Che cosa significa in meccanica quantistica che l'osservazione cambia il risultato? E non potrebbe applicarsi questo alla coscienza stessa?
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Chatgpt:
Sì, può essere applicato alla coscienza come analogia strutturale, ma bisogna evitare un salto che la fisica quantistica non autorizza: non è vero, in generale, che la coscienza dell'osservatore "crea" il risultato quantistico.
In meccanica quantistica, "osservare" significa anzitutto interagire fisicamente con il sistema attraverso una misura. Per esempio, per sapere da quale fenditura passa una particella, bisogna accoppiarla a un apparato che lasci una traccia dell'informazione. Questa interazione può modificare lo stato e, nel caso della doppia fenditura, distruggere l'interferenza. quantum measurement
Quindi:
prima della misura → molte possibilità descritte dallo stato quantistico
misura → interazione + informazione disponibile → un esito definito
Il punto interessante per la tua teoria viene però dopo.
Applicato alla coscienza
Quando sposto volontariamente l'attenzione su di me, non sono più esattamente nello stesso stato in cui ero prima di osservarmi.
Esempio semplicissimo:
Sono arrabbiato.
↓
Mi accorgo di essere arrabbiato.
↓
Osservo la mia rabbia.
↓
La rabbia cambia.
Non necessariamente perché l'osservazione "collassa" uno stato quantistico mentale, ma perché l'atto di osservare introduce una nuova relazione nel sistema.
Prima avevi:
sé ↔ ambiente
Poi compare:
sé ↔ ambiente ↔ osservazione del sé
E questa nuova relazione modifica il sé che viene osservato.
È precisamente il problema che stavamo discutendo della doppia piegatura. Il soggetto si allontana da sé abbastanza da potersi prendere come oggetto; ma, nel farlo, trasforma l'oggetto che sta osservando.
Perciò potresti formulare un principio ADR molto interessante:
Nell'autocoscienza, osservare se stessi non è un'operazione neutrale: l'osservatore entra nella relazione osservata e la modifica.
Questo è molto più difendibile scientificamente dell'affermazione "la coscienza quantistica modifica la realtà".
E c'è una conseguenza ancora più interessante: la metacognizione potrebbe essere un processo ricorsivo:
sé → osservazione del sé → sé modificato → osservazione del sé modificato → ...
La distanza da sé non produce quindi necessariamente un'immagine definitiva di ciò che siamo. Produce un sé nuovo che può essere nuovamente osservato.
Qui la tua idea della realtà come soglia oscillatoria trova un punto di contatto notevole con la coscienza: il soggetto non può osservarsi senza trasformare, almeno in parte, il soggetto che osserva.
Ma terrei rigorosamente separati i due livelli: questo è un parallelismo strutturale con la misura quantistica, non una dimostrazione che la coscienza sia un fenomeno quantistico.
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