sabato 29 giugno 2019

Meditare sul non sé


Se siamo ammalati, abbiamo l'occasione di contemplare concretamente la sofferenza - l'ineliminabilità della sofferenza nell'esistenza umana. Abbiamo creduto che la vita dovesse elargirci tutti i suoi benefici, ma abbiamo scoperto che accanto ad essi ci sono tanti mali. Ora, mentre espiriamo ed inspiriamo, non pensiamo: "Io soffro" o "io sto male". Pensiamo piuttosto: "Il dolore non sono io".
              Continuiamo fino a capire che, come l'io è una costruzione artefatta, così lo è il dolore.
              Vorremmo eliminare la sofferenza lasciando soltanto il piacere. Ma le cose non funzionano così.
              Svuotiamoci di ogni nozione di io (sé, ego). Non è "mio" né il dolore né il piacere. Lasciamo andare.
              Nella mente vuota, non c'è né dolore né piacere. Si estingue ogni attaccamento all'io e la mio. E che cosa rimane? Rimane l'incondizionato.
              Quando percepiamo un oggetto qualsiasi, in realtà lo ricostruiamo e interpretiamo nella nostra mente. E non sappiamo che cosa ci sarebbe là fuori senza una mente che lo ricostruisce.
              Figuriamoci se questo non succede anche per delle costruzioni che sono già delle astrazioni. Per esempio il nostro stesso sé.
              Nessuno vede un io là fuori. Tutt’al più vediamo un corpo.
              Abituiamoci dunque a considerare la possibilità del vuoto del nostre stesso sé. Questo ci prepara anche a considerare il processo del morire senza attaccamenti a idee né preconcetti.







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