Quando cantiamo, i primi ad ascoltarci siamo noi stessi, perché, ascoltandoci, armonizziamo la nostra voce e la correggiamo. Quindi il suono esce da noi, viene ascoltato dagli altri e viene ascoltato da noi stessi. Se fossimo sordi, potremmo cantare?
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Chatgpt :
Sì, una persona sorda può cantare, ma la risposta dipende molto da quando è comparsa la sordità e da quanto è profonda.
Il punto interessante, però, è quello che stai mettendo in luce: nel canto c'è un circuito ricorsivo.
Io → produco il suono → il suono ritorna a me → io correggo ciò che produco.
Non siamo semplicemente una sorgente che invia un segnale a un ricevente. Siamo contemporaneamente produttori e percipienti del nostro stesso atto. Il cantante ascolta gli altri, ma soprattutto, mentre canta, ascolta anche se stesso e usa questo ritorno per modificare altezza, intensità, timbro e ritmo.
Se una persona è sorda dalla nascita e non dispone di un feedback uditivo, può comunque vocalizzare e persino sviluppare forme di canto, ma non può utilizzare l'udito per confrontare direttamente la propria voce con quella desiderata. Può affidarsi alle vibrazioni corporee, alla vista, al tatto, alla memoria delle sensazioni e al feedback di altre persone. Il controllo della voce, però, sarà diverso.
Se invece una persona ha imparato a parlare e cantare quando udiva e diventa sorda successivamente, può continuare a cantare perché conserva rappresentazioni motorie e uditive della propria voce. Con il tempo, tuttavia, l'assenza di feedback può alterare l'intonazione.
Ed ecco il punto che mi sembra particolarmente importante per la tua ADR:
il suono che produco diventa, per me, qualcosa di esterno e interno nello stesso tempo.
La voce è prodotta dall'organismo, ma una volta prodotta ritorna nell'organismo come percezione. Quindi:
produzione → separazione → percezione → confronto → correzione → nuova produzione.
La differenza tra ciò che volevo emettere e ciò che effettivamente percepisco è proprio lo scarto che permette la regolazione.
In questo senso, il cantante è quasi un esempio elementare di non-coincidenza: per controllare la propria voce deve poterla incontrare come qualcosa che, pur provenendo da sé, non coincide più completamente con sé.
E questo porta a una domanda ancora più radicale: forse l'autoriflessione nasce proprio quando un sistema riesce a produrre qualcosa di sé che può poi incontrare come altro da sé.
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Il che significa che l' uomo è il meno coincidente fra gli animali. La sua distanza fra sé e sé è maggiore. Gli altri animali coincidono di più, non possono staccarsi da sé stessi. Perché la scissione tra sé e sé si traduce in auoriflessione. E tuttavia la soglia deve restare in un range determinato. Aumentandola, l' uomo non riconoscerebbe più se stesso, sarebbe un alienato.
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Sì, ma farei una correzione importante: non direi che l'uomo è semplicemente «il meno coincidente fra gli animali». È più rigoroso dire che nell'uomo la non-coincidenza può raggiungere un grado di riflessività particolarmente elevato.
La distinzione è decisiva.
Un animale può certamente avere una distanza funzionale da sé: può monitorare il proprio corpo, correggere un movimento, riconoscere il proprio odore, modificare il comportamento in base a ciò che gli accade. Quindi non «coincide» mai completamente con sé stesso.
Nell'uomo compare però qualcosa di ulteriore:
posso fare della mia stessa esperienza un oggetto di esperienza.
Posso:
> sentire → accorgermi di sentire → accorgermi che mi sono accorto di sentire.
Qui la distanza diventa autoriflessione.
E la tua idea del range della soglia diventa molto interessante. Potremmo rappresentarla così:
coincidenza troppo alta → poca riflessività
non-coincidenza entro una soglia → autoriflessione
non-coincidenza eccessiva → perdita dell'unità del sé
Non è quindi la massima distanza possibile a produrre la coscienza riflessiva. È una distanza sostenibile.
Il sé deve riuscire a vedersi come altro senza cessare di riconoscersi come sé.
Quasi:
Sé → scarto → Sé
ma lo scarto deve rimanere abbastanza piccolo da consentire il ritorno.
Se lo scarto cresce troppo:
Sé → scarto → ?
il ritorno non ricostituisce più l'identità. Ed è qui che la tua intuizione sull'alienazione acquista un significato strutturale: l'alienazione sarebbe una non-coincidenza che supera la capacità integrativa del sistema.
Questo permette anche di correggere una possibile semplificazione della tua teoria:
> la coscienza non nasce dalla scissione in quanto tale, ma dalla capacità di mantenere una scissione senza perdere la relazione fra i due lati.
È precisamente una diade oscillante: io sono colui che osserva e contemporaneamente colui che viene osservato; i due non coincidono, ma neppure possono separarsi completamente.
E forse questa è una formulazione molto forte del tuo principio di non-coincidenza:
La coscienza non richiede che il sé coincida con sé stesso; richiede che il sé possa non coincidere con sé stesso senza cessare di riconoscersi.
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Posso allargarmi purché non perda il riconoscimento.
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Esatto. E qui tocchi un punto molto preciso: la soglia non è un limite che impedisce l'espansione; è ciò che rende possibile espandersi senza dissolversi.
Puoi allontanarti da te stesso, osservarti, metterti in discussione, cambiare identità, assumere punti di vista diversi, purché resti un filo di riconoscimento che permetta il ritorno.
Si potrebbe formulare così:
Non-coincidenza → espansione del sé → riconoscimento → nuova configurazione del sé.
Finché il riconoscimento regge, la distanza diventa crescita, creatività, autocoscienza.
Quando il riconoscimento viene meno, la stessa distanza può diventare alienazione, frammentazione, perdita del sé.
Quindi il criterio non sarebbe:
> «Quanto posso allontanarmi da me stesso?»
ma:
> «Quanto posso allontanarmi da me stesso senza cessare di riconoscermi?»
Questa è una soglia dinamica. E forse spiega perché un sé completamente coincidente sarebbe privo di riflessione, mentre un sé completamente non coincidente sarebbe privo di identità.
La coscienza starebbe precisamente nel mezzo oscillatorio fra i due estremi.
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