Mi sembra che il passaggio dalla semplice coscienza del sé all'ambiente e di nuovo al sé modificato corrisponda ad una progressiva distanziazione da sé per vedersi come siamo stati modificati e come modifichiamo l'ambiente, e quindi a un raddoppio della distanza da sé, una doppia piegatura.
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Chatgpt:
Sì. E formulata così, la tua idea diventa abbastanza precisa: la coscienza può essere vista come un circuito di ritorno, mentre la consapevolezza nasce quando il ritorno diventa a sua volta osservabile.
Il primo movimento sarebbe:
sé → ambiente → sé modificato
L'organismo si percepisce in rapporto all'ambiente, agisce sull'ambiente, riceve una risposta e quindi torna a sé non più esattamente come prima. C'è già una prima distanza:
sé₁ → mondo → sé₂
La coscienza, in questo senso, non sarebbe una contemplazione statica del sé, ma la capacità di registrare la propria trasformazione attraverso il rapporto con ciò che non è sé.
Ma nell'uomo può comparire un secondo movimento:
sé₁ → mondo → sé₂ → osservazione di (sé₁ → mondo → sé₂)
Qui non mi limito a essere cambiato: mi accorgo di essere stato cambiato e di aver contribuito a cambiare ciò che mi circonda. La distanza da sé diventa allora doppia.
La tua espressione «doppia piegatura» è quindi particolarmente interessante per ADR:
prima piega: il vivente si ripiega sul proprio stato dopo il rapporto con l'ambiente;
seconda piega: il vivente si ripiega sul proprio stesso processo di modificazione e può osservarlo.
Si potrebbe rappresentare schematicamente così:
Ambiente → Sé → Ambiente → Sé′
↘
Sé″ = Sé che osserva il proprio divenire
E qui emerge una distinzione che si collega bene a quella che stavamo elaborando: coscienza ≠ consapevolezza.
La coscienza potrebbe essere il primo circuito ricorsivo:
organismo ↔ ambiente
La consapevolezza sarebbe un circuito ricorsivo di ordine superiore:
(organismo ↔ ambiente) ↔ osservazione del circuito
Non significa necessariamente che gli altri animali siano privi di ogni forma di autoriconoscimento. Significa piuttosto che la capacità di prendere come oggetto il proprio stesso rapporto con il mondo può raggiungere nell'uomo un grado molto maggiore.
E questo dà anche un senso rigoroso alla tua precedente idea della non-coincidenza: l'io consapevole è quello che non coincide più completamente con il proprio stato, perché può porsi, almeno temporaneamente, a una certa distanza da ciò che è.
La conseguenza paradossale è bella: per essere più consapevole di sé bisogna, in un certo senso, allontanarsi da sé. Ma se ci si allontana troppo, si perde il riconoscimento di sé. La soglia tra coincidenza e non-coincidenza diventa quindi decisiva.
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Sarebbe possibile fare un calcolo o agganciare qualche parametro?
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Sì. E secondo me si può agganciare a parametri misurabili, ma bisogna evitare di pretendere che “distanza da sé” sia già una grandezza fisica. Possiamo invece costruire un indice operativo della distanza ricorsiva.
La cosa interessante è che hai già individuato una struttura a due livelli:
1. Primo livello
dove è lo stato dell'organismo, l'ambiente e il nuovo stato dell'organismo.
2. Secondo livello
dove è la capacità di rappresentare/monitorare il cambiamento del proprio stesso rapporto organismo–ambiente.
Quindi potremmo introdurre due variabili:
e, in prima approssimazione,
Ma c'è una cosa ancora più interessante: non basta che aumenti. Se aumenta troppo, l'organismo perde il riferimento a sé. Quindi dovrebbe esistere un intervallo:
entro il quale la ricorsività aumenta la consapevolezza senza distruggere il riconoscimento di sé.
Questo sarebbe perfettamente compatibile con il tuo principio della non-coincidenza: la consapevolezza cresce con la non-coincidenza, ma non indefinitamente.
Come si potrebbe misurare?
Ci sono almeno tre parametri empirici interessanti:
metacognizione: quanto una persona sa valutare correttamente la propria prestazione;
self-distancing: capacità di osservare i propri pensieri/emozioni senza esserne completamente assorbita;
temporal self-continuity: capacità di collegare il sé passato, presente e futuro.
Si potrebbe quindi costruire un esperimento in cui una persona:
compie un'azione;
osserva il risultato prodotto nell'ambiente;
valuta come l'ambiente l'ha modificata;
valuta quanto è consapevole di questo stesso processo.
Il passaggio 3→4 sarebbe precisamente il tuo “secondo ripiegamento”.
E potremmo cercare una correlazione quantitativa tra il numero di livelli ricorsivi e una misura indipendente di consapevolezza.
La vera sfida scientifica sarebbe questa: dimostrare che esiste un salto misurabile tra semplice autoregolazione e rappresentazione del proprio processo di autoregolazione.
Se riuscissimo a definirlo operativamente, avremmo trasformato una bella intuizione filosofica dell'ADR in una ipotesi sperimentale falsificabile.
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