "È giusta la reazione che mi viene sollecitata? Mi fa bene? È conveniente? Mi migliora o mi peggiora? È qualcosa di nuovo o è la solita reazione?"
Perché non dobbiamo dimenticarci che le reazioni che ci vengono sollecitate sono talora vecchie di migliaia di anni risalendo addirittura a quando eravamo scimmie nella foresta oppure sono semplici condizionamenti sociali. E noi che cosa vogliamo essere? Delle marionette guidate da forze ancestrali o persone nuove, padrone di se stesse? Ecco il punto: le reazioni istintive non sono affatto "nostre": non partono da noi stessi, ma da una "centrale" che non è nelle nostre mani.
Quando rispondiamo a una sollecitazione con uno scatto d'ira o con una reazione di paura, siamo semplicemente marionette in balia di una forza che ci sovrasta, di una forza che persegue i suoi obiettivi - che non è detto siano i nostri. Questa uscita dalle consuete reazioni di causa-effetto è indispensabile per liberarsi dai condizionamenti collettivi della natura o della società, diventando finalmente padroni di noi stessi. È l'acquisizione di una individualità che paradossalmente ci porta ad essere più distaccati dal nostro ego e saggi.

Scopo della meditazione è creare un uomo nuovo, non ripetere schemi di comportamento, ormai superati.
Dunque, bisogna osservarsi nella vita quotidiana. E intervenire. La meta è essere più consapevoli, più distaccati, più imparziali, più calmi, più equanimi. Uomini nuovi, appunto.

sabato 1 giugno 2019

Vivere in Italia


Vivere in Italia è una gran fatica, anche perché in questo periodo gli italiani sono più confusi del solito. Per esempio, non si capisce perché i piccoli borghesi votino la Lega, visto che la flat tax taglierà le tasse ai ricchi, ma non ai poveri. Votano Salvini per paura dell’immigrazione? Ma gli immigrati arrivano ancora, oggi cinquanta e domani cento. Chi li riporta indietro? Non certo Salvini, che vive facendo comizi.
Quale cambiamento debba fare la Lega, nessuno lo sa. È il partito più vecchio, che ha già governato molto male, insieme a Berlusconi, portando l’Italia al disastroso governo di Monti.
Se è per l’onestà, non ci siamo proprio. Non solo la Lega si è appropriata di 49 milioni di euro e continua a nasconderli, ma sono sempre tanti i suoi amministratori che vengono condannati per reati di corruzione.
E, infine, l’economia. Qui va tutto male. Non c’è nessuna ripresa. E l’Istat certifica che ormai siamo al segno meno. Ogni giorno chiudono fabbriche, di cui dovrebbe occuparsi Di Maio. Ma il meschinetto, ormai è sotto choc per la sconfitta elettorale, non sa neanche da che parte s’incominci.
Salvini dovrebbe occuparsi di combattere, oltre agli immigrati, le mafie e gli spacciatori di droghe. E invece le mafie si allargano a macchia d’olio in tutta Italia. Quindi, non riuscendo a contrastare la vera delinquenza, ecco che il nostro madonnaro si dedica a chiudere i negozi legali di cannabis legale, aumentando il numero dei disoccupati.
Che cosa troveranno il lui tutti quei votanti? Forse l’ “uomo della provvidenza, cui tutti dovranno sottomettersi? È questo che cercano gli italioti? Un padrone?

Chi sono io?


Da quando nasce a quando muore l'uomo pensa di essere un io. Io sono Tizio, io sono Caio, io sono Sempronio, ecc. O, per meglio dire, quando nasce, il neonato non sa ancora di essere un io e non si pone nemmeno il problema. Ma i suoi genitori stanno ben attenti: immediatamente lo battezzano, cioè gli danno un nome. Poi gli insegnano a parlare - e la prima cosa che gli insegnano è di essere un io: tu sei Mario, tu sei Francesco...
       Le nostre lingue ci dicono che ogni frase deve incominciare con il soggetto o con il pronome "io", "tu", "lui", ecc. E questo si insegna nelle famiglie e nelle scuole. Si racconta al bambino la sua storia e gli si dice chi è, di chi è figlio, a quale tradizione, a quale cultura, a quale religione, a quale storia e a quale nazione appartiene. Infine gli si assegna una carta d'identità. Così l'individuo sa chi è e, da quel momento, dice anche "questo è mio", questo è "tuo", ecc.
Insomma dal senso dell'io nasce il senso del mio - si tratta pur sempre di proprietà: questo sono "io" e questo è "mio". Per la legge, non è concepibile che non esista un io, un'identità. Oltre ai documenti si assegna anche un codice fiscale e mille altri documenti del genere che ci diranno chi siamo e che cosa è nostro.
       Per il mondo non è ammissibile che uno non sappia di essere un io; se non lo sa, viene messo in un manicomio. È certamente un alienato, un anormale. Ma non basta. Se qualcuno entra nella vita religiosa, subito gli viene assegnato un altro nome. Un monaco o un Papa devono cambiare nome. Cambiano nome per segnalare che hanno cambiato identità. Hanno cambiato identità, però non hanno perso l'identità: sanno benissimo chi sono. Non c'è nessuna religione che ti tolga l'identità, che ti dica che non sei un io.
       Il senso dell'io e del mio è il fondamento del nostro essere nel mondo. Non ci basta essere, dobbiamo essere un io, dobbiamo essere delimitati, confinati in un io - e in un io definito, definibile, in modo inequivocabile. Se entrate in Rete dovete avere un'identità e, quando entrate in un sito, vi viene chiesto di identificarvi o comunque venite identificati in modo sicuro, magari scegliendo nickname e password.
       Il nome è fondamentale. L' "io sono" è fondamentale. Il Dio della Bibbia, non appena apre bocca, dice. "Io sono". Io sono colui che è, il mio nome è Javeh o qualche altro nome.
       La nostra paura atavica è di non essere un io, di non essere riconosciuti o amati. Se non veniamo riconosciuti da qualcuno, se non veniamo amati dai genitori, ne portiamo una ferita per tutta la vita.
Ma ogni momento è scandito dalla paura di non essere, che per la società diventa paura di non essere qualcuno. “Lei non sa chi sono io… lei non sa che io sono.” All'identità personale viene aggiunta l'identità sociale, quella del ruolo rivestito nella vita. E ogni momento è contrassegnato dalla paura di non essere più un io, di morire. Che cos'è infatti la morte se non lo stato in cui non si è più un io e neppure si è? Questo è il massimo degli orrori, insopportabile per l'ego.
       Nell'esistenza ogni ferita all'ego provoca un'immediata reazione. Che cos'è un'offesa, un'ingiuria se non un'aggressione al tuo ego? Tu ti credi intelligente ma ti dicono che sei un deficiente. Tu ti credi una persona importante, ma ti dicono che non conti niente. Ecco, non essere qualcuno è la massima offesa.
       Il confinamento dell'essere in un io è come la nascita di un pianeta, con tutti i suoi satelliti. Da una nebulosa a poco a poco si condensa qualcosa e quel qualcosa assume una fisionomia "solida", concreta, ben definita.
       Eppure, eppure... qualche uomo straordinario dice anche che l'ego, con tutto l'egoismo che inevitabilmente comporta, è il problema di fondo, anzi è il male di fondo. Gesù, per esempio, sostiene che per farsi suoi seguaci, bisogna rinunciare a ogni cosa, anche a se stessi; e tutta la sua predicazione si rivolge a combattere l'egoismo, l'egocentrismo. Quando parla di amore indica proprio questo: la perdita del proprio ego. Io e gli altri siamo la stessa cosa. D'altronde, quando ami o quando fai l'amore, per un po' perdi proprio il tuo confinamento in un ego e ti apri ad un altro. E non ti trovi male. Ma poi ti limiti ad assimilare anche quest'altro nel tuo io: e il tuo amore diventa "tuo", una parte di te.
       Il buddhismo, che è la religione più radicale e più profonda di tutte, aggiunge qualcosa di unico. Mentre le altre spiritualità ti assicurano che il tuo fondamento è un "ego trascendentale", un ego divinizzato, un’anima, il divino confinato in te, il Buddha sostiene che non esiste nessuna anima, anzi che l'illusione prima dell'uomo è proprio quella di essere un ego eterno, un io che sopravvive alla morte.
Mentre tutti cercano di assicurarsi un buon posto nell'aldilà, un'anima imperitura, magari di fianco al Padre eterno, e accumulano beni (immateriali) come le buone azioni, le preghiere, le confessioni, le penitenze, ecc, l'illuminato buddhista ti dice che devi liberarti prima di tutto di questo desiderio, di questa illusione, di questa presunzione. La suprema beatitudine non è essere eterni ma dismettere la pretesa di essere; la vera felicità è la cessazione di sé. Tre sono le presunzioni da cui devi liberarti: "Io sono migliore di qualcuno", "io sono peggiore di qualcuno" e "io sono uguale a qualcuno". E infine devi liberarti del tuo stesso ego, devi giungere alla tua stessa estinzione: ecco che cos'è il nirvana. Questa sì che una vera dieta dell'anima, una vera umiltà! Ma non finisce qui: l'illuminato deve arrivare a considerare se stesso, il proprio io, come un processo impersonale.
       Agire impersonalmente. Chi ci riesce? Forse nessuno. Ma il merito di questa linea di pensiero è di mettere in dubbio tutte le nostre certezza acquisite, il nostro egocentrismo, le nostre paure, i nostri successi.
Forse sbagliamo tutto. Forse un successo dell'ego è una sconfitta spirituale; è un passo indietro anziché un passo avanti nel nostro processo evolutivo. Forse siamo tutti vittime della nostra convinzione egoica. Forse è davvero meglio imparare ad essere un po' meno ego-centrati, cosa di cui si occupa la meditazione.
Chi sono io? Quando incomincerai a pensare che non essere nessuno non è un dramma e che è meglio liberarsi di ogni io posticcio, ti aprirai al tutto.