martedì 11 giugno 2019

L'affannosa ricerca della felicità


Nella nostra civiltà, si punta sempre alla ricerca della felicità, come se fosse un obiettivo a portata di mano che ci sfugge per qualche piccola mancanza. E si scrivono libri e trattati  per indicare una via sicura. Addirittura nella costituzione americana si dà per scontato che ogni individuo abbia il diritto alla felicità.
Ma, non appena cerchiamo la felicità, ci imbattiamo nell’infelicità nelle sue varie espressioni: malessere, stress, angoscia, disagio, disadattamento, ansia, alienazione, ecc. E ci sembra che siano imperfezioni destinate ad essere eliminate definitivamente dalla nostra esistenza. Come mai non ci riusciamo? Ci sentiamo allora sempre più frustrati o sfortunati.
Pur cercando di nascondere o di dimenticare tutte queste sofferenze, loro non se ne vanno e continuano a riemergere.
Il fatto è che non si tratta di accidenti della nostra vita, ma di presenze ineliminabili – l’altro volto della felicità. In altre parole, felicità e infelicità stanno fra loro in un rapporto dialettico, e nessuna delle due può essere eliminata. Anzi, più cerchiamo di rimuovere l’infelicità, più essa diventa permanente.
Se poi addirittura preghiamo qualche divinità suprema perché ci doni la felicità, siamo sulla strada più sbagliata.
Dobbiamo allora cambiare tipo di approccio e capire che l’una è legata all’altra. Anziché cercare di nascondere o di rimuovere le parti spiacevoli, dobbiamo prendere coscienza che ci sono e osservarle bene da vicino. Non si tratta di masochismo, ma di una saggia attenzione. Dobbiamo prenderne coscienza e affrontarle. Non per drammatizzare, ma per non farcene travolgere. Non per suicidarci, ma per essere saggi.
La saggezza consiste in una visione equilibrata di come funzioni il mondo e la nostra psiche. La via è l’autoconoscenza, l’autoindagine, l’autosservazione.
Perché una cosa è certa. Se non vogliamo diventare essere consapevoli della nostra infelicità, se nascondiamo la spazzatura sotto il tappeto, quella prima o poi salterà fuori, più velenosa di prima. E distruggerà le nostre speranze di felicità.
Dobbiamo innanzitutto essere consapevoli che felicità e infelicità sono intrecciate e indivisibili, come le sue facce di una stessa medaglia.
Dunque, la strategia giusta non è rimuovere, nascondere, far finta di nulla, ma illuminare le parti oscure con l’occhio della saggezza.
L’idea che la felicità sia raggiungibile senza pagare pegni, senza incontrare il suo contrario, è un’illusione. E il modo migliore per ottenere una felicità matura è diventare consapevoli delle infelicità che ci tormentano, osservandole proprio mentre si manifestano. Dall’osservazione viene o la conoscenza della causa o comunque un principio di distacco. E il distacco è una prima forma di cura.
Non ci dimentichiamo che i verbi “medicare” e “meditare” hanno la stessa radice etimologica.

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